"Reportage"
nella regione dell’Ouaddai, dove si ammassano gli esuli del Darfur,
si moltiplicano gli scontri tra etnie arabe e africane,
e si concentrano le fazioni ribelli al presidente.
I drammi degli sfollati,
la crisi delle operazioni umanitarie bloccate dai conflitti in corso,
l’impotenza della diplomazia internazionale.
Inferno Ciad: profughi e
ribellioni
![]()
Da un anno ai
profughi provenienti dal Sudan
si sono aggiunti gli sfollati interni del Paese.
Cacciati dai loro villaggi dai "janjaweed",
i «diavoli a cavallo» arabi, che fanno terra bruciata ovunque.
![]() |
![]() |
Dal campo
profughi |
Da Goz Beida (Ciad),
Emanuela Zuccalà
("Avvenire",
14/12/’07)
L’aereo a dodici posti del
"Programma alimentare mondiale" vola basso e ondulato, sopra un
deserto venato di spaccature che sembrano rami di alberi morenti. Le capanne dei
rifugiati compaiono all’atterraggio su Goz
Beida, come una presentazione:
benvenuti nella regione dell’Ouaddai, Ciad
orientale. La terra dei profughi.
Fino al 2003 Goz Beida non era che un anonimo paese a 60 chilometri dalla
frontiera con il Darfur, con case rosse come la sabbia, un mercato, botteghe che
vendono ricariche telefoniche e biscotti vecchi, cinquemila abitanti coltivatori
di sorgo.
Finché la crisi in Darfur ha riversato qui masse di profughi: oggi sono oltre
15mila nel grande campo di Djabal; 19mila a Goz Amir, più a sud. Lungo 500
chilometri di frontiera l’"Alto
commissariato Onu per i rifugiati"
gestisce altri 12 campi, per un totale di 265mila persone che campano da anni
nella precarietà e nella paura. Hanno volti rabbiosi come quello di Haroun
Guisma Adam, una diciottenne che ha perso i fratelli nel bombardamento aereo del
suo villaggio in Darfur, dove possedeva un giardino e studiava sognando una
carriera politica. Sguardi rassegnati come quello di Abdallah Mohammed Ahmed,
"medico-stregone" che per pochi soldi confeziona "gri-gri",
gli amuleti di erbe e versetti del "Corano" che proteggono da pallottole e
scorpioni, ma a lui non hanno impedito di perdere due figli piccoli, morti di
sete durante i giorni di cammino fin qui.
Parole ansiose come quelle di Daoud Ismael Yacomb, 55 anni, che era proprietario
di cammelli e cavalli e ora non può che sedere nell’afa che annienta,
chiedendo quando arriverà in Darfur l’"Unamid",
la forza di pace di 26mila uomini promessa dall’"Onu"
e dall’"Unione Africana" e sognata dai profughi come un "deus
ex machina" che li riporterà alle loro case. Ma a Goz Beida il dramma del
Darfur si mescola con una crisi nazionale confondendo cause ed effetti: nel 2006
ai profughi stranieri si sono aggiunti gli sfollati dello stesso Ciad, cacciati
dai villaggi di confine dalle scorribande dei "janjaweed", i
famigerati «diavoli a cavallo» arabi al soldo del governo sudanese che fanno
terra bruciata in Darfur e ora sconfinano in Ciad mimetizzandosi tra i ribelli
locali. Il presidente ciadiano Idris Déby Itno accusa il
Sudan
di finanziare le
milizie dei suoi oppositori; il presidente sudanese Omar al Bashir controaccusa
il Ciad di spingere i suoi eserciti a fomentare il "caos" in Darfur. La tensione
ha prodotto 180mila sfollati interni nel Ciad orientale, sistemati in 23
accampamenti di cui i sei più estesi stanno tra Goz Beida e Kou Kou. L’ultimo
esodo è di aprile, tremila "transfughi" dagli eccidi di Tiero e Marena. «L’ospedale
scoppiava di feriti – ricorda Ambrogio Sangalli, chirurgo milanese da dieci
anni a Goz Beida, dove con l’organizzazione "Coopi"
gestisce l’ospedale locale – . Questo era il luogo più tranquillo della
terra, oggi non è sicuro nemmeno per noi». Sono una trentina le sigle
umanitarie accorse da tutto il mondo dopo gli esodi interni. Il "Pam"
