PICCOLI GRANDI LIBRI  I TUPURI DEL CAMERUN E DEL CIAD  DIARIO
P. Silvano Zoccarato

PREMESSA

PARTE PRIMA
 VECCHIO E NUOVO

PARTE SECONDA
TUTTO È VISSUTO INSIEME: 
L’UNIVERSO DEI TUPURI

PARTE TERZA
L'UOMO TUPURI

PARTE QUARTA
DAI RACCONTI TUPURI

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PARTE QUARTA
DAI RACCONTI TUPURI

L’africano, come ogni altro popolo di cultura orale ha messo i suoi grandi pensieri all’interno di un involucro di racconti, proverbi, nomi, riti e gesti.

I due racconti che presento, sono lo specchio delle riflessioni che l’antico Tupuri ha fatto sulla vita e sulla morte, sul bene e sui male, su Dio e le conseguenze del male.

Dio si è allontanato

Un tempo Dio viveva con gli uomini e tutti stavano bene e in pace.

La terra produceva molto senza doverla lavorare. Per mangiare bastava racccogliere il miglio e mangiarlo allo stato naturale. Ma un giorno la moglie del capo del clan Muyuri volle battere il miglio nel mortaio e sollevando il bastone colpì Dio che si ritirò lontano dagli uomini.

Gli uomini non vedendo più Dio si domandarono di chi fosse la colpa e scoprirono la donna che aveva colpito Dio.

Subito presero la donna e la uccisero sul mucchio delle immondizie dell’abitazione del capo e poi chiesero all’indovino che cosa dovessero fare per far ritornare Dio. Prima furono inviati quattro uomini, ma quando questi videro Dio pieno di collera, caddero subito morti.

Furono poi inviate quattro donne che furono subito uccise dalla donna di Dio e dai suoi figli, perché era stata una donna a colpire Dio, e la ferita non si era ancora rimarginata.

E così Dio se ne restò lontano.

Ma pur restando lontano, Dio insegnò agli uomini la divinazione, cioè l’arte di trovare i rimedi contro le malattie purificando gli uomini

Nella divinazione l’uomo trova la volontà di Dio.

E’ bello notare in questo racconto che quando Dio si è allontanato definitivamente, ha ritenuto opportuno dare comunque un aiuto all’uomo, e cioè la divinazione perché l’uomo potesse trovare sempre la volontà di Dio e purificarsi.

Questo racconto sentito tra i Tupuri è comune a tanti popoli africani. Anche l’antico Tunuri si e interrogato sull’al di là.
In questo racconto è nascosta la speranza che mai muore di avere una vita che non terminerà mai.

I due messaggeri

All’inizio Dio creò l’uomo e gli disse: ‘Resta con me, perché se ti allontani ti arriverà una disgrazia e morrai".

L’uomo purtroppo non obbedì, un giorno scomparve e si allontanò sulla terra. Allora Dio gli mandò due messaggeri a portargli due parole, il lucertolone e il camaleonte. Definitiva sarebbe stata la parola di chi arrivava per primo.

Al lucertolone Dio diede questo ordine: "Va, cerca l’uomo e portagli questa parola: ormai gli uomini muoiono…e muoiono per sempre". Al camaleonte Dio disse: "Va, cerca l’uomo e digli: ormai gli uomini muoiono e ritornano in vita."

I due messaggeri si misero in strada. Il lucertolone, più scaltro, si avvicina all’altro e gli dice: "Prendi il cammino a sinistra, e io quello a destra. Ascoltami bene. La terra è fragile, se corri, rischi di smuoverla e di cadervi dentro. Va molto adagio!"

Il lucertolone scappò via, incontrò l’uomo per primo e gli disse: "Dio dice che gli uomini ormai muoiono e muoiono per sempre.

Quando il camaleonte arrivò, fu troppo tardi.

Da quel giorno gli uomini muoiono e muoiono per sempre.

