PICCOLI GRANDI LIBRI  I TUPURI DEL CAMERUN E DEL CIAD  DIARIO
P. Silvano Zoccarato

PREMESSA

PARTE PRIMA
 VECCHIO E NUOVO

PARTE SECONDA
TUTTO È VISSUTO INSIEME: 
L’UNIVERSO DEI TUPURI

PARTE TERZA
L'UOMO TUPURI

PARTE QUARTA
DAI RACCONTI TUPURI

..
PARTE TERZA
L’UOMO TUPURI

Il Tupuri conosce bene il suo corpo e tutta la sua persona.

Egli sa bene che non ha solo un corpo, ma anche un anima, anzi, è meglio dire, più spiriti. Dice, per esempio, che il suo spirito vive ancora dopo la morte del corpo, oppure che il suo spirito può essere mangiato da uno stregone, mentre egli vive ancora col suo corpo. Il suo spirito può lasciar dormire il suo corpo e andarsene a passeggiare sugli alberi, oppure può esser visto al mercato, mentre risiede anche a casa sua.

Ma se il Tupuri si ritiene composto di corpo e di "spiriti", egli non sente nessuna separazione in sè. Le separazioni di cui abbiamo parlato, compresa quella dopo la morte, non significano che c’è una duplicità di individuo. Egli resta unico sempre e ovunque.

Egli è unico anche quando dice: "La mia mano è stata troppo forte", nel caso di una lite in cui ha picchiato troppo forte sua moglie, oppure:"Il mio ventre è pulito", per dire che è veramente pieno di gioia; oppure "Inumidisci la tua bocca", per calmare la moglie che dice parole troppo aspre.

Tutte le parti del suo corpo presiedono ad alcune funzioni, di ordine fisico, psichico e sociale. Alla testa l’autorità, la libertà; alla mano il possesso; agli occhi l’interiorità e la possibilità; al ventre i sentimenti più profondi come quello della gioia e della volontà, ecc.

Egli si pensa unico in tutte le sue membra e in tutti i suoi beni. Le unghie, i peli, la saliva, gli escrementi, il nome, la sua fotografia, l’ombra, la traccia lasciata dai piedi, un suo manufatto, il suo scritto, ecc., sono la sua persona.

Per fare del male a una persona, basta calpestare la sua traccia o maledire il suo nome.

Un discorso tutto particolare, perché ricco dì valori e molto complesso, lo merita il nome che un padre dona ai suoi figli.

Questa concezione integrale della persona umana comporta molte conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il modo di pensare la malattia. Il malato non è tale solamente perché ha dei virus, dei bacilli, o uno squilibrio di ormoni, ma è soprattutto un abbandonato dagli antenati, un maledetto da qualcuno, uno che si sente preso da una Potenza della natura perché non le è stato fedele.

Le conseguenze si estendono a concepire tutte le attività dell’uomo in questa integralità e globalità. Non ci sono azioni che non abbiano valenze molteplici.

Ogni azione ha carattere contemporaneamente personale, sociale, religioso, tradizionale.

Per una mamma portare il bambino sul dorso, con la pelle di capra colorata di rosso, non è un semplice costume tupuri, ma è anche un costume che piace agli antenati, per cui ha anche un carattere religioso. Questo anima tutto il comportamento dei Tupuri: il mangiare, il camminare, il costruire la casa, il lavorare, ecc.

Questa integralità e globalità comprende tutti i membri e tutti i settori della grande società tupuri, senza mai dimenticare gli antenati, le potenze della natura e Dio.

DOPO LA MORTE

L’uomo tupuri sa che non ha solamente il corpo, ma che è dotato anche di un’anima che non si distrugge con la morte.

Dopo la morte egli diventa un ‘manmuyuri", un trapassato, ma vivo. Non è solo un fantasma che può muoversi. Quando lo sentono vicino, lo pensano e lo vedono come il fantasma di quel dato individuo.

Il corpo del defunto è messo nella terra vicino alla sua casa con un grande rispetto e con gesti ben rituali, fissati dalla tradizione.

Gli si offre qualche bue o qualche capra, che poi vengono sacrificati e mangiati da tutti, perché siano cibo per il suo viaggio e beni che resteranno sempre con lui.

Si racconta che un giorno una persona vide passare per strada un uomo con una mucca di tal colore. Dopo alcuni giorni seppe che il tale era morto, e che gli avevano sacrificato una mucca del medesimo colore di quella che aveva visto.

I morti non se ne vanno via definitivamente dal villaggio, ma vi restano fino alla festa annuale, che viene celebrata nel mese di ottobre e proprio in onore dei defunti.

A questa festa partecipa tutta la famiglia umana, dei vivi e degli scomparsi, ritenuti ancora viventi, che si riunisce per un unico pasto. E’ proprio una festa di comunione tra vivi e defunti.

Alcuni giorni dopo, di sera, la gente fa un grande fracasso battendo pentole, coperchi e tutto ciò che può far rumore.

