PICCOLI GRANDI LIBRI  I TUPURI DEL CAMERUN E DEL CIAD  DIARIO
P. Silvano Zoccarato

PREMESSA

PARTE PRIMA
 VECCHIO E NUOVO

PARTE SECONDA
TUTTO È VISSUTO INSIEME: 
L’UNIVERSO DEI TUPURI

PARTE TERZA
L'UOMO TUPURI

PARTE QUARTA
DAI RACCONTI TUPURI

..
PARTE PRIMA
VECCHIO E NUOVO

I Tupuri abitano parte nel nord Camerun (circa 200.000) e parte nel sud-ovest del Ciad (100.000).

Fino a pochi anni fa erano seminomadi. Oggi sono quasi sedentarizzati, ma conservano ancora uno spirito di grande mobilità.

Sono coltivatori, ma praticano anche la pastorizia e, da bravi allevatori di bestiame, si recano spesso con le loro mandrie e i loro greggi verso regioni dove possono trovare dei pascoli, soprattutto durante la stagione secca.

Per la loro robustezza sono i preferiti nei concorsi per il servizio militare, che in Camerun è volontario. Dopo 15-20 anni di servizio, ritornano al loro paese, spesso con tre o quattro mogli e numerosi figli, portando al nord nuove idee ed esigenze di vita assorbite nelle città.

Le missioni cattoliche e protestanti lavorano nel nord del paese da poco più di trent’anni e in questo breve tempo hanno favorito una forte evoluzione. Ora i bambini vanno quasi tutti a scuola e nelle città sono già molti i funzionari, insegnanti, commercianti e persino qualche medico o professore di università che appartengono alla razza tupuri.

Nei villaggi, però, continua la vita di una volta, anche se l’agricoltura sta facendo nuovi progressi e i mercati si riempiono di oggetti occidentali: vestiti, radio, cosmetici, utensili vari.

Alla sera, è comunque ancora possibile sentire dalla gente i loro racconti tradizionali e assistere alle loro lunghe e allegre chiacchierate. Ci sono ancora gli indovini, i "capi della terra" (più di carattere religioso che politico), i guaritori, gli operatori della magia bianca e nera; celebrano ancora i loro sacrifici rituali, i riti di iniziazione, le feste tradizionali, le danze e le feste della nascita, del matrimonio e della morte, come se la vita del villaggio non fosse per niente toccata dalle nuove idee che vengono dalla città.

Vi sono però già i segni di qualche incrinatura. I giovani imparano a scuola "parole" nuove e i vecchi incominciano a lamentarsi di essere sempre meno ascoltati.

Ci vorrebbe una mediazione fra vecchio e nuovo, per salvare ciò che non deve morire e purificare quanto è scoria aggiunta alla saggezza originale dell’uomo.

Alcuni stanno scoprendo il Gesù dei cristiani e riconoscono che la sua "Parola" è più forte di quella tradizionale. E’ ancora una parola timida e incerta, pronunciata da uomini in ricerca e non del tutto liberi da pressioni e condizionamenti. Ma...é una Parola più forte e, un po’ alla volta, ne saranno arricchiti, senza venire spogliati dei loro valori culturali e spirituali.

SEGUIAMO UN TUPURI NELL’ARCO DELLA SUA VITA

Il tupuri nasce in una società precisa, per una società precisa. Diventa subito membro di una famiglia e di un clan che lo accoglie, lo riconosce e lo protegge.

Fin da piccolo si accorge che deve imparare ad arrangiarsi. La vita è dura, finché è con sua madre, può chiedere quanto vuole, ma presto resta solo e strillare diventa inutile. I fratelli più grandi hanno già le loro occupazioni: portano a pascolare le pecore e le capre, aiutano la mamma nei lavori domestici, badano ai più piccoli e, ogni tanto, arrivano a casa con qualche topo o uccello che sono riusciti a cacciare.

Devono anche lavarsi i loro pochi abiti e, quando sono liberi, organizzano giochi e danze attorno a tamburi improvvisati. Durante i pasti sono sempre insieme.

Quando il bambino arriva ai sei o sette anni, capisce che deve meritarsi la stima dei suoi genitori, parenti e vicini. Perciò parte anche lui per il pascolo e, dal mattino alla sera, vive a contatto con la natura, con gli animali, le piante, il vento, la sabbia e i cespugli di spine.

Impara a cacciare, a cercare frutti e bacche selvatiche, a scovare tuberi commestibili, a conservare l’acqua. Ode il canto e i gridi degli uccelli, sente il loro linguaggio, li segue nei loro voli e nei loro amori; e cosi per gli altri animali.

Alla sera il pasto è frugale, sempre quello, e deve abituarsi ad aspettare e a non lamentarsi se non è ancora pronto. Di solito mangia con i fratelli o i coetanei in casa sua o nelle case vicine: casa sua è l’intero villaggio.

I membri di un villaggio sono tutti parenti, uno solo è il capo, unica la parola.

Al calar del sole quando appare la luna, il tamburo suona e si va alla danza. I canti interminabili parlano di storie passate, di eroi lontani, di guerre, carestie e matrimoni felici. A volte arriva un cantastorie con la sua chitarra e le ore passano veloci accanto al fuoco. Poi arriva il sonno.

Nell’animo si depositano impressioni e ricordi che plasmano un uomo, figlio della sua terra, per quella società diversa dalle altre.

Diventato adolescente, se maschio è condotto dal padre fuori dal recinto delle capanne della sua famiglia e gli viene indicato il posto dove dovrà costruire la sua capanna.