Il leone e l’uomo

Un giorno un uomo disperso nella savana si trovò improvvisamente di fronte a un leone e si diede disperatamente alla fuga. Ma il leone lo rincorreva continuamente, si avvicinava a lui e non lo azzannava mai. Dopo un bel po’ l’uomo si accorse che il leone cercava il suo aiuto mostrandogli le sue fauci aperte, come per dirgli di soccorrerlo. Allora l’uomo si fermò per osservarla meglio e si accorse che in gola il leone aveva un osso conficcato da cui non riusciva a liberarsi. L’uomo visto che il leone non gli faceva del male, mise la mano dentro le fauci, liberò il leone e fece cenno di andarsene per cercare ancora il sentiero del ritorno a casa. Ma il leone restò vicino all’uomo e lo condusse sul buon sentiero fino al villaggio e poi ritornò in savana.

Come questo i Tupuri narrano altri racconti che mostrano i buoni rapporti tra l’uomo e gli animali.

La iena ladra e paurosa

Un giorno Puig, la iena, sempre magra e guardinga, vede un gregge di capre e di pecore pascolare poco lontano dal suo campo. Ingorda com’è, e sempre desiderosa di mangiare quella buona carne, si avvicina con un grande sacco, si mette a tagliare l’erba, l’ammucchia ben bene poi, con un salto fulmineo, si avventa contro una capra, la sgozza e la nasconde nell’erba. Poi continua a tagliare, fino a riempire il grande sacco e tutta ansimante per il peso, se ne ritorna a casa.

Il giorno dopo, ripete la stessa cosa e così per alcuni giorni. Dan, lo scoiattolo sempre saltellante e vispo, non tarda ad accorgersi che il suo gregge si assottiglia sempre di più. Perciò si nasconde dietro il ramo di un albero a sorvegliare i] suo gregge. Ad un certo momento vede arrivare la iena con il suo lungo sacco. La osserva tagliare l’erba sempre più vicina al suo gregge e poi la vede spiccare un salto.

- Povera la mia Sam! - dice tra sé lo scoiattolo -. La pecora più bella dei mio gregge finita prima sgozzata e poi nascosta nell’erba, e finisce nel sacco della iena. Adesso ho visto –, ma non potendo assalire la iena troppo forte, Dan si mette a pensare come spuntarla sul nemico.

Le idee non mancano allo scaltro scoiattolo. Eccolo presto in cammino verso il suo compare Mene, l’antilope-cavallo dalle lunghe corna.

- Ciao, Dan! - lo saluta Mene, appena arriva al suo sarè. - Come mai da queste parti?

- Sapessi ! - risponde Dan - Sapessi che cosa mi sta succedendo! Puig, la iena che abita in fondo al villaggio, quella vecchia ladra sempre affamata, mi sta mangiando tutto il gregge.

L’ ho vista proprio io con i miei occhi! Caro compare Mene, ho proprio bisogno di te. Fammi un favore. Prestami le tue corna te le riporterò al più presto e ti ricompenserò per bene.

Mene ha sempre avuto un cuore d’oro, non c’è mai bisogno di chiedergli una cosa due volte e se può ti dà di più di quello che gli chiedi. E così Dan parte con le corna di Mene.

Il giorno dopo, lo scoiattolo si attacca ben fisse le corna di Mene e si mette vicino alla strada, nascosto nell’erba. Arriva la iena e vede le corna muoversi tra l’erba. Incuriosita si avvicina e chiede: - Dove sei, Mene?

- Sono qui, Puig!

- Ma come sei ridotto male, grande e grosso com’eri! - esclama la iena. - Eh sì! - riprende il falso Mene, respirando come un ammalato.

- E’ stato Dan a ridurmi così. Gli avevo rubato delle capre e lui è andato a procurarsi un potente feticcio che mi ha ormai ridotto in fin di vita.

- Davvero? - chiede la iena, un po’ intimorita. - Lasciami vedere. Si avvicina e vede un povero corpo tutto rimpicciolito sotto il peso delle corna enormi.

- E’ proprio vero! - esclama allora, mentre la paura incomincia a farsi strada sempre più prepotente. - Sei proprio ridotto male!

Quella sera, Puig non riesce a dormire. Pensa al povero corpo di Mene ridotto in quella maniera e già comincia a sentire la stessa cosa nel suo corpo. Ormai si vede ridotta come Mene. Più ci pensa e più forte è il suo tremito, la sua paura e il dolore in tutte le ossa.

Il mattino dopo, appena il primo gallo lancia il suo "Sveglia, al lavoro!", Puig è già in piedi e sulla strada che conduce al sarè di Dan, trascinandosi dietro tre pecore. Dan ha appena mandato il suo gregge al pascolo e si gusta qualche resto della cena della sera. I suoi occhi, vedendo la iena, tradiscono la sua gioia e la sua furbizia.