Intendono così accompagnare i defunti alla loro dimora.

E dove vanno?

Nessuno lo sa di preciso. Dicono sotto terra, e qualche volta, quando sentono la terra calda sotto i piedi, si spostano in fretta per non calpestare i defunti.

Si pensa che alcuni scendano nei fori dei termitai, ed è forse per questo che i Tupuri per fare un giuramento, devono mordere un termitaio.

A volte i defunti sono in cima ai grandi alberi o nella savana.

Certo è che non di rado essi si rendono presenti a chiedere del cibo, o sotto forma di fantasmi, o nelle vesti di un viandante, nel sogno, o facendo ammalare qualche membro della famiglia.

Anche se scomparsi visibilmente, essi continuano ad occuparsi della loro famiglia. Sono loro che assicurano la fertilità ai campi, agli animali e agli umani, e proteggono dalla disgrazie e contro quelli che vogliono il male della famiglia.

Ciò che un figlio deve fare è ricordarsi sempre di suo padre.

Alcuni mesi dopo la morte, viene celebrata la festa per il defunto. Si prepara una grande quantità di birra per tutti, parenti, conoscenti e amici invitati a partecipare, e del cibo a secondo delle possibilità della famiglia.

Il defunto è così .. .onorato.

Ogni volta poi che un figlio mangia e beve, deve versare a terra un po’ dì polenta di miglio e un po’ di birra per suo padre defunto.

E’ impressionante la continua relazione che i Tupuri vivono con i loro defunti, Il rispetto per il defunto e anche per il corpo dei defunto mostra l’alto concetto dell’uomo. L’uomo non muore e continua a vivere unito ai suoi cari.

IL GRANDE CAPO DEI TUPURI

In un piccolo villaggio del Ciad, sulla montagna di Dawa, a 7 Km a sud di Fianga, vive il grande prete di tutta l’etnia tupuri, chiamato capo dei Dare per distinguerlo dal capo dell’altra parte dei Tupuri chiamati Goua.

E’ il custode dei costumi, il più competente di tutti . La sua conoscenza si estende su tutte le cose terrestri e sopra-terrestri della vita della Comunità, delle sue origini e delle sue esperienze.

I suoi doveri di prete sono essenzialmente d’ordine religioso. E’ indispensabile nell’organizzazione della vita del popolo, perché la chiave della loro vita quotidiana è la religione. Praticamente niente si compie senza il servizio del capo dei Dare. Dà l’avvio alle grandi feste annuali. E’ il consigliere e il giudice, ascoltato e rispettato in materia religiosa da tutta l’etnia. Conosce la tradizione e la storia del popolo tupuri. Anche nella vita sociale, il suo ruolo è di primaria importanza.

E’ il principale intermediario tra Dio e gli uomini, il simbolo religioso della presenza degli spiriti e degli antenati presso gli uomini.

E’ lui che inizia i sacrifici per tutta l’etnia, all’inizio di ogni anno e dà a tutti i capi tupuri gli ordini circa il calendario religioso, che si regola sul movimento della luna.

Come capo spirituale è considerato avere dei poteri eccezionali, come quelli delle benedizioni, delle preghiere per tutta la tribù e per il buon raccolto.E’ molto considerato per l’efficacia delle sue preghiere, e viene ricercato anche per benedire le donne sterili.

Ogni donna che vuol salvarsi da suo marito, può rifugiarsi presso di lui, e nessuno può farla uscire dal suo recinto, prima di aver compiuto alcune cerimonie.

E’ sempre scelto tra i saggi del clan Mohabak che abita nei villaggi di Dore e di Denie in Ciad.

Sì distingue per il suo stile di vita particolare sotto gli aspetti sociali, morali ed etici. I suoi vestiti sono ridotti al minimo, porta una pelle di capra che gli batte il sedere, secondo il costume degli antichi, costume che lui deve conservare.

Si sposta poco dalla sua residenza, e lo si vede raramente girare per il villaggio. Il suo passaggio provoca paura nella gente che lo incontra. Gli è proibito fare i suoi bisogni al di fuori della sua abitazione, e quando fa un lungo viaggio, si fa accompagnare dai suoi collaboratori che raccolgono in un sacco le sue urine e i suoi escrementi. Non esce dal villaggio liberamente, ma solamente per scopi religiosi. Non parla con gente qualsiasi, del resto è riconoscibile subito dal suo vestire e tenuto a distanza.

E’ un asceta. Ogni anno fa un digiuno di parecchi mesi, durante i quali evita ogni azione sessuale e non mangia legumi. Durante questo periodo non esce mai e ogni giorno fa un sacrificio agli antenati, vive una spiritualità molto profonda e prega per molte cose, per la salute del suo popolo, per la fecondità delle donne e del bestiame, per le semine, per i raccolti. Chiede prosperità per il paese tupuri, pace e protezione.

Presso di lui non ci si può sedere sulle sedie e sugli sgabelli. Tutto è sacro. Se qualcuno tocca qualcosa di sua appartenenza, bisogna poi fare dei riti di riparazione per la profanazione avvenuta.

