Sulla crisi alimentare
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"autocritica" delle
"agenzie mondiali"
Il Presidente della "Wto", Lamy:
togliere i "freni" al commercio e ridurre i "sussidi" in
Occidente.
Da Parigi, Daniele Zappalà
("Avvenire", 11/5/’08)
Alle "Nazioni Unite" o presso l’"Organizzazione
mondiale del commercio" ("Wto"), al vertice dell’"Unione
europea" o nel quadro dei preparativi per il prossimo "G8" di
luglio in Giappone, le riunioni degli ultimi giorni dedicate alla "crisi
alimentare mondiale" partono ormai da un’unica diagnosi: la
"macchina" dell’agricoltura mondiale va riparata in fretta, sotto
pena di assistere presto a squilibri ancora più cronici. Un vento di
"autocritica" soffia nei corridoi delle "istituzioni
internazionali". Alcune, come il "Fondo monetario internazionale"
("Fmi"), sono accusate di aver condotto colpevolmente in passato
politiche "ideologiche" nel settore agricolo. E adesso, si chiede da
più parti "pragmatismo". Per raggiungere l’obiettivo prioritario,
ovvero accrescere la produzione alimentare totale, almeno tre "ordini"
di soluzioni vengono "rivendicate".
Per la "Wto", occorre combattere i "freni" esistenti al
commercio internazionale delle "derrate", estendendo il ciclo di
"accordi" di Doha ai prodotti agricoli. Il francese Pascal Lamy,
Presidente dell’organizzazione, ha appena sostenuto che ciò «potrebbe
contribuire ad attenuare l’incidenza dei prezzi elevati combattendo le
"distorsioni" sistematiche del mercato internazionale dei prodotti
alimentari». Al contempo, occorre «diminuire i livelli delle
"sovvenzioni" che falsano gli "scambi", in particolare nei
Paesi sviluppati, che hanno frenato la produzione alimentare e l’investimento
nell’agricoltura in numerosi Paesi "in via di sviluppo"». In
sintesi, sarebbero malati soprattutto i "mercati internazionali" e
solo cambiando le loro regole si potranno incentivare gli agricoltori dei Paesi
poveri. Ma per molte agenzie dell’"Onu", quest’analisi resta
erronea. Dati gli "squilibri" di forze in campo, invocare "più
mercato" serve a poco quando i problemi "strutturali" sono altri,
a cominciare dalla "desertificazione" galoppante in tanti Paesi
africani e asiatici. Occorre invece una "terapia d’urto" in termini
d’investimenti, come quelli "supplementari" appena promessi dalla
"Banca africana di sviluppo" – 1 miliardo di dollari – e dalla sua
"consorella" asiatica, attraverso prestiti a tassi ridotti a Paesi
come il Bangladesh.
Si è fatto "alfiere" di questa strada negli ultimi giorni anche l’economista
americano Jeffrey
Sachs, "consigliere speciale" del "Segretario
Generale" dell’"Onu" Ban
Ki-Moon, esprimendosi in questi
termini davanti all’"Europarlamento" di Strasburgo: «Per sormontare
questa crisi, dobbiamo aiutare finanziariamente gli agricoltori nei Paesi
poveri. Ciò aumenterebbe la produzione e farebbe dunque calare i prezzi».
Al contempo, una "terza via" continua a suscitare dibattiti: ridurre
drasticamente le enormi superfici "cerealicole" destinate alla
produzione di "biocarburanti" (in passato, considerati come una
"panacea" contro il "caro petrolio" e nella lotta all’"effetto
serra"). Se il Canada prosegue imperterrito, negli Stati Uniti si accendono
discussioni parlamentari. Ma l’amministrazione Bush ha finora difeso "a
spron battuto" i "biocarburanti". Fra i 27 della "Ue",
invece, permangono profonde divisioni e un sostanziale "stallo".
Intanto, all’"Onu", il "Programma alimentare mondiale"
sollecita 755 milioni di dollari per aiuti d’emergenza. Per la distribuzione
di fertilizzanti, il "Programma per l’agricoltura" chiede invece 1,7
miliardi.