Ma da tempo ha già capito che deve edificare la sua vita da solo. Il primo vestito se l’è procurato lui e ora incomincia, solo, una strada che si apre nella savana ancora inesplorata: la sua vita di uomo. Pur essendo membro di una comunità, davanti alle sue scelte e decisioni nessuno gli tiene compagnia, nessuno gli dà una mano.

Ma ha bisogno di sentirsi sicuro e forte e di avere anche lui una parola da dire, una parola che tutti ascolteranno perché ha dimostrato di essere un uomo.

Perciò vi è una scuola speciale: l’iniziazione, condotta da maestri e con prove durissime da superare.

Ha paura, ma deve parteciparvi, assistito dal suo padrino che deve essere nello stesso tempo duro e paterno.

Dopo sarà un vero Tupuri.

Ora conosce tutto, gli è stato svelato il mistero della vita e della morte, della società, del cosmo, della donna e dell’amore. Può incamminarsi verso il matrimonio, incominciare a sentirsi padrone e padre ed essere membro di un gruppo in cui la sua parola è ascoltata. La sua gioia è nel matrimonio e nei figli, ma anche con gli amici è gioviale e ama la conversazione scherzosa e le prese in giro. Gli piace anche viaggiare per visitare amici e partecipare alle feste del parentado. Al mercato settimanale non manca mai. In famiglia è padre affettuoso. Con la moglie o le mogli, perché può averne parecchie, è autoritario e di poche parole: è il capo. Egli deve dirigere, sorvegliare e proteggere contro i pericoli, deve assicurarsi la protezione di suo padre e dei suoi antenati e allearsi con le forze misteriose e potenti della natura. Con una certa frequenza, infatti, arrivano in famiglia le malattie, la disgrazia, la morte. Sono inevitabili: "E’ il demonio!...E’ la sfortuna!...E’ Dio che vuole così...Si è nati per morire!".

QUANDO I CAVALLI VANNO A BERE

Nell’Africa dei villaggi l’orologio serve ancora a poco. Se chiedi ad un Tupuri:"Quando ci rivedremo?", egli ti risponderà: "Verrò domani quando il sole è li’ e con la mano ti indicherà un punto nel cielo. Sapendo che a mezzogiorno il sole è diritto sopra la tua testa col suo mantello infuocata e che verso le sei, tutti i giorni dell’anno, saluta per scendere all’orizzonte, tu fai i tuoi calcoli e dici : "Verso le tre del pomeriggio!" Bravissimo! Verso le tre, ma potrebbe essere anche le quattro o le due!

Oppure ti risponderà: "Domani, quando i cavalli vanno a bere" (verso le nove) oppure "Quando le capre partono" (verso le otto) o "Quando le mucche ritornano dal pascolo" (verso le diciassette).

"Ma allora - penserai - come si fa ad aspettare se non sai il momento preciso!" Calma, che il

bello sarà quando lui arriverà tutto tranquillo e ti saluterà facendoti un sacco di domande apparentemente inutili e con lunghissimi silenzi che ti imbarazzano molto quando hai fretta o non sai ancora bene la lingua. Ma per l’africano sono un segno dell’amicizia, dell’importanza che dà al tempo trascorso con te, dell’attenzione totale che ti offre come se non esistesse in quel momento altro che la tua persona e il vostro stare insieme.

Per indicare i mesi l’affare è ancora più complicato.

Il Tupuri ti dirà: "... alla luna della polvere", cioè nel mese di aprile in cui il vento soffia forte sollevando un gran polverone, o "alla luna del pollo", mese in cui si celebra il nuovo anno tupuri con il sacrificio del pollo. Per indicare la fine della stagione delle piogge si dirà: "Quando Dio va a casa", perché alla pioggia che fa rivivere la natura e promette buoni raccolti, vengono attribuite prerogative divine.

Si fa fatica a capire, ma non bisogna preoccuparsi: il problema non è tanto di capire quello che vuol dirti quanto di riuscire a vivere e a stare ai suo ritmo e al suo tempo.
Se tu gli chiedi quanti anni ha, lui ti risponderà che non lo sa e non lo sa neppure sua madre. A che serve sapere quanti anni ha?

Fino a poco tempo fa non c’era l’ufficio anagrafe che registrasse nascite, morti e matrimoni e nessuno aveva la carta d’identità.

Ma allora - vorrai sapere - come fanno a distinguersi, a riconoscere il maggiore, chi è nato prima? Ci sono gruppi di età, ognuno appartiene ad un gruppo e chi appartiene a un gruppo superiore ha diritto ad un particolare riconoscimento d’anzianità e ogni inferiore deve pagargli qualcosa, se non altro un gesto di deferenza. Ma ci sono alcuni mezzi per distinguere le persone, riconoscere le loro caratteristiche ed anche le date. Tra questi c’è soprattutto il nome datogli alla nascita.

NASCITA E FESTA FRA I TUPURI

La nascita di un bambino è uno degli avvenimenti più importanti nella vita di ogni tribù africana. Viene perciò celebrato con grande cura, per assicurare ai bambino la forza vitale del clan. Anziani, parenti ed amici sono invitati a benedire il neonato al quale viene imposto un nome carico di significato.

Il nuovo nato viene accolto non solo dalla propria famiglia, ma anche dalla grande famiglia tribale dei viventi e dei defunti - viventi (come gli etnologi chiamano i morti in Africa).

Per esempio quando nasce un bimbo tra i pigmei della foresta equatoriale il capo - tribù lo protende tra le mani verso il cielo, pronunciando questa preghiera:

A te creatore potente,
offro questa nuova pianta,
il nuovo frutto del vecchio albero.
Tu sei il Signore: noi, i tuoi figli.
Guarda il sangue che scorre,
guarda il bimbo che piange!
A te, creatore, potente,
questa nuova pianta,
il nuovo frutto del vecchio albero!