IL DIO DEI TUPURI

E’ difficile capire bene la concezione di Dio dei Tupuri, perché quando ne parlano non dicono chi è. Se vogliamo ricavare una definizione di Dio, bisogna desumerla da quanto dicono di lui nei nomi che danno alle persone, dai proverbi, dal comportamento nei suoi confronti, in certi momenti ordinari e straordinari della vita, ecc.

Ci sono molti nomi che esprimono in parte l’idea che i Tupuri hanno di Dio e la relazione che vivono con lui

Tra questi nomi ce ne sono almeno tre molto significativi: Bahane, Dio l’ha dato; GonBaa, pregare Dio; DooBaa, a causa di Dio. Questi nomi non erano frequenti , e venivano dati solo in casi straordinari, cioè quando il figlio venuto al mondo, era stato tanto desiderato e tanto chiesto, e nella nascita il padre aveva visto chiaro l’intervento di Dio.

Proverbi

Dio ha dato le perle agli Mbalaare, ma questi non hanno tempo per mettersele.

Essendo commercianti, pensano solo a venderle e non se le godono.

Il proverbio indirettamente fa capire che all’origine delle capacità umane c’è sempre Dio.

Dio non dorme.

Usano il proverbio per ringraziare Dio dopo aver ricevuto un beneficio.

Dio ti ha tolto le spine dalla strada.

Bellissima immagine. Durante la stagione secca, il vento disperde dappertutto spine, che pungono terribilmente i piedi. Dio previene le tue difficoltà.

Tu dici che sei furbo, Dio ti vede.

E’ la difesa del povero e del debole contro il prepotente.

Il più commovente fra i gesti rituali

Mi sembra che il gesto più bello nei confronti ai Dio a cui ho assistito sia questo. Un giorno conduco a casa un uomo che era stato assente dalla famiglia per tre anni, per motivi di lavoro. Dopo il saluto dei suoi, vedo arrivare la vecchia madre, pagana, stendersi su un fianco per terra, alzare un braccio verso il cielo e roteare il braccio, in un silenzio pieno di commozione. Poi la vedo rialzarsi, sedersi su uno scanno e accogliere il figlio sulle sue ginocchia, come per ricomporselo nel suo grembo.

Quel gesto mi diceva più di tante preghiere. Sentivo un’espressione di gioia, di riconoscimento e di gratitudine.

Bosa!

Quando una persona o un animale sono fulminati , il Tupuri alza le mani al cielo e dice "Bosa, bosa!". E’ un’esclamazione intraducibile ma che ha questo significato: "Sei tu Dio, fa pure, fa pure quello che vuoi". Nessuno può toccare il fulminato anche se ancroa vivente. E’ l’indovino che dice come fare per rimuovere il fulminato e procedere ai riti di purificazione. La stessa parola è usata quando scavando in un pozzo, l’acqua incomincia ad arrivare, o quando nascono due gemelli.

Subito la gente dice : "Bosa, bosa!", alzando mani. E’ un gesto che vuoi significare che l’avvenimento è straordinario ed è arrivato perché Dio l’ha voluto.

Qual è dunque l’idea originaria di Dio dei Tupuri?

Bisognerebbe riuscire a dire quali sono le espressioni più genuine. Quello che vediamo oggi è senz’altro influenzato dal cristianesimo e dall’Islam. Comunque anche le manifestazioni odierne sono interessanti perché quello che i Tupuri hanno accolto, essi lo hanno adattato alla loro maniera e poi espresso ancora alla loro maniera. Restano espressioni rivelatrici di una concezione originaria.

Alla base c’è l’idea che Dio è creatore di tutto ciò che esiste. Essi dicono: Dio ha creato ogni cosa, gli alberi che tu vedi, gli stagni, gli animali e l’uomo. E’ solamente Dio che da’ la vita agli uomini, e mette i bambini nel ventre delle donne. Egli ha ben riempito i ventri perché sulla terra ci siano sempre degli uomini.

E’ ancora lui che tiene nelle sue mani la vita degli esseri che vivono sulla terra e in cielo. Quando un uomo muore la gente dice: "Dio ha messo per terra il suo fegato" e quando non è ancora morto: "Dio non ha ancora messo per terra il suo fegato", oppure "Dio non ha ancora tolto il suo nome".

Ma bisogna dire che dopo queste affermazioni su Dio, praticamente essi si rivolgono principalmente agli antenati, o alle potenze che presiedono alla natura. Difficile è anche dire se gli antenati e le potenze della natura sono considerati capaci di intervenire in favore o in svantaggio degli uomini indipendentemente da Dio o come intermediari. Da quanto ho capito, mi sembra agiscano con propri poteri. In tal caso le attività di Dio sono distinte dalle attività degli altri, come ci sono preghiere e sacrifici rivolti solamente agli antenati e alle potenze della natura.

La morte è attribuita, qualche volta a Dio, qualche volta alla potenza della morte, qualche volta agli antenati e alle potenze della natura.