- Ciao, Dan - dice frettolosa la iena con fare dolorante e triste. - Ciao, Puig! Come mai qui così presto? Che hai, stai male?

- Oh, Dan! Il tuo feticcio comincia ad uccidermi! Sento i suoi effetti in tutto il corpo.

Ti prego, Dan, ti restituisco subito tutte le capre che ti ho rubato, ma liberami dalla malattia!

- E’ facile - risponde il furbo scoiattolo. - Basta che tu mi restituisca tutto quello che mi hai rubato...

- Sì, Dan, domani verrò con il resto! Ma tu comincia a togliermi la malattia!

- No, no. Quella si toglie in una volta sola, quando tutto sarà riparato.

Il giorno dopo, ancor prima del mattino, la iena è già nel sarè di Dan con altre dieci capre. Fa pietà, poveretta! Cammina tutta curva e tremante.

- E’ tutto? - chiede Dan.

- Sì, è tutto risponde Puig. - Ora liberami, gettami addosso l’acqua che toglie la malattia!

- Sì, te la getto. Ma fa attenzione, perché se non hai portato proprio tutto, quest’acqua ti può uccidere.

La iena si impaurisce ancora di più e pensa. - E se mi fossi sbagliata? - Allora aggiunge.

- No, no, aspetta, te ne porterò un’altra ancora!

E corre a casa a prendere il suo montone più grasso e lo trascina fino al saré di Dan.

- Eccoti pagato! Ora sono proprio sicura di averti dato tutto. Aspergimi, ti prego! Dan, che ha ricevuto più di quello che aveva perduto, asperge Puig, che se ne va ormai ben dritta ma affaticata.

- Che stupida sono - pensa intanto fra sè -, non devo prendere le cose degli altri!

I Tupuri raccontano tante favole sulla iena per dire che una persona onesta non vive nella paura.

La iena ingorda

Una donna si trovò improvvisamente vedova e con nove figli tutti ammalati. Andò dall’indovina, la formica con un occhio solo, e le chiese che cosa dovesse fare.

La formica andò a prendere le paglie per la divinazione, le stese a terra, vi cammino sopra lentamente e poi pronunciò l’oracolo.

- Devi preparare da mangiare ai tuoi figli il fegato della iena.

- Il fegato della iena? Come faccio a prenderlo? La iena ha troppa paura e non si lascia neppure avvicinare! - rispose la donna.

- Senti, - suggerì la formica da un unico occhio, che su queste cose la sapeva lunga - tu prendi una capra e un lungo sacco e vai a metterti sulla strada dove passerà la iena. Fai finta di uccidere una capra: la iena, quando vedrà il sangue, si fermerà ad aiutarti per avere un po’ di carne. Allora tu le chiederai di prendere il fegato e di metterlo in fondo al sacco.

Quando la iena sarà in fondo, legherai il sacco e potrai fare ciò che vuoi

L’indomani la donna era già sulla strada e vedendo arrivare la iena incominciò ad uccidere la capra.

- Che cosa fai? - le chiese la iena, curiosa. Devo uccidere la capra per estrarne il fegato.

Così mi ha chiesto la formica - indovino. Ma non ci riesco.

- Vuoi che ti aiuti? - le dice la iena. - Però tu devi darmi qualcosa.

- Puoi tenerti tutta la carne - ribatté la donna – a me serve solo il fegato. Basta che tu me lo metta in fondo al sacco. La iena lavorò tutta contenta, pregustando già la carne della capra. Prese il fegato ed entrò nel sacco; giunta a metà, si girò indietro e guardò la donna, per vedere se per caso voleva chiuderla dentro.

- Sta’ tranquilla - rispose la donna - e fa’ presto!

La iena entrò fino in fondo e la donna, svelta, chiuse il sacco e se lo portò a casa.

Lo mise sopra una tettoia, insieme ad altri sacchi. Poi partì alla ricerca di legna per preparare da mangiare. Ma mentre la donna era lontana, i figli incuriositi vollero vedere che cosa ci fosse dentro al sacco: lo aprirono e lasciarono scappare la iena. Allora la donna si presentò ancora dalla formica con un solo occhio a raccontare che cosa le era accaduto.