E in un altro canto essi spiegano anche il perché:

"Noi non nasciamo come le bestie.
Quando veniamo al mondo,
il Creatore ci guarda,
e noi guardiamo lui,
col viso rivolto al cielo".

La descrizione minuziosa dei riti della nascita ci fa comprendere l’importanza dell’avvenimento e l’accoglienza calorosa di tutto il clan.

La donna incinta evita alcuni alimenti che potrebbero influire sul carattere del nascituro: per esempio, non mangia determinati pesci o carne di animali feroci, perché il bambino diventerebbe deforme o cattivo. Quando la donna ha partorito, il cordone ombelicale è sollevato con una canna di miglio aperta in due, tagliato con un coccio di terracotta e sotterrata a destra della porta della capanna. Sulla parte di cordone ombelicale rimanente sul bambino, vengono poste le ceneri del ramo con cui si era acceso il fuoco davanti alla donna. Dopo aver compiuto altri riti, vengono stabiliti i giorni del sacrificio in cui si offre qualcosa a Dio o agli antenati: tre se si tratta di un maschio, quattro per una femmina.

Il bambino viene cosparso di olio e gli viene messa sulla fronte una polvere rossa: queste sostanza saranno poi unite all’intingolo del pranzo del sacrificio.

Alcuni giorni dopo la nascita il maschio viene coperto da una pelle di capretto, la femmina con una pelle di pecora.

La vestizione spetta all’adolescente o alla donna che ha accolto il bambino nel momento della nascita. Al maschio viene messo in mano della paglia o del legno per indicare che una volta cresciuto taglierà la paglia per i tetti e gli alberi. Alla bambina viene dato in mano un ramo per indicare che un giorno porterà a casa fasci di legna per cuocere il cibo.

Si tagliano ciocche di capelli alla mamma e al bambino e si posano sul letto. Quindi la nonna materna macina il miglio e mette la farina in una grande zucca assieme a dei legumi per il pasto rituale. Se il padre del bambino è ricco, fa uccidere un capretta o procura della carne.

Il bambino viene portato nella casa del padre che presenta un pollo al feticcio protettore della famiglia. Di questo feticcio si vedrà una breve descrizione in seguito. L’anziana entra in casa, copre gli occhi del bambino, esce dalla capanna e uccide il pollo. L’anziano della famiglia prende un carbone, lo morde, sputa della saliva sul bambino e getta il carbone per terra. La madre fa altrettanto e da quel momento l’anziano e la mamma possono parlare insieme, ponendo fine al silenzio prescritto. Tutti gli altri sputano un po’ di saliva sul bambino prima di parlare insieme.

Se nascono due gemelli, i riti e i sacrifici sono più complessi; occorre una cerimonia di purificazione che sarà ripetuta più volte nel corso della vita dei gemelli, soprattutto durante l’iniziazione. Si tratta di ritrovare l’equilibrio, rotto, nell’universo culturale e tradizionale, da un avvenimento fuori dall’ordinario.

Questo rito, nelle sue forme esterne, contiene la celebrazione del grande valore della vita, della procreazione e della fecondità della famiglia del clan, unito e fedele alla tradizione e quindi anche ai "defunti viventi", custodi della vita, e contiene il riconoscimento del neonato all’interno di questa società.

Parte di questo rito è stato adottato, per ora, e vissuto all’interno di un momento celebrativo della nascita da parte della comunità cristiana.

Ecco il bimbo che mi hai dato

Nella nostra missione di Guidiguis c’è l’uso di presentare il neonato a Dio e alla comunità. Dopo il vangelo raccontato a memoria e commentato comunitariamente, si presentano davanti all’altare il padre, la madre con il bambino e il padrino. Il padre solleva il bambino verso l’alto e dice: Signore, eccoti il bambino che mi hai dato. Egli viene da te, non solo da noi. Te lo offro perché sia tuo e lo offro alla comunità perché diventi uno come noi, uno che cammina dietro a Gesù. Il suo nome è... (pronuncia il nome Tupuri e il nome cristiano).

Poi la mamma riprende il piccolo e ripete la stessa preghiera, quindi fa il giro davanti a tutti dicendo: "Guardate il bimbo che il Signore mi ha dato!.

Il sacerdote allora invoca sul bambino e sui genitori la benedizione di Dio. Segue un canto di gioia e la preghiera spontanea di chi prega per il bambino, i genitori, le donne del villaggio che non hanno figli..., i bambini ammalati, ecc. Questa presentazione del neonato non è obbligatoria, ma ormai è vissuta non solo dai cristiani, ma anche dai catecumeni o da persone che incominciano a venire alla missione.

Non è il battesimo e neppure una tappa verso il battesimo.

Il sacramento del battesimo viene celebrato col suo rito, una volta all’anno, con figli di cristiani che si impegnano ad educarli cristianamente.

Una volta abbiamo celebrato il rito della nascita, non alla missione, ma nel villaggio, fatto precedere da una parte del rito tradizionale.

All’ombra di un grande albero erano radunati i cristiani, i catecumeni, attorno all’altare col sacerdote. Al di fuori della cerchia si trovavano i genitori col neonato, il padrino e l’anziano della famiglia ancora praticante la religione tradizionale.