Comunque, per ogni avvenimento buono o cattivo, la loro conclusione è sempre la stessa : è il lavoro di Dio. Fatalismo? Ogni cosa va vista nel suo insieme. Mi sembra che assieme al fatalismo, ci sia una concezione ancora magica dell’universo e della vita. Ma in tutto c’è l’idea che l’uomo non ha in sé la spiegazione di tutto, ma che risieda al di fuori di lui.

PREGHIERA A UN DIO LONTANO

E’ il decimo giorno della luna di ottobre. I tupuri festeggiano l’anno nuovo, La birra di miglio ha già bollito e fermentato nei grandi vasi di terracotta. Tutta la famiglia è riunita: l’uomo porta attorno alla vita sul corpo nudo una pelle di capra, la donna veste una lunga sciarpa bianca che le scende dai fianchi. Ella assiste il marito nel sacrificio: consegna un pollo all’uomo che siede sui talloni in mezzo all’aia. Intorno alle capanne, i granai sono immersi nel più profondo silenzio.

L’uomo prima di uccidere il pollo, alza a Dio e agli antenati questa preghiera:

Dio del cielo
sei tu che mandi gli uomini sulla terra. I figli miei che sono qui
che niente li tocchi.
Se accade qualcosa
che essi possano evitare tutto bene.
I miei occhi non vedano la malattia
far loro del male.
Che la testa di mio figlio non si ferisca.
Ciò che la zappa incontra a terra sia la ricchezza.
Se i nostri nemici vengono contro di noi
che la mano di mio figlio
non cada a terra.
Dio del cielo, padri miei e padre mio
accogliete questa preghiera.
Che i miei figli crescano numerosi
come fili d’erba, se la malattia arriva,
che passi loro di fianco.
Se viene l’epidemia, che i suoi occhi
non vedano la loro testa.
Dei, prendete dalle mie mani ciò che vi offro.

Il pollo è sgozzato e si versa il sangue a terra. Poi la donna prepara il pranzo e si incomincia a bere birra e a danzare. E’ la loro festa annuale.

A chi si rivolge questa preghiera ?

Il Tupuri nomina prima Dio, poi gli antenati, poi il proprio padre. Sono quasi in scala, dal più lontano al più vicino e ciò corrisponde esattamente alle loro credenze. Essi infatti credono che Dio ha creato l’uomo, ma che è ora molto lontano e non si occupa più tanto di lui. Poi vengono gli antenati, che posseggono la vita e la sorte degli uomini; infine il genitore, che ama i suoi figli, li vede e li protegge in tutti i loro momenti.

Questo modo di concepire e di vivere, ci permette di dire che la loro religione è incentrata sulla natura, sull’uomo, sulla vita. In questo contesto anche l’anziano occupa un posto di privilegio, poiché è lui che assicura il legame tra i morti e i vivi.

Che cosa chiede?

"Figli" è la parola che si ripete più spesso nella preghiera. E infatti la prima ricchezza dei Tupuri sono i figli, numerosi come fili d’erba. Non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi circa il numero di figli, addirittura ne conosco uno che ne ha quarantotto!

Il tupuri preferisce i maschi, ne è fiero. Ma è contento anche delle figlie, perché sono una ricchezza potenziale: la dote per avere una ragazza è dì dodici mucche.

Anche la realtà della malattia è ricordata nella preghiera. Il Tupuri non sa difendersi da molte malattie e ancora oggi impiega mezzi empirici e rudimentali. Dal momento della nascita allo svezzamento fino all’età adulta, è sempre insidiato e minacciato. La mortalità infantile è molto alta e chi vive è proprio un sopravvissuto.

Si chiede anche protezione dai nemici . La realtà della guerra tra tribù era, fino a pochi anni fa, così frequente da essere una situazione quasi normale che influenzava tutta la loro vita: il modo di costruire le capanne, di lavorare la terra, il nome da dare ai figli... Il primo figlio, infatti, è quasi sempre chiamato Jao, che significa "lancia" e alla sua nascita il padre, con orgoglio, dice:

"Oggi che mi è nato un figlio non ho più paura, ho una lancia".

Le armi usate in guerra erano frecce, lance, coltelli, bastoni e dire nella preghiera "che la mano non cada" significa chiedere che il figlio non soccomba nel combattimento e torni a casa sano.

ANTOLOGIA DI PREGHIERE

Per quanto riguarda la preghiera, è difficile dire come il Tupuri prega e a quale Dio egli si rivolga. Tra le varie preghiere qualcuna sembra rivolta direttamente a Dio; qualche altra sembra rivolta a Dio assieme ai padre defunto o a Dio assieme al "Dio della famiglia".

Si tratta di preghiere spontanee. Non esistono preghiere da ripetere per essere uniti a Dio, in dati momenti della giornata, ma preghiere che sono un appello a Dio in occasione di momenti importanti e straordinari della vita, personale e sociale, come quelli delle semine e dei raccolti. In generale si può dire che è la preghiera dell’istante. L’uomo cerca aiuto nelle situazioni critiche della sua esistenza.