- Non importa - rispose la formica -, ora fa’ così. Ti copri di cenere per sembrare più vecchia, tieni chiuso un occhio e vai a metterti al solito posto, come ieri, con la capra e il sacco.

La donna fece come le era stato consigliato. Dopo un po’ arrivò la iena, che guardò incuriosita e disse. - Ma tu non sei la donna di ieri?

- La donna di ieri? Che donna?

- Si, quella che voleva prendere il fegato della capra e metterlo nel sacco...Io l’ ho aiutata e lei mi ha chiuso dentro. Per fortuna che i suoi figli mi hanno liberato! Quando ci penso, mi vengono ancora i brividi... l’ ho scampata bella!

- Se mi aiuti, ti do la carne della capra.

- No, no, non mi fìdo. Ciao!

Ma, andata un po’ avanti, la iena non resistette al pensiero di avere la carne della capra e tornò indietro ad aiutare la donna, nonostante la paura.

Prima di mettere il fegato nel sacco, guardò la donna stanca e quasi senza fiato: - Oh, no! Non è quella di ieri - pensò tra sè. E entrò nel sacco per mettervi il fegato.

La donna, invece, era proprio quella del giorno prima e svelta come una ragazza chiuse il sacco e lo trascinò fino a casa. Questa volta lo mise nella sua capanna, sopra il suo letto e se ne andò a cercare la legna.

I suoi figli, tornati a casa, sentirono del rumore nella capanna della madre: entrarono, guardarono dentro al sacco e lasciarono così scappare la iena.

Tornata a casa, la donna trovò il sacco vuoto. Si presentò allora per la terza volta dalla formica-indovino.

- Ti è scappata anche questa volta! -, disse la formica dall’unico occhio, che aveva già capito tutto.

- Sì, - disse tristemente la donna.

- Senti, ora fa’ così. Ti metti questa pelle davanti alla pancia, ti fai credere incinta e vedrai che la iena avrà pietà di te e ti aiuterà ad uccidere la capra.

La donna ubbidì e il giorno dopo andò a mettersi al solito posto con capra e sacco.

La iena passò, osservò la donna che cercava di uccidere la capra, vide i suoi sforzi, vide la sua pancia, senti compassione per lei e avrebbe voluto aiutarla.

Ma le venne in mente che l’aveva già scampata bella due volte.

- Ma, dì un po’ - disse fra la curiosità e la compassione -, tu sei quella di ieri?

- Quella di ieri? Quale? Non capisco quello che dici...

- No no, tu sei proprio quella di ieri. Questa volta non me la fai!

La iena se ne andò più decisa del giorno precedente. Ma la carne, ancora una volta le faceva gola. Si voltò indietro e guardò di nuovo la donna: - Ma no. forse non è quella di ieri!

E ritornò sui suoi passi.

- Ma dimmi, sei tu quella di ieri -, domandò ancora la iena alla donna.

La donna fece finta di svenire e la iena accorse, sgozzò la capra e mise il fegato nel sacco. Prima però, volle accertarsi che la donna fosse davvero svenuta: sì, sembrava proprio più morta che viva. Allora la iena, preso coraggio, spiccò un salto dentro al sacco... E la donna, più svelta di lei, saltò sul sacco, lo chiuse per bene e se ne andò a casa sua.

Questa volta, però, non andò a cercare la legna, ma restò a casa ad aspettare i suoi figli più grandi, che uccisero la iena e la loro madre poté finalmente preparare il fegato per la loro guarigione.

Gli africani conoscono tante favole così e passano delle belle serate a raccontarsi cose vissute nel mondo della fantasia e dei sogni. Il bello è che ci credono veramente, e fanno bene, perché queste leggende contengono sempre delle verità importanti. Quanta gente si comporta come la stupida iena e non riesce a vincere la propria ingordigia. Chi si comporta così è senza cervello.

I NOMI:
UNA MINIERA D’INFORMAZIONI E DI MESSAGGI

Un popolo di cultura orale che non conosce ancora la scrittura affida tutta la sua conoscenza, la sua esperienza e la sua storia alla memoria e alla parola.

Ancor oggi in Africa un anziano è una biblioteca.

Ma il sapere non è solo dell’anziano, è di dominio pubblico, solo che non tutti sanno scoprirlo e leggerlo.