Dopo il racconto del Vangelo, l’anziano faceva toccare una canna di miglio e consegnava una piccola zappa al bambino dicendo: "Ora tu sei un Tupuri come noi, così hanno fatto i nostri padri e così farai anche tu nella vita... Ma ora, vedi quella gente ha trovato una parola nuova, va pure con loro". E così l’anziano accompagnò il gruppetto tra i cristiani. Un’altra volta, invece, una domenica delle Palme, giunto al villaggio, il catechista mi disse: "Oggi ho preparato la birra per la festa della mia bambina morta pochi giorni fa".

Un altro cristiano mi si avvicinò dicendo:

"Oggi vorrei presentare mio figlio appena nato".

Dopo essere entrati in cappella, al primo canto vedo uscire dal gruppo dei cristiani e dirigersi verso l’altare la mamma della bambina morta che si mette a danzare, seguita immediatamente dalla mamma del neonato. E così durante la messa in un insieme di danze, di preghiera e di silenzi, le due mamme davanti all’altare celebravano la morte e la vita, il Cristo della morte e il Cristo della vita.

METTER SU CASA

In casa... di passaggio

In Africa la casa non è il luogo dove si vive, si mangia o si ricevono gli ospiti: è usata solo per dormire e per custodire le poche cose che si possiedono; la giornata è trascorsa all’aperto.

La costruzione più caratteristica della capanna è il tetto.

Oltre al valore artistico e alle difficoltà tecniche di realizzazione, il tetto di una capanna tupuri è simbolo dell’intimità della famiglia e del matrimonio.

Se è difficile costruire il tetto, ben più delicato e complesso per il giovane tupuri è "metter su casa", cioè sposarsi. Infatti il matrimonio in Africa non è un impegno che riguarda solo i due sposi, ma è il risultato di un intreccio di incontri che coinvolgono in pieno le due famiglie: sposandosi i due giovani creano nuovi e impegnativi legami fra i due clan. Per questo sposarsi è un affare complicato che richiede mesi di incontri, presentazioni e trattative con tutti i componenti dei rispettivi clan.

Leggendo la descrizione di questo lungo cammino bisogna fare molta attenzione ai simboli perché in essi è contenuto il grande valore del matrimonio, momento in cui tutti intervengono a garantire felicità e prosperità ai novelli sposi, compresi gli antenati e Dio stesso.

E tutto questo cammino avviene tra due... tetti.

Infatti esso inizia quando un ragazzo diventa adolescente e il padre lo conduce fuori dall’abitato indicandogli il luogo dove costruirà la sua capanna, dove porrà il suo tetto.

E quando il giovane sarà ormai sposo intreccerà un tetto, tutto speciale per la madre della sposa. Un gesto che è il massimo onore per una donna tupuri quel tetto dimostra che la figlia continuerà la sua stessa maternità. Quel giorno è festa grande; da lontano nella savana si vedono arrivare gli amici dello sposo che portano sulla testa il tetto per la suocera: e dove c’è un tetto la vita continuai

Conoscenza e matrimonio

Il cammino di un ragazzo e una ragazza tupuri verso il matrimonio è lungo e a tappe. Con il primo rito (dopo un periodo di conoscenza e di primi incontri tra le famiglie i due ragazzi sono già sposi, ma non è tutto concluso e definito e altre tappe porteranno il matrimonio alla sua maturazione e pienezza. E’ quindi una lunga scuola per prendere sul serio questo passo decisivo per la vita propria e delle famiglie.

Prima che un giovane pensi di sposare una ragazza, come dicevamo, passa un periodo di amicizia. Farà attenzione che la ragazza non sia del suo clan e neanche del clan delle mogli di suo padre, se questi è poligamo (cioè ha più mogli).

Il giovane deve perciò fare un’accurata inchiesta su questa ragazza: il suo genere di vita, l’età, la situazione di suo padre.

Questo per poi mettere al corrente sua madre.

Naturalmente i genitori cercano di non disturbare i sentimenti dei due innamorati; tuttavia niente deve essere fatto senza informare la mamma.

Ordinariamente le circostanze di incontro dei due giovani sono il mercato, le feste (molto numerose) e le danze. Quando il giovane vede una ragazza che risponde ai suoi gusti le fa la corte.

Dopo ripetuti incontri (per esempio al mercato), la ragazza chiederà al giovane di venire a visitare la casa. Anche in questo caso le mamme devono essere al corrente di tutto, si tratti anche solo di una semplice cotta senza conseguenze impegnative. Per poter comunicare tra loro regolarmente i due scelgono un intermediario del villaggio della ragazza. Quest’ultima gli indicherà il giorno e il momento in cui il giovane dovrà renderle visita.

Il giorno fissato, il giovane, accompagnato da due o tre amici, va dunque a trovare i parenti dell’amica. Vanno direttamente dalla madre della ragazza, la quale in questa circostanza, sarà l’unica a prendere la parola. Terminata la visita, i genitori della ragazza si intratterranno ancora con l’intermediario per sapere chi è colui che si interessa della loro figlia.

Matrimonio a sette tappe

Se il primo contatto è stato favorevole, il giovane tornerà spesso a rendere visita a colei che diviene, fin da questo momento, sua suocera.

Dopo ogni visita, la ragazza potrà accompagnare il fidanzato per un certo tratto di strada.

Durante questo periodo essi potranno parlarsi compiere i primi gesti di affetto e rendersi conto di non poter stare l’uno senza l’altra.

Allora la ragazza darà l’assenso perché il giovane compia i passi necessari al matrimonio.

Inizia così il periodo del matrimonio vero e proprio che comprende sette tappe.

Prima dì iniziare questo cammino però, il giovane parla con suo padre; se è orfano si consulta con uno degli anziani (in genere il più saggio) del villaggio. Quest’ultimo sceglie un altro intermediario che ha il compito di informarsi presso il padre della ragazza circa la dote, i regali da fare, ecc.

