PICCOLI GRANDI LIBRI   Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

PREMESSA

Come mi capita spesso, dopo una giornata piena di impegni e di incontri, anche quel giorno, a notte fonda, mi sedetti al computer a leggere la mia posta elettronica.
Tra le tante e-mail una attirò subito la mia attenzione: "Urgente dal Bangladesh", firmato Franco.
Incuriosita l'aprii all'istante: era di p. Franco Cagnasso, che mi chiedeva se ero disponibile ad andare in Bangladesh per un mese, a visitare le missioni del Pime. Presto sarebbe stato il 150° anniversario di presenza di questo Istituto nel "Paese dell'acqua" e io ero invitata a scrivere "un qualcosa" per l'occasione.
Idea stuzzicante e allettante. Dopo dubbi e perplessità - non potevo però dire di no a questo Istituto di cui una parte di me è "figlia spirituale" - fissai il biglietto aereo per il novembre 2004 e, giunto il momento, partii. O meglio, ritornai in Bangladesh.
Questo libro è frutto di quel viaggio.
Con la cartina alla mano, forse vi stupirete dell'itinerario che si percorrerà in queste pagine.
Nel descrivere le diverse modalità di servizio missionario - tra passato e presente - con la penna ho compiuto più un percorso storico che geografico, come invece, ovviamente, è realmente avvenuto.
Ho sottaciuto, inoltre, tanti luoghi e tante persone, non ho parlato di chi ha organizzato l'itinerario e di chi, di volta in volta, mi ha accompagnato in questo viaggio, rendendo possibile questo scritto anche grazie a tante riflessioni, osservazioni, stimoli e preziose testimonianze. Ripenso a p. Dotti, p. Rapacioli, p. Meli, p. Martinelli, fr. Cattaneo...
Tralasciando mie considerazioni personali, ho voluto lasciar emergere i personaggi a mio parere più emblematici, ma dietro le quinte ci sono tutti. Sì, proprio tutti. Sia i quaranta missionari del Pime ora presenti in Bangladesh, sia la lunga schiera di quelli che li hanno preceduti. Ed è a tutti loro che va la nostra ammirazione e gratitudine.

MARIAGRAZIA ZAMBON

INTRODUZIONE

Ha ancora senso all'inizio del terzo millennio dell' era cristiana parlare di "missione"? Che cosa ci richiama questa parola? Perché continuare a usare un termine che rimanda a una realtà qualche volta scomoda e quasi sempre controversa? Queste e altre domande affollano le menti e i cuori di tanti cristiani e di non pochi missionari che hanno scelto di spendere la propria vita a contatto con popoli che appartengono a universi culturali lontani e professano fedi diverse.
A me pare che a partire dall' evoluzione interna ed esterna alla Chiesa, il cristiano si pone in modo nuovo e originale domande che appartengono all' essenza della sua identità e responsabilità di credente.
La nostra è un' epoca caratterizzata dal "tempo reale" e dai viaggi interplanetari. Questo ha trasformato, come conseguenza, il nostro modo di concepire le coordinate nelle quali ci ritroviamo a vivere: il tempo e lo spazio appunto. I mezzi di comunicazione e quelli di trasporto, oltre che il bisogno o l'interesse dei popoli, hanno rivoluzionato di fatto la realtà nella quale ci troviamo a vivere. Conviviamo sempre di più con persone con le quali culturalmente, religiosamente e socialmente siamo simultaneamente distanti e vicini.
Il pluralismo etnico, culturale e religioso interessa e interroga un po' tutti. E porta con sé due opposte tentazioni: il relativismo e la chiusura. Espressioni come "le religioni sono tutte uguali" sono ingiuste nei confronti prima di tutto delle religioni stesse e della loro originalità. Di fatto non c'è una religione uguale all'altra e il missionario è chiamato a conoscerne con pazienza la complessità e le differenze.. Anche l'universo culturale di una persona è tutt'altro che semplice da decifrare e questa complessità risulta decisiva per ogni discorso rilevante sulla povertà e sullo sviluppo. . .
