IL RAPPORTO DELL’"UNDP"
L’"Agenzia"
ignora il "catastrofismo".
Ma sottolinea la disparità nell’assorbire le variazioni ambientali
fra le nazioni sviluppate.
Decisivi il ruolo del monitoraggio costante dell’ambiente
e le azioni di prevenzione per ridurre i rischi di disastri naturali.
Le
"Nazioni Unite": i Paesi poveri privi di protezioni.
Da Parigi, Daniele
Zappalà
("Avvenire",
28/11/’07)
Nel Niger, le inondazioni dei
mesi scorsi hanno creato enormi stagni all’origine di una moltiplicazione
delle zanzare e dunque anche di una nuova recrudescenza della malaria. È solo
uno dei numerosi esempi contenuti nell’ultimo rapporto pubblicato ieri dal "Programma
delle Nazioni Unite per lo sviluppo" ("Undp")
col titolo: "Resistere
al cambiamento climatico".
Esempi a supporto di una tesi semplice quanto inquietante: a pagare per primi i
costi delle variazioni del clima sono sempre i più poveri del pianeta.
Paradossalmente, proprio chi è stato finora meno responsabile dell’inquinamento
atmosferico e dell’"effetto-serra".
In numerose aree dell’Africa,
osserva il rapporto, quando la temperatura sale «i raccolti sono cattivi e la
gente muore di fame, o le donne e le ragazze passano ore a cercare dell’acqua».
Per questa ed altre ragioni, il cambiamento climatico rischia di colpire il
continente «in modo sproporzionato».
In Paesi come l’Etiopia e il Kenya, ad esempio, i bambini nati durante i
periodi di carestia soffrono di gravi ritardi nella crescita e le prospettive
che si profilano per le future generazioni del mondo in via di sviluppo non
possono più lasciare indifferenti i Paesi più sviluppati, maggiormente
«protetti» e pronti all’«adattamento climatico» grazie alle proprie
tecnologie e risorse.
Al di là dei calcoli sui presunti costi del "surriscaldamento" ambientale, è in
gioco dunque una questione di giustizia internazionale: l’Africa «mostra il
bilancio di emissioni carboniche più leggero del mondo, ma rischia di pagare
verosimilmente il tributo più pesante nel prossimo secolo». Anche per questo,
"Undp" sottolinea l’importanza cruciale dell’imminente vertice di
Bali chiamato a promuovere la cooperazione internazionale oltre il 2012, quando
scadrà la prima fase prevista dal "Protocollo di Kyoto" sulla
riduzione dei gas a "effetto-serra".
In proposito, sono due le raccomandazioni lanciate dall’"Onu": un
abbattimento delle emissioni del 30% entro il 2020 e dell’80% entro il 2050.
Il messaggio di fondo del rapporto riguarda la necessità di un monitoraggio
planetario del clima sempre più affidabile. Un monitoraggio che non si limiti
più solo ai Paesi ricchi. Anche in Africa, dove in media esiste oggi solo una
stazione meteo ogni 25mila chilometri quadrati, occorre sviluppare «sistemi di
allerta precoce» accanto a «una rete di sorveglianza meteorologica».
Nelle regioni più povere si dovrebbe anche investire subito in sistemi per la
raccolta d’acqua. Al di là di ogni facile allarmismo, il rapporto sottolinea
che esistono già tanti modelli di «adattamento» a condizioni climatiche
avverse. In Bangladesh,
nella fragilissima regione del delta del Gange e del Brahmaputra, è partito
«un progetto pilota mirato a rendere case e terreni a prova d’inondazione
contro alluvioni con periodo di ricorrenza probabile di 20 anni».
Grazie a un ingegnoso sistema di terrapieni, 56mila persone sono già oggi
esposte a un minor rischio ambientale e uno studio economico mostra l’interesse
di estendere il progetto a tutti i 2,5 milioni di abitanti delle "char"
(isole o tratti di costa appena sopra il livello del mare).
Fra gli altri esempi positivi, il rapporto cita anche il programma "Bolsa
familia" in Brasile, basato su prestiti condizionati di modesta entità che
aiutano interi villaggi ad alleviare la loro vulnerabilità climatica. Giunge
poi dall’India e dal Pakistan l’esempio di una rapida evoluzione del parco
automobilistico all’insegna del gas naturale. In Mozambico, invece, le
esperienze traumatiche recenti di cicloni e alluvioni hanno «dato vita a un
intenso dialogo sia all’interno del Paese che tra il Mozambico e i suoi
donatori». Una quarantina di distretti vulnerabili sono stati individuati e
muniti di sistemi d’allerta. E oggi «l’esperienza del Mozambico dimostra
come i Paesi possano imparare a convivere con la minaccia di inondazioni,
riducendo la vulnerabilità dei gruppi a rischio».
Un messaggio che secondo Ban Ki-moon, segretario generale dell’"Onu",
dovrebbe essere amplificato su scala planetaria: «I cambiamenti climatici
minacciano l’intera famiglia umana, ma offrono anche un’opportunità per
unirsi e adottare una risposta collettiva a un problema globale». Al di là di
ogni "catastrofismo".