Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

11. DIALOGO COME CONDIVISIONE DI VITA

Alla metà degli anni '90 incontrai p. Enzo nel sud delle Filippine, più precisamente sull'isola di Zamboanga, all'Euntes, centro di spiritualità missionaria, voluto per aiutare gli operatori pastorali provenienti dai vari paesi d'Asia a valutare - alla luce del Vangelo, dei documenti del Magistero della Chiesa universale e delle conferenze episcopali asiatiche - la propria esperienza e a pianificare il proprio futuro. L'idea di fondo era di far vivere ad essi un' esperienza di Dio in modo che potessero comunicarla con gioia ai fratelli, una volta tornati nei loro Paesi d'origine.
Seduto sulla veranda di una delle casette in legno di cocco e con il tetto in lamiera, stava preparando la liturgia serale, contemplando le alte palme che si stagliavano in cielo. Aveva da poco finito di zappare il suo orticello. Subito capii che era un uomo particolare: un mistico.
Pacioso, faccia bonaria, p. Enzo Corba, classe 1931, originario di Montefiascone, in provincia di Viterbo, dopo quasi 50 anni di missione non aveva perso la sua pronuncia romana; paziente, serafico, ma non per questo non determinato o appassionato.
Ritrovo ora la sua inconfondibile impronta visitando il villaggio di Singra, a 43 chilometri da Dinajpur: confinante con una foresta, su un terreno di circa quattro ettari, per metà coperto da alberi, e l'altra metà coltivato, luogo molto silenzioso e appartato, senza corrente elettrica, raggiungibile solo percorrendo una strada sterrata fangosa, dopo aver attraversato gruppi di capanne - ben pulite e ordinate - di un centinaio di famiglie santal, di cui solo una decina cristiane.
Questo l'ashram di p. Enzo, un centro di "rigenerazione" spirituale, fisica e mentale, formato da otto casette con due stanze ciascuna, la chiesa, molto semplice ma altrettanto accogliente, e una sala utilizzata per i pasti, per le lezioni e gli incontri serali.
È proprio al ritorno dalla Filippine che cominciò ad ideare questo centro, inaugurato nel 1997.
«Il vescovo mi invitava a pensare a qualcosa che aiutasse gli operatori pastorali ad approfondire la loro fede scrive p. Corba. - La diocesi di Dinajpur ne ha oltre 500, sono laici e laiche, in particolare catechisti di villaggio o prayer leaders (guide della preghiera) che guidano i servizi domenicali quando non c'è il sacerdote, che di solito si può recare al villaggio solo tre o quattro volte all'anno. La vita spirituale della comunità, dunque, è interamente guidata da loro.
Così ho pensato di offrire loro un luogo appartato, silenzioso, dove possano spendere alcuni giorni lontani dalle preoccupazioni quotidiane, alla ricerca di Dio e sperimentare un rapporto personale con Lui.
La mia proposta si rifà al motto benedettino "Ora et Labora": la ricerca di Dio si fa attraverso il silenzio, la meditazione, la preghiera, il lavoro.
I gruppi arrivano la domenica pomeriggio e si fermano cinque giorni, ritornando ai loro villaggi al sabato. La domenica sera il gruppo viene introdotto alla vita dell'ashram. Fondamentalmente si fa capire che le persone devono venir qui alla ricerca di Dio attraverso il silenzio, lo studio e la meditazione del Vangelo, la preghiera, il lavoro. Tutta la vita parliamo, creiamo rapporti con gli uomini. In questi cinque giorni parliamo con Dio, sviluppando un rapporto d'amore e comunione con Lui. Il lavoro stesso nei campi deve essere fatto in modo tale che non ci allontani da Dio, anzi ci aiuti a vivere la nostra relazione con Lui.
I parroci vedono i gruppi tornare contenti dall' esperienza dell'ashram, pieni di entusiasmo, con la voglia di ritornare. I partecipanti apprezzano molto lo zen seating, lo studio e la meditazione del Vangelo e l'ambiente: il vescovo l'ha voluto e l'apprezza. Quest'anno abbiamo già tutte le settimane prenotate fino al prossimo Natale. E perciò penso che !'iniziativa rimarrà in vita. lo sono contento anche se come missionario ad gentes vorrei fare qualche cosa di diverso: Singra è bello, importante, utile. A servizio di Dio e degli uomini. Ma non è Rajapur».
E già, Rajapur.
In realtà, infatti, quando nel 1997 tornò in Bangladesh, p. Corba aveva in mente di continuare il suo servizio missionario come dialogo di vita così come lo aveva vissuto per 17 anni nel villaggio di Rajapur, nella diocesi di Chittagong. E il suo cuore è ancora là, nel sud bengalese piùprofondo e fangoso, là dove i mille intrighi dei fiumi si incrociano senza ritegno con il golfo del Bengala e la terra èuna specie di zattera salvata alle acque con estremi espedienti.
È lì che approdò nel 1975 ed è lì che imparò cosa vuol dire dialogare.
Ma andiamo con ordine.
Passato dal seminario dio ce sano al Pime, ne uscì prete nel 1956 e nel 1958 venne destinato al Bangladesh. Da allora il suo modo di vedere gli altri e di concepire l'evangelizzazione è molto maturato.