A questa complessità nella quale SI trova ad operare, SI aggiunge poi l'evoluzione della propria coscienza di credente. Certamente il missionario del secolo scorso affrontava, in linea di massima, molti più disagi e privazioni di quanto non ne affronti il missionario di oggi. Questi però aveva un chiaro mandato: doveva annunciare il Vangelo, battezzare e fondare la Chiesa. Oggi il compito del missionario appare più complesso.
L'ultimo Concilio ecumenico costituisce una tappa fondamentale in questa maturazione della coscienza missionaria della Chiesa. Come qualcuno ha giustamente fatto notare, tutti i documenti prodotti dal Concilio possono essere interpretati in termini di missione ed evangelizzazione. In particolare il rapporto tra la chiesa e il mondo viene affrontato con uno sguardo e in una prospettiva nuovi. A un atteggiamento pessimista nei confronti dell'uomo, si è sostituito un atteggiamento che, senza ingenuità o forzature, cerca di cogliere l'azione dello Spirito che "soffia dove vuole", anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Il risultato è riuscire a guardare in termini positivi, critici ma sereni, la persona umana e ciò che le appartiene più intimamente: la sua cultura e la sua fede...
L'evoluzione della realtà insieme alla maturazione avvenuta nella sua coscienza qualificano la missione della Chiesa. La missione continua, il mandato di Gesù ai suoi non è venuto meno, ma la Chiesa è chiamata a svolgere tale compito in un atteggiamento dialogico con gli uomini e le donne a cui vuole comunicare il proprio messaggio di salvezza. E per fare ciò essa è chiamata in primo luogo a convertire se stessa. Questa è la condizione per divenire sempre più evangelizzante. Di fronte poi alla sua testimonianza, l'interlocutore potrà accogliere o rifiutare tale annuncio, o ancora, nel caso viva già radicalmente la propria fede, entrare in un dialogo di salvezza attraverso una reciproca edificazione, purificazione e testimonianza.
Questo cammino estremamente stimolante, anche se non privo di tensioni, emerge dal libro scritto da Mariagrazia Zambon. Quest'anno la comunità del Pime in Bangladesh compie 150 anni, e in questa occasione abbiamo voluto ricordare un'avventura che continua ad interpellarci. Mariagrazia, a sua volta missionaria in Turchia, ha viaggiato e incontrato tutti i missionari che attualmente lavorano in questo paese, raccontando il suo viaggio e !'impegno di questa comunità a servizio della missione della Chiesa. Una missione diversa dal passato, ma non meno rilevante o urgente.

P. FRANCESCO RAPACIOLI
Superiore Regionale del Pime
in Bangladesh

 

1. VITA DA PIONIERI

La giornata volge al termine e il sole al tramonto indora con la sua luce i prati e le palme della missione. Sotto la veranda, seduto su una poltrona di vimini, riposa p. Luigi Scuccato. Lunga barba bianca fluente, come si addice agli anziani missionari, segno distintivo dei lunghi anni trascorsi in questa terra lontana.
E lui di anni ne ha 85, di cui quasi sessanta trascorsi in Bangladesh.
Un patriarca d'altri tempi, esile, lucido e pronto alla risposta. E pensare che quando giunse nel lontano 1948, alla vista dei suoi confratelli pallidi ed emaciati, della loro impressionante magrezza e del loro continuare a grattarsi, "poveri noi - pensò, - fra qualche anno saremo così anche noi", e ai piedi delle tombe di alcuni di loro morti molto giovani giurò a se stesso: "Devo fare tutto il bene che posso il più presto possibile".
Così lavorava con lena, convinto che sarebbe morto giovane.
Non aveva tutti i torti: era risaputo che il Bengala veniva ritenuto la "tomba dei bianchi".