I Tupuri non dispongono solo di racconti per conservare la loro cultura e la loro saggezza ma anche di canti, proverbi, nomi delle persone, riti delle feste e dei momenti più importanti della vita come nascita, iniziazione, matrimonio, morte.

Questi sono i libri più importanti, ma in realtà ci sono tanti altri gesti e parole che sono talmente fedeli alla loro tradizione, che sono espressivi di una mentalità e contengono una concezione precisa e organica di tanti aspetti della vita dell’uomo: il saluto il modo di mangiare, di lavorare, di costruire la casa, di accogliere e di curare i malati, ecc.

Tutto ciò rivela una identità precisa e inconfondibile.

Noi missionari cerchiamo di raccogliere tutte queste espressioni e tutti questi messaggi culturali. Non passa giorno che non si sia colpiti da qualcosa di insolito: parola, segno, gesto.

E ogni novità è un tassello di quel quadro immenso che da anni cerchiamo di capire perché siamo convinti che su quel terreno culturale si svilupperà un volto e un’anima nuovi del Tupuri nell’incontro con il Vangelo.

Ogni persona porta un nome che è un messaggio e che può far capire in quale circostanza è nata. Ci sarà una "figlia-cinema" se in quei giorni é passato un bianco a fare il cinema nei villaggi; un "figlio-morte" se è nato dopo il decesso di un fratello, "chiedilo a Dio" se dopo i] primo figlio non ne venivano altri, e così via.

La siccità, le inondazioni, le guerre, un anno di abbondanza, ecc...permettono di fissare con più esattezza i vari periodi della loro vita. Ma ciò che è ancora più straordinario è che non solo sanno dirti, alla loro maniera, i particolari del loro passato, ma anche il passato dei loro antenati e durante le veglie si raccontano e si tramandano tutta la loro storia. Con questi elementi, quando i Tupuri si incontrano e si salutano, scattano in loro meccanismi profondi che permettono loro di individuarsi nel tempo e nello spazio in modo preciso e inequivocabile, non solo in rapporto al mondo visibile, ma anche al mondo invisibile.

I Tupuri si portano sempre dietro la loro storia, il calendario, l’orario, la loro carta d’identità: sono scritti sulla loro pelle, li leggono nella natura e negli uomini che incontrano. Ciò che conta è la vita e la storia è vita!

E come faranno quando dovranno andare a prendere il treno o a ritirare la pensione? Quando ci sarà la pensione saranno ormai diffuse le carte d’identità, e per il treno... ora è lui che aspetta! Domani, quando saranno abituati al ritmo dell’orologio, speriamo che conservino ancora la capacità di leggere il calendario umano e cosmico e di incontrare, riconoscere ed accogliere l’altro.

In questo contesto è interessante anche esaminare i nomi che i Tupuri danno ai loro cani.

Ciò farà subito ridere, eppure anche attraverso il nome dei cani i Tupuri rivelano il loro stato d’animo e il loro pensiero. Tutti possono avere il loro cane: l’ uomo, capo di famiglia o no, il giovane, il ragazzo, la donna di qualsiasi stato.

Come per il nome dato al momento della nascita di un bambino, che è un messaggio, così quando uno si prende un cane gli dà un nome che esprime un messaggio, cioè quanto gli sta più a cuore o quanto sta vivendo.

A differenza dei nomi dei figli, il contenuto dei nomi dei cani ha un carattere più sociale.

Il Tupuri approffitta di far sapere ai vicini e ai familiari, al capo villaggio, soprattutto alla sua o alle sue mogli, quello che spesso è un insulto o un invito a una presa di posizione o a migliorare i rapporti.

Ecco alcuni esempi di nomi di cani: "Ti prenderò con le pinze’, "Ti voglio provare", "Vieni guardingo".

Alcuni nomi di cani sono un messaggio per il capo villaggio:
per es. "Me ne infischio del capo" o "Non si adora il capo". Addirittura una specie di dialogo tra vicini avviene attraverso il nome dei loro cani. " L’odio ti prenda", "Parlino pure su di me", "A fare il buono si diventa matto", "Ora hai capito", "Pazienta", "Non impicciarti degli altri", "Non posarlo nel ventre (se hai qualcosa da dire, dillo)", "Cosa credete di farmi".