fornisce aerei e cibo. "Echo", l’apparato di cooperazione della
"Commissione Europea", nel 2007 ha stanziato 30 milioni di euro per
gli sfollati ciadiani. Tutti hanno quartier generale ad Abéche, la cittadina
tetra scoperta dal mondo dopo lo scandalo dei bambini che stavano per volare in
Francia verso adozioni illegali. I funzionari dell’"Onu" e di "Echo"
non si esprimono sulla politica, dicono solo «la situazione è complessa»,
perché l’est del Ciad è il baricentro di tre spinte sanguinarie: la crisi
del Darfur, gli atavici scontri locali tra etnie arabe e africane (quella "Zakawa"
del presidente Déby si oppone ai "Tama", mentre i "Dajo"
vengono schiacciati perché rifiutano di unirsi a qualsiasi esercito), infine le
fazioni ribelli dalle tante sigle ("Cnt", "Rafd", "Mdjt",
"Ufdd", "Fuc") che combattono il presidente, forte dell’appoggio
della Francia che nell’ex colonia mantiene 1100 soldati. Sono stati loro a
salvare Déby dal tentativo di colpo di Stato dell’aprile 2006, quando i
ribelli del "Fuc" stavano per espugnare N’Djamena. Il Ciad figura in
fondo alla classifica dello sviluppo umano e in cima a quella della corruzione.
Fonti istituzionali, chiedendo l’anonimato, sostengono che Déby sfrutta la
tragedia in Darfur reclutando ragazzini affamati tra i profughi attorno a Goz
Beida. Quanto ai massacri alla frontiera, molti pensano che li abbia scatenati
lo stesso esercito governativo per fare pulizia delle etnie rivali e creare un
inferno, che ora legittima il presidente nell’invocare la forza di pace di 4000
uomini a maggioranza francese promessa da "Onu" e "Ue" e
attesa a giorni. Dovrebbe favorire il rientro sicuro degli sfollati ai loro
villaggi, ma si teme che finirà per rafforzare Déby contro i ribelli e per
cementare la posizione della Francia qui.
Eppure gli sfollati ciadiani la attendono, per gli stessi motivi per cui i
profughi del Darfur sperano nell’"Unamid". Il centro per sfollati di
Gouroukoum è una galleria di storie dell’orrore. Abdullah Idris Zai ha 27
anni e le palpebre cucite per sempre: un anno fa i "janjaweed", o
chi per loro, gli hanno cavato gli occhi. Adam Alì, 25 anni, è stato colpito
alla gamba destra e ha sanguinato per giorni, nel suo villaggio devastato e
spettrale, finché un nomade lo ha condotto qui a dorso di dromedario. E Fatima
Abdrahaman, che ha visto morire di fame grappoli di bambini durante il tragitto
disperato per Goz Beida, prova a dimenticare aiutando le altre donne a
partorire. "Come può il nostro popolo pensare allo sviluppo quando si
continua a morire?", si chiede il "sultano-padre" Seid Brahim,
che ha appena ceduto il trono di Goz Beida al figlio per delicati equilibri
tribali ma conserva autorevolezza. Invoca una riconciliazione nazionale, tace su
Déby (che vuole scardinare il potere tradizionale dei sultani), ma si congeda
con un interrogativo eloquente: «Da dove vengono tutte le armi che circolano
nel Paese?». A Goz Beida i "coprifuoco" sono continui e la notte è un fragore di
spari e carri armati. A fine ottobre sono ripresi gli scontri tra l’esercito
nazionale e i ribelli del "Fuc" e dell’"Ufdd": 30 morti a
Goz Beida, un centinaio vicino ad Abéche. Gli operatori umanitari, per la prima
volta, hanno paura: «I ribelli hanno sferrato la più grande offensiva a nostra
memoria – dice Antonio Zivieri, il "capo-base" di "Coopi"
a Goz Beida – e bande di rapinatori svaligiano le sedi delle "ong".
Per noi è difficilissimo comunicare e lavorare». Il "Pam" ha dovuto
sospendere i rifornimenti di cibo per giorni. E non è che un preludio: la
settimana scorsa, l’"Ufdd" ha formalmente dichiarato guerra «a
tutte le forze straniere presenti sul territorio». Il suo benvenuto alla
missione di pace europea.