A questo punto c’è allora anche il definitivo consenso del padre della ragazza. Messisi d’accordo i genitori, il padre della ragazza compra alla figlia il vestito e le scarpe e tutto ciò che occorre. Poi manda ad annunciare al padre del ragazzo la prossima visita della fidanzata. La famiglia del giovane, dopo aver ricevuto il messaggio, si prepara a sua volta per festeggiare l’avvenimento.

Il giorno fissato, il testimone, la ragazza ed altri giovani arrivano presso i parenti del fidanzato per passare con essi un’intera notte in festa. Essi ripartono l’indomani carichi di doni. Comincia allora la prima tappa dei matrimonio.

Prima tappa: i lavori di coppia

La ragazza é introdotta ai "lavori di coppia" per mezzo di una cerimonia. Prima di questo, essa non deve fare i lavori di casa. La data della cerimonia è fissata in base alla data di nascita del giovane. Essa si svolge così: la fidanzata va presso il vecchio saggio del villaggio per ricevere le benedizioni per la futura coppia. Poi, insieme al ragazzo, va dal papà di quest’ultimo che augura loro felicità e figli. In seguito la ragazza va a posare le mani sulla pietra che serve per macinare il miglio; poi va ad attingere l’acqua al pozzo. Dopo tutto questo i due futuri sposi potranno dormire assieme. Lo sposo si deve preparare allora alla prossima tappa che riguarda la dote.

Seconda tappa: i regali per tutti

La "distribuzione del tabacco": si chiama così l’offerta dei regali da parte del fidanzato alla famiglia della sposa. Questo perché anticamente veniva dato come regalo tabacco da fumare o masticare. Il fidanzato si fa accompagnare da una delegazione di amici e va a visitare la famiglia della fidanzata. Oltre ai regali deve portare con sè la pelle di una capra precedentemente sacrificata che viene data al testimone.

All’arrivo della delegazione, il fidanzato si mette rispettosamente davanti alla casa del suocero e a quella della suocera e dà a ciascuno di loro un regalo. Comincia poi la distribuzione. Zii, zie, cugini, nipoti, tutti ricevono un dono. Dare regali ai parenti significa che ci si sente uniti a loro e che la grande famiglia vuole aiutare la nuova coppia a crescere nel modo migliore.

Proverbi

La ricchezza della dote non sazia nessuno, sazia solamente ciò che trovi con la tua mano.

Le ricchezze accumulate in fretta diminuiscono, chi le raduna a poco a poco le accresce.
(leggi nella Bibbia: Proverbi 13,11)

Se la tua mano è entrata con forza nel cavo dell’albero, ora ritirala dolcemente.

Lo dicono a chi si trova in difficoltà nel suo matrimonio e sta pensando al divorzio. Una cosa realizzata con tanta fatica non la si può lasciare tanto facilmente: le conseguenze possono essere dolorose.

Terza tappa: una dote in natura

Il versare la dote per i Tupuri significa "dare delle ricchezze per la donna". Queste ricchezze sono: buoi , mucche, capre, pecore.

L’ammontare della dote è normalmente compreso fra 8-12 buoi o mucche, alcune capre o pecore. In più ci sono i soldi che il fidanzato deve dare in mano ai parenti della sposa. La dote "in natura" verrà consegnata al padre della sposa tramite un intermediario. Vengono così evitati litigi che nascono se la consegna è fatta senza testimoni.

Quarta tappa: i sacrifici a Dio

Versata la dote, la ragazza è rinviata al suo villaggio, dai suoi (finora viveva col futuro marito). La accompagna una sorella minore di quest’ultimo. Arrivata al sarè (insieme di abitazioni della famiglia) aspetta che vengano ad accoglierla e ad alleggerirla dei doni che ella porta. Poi entra nel sarè e fa sacrificare una capra che ha portato con sè. Due o tre settimane dopo, la giovane che ha accompagnato la fidanzata ritorna presso il fidanzato portando con sè della farina macinata dalla futura sposa. Al suo arrivo il fidanzato uccide un pollo e si prepara un pasto con la farina inviata dalla fidanzata.

Il fegato e il cuore del pollo sono offerti a Dio.

Questi gesti sono il segno della profonda comunione dei due sposi e dei loro rapporto col mondo divino.

Proverbi

Il cibo unisce la parentela.

Oltre al valore nutritivo, si riconosce al cibo il valore simbolico di unità dei membri della famiglia. E’ un chiaro riferimento al valore rituale e sacrificale del pasto familiare.

La madre è la pelle della pantera.

Solo i grandi possono indossare la pelle di una pantera, segno di forza e di fierezza. In realtà la pelle della pantera è una rarità. La madre è la creatura più nobile che ci sia per ogni uomo della terra.

Quinta tappa: le domande del suocero

Il suocero dello sposo viene allora a visitare sua figlia e le fa una specie di interrogatorio. Le domanda per esempio: "Ami veramente il tuo fidanzato? Vuoi veramente sposarlo? Pensi che sarai felice con lui?" In caso di risposte negative il matrimonio è subito annullato. Nel caso contrario la ragazza può ripartire e andare dal futuro marito. Dopo questo serio esame il matrimonio può essere rotto solo da gravissimi motivi.

Sesta tappa: la lancia del testimone

L’intermediario-testimone riaccompagna definitivamente la sposa dallo sposo. Prima di partire riceve una lancia.

Quando arriva davanti alla casa del fidanzato la getta in modo che si pianti a terra, segno che le due famiglie, unite tramite gli sposi, non possono più essere in guerra tra di loro. Un tempo se i due clan erano in guerra tra di loro, lo sposo ne era esonerato: poteva così rendere liberamente visita alla sua ragazza e incontrare il clan opposto, facilitando a volte la pace.