Per avere un secondo figlio

Dio, tengo in mano questo montone
sei tu che me lo hai dato,
lo sacrifico a te.
Se ci fosse un bambino per stare tra amici
e che mangi insieme,
ma non c’è.

Benedizione dei nuovi nati da parte dell’anziano della famiglia

Dio mi hai dato tanti uomini,
mi prostro davanti a te
ti ringrazio.
Questi figli sono giunti davanti a te
proteggili bene.

Per il viaggio di un figlio

Dio e padre mio,
questo figlio che va,
i suoi piedi non urtino la strada
quel paese lo accolga bene.

A Dio e a "Baa-la-tin", il Dio del focolare

Voi Dio e Dio che ha fondato il matrimonio
che i miei occhi non vedano la disgrazia entrare in casa mia.

Per il matrimonio

Dio e padre mio,
sono giunto a sposare questa donna
quando sarà con me
sia subito incinta

Per il matrimonio del figlio

Sto sposando questa donna per mio figlio,
se tu rendi salda l’amicizia con me quando il figlio si unirà a lei
che senta subito che è incinta.

Per il figlio ammalato

Padre mio, questo gallo è per te
prendilo dalle mie mani
che la testa del bambino non soffra.
Ovunque va
i piedi non urtino contro qualcosa.

Quando il padre defunto "rompe" troppo

Padre mio, prendi questo gallo.
Che cosa mi hai lasciato in eredità
per essere così impaziente con me?
Sei diventato matto dentro il buco?

Ma la preghiera di solito è accompagnata da gesti, come quello di prostrarsi a terra o di alzare le braccia al cielo dicendo "Bosa, bosa!", o di scavalcare il bambino ammalato, pregando Dio che anche lui passi oltre la malattia, o di purificarsi la bocca con delle paglie, per togliere la maledizione pronunciata un tempo sul figlio che si trova poi ammalato.

IL SACRIFICIO

Ti può capitare che passando davanti all’insieme delle capanne di qualcuno lo trovi intento a sgozzare un animale. Non ti sbagli se pensi che sta facendo un sacrificio.

Il rito è semplicissimo. Lo senti bisbigliare qualche parola, una breve invocazione a Dio o a suo padre defunto o a qualche potenza della natura e poi l’atto dello sgozzare. Interviene poi qualcuno a prendere l’animale per prepararlo alla cottura.

Il secondo momento, ancor più semplice è quello di versare a terra un po’ di birra prima di iniziare la grande bevuta comunitaria.

Il gesto più importante è quello di far cadere per terra il sangue dell’animale, o la birra, accompagnato dal mangiare insieme.

Perché versare a terra il sangue di un animale?

Un saggio tupuri mi ha risposto: "Gli animali e gli alberi sono il cibo degli uomini e sono pure il cibo di Dio e degli spiriti."

Non si può uccidere un animale domestico, e gli altri animali senza un vero motivo e non importa come. Anche un pollo ha la sua ragione di essere in questo universo religioso. Se si uccide una rana col bastone la sua potenza, un giorno, si manifesterà per domandarti una riparazione.

Ci sono delle regole da rispettare. Anche gli animali possono rompere l’ordine della natura e rendersi indegni di continuare a vivere.

La ragione fondamentale di questa concezione è che tutte le creature escono dalle mani di Dio, e portano in loro l’impronta del creatore. Di conseguenza sono sacre e vanno trattate con rispetto. I Tupuri pensano che quando offrono le cose della natura a Dio o agli spiriti, questi sono contenti di riceverle.

Per questo motivo offrono parecchi sacrifici col bestiame, il pollame, gli insetti come le cavallette, gli ossi, i gusci d’uovo, i peli degli animali. In particolare le primizie dei raccolti, la birra fatta coi nuovo miglio. In una parola, tutto quello che l’uomo mangia è buono per le offerte e per i sacrifici.

Durante l’anno c’è una varietà di sacrifici e offerte, accompagnati da preghiere di domanda, di ringraziamento in occasione dei raccolti, dei matrimoni, dell’iniziazione e al momento dei funerali.

Le preghiere sono destinate ad assicurare la pace con gli antenati.

Al momento dei raccolti le preghiere esprimono a Dio la gioia e la gratitudine. Al momento della purificazione di tutto un villaggio ,dopo che qualcuno ha commesso un crimine, c’è la preghiera di purificazione e così dopo un’epidemia.

La preghiera di supplica è soprattutto quando la pioggia ritarda a venire o non è sufficiente.

Per ogni sacrificio si offre un animale particolare.

Ci sono anche preghiere per categorie speciali di persone o secondo le occasioni speciali: per esempio preghiere per i cacciatori e i pescatori quando non hanno successo o quando sono riusciti a cacciare o a pescare bene.

I viandanti giunti alla riva di uno stagno prendono un sorso d’acqua e la spandono per terra, come segno d’amicizia con la potenza dell’acqua.