Anche p. Luigi, ancora vigoroso, giovane ed energico, ha sfidato tribolazioni e problemi di tutti i tipi, eppure non si è lasciato scoraggiare dalle miserie materiali e spirituali, mantenendo il cuore giovane e vitale.
Ha tante cose da raccontare, ma a parlare sono i suoi piedi. Grossi, deformati, ben piantati nei sandali di cuoio, ne hanno percorsa di "strada". Se di strade si poteva parlare a quei tempi: sentieri tra risaie e foreste, infangati o impolverati a seconda della stagione.
Evangelizzare, allora, era così. Attraverso il cosiddetto mofosil, la visita lunga e lenta ai villaggi, che riempiva tutta la stagione secca.
«Si andava con zelo a cercare i pagani -, ricorda p. Luigi - e a leggere ora i resoconti dei viaggi dei primi pionieri alla ricerca di tribù nuove da evangelizzare e di cristiani dispersi da confortare, si rimane stupiti per la resistenza che avevano, per lo spirito di sacrificio e la fede incrollabile.
Facevano viaggi di mesi, rimanendo assenti da casa senza alcun conforto, in un clima micidiale, spostandosi a piedi o su un carro a buoi, dormendo in capanne di fango col tetto in paglia, fra gente con cui spesso non si riusciva a comunicare».
Dal tavolino davanti a noi, p. Scuccato tra una pila di vecchie riviste, italiane e bengalesi, estrae un prezioso numero di «Mondo e Missione», che riporta una lunga intervista a p. Sozzi, giunto in Bangladesh nel 1929.
Mi prega di leggerlo, mentre chiamato da un giovane dell'ostello della parrocchia deve andare a risolvere una delle numerose, innocue, baruffe tra ragazzi.
È padre Ferdinando Sozzi a raccontare:
«Le notti e i giorni che ho passato su quel carro senza molle!
Una volta non c'erano né moto né auto; qualche bicicletta, ma se si doveva stare in giro mesi e portarsi tutto l'occorrente per le funzioni sacre, i registri, le medicine, il catechista accompagnatore, bisognava andare con il carro a buoi: non su strade lastricate come ci sono adesso, ma per sentieri polverosi e fangosi, lungo le risaie o nell'interno della giungla: e dove il carro non passava, si proseguiva a piedi o in bicicletta (sempre pronta sul carro).
Si andava adagio, naturalmente, al massimo trenta chilometri al giorno, non di più, e spesso anche di meno.
Quando era il tempo delle piene dei fiumi, con la pianura tutta allagata, non si sapeva più nemmeno dove era il fiume e dove il sentiero: si rimaneva anche un giorno o due fermi, a lasciar passare l'acqua, rifugiati su qualche promontorio. E poi i ponti, che nella maggioranza dei casi erano bambù infilzati nel fango, sui quali si doveva camminare con la bicicletta in spalla e il catechista dietro col pacco dei paramenti sacri: a volte le corde marce si rompevano e si finiva a bagno, nel fango o nell'acqua, bisognava raggiungere a nuoto la riva e mettere al sole tutte le nostre cose ad asciugare.
Una volta sono caduto nell'acqua e non avendo più niente di asciutto eccetto il camice della Messa, mi sono messo quello e sono entrato così nel villaggio. Sotto ero nudo. Un'altra volta l'acqua aveva coperto una grande buca e ci sono cascato dentro in pieno che a momenti affogo.
Non so come ho fatto a resistere: il Signore mi ha aiutato in modo straordinario. Tutti gli anni, nei mesi di giugno-luglio, in sei o sette missionari eravamo costretti ad andare in ospedale con la malaria addosso o qualche altro male, ci rimettevano a posto e ritornavamo in foresta; all'ospedale ci consolavamo a vicenda, le cure erano poche perché mancavano i medicinali, ma almeno c'era una casa in mattoni, un po' di asciutto e di fresco, mentre nei villaggi si moriva di caldo umido, soffocante.