Proverbi

Il piccolo della faraone ha la nuca come sua madre.

Tale il padre, tale il figlio.

Sposa una scimmia pagando con buoi.

Poveraccio chi ha sprecati i suoi buoi per avere una donna che non dà altro che fastidi.

Se offendi i parenti schiaffeggi il figlio di Dio.

Quando uno offende sua madre non può ripagare quella colpa, egli deve vedersela solo con Dio. In genere i sacrifici sono rivolti agli antenati come intercessori e interpreti del volere di Dio. Quando si è offesa la madre gli antenati si rifiutano di accogliere tale sacrificio di riparazione.

Settima tappa: la fondazione del nuovo focolare

Lo sposo comincia con lo sgozzare una capra e con il sangue asperge il focolare. Poi uccide un montone, ne arrostisce il fegato e lo divide in tre parti. Una la dà alla moglie e una la tiene per sè. La terza parte è sotterrata all’entrata del sarè e un bastone di legno viene piantato sopra. Il bastone è un segno della divinità che si incontra con l’uomo, e in questa occasione si arricchisce di significato, mostrando che Dio è vicino e protegge la coppia che ormai ha compiuto il suo cammino.

Aspergere con il sangue di capra è un gesto che domanda la protezione di Dio; il fegato di montone diviso tra i due sposi significa che per essi ormai tutto è in comune. Tutto il cammino matrimoniale si rivela profondamente religioso: è iniziato con le benedizioni dei genitori, ha avuto diversi gesti che esprimevano preghiera, termina con due riti che invocano e testimoniano la presenza di Dio nella vita matrimoniale.

I due sono così arrivati all’ultima tappa: il matrimonio è completo e maturo.

Dall’unione dei due giovani nasceranno i figli che sono il segno della benedizione e della prosperità: la vita delle famiglie continuerà in loro.

LA PARENTELA

La parentela presso i Tupuri è di diversi gradi.

C’è quella della famiglia stretta, cioè tra parenti, figli e nipoti e c’è quella più larga del clan, che comprende tutti i discendenti di un unico capostipite, che può formare un’entità di parecchie centinaia e migliaia di persone.

Il modo di chiamarsi tra loro lo rivela. Un figlio chiama madre tutte le donne del clan della madre, anche se ancora bambine, e cosi per gli zii paterni e materni. E di ricambio gli zii considerano nipoti gli appartenenti alla famiglia dove è andata sposa una loro parente.

La parentela stabilisce dei legami di sangue talmente forti, da creare un’unità fisica tra i membri. Il legame della parentela, oltre che fisico, è anche sacro, cioè voluto e protetto da Dio e dagli antenati: per un Tupuri è impossibile vivere senza mantenere buoni rapporti con la sua famiglia.

Se un padre maledice un figlio, gli dice: "Non ti riconosco più come mio figlio". Da quel giorno il figlio vive come un ramo secco. Gli è tolta la forza vitale. Non riesce più in nessuna iniziativa, come sposarsi, trovare un lavoro, avere dei figli, ecc. Presto si ammalerà e non di rado diventa pazzo.

Quando uno non rispetta più i legami famigliari, per esempio non condivide coi parenti quello che ha, gli dicono: "Sei diventato uno stregone".

Tutto quello che si vive, va vissuto dentro questa unità.

La nascita di un bambino è festa per tutto il clan. I riti della festa dicono che il bimbo è riconosciuto membro di una famiglia e di un clan. I riti dicono che per essere un vero Tupurì dovrà continuare a fare quello che gli antenati hanno fatto e insegnato. Anche gli antenati sono presenti a quella festa e benedicono il nuovo nato.

E’ così per tutti i momenti, da quelli più importanti come l’iniziazione, il matrimonio, una malattia grave, la morte, a quelli quotidiani.

I beni materiali e spirituali del clan appartengono a ogni membro della famiglia, e viceversa, quello che è di uno appartiene a tutti

Il più anziano incentra in sè ogni potere materiale e spirituale. E’ lui che detiene la proprietà dei beni della famiglia, come: donne, vacche e capre; è lui che fa il sacrificio familiare e benedice i nuovi nati, quelli che si sposano e interviene nelle grandi decisioni.

E’ interessante notare che non ci sono leggi codificate che regolano questa unità e questa dipendenza. Tutti rispettano l’anziano come l’anello che unisce i viventi con gli antenati, ed è questa necessità vitale che sta alla base di ogni rapporto.

In tal modo l’anziano è il custode delle tradizioni

L’unità clanica mantiene saldi tutti i legami di solidarietà nei vari aspetti della vita, ed è una salvaguardia per tutto il clan.

Oggi questa unità e dipendenza sta diventando una camicia di forza e ha bisogno di un aggiornamento. Ma non deve perdere la sua importanza, pena lo sfaldarsi di tutta la società tupuri. Cosa che in realtà sta accadendo.

Si sente che la cultura tradizionale preparava individui per quel dato tipo di società ed era valido così. Oggi si sente maggiormente il bisogno che l’insieme tupuri comprenda degli individui che diventino persone capaci di vivere la loro autonomia personale e familiare, di gestire i propri doni, beni e talenti, e nello stesso tempo capaci di vivere e di rispettare quell’unità familiare e clanica che mantiene compatta un’etnia nei valori più importanti e più sacri della tradizione. Questo comprende anche un’apertura verso una collaborazione con i membri degli altri clan, intesi non più come nemici, ma membri di una società più ampia.

Proverbi

Il cibo tiene unita la parentela.

