TRAGEDIE D’AFRICA

RITAGLI    Sudafrica:    SEGUENTE
un Paese strangolato dall’epidemia di Aids

Nell'intera popolazione il tasso di infezione è del 10%
(che significa quattro milioni e mezzo di persone).
Un dato tra i più alti al mondo, che pregiudica il futuro.

Da Johannesburg, Emanuela Zuccalà
("Avvenire", 16/9/’05)

Ramelle ha dieci anni e vive a Mamelodi, immensa città-dormitorio che durante l'apartheid era il ghetto nero di Pretoria. Quando le si chiede cosa vuole fare da grande, lei risponde decisa: «Il dottore. Per far guarire la mia maestra». Il Sudafrica registra il maggior numero di sieropositivi al mondo, e questa bambina, senza saperlo, si sta preoccupando della più recente emergenza del Paese: la scuola che rischia di estinguersi per il dilagare dell'Aids tra gli insegnanti. Se nell'intera popolazione il tasso di infezione è del dieci per cento (che significa quattro milioni e mezzo di persone), secondo una ricerca appena presentata dallo Human Sciences Research Council la percentuale tra gli insegnanti sale fino al tredici per cento, per impennarsi al 22 per cento tra quelli più giovani, dai 25 ai 34 anni. Un'intera categoria sociale a rischio, che nelle zone rurali non ha accesso ai farmaci antiretrovirali e ogni anno perde quattromila persone. Emorragia umana ma anche economica, per lo Stato, costretto ad ammassare anche 50 bambini in una classe per la carenza di maestri. È solo l'ultimo allarme in un Paese che ancora stenta a riconoscere un problema evidente e devastante. Durante la Conferenza nazionale sull'Aids, tenutasi a Durban in giugno, il ministro della Sanità Manto Tshabalala-Msimang si è ostinata ad affermare che contro il virus basta una buona alimentazione a base di limone, olio d'oliva e aglio. Tanto da guadagnarsi il sarcastico nomignolo di Doctor Garlic (Dottor Aglio). Fino a poco tempo fa, il governo del presidente Thabo Mbeki rifiutava di somministrare farmaci alle donne sieropositive in gravidanza, finché una sentenza della Corte Costituzionale ha imposto il trattamento su scala nazionale. Ma sui quattro milioni e mezzo di sieropositivi, poco più di centomila accedono alle terapie. Non solo: lo Stato ha appena deciso di togliere il sussidio d'invalidità a chi, grazie ai farmaci, comincia a stare meglio. E in una società in cui fatica a diffondersi la convinzione che un sieropositivo, se opportunamente curato, può anche vivere a lungo, «è facile pensare che la gente preferirà il sussidio ai farmaci», fa notare Nicoli Nattrass, direttore del Centro per le ricerche sociali dell'Università di Città del Capo e autore di saggi sull'impatto economico e sociale dell'epidemia in Sudafrica. «La posizione del governo verso l'Aids è deludente - aggiunge Efrem Tresoldi, portavoce dei vescovi cattolici sudafricani, in prima linea contro l'epidemia - . Mbeki è stato intervistato in televisione sulla situazione sanitaria del Paese, e per un'ora intera è riuscito a parlare solo di tubercolosi e diabete senza mai pronunciare la parola Aids». L'anno scorso il governo ha distribuito profilattici gratis, «ma il comportamento sessuale della gente non è cambiato - osserva Zanele Twala, direttrice di Sangoco, l'associazione delle organizzazioni non governative - . In molte zone la cura resta un miraggio per la carenza di personale sanitario: negli ultimi due anni abbiamo perso il 40 per cento di medici e infermieri, che emigrano in Nuova Zelanda e in Gran Bretagna per guadagnare meglio. Il governo non fa nulla per incentivarli a restare». «Non è vero, il ministero della Sanità si impegna - sostiene invece Puso Raselekoane, portavoce della Sabc, la televisione di Stato - ma è difficile combattere contro una serie di leggende cui ancora la gente crede. Si pensa, per esempio, che per guarire dall'Aids basta avere un rapporto con una vergine, e tra i giovani gira la storiella per cui Aids è solo l'acronimo di "american ideas destroy sex" (le idee americane distruggono il sesso)». La Sabc trasmette una fiction per sensibilizzare su costumi sessuali meno promiscui: si intitola «Soul City» e una delle protagoniste, l'attrice Conny Setjeo, interpreta se stessa: una donna che contrae l'Hiv dal marito, che medita il suicidio ma infine vince la paura dello stigma sociale diffondendo informazione. «L'insistenza sul profilattico ha ormai fatto il suo tempo - dice convinto Rajesh Latehman, presidente di The Aids Consortium, un cartello di associazioni non profit - . È come con il fumo: la gente sa che fa male ma non smette. Così con il profilattico: si sa che può difendere dall'Aids, ma si continua a usarlo poco. Bisogna cambiare strategia, cominciando dall'educazione sessuale e dall'accesso ai farmaci per tutti, affinché le persone si persuadano che l'Hiv non è un'istantanea condanna a morte. Altrimenti la nostra classe lavorativa scomparirà nel giro di pochi anni». Secondo Latehman, a fare davvero la differenza nella sensibilizzazione e nell'assistenza sono le comunità di base, le parrocchie, le piccole associazioni locali. Come il gruppo di donne della parrocchia Saint Isador a Soweto, l'ex città-ghetto simbolo dell'apartheid: Nozizwi, Josephine, Daphney e le altre venti volontarie della Catholic Healthcare Association (Cathca) sono le uniche infermiere su cui contano gli abitanti di Protea Glen, estremo sudovest della township. Il dato stupisce, visto che l'ingresso di Soweto è dominato dal Baragwanath, l'ospedale più grande dell'emisfero australe. «Dista mezz'ora d'auto, e qui nessuno ha la macchina», spiega Nozizwi, mentre porta piatti di riso, carne e verdure a un gruppo di malati che sosta nel cortile della parrocchia. Poi, con la giovane Daphney, comincia il giro quotidiano: la prima tappa è la casa di Thenjiwe, una ragazza di vent'anni che da gennaio non si alza dal letto. Ha piaghe su tutto il corpo, vive con la madre che non la cura perché è infettata anche lei. La sua stanza è calda e umida, odora di malattia, e lo sguardo di Thenjiwe sembra già altrove. «Ha fatto il test dell'Hiv solo quando stava già male - spiega Daphney - . Non può chiedere i farmaci perché non ha documenti». Fuori della casa, bassa e anonima come in tutta Protea Glen, un uomo ride e delira. «È impazzito quando ha saputo di essere sieropositivo - sussurra Nozizwi - è fuggito dall'ospedale e vive per strada». Nessuno ha fatto in tempo a spiegargli che l'Hiv non è un marchio d'infamia; che il virus si può tenere a bada anche per anni. E ora per lui, come per tanti sudafricani, è tardi.