L’uomo e la donna che al mattino masticano il tabacco o fumano la pipa, offrono anche agli spiriti un pizzico di tabacco, e in cambio chiedono una giornata favorevole. Quando c’è un ammalato grave o una situazione difficile ci si rivolge all’indovino. Allora i sacrifici e le offerte variano molto.

Quando l’indovino vede per la prima volta che uno spirito si è manifestato per chiedere qualcosa a una persona domanda a questa di compiere il rito del "bage jagge", che consiste nel chiamare una donna posseduta dagli spiriti perché riconduca lo spirito nel suo buco e così sia soddisfatto.

Se lo spirito si ripresenta ancora, l’indovino chiede allora di fare un’altra offerta chiamata "fugghi". Per esempio si deve offrire un osso, del tabacco, un pulcino, delle piume...

Se lo spirito non è ancora soddisfatto allora l’indovino ordina di fare il vero sacrificio, cioè di sgozzare un animale e di promettere poi di fare il medesimo sacrificio ogni anno.

Quanto si può capire a riguardo del sacrificio e della preghiera, è che i Tupuri cercano di vivere in serenità, cercano la salute, il benessere e le buone relazioni con tutti.

Essi non pensano a una ricompensa nell’aldilà. Pensano all’oggi come continuazione col passato e senza mutamenti nel futuro.

LA DIVINAZIONE

Non passa giorno che non si senta parlare dell’indovino

Perché? Perché la gente ha bisogno di sapere se per ogni impresa c’è un successo, una riuscita fortunosa o se al contrario c’è l’attacco di una forza nemica.

Un bambino si ammala, c’è da fare un viaggio, è capitato qualcosa che rende inquieti, si cerca un lavoro, un campo, una moglie, si è chiamati dal capo... Sempre si ricorre all’indovino per sapere cosa fare.

La divinazione è quindi l’arte del sapere le volontà occulte, gli interventi occulti e i mezzi per rispondere, per riparare, per riconciliarsi con l’occulto che sovrasta e che dirige.

Alla base di tutto c’è la convinzione che quello che accade nella vita dipende dalla volontà di Dio, degli antenati, delle potenze della natura e che bisogna sapere se le scelte che si sono fatte, o che si fanno, sono in conformità al loro volere.

Questa concezione guida tutta la vita e tutte le azioni dei Tupuri.

L’indovino vede il mondo dell’occulto, le tensioni, la guerra invisibile e nascosta, le infedeltà degli uomini.

Questo "vedere" viene da Dio e chi lo possiede può trasmetterlo a uno dei suoi figli.

L’indovino è un consacrato alla "potenza" della divinazione. Ogni anno deve offrire un sacrificio, e all’inizio di ogni seduta deve offrire del tabacco. Nel preparare il luogo della divinazione un posto è riservato per la ‘potenza" della divinazione, posto che nessuno deve occupare.

La vita dell’indovino è abbastanza rigorosa e rappresenta una missione per il bene e la vita del villaggio. In generale ogni clan ha uno o più indovini che conoscono tutto ciò che capita nel villaggio.

Il rito della divinazione

Chi ne ha bisogno si reca dall’indovino e aspetta ch’egli termini le sue occupazioni. Se lavora il campo gli dà una mano, altrimenti aspetta. Non deve dare ricompensa all’indovino, al massimo un po’ di tabacco per la potenza che presiede alla divinazione. Niente di straordinario c’è nel vestire e nel comportamento dell’indovino.Tutto l’occorrente consiste in un fascio di paglie che tiene in mano.

Il luogo della cerimonia è sulla nuda terra, viene pulito per bene perché le paglie da posarsi per terra siano ben visibili. All’inizio l’indovino chiede al visitatore la ragione della venuta, ma spesso sa già il motivo e senza tanti preamboli incomincia un suo linguaggio misterioso e posa per terra le paglie, come si presentano. Ne lascia per terra due o tre, le altre le aggiunge al fascio che tiene nella mano. Ogni gruppetto corrisponde a un essere del cielo o della terra, come se per terra sì potesse vedere idealmente tutto l’universo.

Finito di posare le paglie per terra, le osserva secondo le relazioni che si sono create. Fa un giro per vedere le paglie pari, quelle dispari, e poi fa delle domande e dice:

"Qui vedo una relazione coi defunti non tanto buona, hai fatto qualcosa?", oppure "Qui vedo una relazione col cane, c’è stato qualcosa?" Alle domande dell’indovino l’individuo si esamina e dice dove ha mancato e dove non è stato fedele.

Se c’è una mancanza con Dio, con gli antenati, questa è facilmente comprensibile.

Una relazione, una mancanza col cane, o col tal albero, che cosa vuol dire?

Vuol dire che l’individuo non ha rispettato la potenza che presiede al tal animale o al tal albero.

I Tupuri fino a qualche anno fa credevano che il tetano si verificasse perché non era stata rispettata la potenza del cane. Una ragazza per esempio aveva visto un cane morto. Dopo anni, rimasta incinta, può portarne le conseguenze che ricadono nei bambino con una malattia.

