ESERCIZI DI SCRITTURA  "UNO DEI TANTI UOMINI  DIARIO
CHE È STATO PRIVATO DELLA LIBERTÀ..."

Siamo la "squadriglia Gechi" che, come impresa, quest’anno ha pensato di intervistare non solo lo zio della grandissima (non l’ho detto io) capo squadriglia, ma bensì un uomo, un testimone dell’immane tragedia che è stata la "shoah". Un campo di sterminio dove uomini, donne e bambini sono stati privati della dignità umana soltanto perché avevano la "colpa" d’essere ebrei o, come in questo caso, prigionieri di guerra. Dopo un’accoglienza calorosa di tutto rispetto, Giovanni Gallarati ha messo a disposizione i suoi vissuti, ormai nascosti come un’infezione latente, e ha riposto alle nostre domande con forza e coraggio degne delle migliori "punte" del Pavia. Infatti il nostro intervistato, prima di prendere parte al secondo conflitto mondiale, era il grande gioiello del Pavia (allora in serie B); ma purtroppo, per una serie di sfortunati eventi, non l’abbiamo visto giocare in serie A. Giovanni Gallarati, aviatore dell’esercito Italiano, il 12 Settembre 1942 fu trasferito a Venezia con i suoi compagni così che non potè assistere allo sbarco degli americani in Sicilia. Successivamente vennero trasportati a Pola dove furono fatti prigionieri. Qualche giorno dopo sono trasportati nel campo di concentramento di Hammerstein, al confine tra Polonia e Germania. In quest’ultimo viaggio furono costretti a viaggiare stipati in vagoni merci con pochi viveri e facendo una sola sosta per l’acqua e i bisogni primari. Arrivati ad Hammerstein i tedeschi con i cani li fecero spogliare, rubarono loro tutti gli oggetti preziosi per poi mandarli a fare la doccia. La giornata all’interno del campo era molto faticosa! La sveglia era alle sei e per la colazione era un susseguirsi di file estenuanti, che molto spesso facevano in modo che si andasse a lavorare senza aver mangiato nulla. Più volte Giovanni durante l’intervista ci ha ricordato che pensava di non farcela… Era arrivato a pesare 38 chili, ma grazie alla sua forza, al suo coraggio, al suo istinto di sopravvivenza e a quei tanti amici che rinunciarono anche a una sola patata per darla a lui, è sopravvissuto. Un gesto, quello compiuto dai suoi compagni, molto emblematico in quanto, pur avendo perso tutto, non si sono dimenticati dell’altruismo; non si sono dimenticati del loro essere uomini e non bestie. Si sono ribellati al termine di "oggetti" con cui venivano trattati e marchiati, e hanno ricominciato a sentire il calore dei sentimenti umani durante quel tremendo freddo invernale, e sono tornati così ad essere uomini. Dopo sette mesi di permanenza nel lager, i tedeschi fecero scrivere sulle loro camicie, ormai logorate dal freddo, non più IMI (internati militari italiani) ma KG (soldati di guerra), un marchio che non permette loro di essere risarciti per tanti mesi di lavoro non pagati e per i danni morali subiti. Dopo ventidue mesi di internamento furono trasferiti a Stettino, un vero e proprio campo di lavoro, dove lavorarono nella ditta Garner, che costruiva sommergibili. Passarono ancora sei estenuanti mesi di lavoro prima che i tedeschi permettessero ai prigionieri la prima domenica libera per la città dove, in quei giorni, la sirena per l’allarme bombe non aveva smesso di suonare. Nonostante questo, molti internati approfittarono dell’occasione e, così, non tornarono più al campo, uccisi dall’unico spiraglio di libertà dopo tanto tempo passato in "prigionia". Durante gli ultimi mesi di internamento, Giovanni e i suoi compagni organizzarono vere e proprie partite di calcio, che permettevano loro di distaccarsi da quella realtà infernale, e alle quali assistevano molti bambini. Nel marzo di quell’anno tutti i prigionieri militari italiani furono lasciati finalmente liberi. Giovanni e i suoi compagni di Pavia ritornarono dalle proprie famiglie, grazie ad un camion messo a disposizione dal vescovo, e ricominciarono finalmente a sorridere. Tornato a casa, Giovanni sapeva che non avrebbe dovuto dimenticare le atrocità viste e sofferte in prima persona: anzi sapeva che avrebbe dovuto amare il mondo con una forza e un coraggio maggiore, che gli permetteranno di educare le nuove e le vecchie generazioni alla pace e alla tolleranza verso ogni uomo, in quanto essere umano con una sua dignità e cuore. Dopo la guerra Giovanni si è sposato e ha creato una famiglia, ma non è diventato uno di quei tanti numeri che occupano intere righe nei fogli degli archivi! Ha continuato a parlare nelle classi delle scuole e nei salotti delle case, per adempire a quella promessa fatta ai suoi compagni, un patto da rivivere ogni giorno: "...Non dimenticare di essere testimoni di un’immane tragedia per evitare che altre vite muoiano senza ragione". L’ultima domanda che gli abbiamo posto è stata: "È riuscito a perdonare i tedeschi per quello che hanno fatto?". Giovanni in quell’istante ha subito aperto i suoi meravigliosi occhi, luccicanti dal ricordo delle immagini che ha dovuto vedere e subire, ci ha guardate e ha pronunciato un breve e conciso "SÌ"! Una risposta, la sua, che deve essere d’esempio a tutti…, di come un uomo, che ha subito tante angherie e ha visto morire tanti suoi compagni, sia riuscito a perdonare. Adesso non ci rimane che ringraziare e salutare questo magnifico testimone, e dire che gli vogliamo davvero bene: un bene che supera quello di un nipote per un nonno, un bene che sai devi dimostrare ad un uomo che non ha mai smesso di mantenere alta la testa anche nel momento del perdono.

SARA