Questo spiega il fatto che praticamente le grandi o le piccole riunioni consistono in un pranzo seguito generalmente dalla danza.

I VICINI E LA SOLIDARIETÀ

I Tupuri vivono sparpagliati nella savana. Ogni famiglia si costruisce le capanne in mezzo a un terreno che coltiva. Durante la stagione delle piogge, quando il miglio è alto, i villaggi tupuri non li vedi perché le capanne sono nascoste. Anche dove vivono raggruppati, non vivono addossati gli uni agli altri come fanno per esempio i vicini Mundang, ma le abitazioni sono ben distinte l’una dall’altra.

Questo non dice indifferenza nei confronti dei vicini. Gli uomini si scambiano visite frequenti e mangiano insieme. E così i giovani e i bambini. Anche le donne si incontrano facilmente.

Condividere i momenti di vita dei vicini è segno di cuore buono e di rapporti aperti.

Il saluto è frequente. Non salutare è segno di disaccordo e allarme di tensione in crescendo. Stessa cosa per il mangiare insieme. Due vicini che non condividono il pasto, soprattutto quando c’è qualcosa di speciale, come la carne o il pesce, si considerano nemici.

Quando uno uccide un animale, porta sempre una parte al suo vicino. Quando il vicino o un membro della sua famiglia è ammalato, lo si va a visitare e a passare del tempo con lui.

Passare una giornata in savana a cercare insieme il bue del vicino che si è perso, oppure vegliare una notte accanto al vicino ammalato è segno di cuore grande.

I lavori più duri come disboscare un campo, raccogliere il cotone, posare il tetto di una capanna, ecc., sono programmati in modo che si possono scambiare l’aiuto.

Il vicino, dicono, è come un fratello. Quando si ammala o muore, i parenti che arrivano devono vederlo tra le tue braccia prima che tra le loro.

Segno di disaccordo e di lotta latente è non rivolgere il saluto, non mangiare insieme, non aiutarsi, coltivare sul sentiero che unisce le due abitazioni.

Quando arriva una malattia l’indovino spesso trova che la causa è la mancanza di buone relazioni coi vicini. A volte vede che la tensione è a un punto tale che qualcuno sta pensando di procurarsi il veleno o un altro mezzo di stregoneria, per far morire il vicino, o uno della sua famiglia.

Allora l’indovino ordina di fare un rito dì purificazione e di riconciliazione.

Proverbi

L’amicizia è più importante della parentela.

Ci sono certe amicizie che uniscono le persone meglio della parentela.

CHI NON SALUTA È UN LADRO

Una delle cose che suscitano interesse e curiosità quando ci si trova in Africa, è il modo in cui la gente si saluta. Facilmente si è portati a ridere e a scherzare sul loro saluto, come per altri gesti e situazioni diversi dai nostri. Ma è importante capirne i significati e i modi, altrimenti, oltre a non cogliere i valori della vita della gente, si rischia di passare per dei bambini e dei maleducati.

Ogni gruppo, i Beti del sud del Camerun, i Tupuri, i Fulbè del nord, ha il suo modo di salutare. Quelli del sud, soprattutto i vecchi, quando si incontrano, dopo aver detto la parola d’uso, elencano la genealogia l’uno dell’altro.

Al nord, sia i Tupuri che i Fulbè, fanno all’incirca così:

Bambe: Hai dormito bene? (se è al mattino). Passi bene la giornata? (se è mezzogiorno). Stai facendo cadere bene il sole ? (se è sera).
Saymane: Si. (poi ripete la domanda).
B.: Il tuo sarè (capanna) va bene?
S.: Si.
B.: Tuo padre va bene?
S.: Si.
B.: Tua madre va bene?
S.: Si.
R.: I tuoi figli vanno bene?
S.: Si.
E così si va avanti per un bel po’: poi Saymane riprende.
S.: Il tuo sarè va bene?
B.: Si.
S.: Tuo padre va bene?
B.: Si.

E così vanno avanti per un altro po’. Dopo i saluti , se la persona era venuta per chiedere qualcosa la si invita a sedere o la si fa entrare nel sarè. Allora il saluto riprende, ma in un altro tono, la conversazione si snoda e si arriva finalmente a capire lo scopo della visita.

Strane abitudini

I primi giorni, quando stai imparando la lingua, questa serie di domande ti infastidisce, perché credi che magari si stia dicendo qualcosa di importante. Allora cerchi disperatamente dì seguire la conversazione, ti preoccupi di fartela tradurre e alla fine scopri che si trattava solo di un saluto! Ti viene quindi spontaneo chiederti: "Ma fanno sempre così? E se dovessero andare dall’impiegato dell’ufficio anagrafe o in un altro ufficio pubblico?".

Eh sì, ci vuole calma! Per ora l’ufficio anagrafe non c’è e quando ci sarà… staremo a vedere!

Quando ho iniziato a capire un po’ queste abitudini, ogni tanto scoprivo comunque qualcosa che mi restava oscuro.

Un giorno avevo chiesto a un uomo se sua madre stava bene e mi aveva risposto di sì. Poi, nella conversazione, mi informò che era venuto a chiedere le medicine per la madre ammalata…

Sentite anche questa. I Fulbè, razza islamizzata e meno familiare ai missionari, i primi tempi mi salutavano così:

"Pace e bene. Il tuo sarè va bene? Tua moglie va bene? I tuoi figli vanno bene?"

E io rispondevo:

"Non ho moglie, non ho figli." Dopo qualche giorno, allora, mi salutavano così:

"Pace e bene. Il tuo sarè va bene? La tua macchina va bene?"