Di fronte a queste febbri si sarebbe dovuto mangiare bene per tirarsi su, per avere energie sufficienti: invece la gente comune non aveva la possibilità di avere cibo nutriente e noi stessi non andavamo al di là di riso, verdure, pesce di fiume e qualche pollo. Non c'era possibilità di avere altro cibo, io per lunghissimi anni non ho saputo che gusto avessero il formaggio, i salumi, il burro, la carne di manzo, l'olio d'oliva e qualsiasi altra cosa che non crescesse sul posto. Oggi invece si trova tutto, basta avere un po' di soldi e al mercato trovi qualunque cosa.
Noi continuiamo a mangiare male, così per abitudine, per trascuratezza, ma ogni tanto, almeno quando facciamo festa, ci concediamo una bistecca, un gelato, un caffé autentico; a Natale ci arriva anche il panettone dall'Italia, magari un po' rancido perché non imballato bene (con quel caldo!), ma arriva.
Ma le difficoltà maggiori non erano quelle materiali. Quando sei giovane e sano non ci pensi nemmeno.
Quel che invece ti faceva veramente soffrire era !'isolamento, che adesso è quasi del tutto scomparso; il vivere tra popoli primitivi che non ti capivano, con i quali ti intendevi pressappoco e potevi solo parlare di mangiare e di cose materiali. Così ti sentivi isolato, sprecato: tornavi a casa dopo uno o due mesi di vitaccia e non trovavi nemmeno un cane a cui raccontare le tue storie.
Se ci incontravamo ogni tanto tra confratelli erano feste che non finivano più, si stava alzati tutta la notte a chiacchierare. Anche se c'era solo acqua di pozzo da bere, bastava parlare con qualcuno che ti capisse.
Se ho avuto delle crisi? Certo che ne ho avute. Due volte sono stato lì lì per tornarmene a casa, in Italia; ero proprio scoraggiato. Due volte mi sono detto: adesso parto, non dico niente a nessuno e fra un mese sono in Italia, a casa mia. Volevo proprio scappare senza lasciare traccia.
Ero solo con decine di villaggi da visitare, con quella gente che chiedeva questo e quello, chiedevano cibo, chiedevano medicinali, chiedevano soldi, chiedevano un lavoro, e io non avevo nulla da dare. Ad un certo punto vai giù di morale davvero... 
Ma perché non sono scappato?
Beh, perché un po' di fede ce l'avevo e perché il buon Dio mi ha preso per il collo e mi ha trattenuto al tempo giusto».
«Sai, - mi interrompe p. Luigi, tornato con una bella tazza fumante di thè, - dopo così tanti anni, continuo ad avere nel cuore lo stesso desiderio che da giovane mi portò fin qua: far amare Dio. Ma nessuno può amare Dio senza conoscerlo e quindi bisogna parlare di Dio, con l'annuncio e con la vita. Ecco cosa spingeva a camminare, camminare, camminare senza sosta.
lo ho fatto le mie prime esperienze nella missione di Danjuri, dove ho avuto un'ottima guida in un maestro catechista santal, Peter Mardi, che mi ha fatto evitare tanti errori. Un uomo di fede. Giravamo insieme nei villaggi e lui, come un menestrello, intonava i canti composti per spiegare i misteri della fede. Una vera e propria catechesi cantata».
Stile di missione sperimentato fin dagli inizi deIl'evangelizzazione tra i tribali.
Mi fa cenno di seguirlo fino alla chiesa, appena di fianco alla casa parrocchiale, attraverso il praticello ben curato.
Facciata scrostata - "colpa della forte umidità", sembra subito scusarsi il padre - di una chiesa che ricorda tanto una parrocchietta in Brianza.
Costruita ancora nel 1925, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, è qui che riposano le spoglie di p. Francesco Rocca, morto in questo villaggio nel 1929, a 60 anni, dopo 37 anni di missione.