A volte l’indovino fa venire in mente un fenomeno strano avvenuto nel passato a cui non si era data importanza. Poi indica il tal sacrificio da compiere, il tal rimedio da cercare.

Come si è detto all’inizio, l’idea che sta alla base della divinazione è che l’uomo ha bisogno di mantenere buoni rapporti con Dio, gli antenati e le potenze della natura. Altrimenti sono guai seri, e bisogna correre ai ripari

PALO SPIA

I Tupuri piantano sempre un palo davanti al recinto delle loro capanne.

Per vari anni non me n’ero accorto; pensavo fosse un palo qualsiasi, per legarvi l’asino o il bue.

Poi, un giorno, vedo ai piedi di un paio un pulcino morto e una zucca rotta.

Chiamo una donna: — I tuoi pulcini hanno una malattia!

E le mostro il piccolo pennuto morto.

— No. Non toccarlo. L’abbiamo dato al Giac gin. Ho pensato ad uno spirito, ne hanno tanti... Un altro giorno vedo uno che va a versarvi della birra. Allora mi decido a chiedere al catechista.

—Sai, mi risponde, i pagani piantano fuori del loro recinto un palo che faccia la spia, curi gli interessi del capo. Se la donna va a vendere il miglio senza chiedere il permesso al marito, o se i ragazzi rubano qualcosa, il Giac gin vede.

—E poi?

—E poi quando la moglie si ammala, per guarire deve presentarsi all’indovino, che cerca l’origine della malattia e il rimedio. Si siede per terra, dispone dei bastoncini in cerchio e poi, servendosi della loro posizione, le dice :—Il Giac gin di tuo marito non è contento—, oppure – Il Giac gin dei tuo vicino è arrabbiato perché è stato fatto del male al suo protetto.

Ma prima fa confessare la donna: —Il Giac gin mi dice qualcosa. Che cosa hai fatto? — E la donna: — Ho venduto tre ciotole di miglio…Sono stata pigra…Ho parlato con un altro uomo...—. A seconda della confessione e del verdetto dei bastoncini, l’indovino dice:

— Devi sacrificare un pollo (oppure una capra)— La donna torna a casa e cosi si toglie la sua colpa.

— E…guarisce?

—A volte sì: alcune devono andare da un altro indovino. Ormai parecchie vanno dall’indovino e.. .all’ospedale. E così l’indovino poi dice:

—E’ il Giac gin che ti ha guarito—.

Quando l’uomo parte per un viaggio, va a salutare il suo Giac gin e gli dice di fare bene il suo lavoro. Al ritorno gli offrirà...un pulcino.

UNA ZUCCA PIENA DI OSSI, STRACCI, VECCHIE ZAPPE E SASSI STRANI

Il mondo degli "stregoni" è misterioso e impenetrabile. Il difficile è che si tratta di un sistema concatenato di credenze e paura che attanaglia società e individui. Uno si crede stregone, o glielo si fa credere, e lo si obbliga a una vita che non vorrebbe. Come uscirne? Da noi ci sono voluti secoli per liberarci dalle streghe e dalle stregonerie.

Da un po’ di tempo Taore, il vecchio ritenuto con poteri straordinari che abita in fondo al villaggio, sulla strada di Horlon, viene agli incontri di preghiera. La gente lo lascia in disparte. I ragazzi hanno paura di lui. Per alcune volte non ci faccio caso, poi incomincio ad avvertire un certo disagio. Mi informo su di lui e ottengo risposte vaghe. Un giorno il catechista Simon mi dice: "Hai visto quel vecchio che da un po’ di tempo viene alla missione? Vuole che andiamo da lui per togliergli tutti i gri-gri (feticci). Ha deciso di farsi cristiano".

"Togliergli i feticci? Come si fa?".

"Niente, tu vieni lì, domandi che cosa vuol fare e poi se ti dice che vuole darti i feticci, li prendi e ne fai quello che vuoi ".

Ero alle prime armi e non avevo ancora "malizia"; ora certo non farei una cosa del genere! Ci mettiamo d’accordo e il tal giorno, insieme al catechista, arriviamo davanti al suo sarè. Secondo il costume, ci si siede per terra, all’ombra di un albero (se c’è), in attesa che il padrone di casa, o in sua assenza una donna o un figlio, vengano a salutare e a farci entrare dentro il recinto delle capanne.

Dopo un po’, arriva il nostro uomo tutto ben lavato e col vestito migliore. Entriamo, ci sediamo su degli scranni alti una spanna, ripetiamo il saluto rituale e poi lentamente la conversazione si snoda: si parte dal tempo che fa, si arriva al miglio che cresce bene e dopo aver parlato delle mogli (cinque) e dei figli, si arriva alla conclusione.

"Vedi, padre, sono stanco di vivere casi: tutti mi evitano, i ragazzi mi tirano i sassi, le donne scappano via... Prendimi tutte le mie cose, voglio venire anch’io alla missione".