Al posto della moglie avevano messo la macchina!

Tra gli africani il saluto non è mai fragoroso. La gioia la si esprimerà dopo l’incontro e qualche volta anche con la danza. Ma all’inizio, il silenzio è sentito e vissuto nella compostezza, nella calma e in certi casi nel silenzio assoluto.

Varie volte ho assistito al ritorno di una persona cara che veniva da lontano dopo un certo periodo di assenza. L’ho vista arrivare al centro del villaggio, la gente si è avvicinata in silenzio e l’ha salutata, soprattutto il padre e la madre.

Quel silenzio quasi assoluto faceva sentire anche a me, estraneo, un’emozione che scendeva in profondità e mi faceva gustare la gioia e la bellezza dell’incontro.

Un’altra volta ho visto entrare tutti nella capanna e poi la madre accogliere il figlio adulto sulle ginocchia, sempre nel completo silenzio. Non era solo accoglierlo, ma quasi rimetterlo nel seno materno e ricomporre tutta la relazione tra madre e figlio.

Il saluto breve

E’ una parola sola: "Susè", difficilmente traducibile.

Incontri qualcuno per strada? Ti dice "susè". Gli dai qualcosa? Ti dice "susè". Quando vai a trovare un ammalato, gli dici "susè". Quando il tuo sarè è stato colpito da un incendio o alla morte di tuo padre, la gente ti dice "susè". Vedi un uomo che lavora e gli dici "susè".

Penso che si possa tradurre con : grazie, coraggio, bene, bravo, ciao.

In sostanza, la parola in sè esprime un sentimento di compartecipazione e di riconoscimento di quello che fai, sei e senti. E’ come se ti dicessero: quello che stai vivendo lo capisco, lo sento, lo approvo e voglio essere con te. E’ un momento di solidarietà e l’africano, che è molto sensibile te lo fa capire.

Il contrario sarebbe passarti vicino e non dirti niente. Questo, tra persone che hanno una certa relazione, sarebbe inconcepibile e l’interessato si accorgerebbe che c’è qualcosa che non và. Non dir niente è segno che non vi è niente fra lui e l’altro, come se si fosse dei morti. Se un africano entrasse nella nostra metropolitana e ci vedesse così silenziosi, si chiederebbe se siamo morti o se abbiamo litigato tra noi.

Una parola carica di...

Un proverbio Tupuri dice: "Il ladro non vuole susè".

Quando una persona sta poco assieme agli altri o all’arrivo di qualcuno se ne va via subito, se preferisce vivere nascosto o cambia spesso di villaggio, la gente dice: "perché se ne va? E’ forse un ladro per non avere il coraggio di restare?".

In realtà, uno che è disonesto o che ha delle difficoltà con gli altri non vuole che gli dicano "susè", perché sarebbe come riconoscerlo e quindi biasimarlo.

Tutto ciò ci fa capire quanto gli africani siano sensibili alla stima, all’accoglienza, all’essere accettati da tutti: l’isolamento per loro è la morte.

Ci sono poi delle situazioni in cui il saluto ha un carattere particolare, come quello dato all’anziano prima del matrimonio, al ritorno dall’iniziazione o in altri momenti ancora. In questi casi il saluto acquista valore di benedizione e trasmissione di una forza vitale, augurio e, circa il matrimonio, suggello di un patto stabilito.

LO STRANIERO

L’ospite può essere tuo padre defunto, mi spiegava un giorno un amico tupuri, e bisogna riceverlo bene. Viene da te per veder come stai o come stai vivendo, o semplicemente per ricordarti che ogni tanto ti devi ricordare di lui, offrendogli da mangiare e da bere. Tutto quello che fai per un ospite, un giorno lo ritroverai, o durante questa vita o nell’altra.

E devo dire che è veramente così. L’accoglienza di un ospite, qualunque sia, è veramente aperta e generosa.

All’ospite si riserva il meglio che si possiede, il proprio letto e del cibo buono e abbondante.

Avere spesso degli ospiti è segno di prestigio. Significa che si è conosciuti e ritenuti gentili e generosi. Ed è anche una forma di investimento perché un giorno si potrà beneficiare dell’amicizia di tante persone.

Un tempo non si poteva recarsi in un altro villaggio se non si era conosciuti e presentati da qualcuno del villaggio. Vi erano spesso guerre tra villaggi, e la conclusione di una guerra era la distruzione completa del villaggio e la deportazione come schiavo, se non si rimaneva uccisi. Chi era conosciuto veniva risparmiato e poteva essere anche liberato.

Va aggiunto ancora che i Tupuri sono aperti a conoscere e a stabilire ottime relazioni con la gente di altre tribù. E’ forse per questo che oggi sono forse la tribù più dispersa nel Camerun e ai confini con altre tribù meno consistenti, parecchi che non sono tupuri , si dichiarano tupuri. Esiste cioè una forma di incorporazione del più debole da parte del più forte.

Proverbi

Lo straniero è l’acqua dell’alluvione.

Viene e se ne và.

Lo straniero non beve l’acqua del sacrificio.

Non partecipa alle cose più importanti della vita famigliare.

Lo straniero non è più grande del padrone di casa.

Deve rispettare chi dirige la famiglia.

Lo straniero beve sul naso dell’ippopotamo.

Può trovarsi sempre in pericolo, non conoscendo gli usi dei paese straniero.

La terra straniera si sprofonda con te durante la stagione secca.

La terra straniera ti può mettere nei guai, anche quando non pensi.

Se tu trovi qualcuno che cammina sulla testa, cammina anche tu sulla testa.

Non insistere a fare come tu hai sempre fatto, adattati agli usi che trovi.