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"La piccola Speranza.
È lei che trascina tutto."

( Charles Péguy )

La "piccola" sorella. Così chiama la speranza lo scrittore francese Charles Peguy.

Nel mattino di Pasqua, la piccola, con la sua gioia fresca e innocente, come il volto incantato di una bimba, trascina le altre due "grandi": la fede e la carità.

Se la Pasqua non risveglia la speranza, gradualmente si spengono la fiducia e l'amore. Si spengono anche i sorrisi dei bimbi.

Ma la Pasqua è affidata a noi, testimoni del Risorto, come gli apostoli e le donne del Vangelo.

A noi che corriamo numerosi alle processioni del Cristo morto e continuiamo a disertare la Veglia della notte di Pasqua. E questo la dice tutta sulla nostra familiarità con l'eventò che dà senso alla nostra fede. Siamo infatti molto lontani dalla risurrezione. Probabilmente perché l'abbiamo dimenticata, trascinando anche Dio nel nostro oblio, reso compagno inseparabile della nostra sofferenza, tristezza e morte.

La Pasqua è lontana dalla nostra cultura che quotidianamente produce minacce alla convivenza, rende il nostro parlare intriso di pessimismo e di sconforto, come quello dei viandanti sulla strada di Emmaus.

Abbiamo urgente bisogno di cambiare aria. O meglio, di cambiare vita.

Il Cristo risorto è per noi e per le nostre risurrezioni quotidiane.

La Pasqua appartiene al mondo e all'universo. Perché è Dio che passa sulla terra, che s'incrocia con le strade degli uomini. È Dio che veglia l'intera notte per liberare l'uomo dalle sue schiavitù. A Pasqua Dio esce dal tunnel della morte, perché più nessuno muoia definitivamente.

A Pasqua Dio scoperchia la tomba e rovescia la grande pietra che la sigillava, i soldati e i potenti vanno in fuga nella notte con i loro tesori. Abbiamo bisogno estremo di essere risollevati da una condizione di non vita e solo Gesù il Risorto ci può trasmettere la sua forza divina e ridare slancio al nostro vivere.

La Pasqua, dunque, è affidata alle nostre mani, perché ne diventiamo collaboratori e artefici, seminando speranza.

Come si fa a restarne estranei? Come si fa a non restare conquistati da questo evento stupendo?

Il padre David Maria Turoldo immaginava questo "passaggio" come un invito alle nozze e gridava con tutta la sua forza poetica: "Quando da morte passerò a vita... Allora saprò la pazienza con cui mi attendevi; e quando mi preparavi, con amore, alle nozze".

Il passare dalla morte alla vita è lasciare alle spalle il fardello del vivere grigio e insignificante, accorgersi della paziente attesa di Dio e da quel momento vivere da innamorati felici.

Non rassegniamoci a restare sempre prigionieri di sogni irrealizzabili e pensare da eterni sconfitti, negati alle grandi imprese: sarebbe un inqualificabile atto di sfiducia nell'onnipotenza divina e finiremmo con il restare eternamente devoti del Cristo morto e non uomini e donne del Risorto.

La speranza, la piccola sorella, va fatta crescere.

( "Il Cavaliere dell’Immacolata", Marzo 2006 )