CAMBOGIA - ALP

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Valeria, con le giovani cambogiane dell'ostello.

Valeria Spelta

Dopo un corso di preparazione di 2 anni con l’Associazione Laici Pime, sono partita alla volta della Cambogia a gennaio 2006. Prima di partire mi avevano detto che i primi 6 mesi sono i più difficili. Beh, si sono sbagliati! I miei primi 6 mesi sono stati una vera e propria "luna di miele". Sono stati 6 mesi di "dolce introduzione" alla Cambogia nella sua varietà e complessità: cultura, lingua, situazione politica, economica e sociale. E nelle sue ambivalenze: da una parte, il mondo della campagna, dove la coltivazione della terra è l’unica possibilità di lavoro, il livello di alfabetizzazione è basso e lo stile di vita è ancora dettato dal ritmo della natura. Dall’altra, il mondo della capitale Phnom Penh, dove operano molte organizzazioni non governative con personale straniero, dove ci sono università statali e private, uffici, servizi e lo stile di vita ha forzatamente perso il legame con i ritmi della natura per adattarsi a standard internazionali. Ho vissuto per i primi 6 mesi a Phnom Penh nella casa regionale del PIME, ho avuto come punto di riferimento i sacerdoti e le missionari laiche del PIME che mi hanno accettato con grande disponibilità. Ho accolto con sorpresa l’amicizia (mai scontata!) che mi hanno offerto e ho ascoltato i loro racconti, che mi hanno aiutato piano piano ad accostarmi ad una realtà così totalmente altra rispetto alla mia. Mi sono immersa nello studio della lingua Khmer e gradualmente ho cominciato ad avvicinare il mondo dei giovani insegnando loro inglese. Non ho avuto problemi di salute, mi sono adattata facilmente al cibo. Ogni tanto qualche piccola (e grande!) frustrazione legata allo studio della lingua: caratteri diversi dai nostri, 33 consonanti e 23 vocali il cui suono cambia a seconda della consonante che le accompagna… direi che qualche frustrazione era da mettere in conto!!!

Sei mesi sono volati ed è finalmente arrivato il momento, atteso ma anche un po’ temuto, di iniziare a lavorare nel progetto a cui sono stata destinata: da poco sono responsabile di un ostello di studentesse universitarie. Il centro è parte di un progetto della Chiesa Cambogiana, creato per donare borse di studio a giovani di estrazione povera e provenienti da tutte le province della Cambogia. Il progetto, nato nel 1998, si è sviluppato negli anni fino a raggiungere un numero complessivo di 54 studenti che vivono nel "Catholic Church Student Centre" di Phonm Penh. Crescendo il numero degli studenti universitari, si è deciso di accogliere più persone, aprendo anche una comunità di giovani studentesse... e così è nata la comunità "Santa Clara", l'ostello di cui mi occupo. Il centro è stato pensato per le ragazze, dal momento che queste ultime spesso fanno fatica a superare barriere culturali e familiari che non sostengono l’educazione della donna e non riescono a trovare un posto in capitale che sia per loro sicuro ed educativo.

E così, da poco più di un mese, io che negli ultimi anni ho amato abitare da sola, mi ritrovo a convivere insieme a 18 ventenni e ai loro sbalzi di umore, tipici di un popolo che vive i sentimenti (amore, amicizia, passione, gelosia) ancora allo stato puro, assoluto e in un certo senso primitivo, senza la capacità di rielaborarli razionalmente. Ragazzine che fino ad ora hanno conosciuto solo la vita della campagna e che non hanno molta idea di cosa siano l’igiene o l’ordine…

Ma cosa vuol dire essere responsabile dell’ostello e delle ragazze? Potrei rispondere con parole altisonanti: vuol dire vivere costantemente con loro, curare la loro formazione umana e spirituale attraverso la convivenza e la conoscenza personale, offrire loro una testimonianza di fede e di preghiera, seguire il loro percorso accademico aiutandole nella formazione di un metodo di studio… sono tutte parole che riempiono la bocca, ma che lasciano un retrogusto un po’amaro… sono aride, fredde. Preferisco rispondere con parole di cui tutti abbiamo esperienza diretta: essere responsabile dell’ostello vuol dire fare la mamma. Una mamma si prende cura dei propri figli seguendoli nei loro piccoli e grandi passi, nei problemi e nelle fatiche come nelle gioie di ogni giorno, nella quotidianità. Fare la mamma vuol dire esserci per le ragazze quando hanno bisogno: e allora non ci sono più sabati e non ci sono più domeniche. La porta della mia camera è sempre aperta. Fare la mamma vuol dire rinunciare a programmare troppo, perché succede sempre qualcosa che stravolge i programmi: a Chanthy rubano la bicicletta, Sopheap si chiude il dito nella portiera della macchina, Pan ha la febbre, Channa vuole parlarmi dei suoi problemi di salute e pazientemente cerca di spiegarmi mentre io sfoglio il vocabolario Khmer perché non riesco a capire cosa mi vuol dire!

Eh si, la "luna di miele" è finita ed è cominciata la vita vera, nella sua quotidianità più concreta, fatta di conti che devono quadrare, di stanchezze e ripetitività, di affetti, di risate, di allegria, di lezioni di vita, di piccole e grandi soddisfazioni come di piccole e grandi delusioni.

Non è semplice, ma è bello. Io che non ho mai davvero seriamente pensato ad una famiglia e dei figli miei, adesso mi ritrovo a vivere con 18 ragazze: e tutto d’un tratto devo imparare a fare la mamma! Chissà quante volte sbaglierò… chissà se sarò in grado… E ancora: io che il Signore lo cerco, sono adesso chiamata a testimoniarlo con la mia vita… quante domande, quante perplessità che, come accade a me, accompagnano tutti in diversi momenti della vita. Domande che non riceveranno una risposta concreta, ma che affido al Signore nella certezza di essere accompagnata.