È con orgoglio che mi mostra la lapide, posta con discrezione e modestia sul lato destro della navata interna.
Nulla di speciale, nulla di appariscente, verrebbe da dire, ma chi è qui sa che questo padre del Pime è il primo pioniere e apostolo dei Santal in tutto il Bengala, giunto a Beneedwar nel 1902, con un carro indiano dopo mille peripezie, ed è qui che gettò il primo seme del cristianesimo, amministrando il battesimo a cinque bambini.
Ma andiamo con ordine.
Giunto nell'allora Bengala Centrale nel 1892, questo giovane sacerdote di Valmadrera, in provincia di Lecco, dopo solo qualche mese di apprendimento della lingua locale fu mandato a Pakuria, a sud del Gange, e da lì cominciò a visitare tutti i villaggi pagani del distretto, sostando in ciascuno anche più di una settimana sotto la tenda. Egli scriveva al superiore di Milano: "Mi fermo dagli otto ai quindici giorni per paese... in generale ascoltano volentieri per la prima volta. In alcuni la Parola di Dio fa decisamente buona impressione e li fa riflettere seriamente. lo continuerò a girare in tenda da villaggio a villaggio per predicare. Presto sarà pronto un libretto di semplice e chiara esposizione della nostra religione" (fu stampato, molto letto e apprezzato fino agli anni della seconda guerra mondiale).
P. Rocca a Pakuria faceva la vita del "fachiro" o "santone indiano" adattandosi a tutti gli usi e modi del paese pur di fare breccia nell' animo dei bengalesi.
Soleva dire: "la mia casa è la strada" perché era sempre in movimento da un posto all'altro.
Spesso piantava la tenda vicino ai bazar e passava lì lunghe settimane per dare agio a tutti di parlare della sua religione.
Usava la lanterna magica, faceva uso di menestrelli bengalesi per cantare la vita di Gesù e così far sentire la Buona Novella.
Alcuni erano seriamente interessati e in essi la Parola di Dio rimaneva scolpita, ma la breccia non si aprì. Un po' quello che era successo a san Paolo: "Parli bene, ma ti ascolteremo un'altra volta" (At 17,32).
Poi mons. Pozzi, vescovo di Krishnagar, gli diede l'incarico di visitare Saidpur, dove si trovava la comunità cristiana degli europei, degli euroasiatici e di qualche bengalese, quasi tutti impiegati ferroviari. Era una bella missione, pulita, con comode casette, con il giardino davanti; una vera oasi in mezzo alla giungla. Nel 1893 il governo vi fabbricò una chiesetta per gli impiegati cattolici e da quel l'anno in poi p. Rocca ogni mese da Pakuria visitava quei cristiani. Finché nel 1906 andò ad abitare in maniera stabile nel Bengala Orientale, al di là del Gange.
Ma conversioni zero.
È nel gennaio del 1902 che si apre la seconda fase dell'evangelizzazione. Al lavoro tra gli indù e i musulmani succede quello tra le tribù aborigene.
All'inizio dell'anno, per ordine di mons. Pozzi, capitò a p. Rocca di visitare il villaggio di Begunbari (a cinque chilometri da Beneedwar) dove un cristiano, Gabriele Topno da Ranchi, era andato a tentare la fortuna dall'India Centrale.