Essendo alle prime armi, mi lascio prendere dallo zelo di avere un nuovo, grande pentito. Gli faccio un bel discorsetto sulla libertà dal demonio e sull’amicizia col Dio che ci vuole bene. Ma arrivo troppo presto alla conclusione: "Va bene — gli dico — se sei d’accordo, andiamo a prendere... Ma che cosa?". Simon pronto mi dice: "Lascia fare a noi"

E vedo il vecchio alzarsi per cercare una grande zucca (50 cm. di diametro). La consegna a Simon e poi incomincia a fare il giro del sarè. Prima va nella sua capanna e ne esce con una zappa rotta e una tibia di mucca; poi va sotto il riparo delle capre e vien fuori con uno straccio annodato: dentro vi era qualcosa; poi prende una zappa e si mette a scavare per terra nel luogo dove le donne preparano la birra di miglio e ne salta fuori un sasso; poi, vicino al granaio, sradica un bulbo e dal tetto della prima moglie estrae un ferro arrugginito; e così... fino a riempire la zucca.

A operazione teminata, Simon viene da me e cerca di mettermi fra le mani la zucca. E io, pronto: "Ma che ne faccio?".

Non è facile che la società tupuri si liberi dalla stregoneria. Gli individui da soli non ce la fanno, manca qualcosa di veramente forte che possa sostituire quel "cuore".

Gettare una zucca di ossi in mezzo alla savana, non è facile, ma ci si può arrivare. Cambiare il cuore lo può fare solamente Dio.

LA STREGA DEL QUARTIERE

"La strega! La strega!" gridano i bambini vedendola passare. "La strega, la strega!" si sussurrano i grandi, allontanandosi in fretta quando la vedono arrivare al mercato.

Ma lei non ha niente di strega, non fa niente di male.

Si chiama Maria. Non saprei darle l’età, forse ha sessant’anni.

Portamento eretto, alta, slanciata. Deve essere stata una bella donna; oggi è sfiorita, anche se il suo sguardo è ancora bello, vivo. Due anni fa è stata accusata di aver ucciso un bambino, figlio di un maestro. Più che ucciso, mangiato, secondo il linguaggio della stregoneria. Si pensa che lo stregone, o la strega, ha il potere di mangiare, misticamente, l’anima delle altre persone. Questa è la forma di stregoneria "kren" ed è ereditaria. Ci si accorge dagli occhi che sono lucenti come fuoco vivo, e quando la si vede in sogno.

Non è colpa sua, dice la gente, e se vuole può guarire la persona ammalata dandole da bere dell’acqua con della farina di miglio.

L’altra forma di stregoneria è la "saa", che permette a chi ne ha il potere, di prendere l’anima delle persone per farla lavorare nei campi di qualcuno, fino al suo esaurimento.

Quando qualcuno cade ammalato, immediatamente si sparge la voce che in quartiere c’è qualche stregone, o qualche strega.

E così avvenne nel nostro quartiere di Guidiguis. Dopo la morte del bambino di cui ho riferito prima, e col ripetersi della malattia in un altro bambino del quartiere, un gruppo di uomini formato dal padre del bambino "mangiato", un parente del nuovo ammalato, un vicino, militare in pensione, e un altro vicino, chiesero alla donna sospettata di portare "l’acqua" e al suo rifiuto ordinarono al capo quartiere di allontanarla e presentarono denuncia di stregoneria presso la gendarmeria.

Anche Maria presentò denuncia per diffamazione.

E’ cosa inaudita che una donna o si affrontare un gruppo di uomini; in pratica, si tratta di reagire contro la mentalità di tutta la società tupuri che è ancora tutta compatta a credere nella stregoneria.

Ma Maria si sente sostenuta dai missionari e da qualche cristiano. Ci sono stati altri che hanno avuto il coraggio di difendersi, e la legge non condanna coloro che affermano e dimostrano di non aver fatto niente.

Al contrario condanna coloro che accusano ingiustamente di stregoneria.

A volte si chiede agli accusati di giurare mordendo un termitaio, sicuri che se giurano il falso entro poco tempo morranno.

Nonostante la legge, molti sono in prigione, da anni, per aver accettato di dare da bere "l’acqua" al malato e hanno ammesso di essere nati stregoni o di avere tale potere.

Alcuni per paura e dopo essere stati battuti a sangue più volte, altri perché si credono più importanti degli altri, o perché si sono procurati dei gri-gri (feticci) portatori di morte.

E’ un mondo misterioso quello della magia nera. Le sue maglie attanagliano la maggior parte degli africani. Alla base c’è un terreno di non conoscenza di molti fenomeni naturali, come quelli della malattia e della morte e ci sono concezioni atavìche di magia e di poteri straordinari. Ma oggi i sospetti e le sofferenze sono aumentate per le nuove situazioni economiche e sociali, che creano fratture, tensioni, paura, gelosia e odio all’interno delle famiglie e della società.