Gabriel Topno era emigrato in quel posto qualche anno prima dal suo villaggio nella regione indiana di Chota Nagpur. Era un tribale munda, cattolico ed anche lebbroso. Forte credente, non aveva mai nascosto la sua fede: era addirittura riuscito a convertire alcuni seguaci (che prima di incontrarlo avevano fatto parte per qualche tempo della Chiesa Battista). Cosa torturava la mente di Gabriele non era tuttavia la lebbra, ma il fatto di non aver alcun sacerdote vicino. Egli aveva paura di non poter continuare così ed iniziò a scrivere lettere a destra e a sinistra pregando qualche prete di venire a confessarlo e a battezzare i suoi bambini. Dal Chota Nagpur gli arrivò la risposta che abbastanza vicino, a Purnea, ma anche nel Bihar vi era una missione e lo pregarono di rivolgersi ad esse. E così Gabriel ed alcuni dei suoi seguaci intrapresero il viaggio sulla lunga e polverosa strada per Purnea, dove il gesuita L. Knockeart, dopo averli ascoltati, rispose che purtroppo il loro villaggio era troppo lontano ma promise di interessare qualcuno. E così una sua lettera arrivò a Krishnagar (il centro della missione del Pime in Bengala), da lì fu trasmessa a p. Rocca e finalmente Gabriel ebbe la visita di un sacerdote. Padre Francesco restò qualche giorno con Gabriel, lo confessò, battezzò i suoi cinque bambini e... si guardò intorno.
Così il villaggio di Begunbari, due miglia a sud della attuale parrocchia di Beneedwar, divenne il primo centro pastorale per la popolazione dei nativi del Nord Bengala.
Questa prima visita a Begunbari fu, infatti, solo l'inizio.
Dal 1902 al 1910 Padre Rocca fu l'unico missionario presente nell'intera area che corrisponde più o meno alle attuali diocesi di Dinajpur e Rajshahi.
Sino al 1907, date le difficoltà del viaggio, il villaggio fu visitato solo una volta all'anno e il lavoro di p. Rocca si limitava esclusivamente ai Munda.
Ma Begunbari era come un faro di luce e nei dintorni si sparse la Buona Notizia. Nel 1908 aprì la prima scuola santal a Chokjodu e nel 1909 la comunità cristiana contava 98 anime a Begunbari e Chokjodu.
Finalmente, nel 1910 arrivò l'aiuto di due nuovi sacerdoti, S. Monfrini ed E. Ferrario, entrambi del Pime, e dei Fratelli Francescani, una congregazione religiosa tedesca. Il loro zelo era straordinario e la loro attività di catechesi era essenzialmente destinata ai villaggi.
P. Rocca morì improvvisamente il 10 dicembre del 1929 e nel 1933 arrivava un altro padre dal grande cuore: p. Giuseppe Cavagna.
Si fermò a Beneedwar 35 anni. E un suo scritto è diventato manifesto di vita: "Allora, all'inizio del mio apostolato, non vedevo i problemi, vedevo le anime; non parlava la lingua, parlava il cuore; non avevo autorità, avevo molta disponibilità; non sapevo le usanze, le assorbivo a poco a poco. Ero buono a nulla, ma in chiesa, al confessionale, all'altare ero al mio posto.
Ero giudicato troppo semplice, vedevo però tutto in Dio. Ero timido, però sempre rispettoso e sottomesso anche se dovevo pagare di persona.
Ero povero e sempre col denaro contato, ma ero felice nelle mani di Dio.
Mi si rovinavano gli occhi e leggevo con fatica, ma avevo fede contro ogni speranza. Amavo il mio posto e la gente affidatami e ciò è stata la mia perseveranza...
Ho avuto tante prove, il fuoco della tribolazione non mi è mancato, la sofferenza qualche volta è stata così violenta da non poter nascondere l'angoscia, ma in tutto questo il Signore mi è sempre stato vicino e spero che me lo sarà sempre.
Il mio tormento più grande da sempre è quando vengono i poveri a dirmi che non mangiano da giorni e sai che è vero; dicono che hanno bambini a casa digiuni da tempo e sai che è vero. Il problema è drammatico quando anche le missioni sono senza aiuti, senza soldi, senza riso. E allora cosa posso dare? Devo dare a questa gente ogni momento della mia vita".
E sì, i vecchi missionari di cibo e di denaro ne avevano ben poco da dare, ma davano tutto se stessi, perdonavano tutto.
Beneedwar ha avuto per il suo gregge sempre missionari "speciali" e oltre ai padri Rocca, Monfrini e Cavagna dobbiamo ricordare i padri Margutti, Belgieri, Grossi, Bianchi, Dal Corno, Giulio Schiavi, Emanuele Meli e Carlo Dotti. Il passaggio di questi pastori ha lasciato un segno profondo nella comunità, che ha dato sei sacerdoti alla Chiesa e molte vocazioni di suore.
La comunità conta ora 4.000 cristiani.
Davvero di strada se n'è percorsa molta: attualmente all'inizio dell'anno si deve lottare e arrabbiarsi perché sono troppi quelli che vogliono mandare i figli all' ostello, alla scuola di cucito, al college, mentre fino a poco tempo fa ci si arrabbiava per il contrario.
Ora c'è un corpo dirigente tra i catechisti a tempo pieno o limitato, direttori responsabili dell'ostello, delle scuole di cucito, assistenti legali su cui si può fare affidamento, senza che tutto si fermi quando il padre è assente.
E sia tra i Mahali che tra i Santal non mancano prove di autentico interesse religioso, di vera fede, di gioia e di pace spirituale, di profondo progresso nella vita e nella mentalità cristiana. Da un confronto coi pagani, balza all'occhio che molto cammino è stato fatto.
«Ma di strada ce n'è ancora, - mi confida p. Luigi, - dobbiamo continuare a formare i "nostri" perché siano a loro volta luce e sale. Dobbiamo insegnar loro ad amarsi e ad amare tutti, per essere testimoni di vita... così saranno loro a presentare il Vangelo a chi ancora non conosce Gesù. Altrimenti noi, che ci facciamo qui? Il nostro mandato non è ancora scaduto. Non voglio fare la vita da infermo per non essere di peso agli altri. Preferirei morire camminando...» e così dicendo si avvia dai suoi ragazzi che, dopo aver raccolto le foglie dal prato perfettamente pulito e in ordine, hanno improvvisato una partita di calcio prima che si faccia buio.

I primi missionari

"La missione del Bengala Centrale, prima di darla a noi, Propaganda Fide cercò di affidarla ai francesi, poi ai carmelitani scalzi, ma tutti la rifiutarono costantemente perché oltremodo difficile, sterile...": è con questa consapevolezza che padre Albino Parietti, con altri tre compagni del Seminario Lombardo per le Missioni Estere, nel 1855 si preparava a partire per i territori "oltre il Gange", totalmente privi di missionari.
Quelle terre erano conosciute fin troppo bene come "la tomba dei bianchi": malaria, dissenteria e talvolta tifo mietono abbondanti vittime, lui stesso, superiore della nascente missione, sarà il primo a rimetterci la vita nove anni più tardi.
Con padre Luigi Limana, padre Antonio Marietti e fratel Giovanni Sesana, approda a Calcutta nel pieno della torrida estate indiana e il vescovo della città ha fretta di mandarli a 240 chilometri più a est: Berhampur (che vuoi proprio dire "luogo delle malattie"). Vivono come monaci. Studio e preghiera, preghiera e studio. Sotto la maestria di un sacerdote bramino "studiamo a più non posso e con vero calore perché senza lingua siamo come statue
- scrive Parietti, dopo un mese dall'arrivo. - L'unica cosa da farsi, per ora, è apprendere le lingue, acclimatarci, venire in cognizione dei costumi, pregare e insegnare coll'esempio... Già bene ci si accorge che in questo campo di pietre bisognerà sudare molti anni prima di vedere fiorire anche poco. Basta: Dio mi ha invitato qui e ci sto volentieri. lo non dispero: non faremo né subito né molto, ma qualche cosa, col tempo, Dio ci concederà".
E così è. Il Bengala Centrale (successivamente Pakistan orientale) diventato Bangladesh con l'indipendenza del
1971, conta attualmente sei diocesi, in quattro delle quali oggi sono presenti una quarantina di missionari del Pime.

Mariagrazia Zambon