È lui stesso a raccontare: «Da giovane partii con !'idea tradizionale del missionario. La mia attesa entusiasta era l'annuncio diretto del Vangelo, il messaggio cristiano divulgato alla gente e, di conseguenza, i battesimi e l'ampliamento della Chiesa di Cristo. Pensavo che l'annuncio del Cristo, del Dio fattosi per amore uomo, per amore morto e resuscitato, di questo grande Uomo Dio che ha compassione dei poveri, dei sofferenti, che non esclude nessuno, che morendo prega per i suoi uccisori, avrebbe attratto tutta la gente. In realtà mi sono presto accorto che queste idee erano irrealizzabili o quasi: milioni e milioni di indù e musulmani a tutto pensavano fuorché a cambiare religione. Annuncio e Vangelo non sembravano affatto un bisogno per il popolo, soddisfatto della sua fede tradizionale. Il contatto con musulmani, indù e tribali cambiòil mio modo di pensare e aggiustò la mia fede. Scoprii che i valori evangelici quali fratellanza, uguaglianza, amore per tutti, distacco dalle cose, rispetto per tutti, giustizia e via dicendo, non sono del tutto assenti da quelle culture e religioni. La gente in genere è profondamente religiosa: Dio è mescolato nella loro vita, in tutto ciò che capita. Scoprii che l'evangelizzazione, intesa come conversione agli ideali evangelici, è necessaria a me non più che al musulmano, all'indù e al tribale.
All'inizio degli anni' 60 il movimento delle conversioni al cristianesimo era ormai molto esiguo: due o tremila catecumeni l'anno in una diocesi come Dinajpur. E tutti provenienti dalle minoranze etniche animiste o dai "fuori casta". lo stesso inizialmente mi impegnai molto in una parrocchia di 35 villaggi con numerosi nuclei cristiani di etnia santal, oraon, mundari, mahali e paria. Ci si dava da fare senza stanchezze, visitavamo regolarmente i villaggi e non era affatto un lavoro frustrante: i nostri cristiani ci accoglievano - benché poverissimi - con garbo regale, letteralmente ci facevano sentire il loro affetto profondo e tutti, proprio tutti, partecipavano alle funzioni religiose, al rosario, ai riti per l'amministrazione dei sacramenti».
Ma p. Enzo, "cercatore di Dio in tutti gli uomini", non tarda a intuire che intorno al suo sparuto gregge di battezzati le grandi masse sono assolutamente impermeabili.
In lui si fa strada un profondo ripensamento: «Il mio sguardo si rivolgeva all'enorme maggioranza di non cristiani, con i quali venivo a contatto nel corso delle visite nei villaggi".
È la primavera conciliare che gli apre nuove prospettive e gli spalanca nuove orizzonti: «Gli insegnamenti del Vaticano II e del post concilio mi aiutarono a scoprire il senso religioso della missione, intesa come incarnazione, condivisione, dialogo, testimonianza».
Così, nel 1974, inizia la prima esperienza interreligiosa in tutta la nazione.
«Il vescovo di Chittagong, mons. Joachim Rozario, aveva il desiderio di incrementare le iniziative di dialogo tra i cristiani e i fedeli di altre religioni e chiedeva preti a questo scopo. lo, che vivevo con questa mia profonda inquietudine, accettai la proposta».
E, con una lampada a petrolio, un lenzuolo, una coperta, tre pentole e molti propositi in testa, partì per Rajapur, un'isola sul delta del Gange, cinquanta chilometri quadrati circondati da una diga di terra per 6.500 pescatori e contadini, gente abituata a convivere col periodico accanirsi delle alte maree, dei tifoni, delle inondazioni. Al suo arrivo i cristiani erano circa 1.000, tra cui 600 battisti, pochi anglicani e awentisti e circa 300 cattolici, inoltre c'erano musulmani e indù in numero tra loro equilibrato.
«Con il vescovo, con il quale ero in grande consonanza spirituale e amicizia - prosegue p. Enzo con il suo sguardo luminoso - si era convenuto un principio: non usare mai mattoni. Non ero mandato a fondare nulla, né chiese, né scuole, né ospedali. Nemmeno fui incaricato della cura pastorale dei cristiani del villaggio, perché il parroco - un bengalese - continuava a passare periodicamente a Rajapur per il ministero, mantenendo lui stesso la responsabilità pastorale del villaggio. lo dovevo semplicemente essere lì non per un gruppo, ma per tutti gli uomini, seguendo tre principi: essere uomo di preghiera come segno visibile della mia fede; essere uomo di tutti, dei cristiani come degli indù e dei musulmani; essere uomo come tutti, vivere i problemi della gente sulla mia pelle, condividere la vita e il lavoro esattamente come uno dei 6.500 abitanti di Rajapur».
Il contadino non lo aveva mai fatto, e a 45 anni inizia una seconda vita, facendosi aiutare e consigliare dalla sua stessa gente.
Impara a coltivare ortaggi, pianta un centinaio di alberi da frutto - mango, palme da cocco, albero del pane - alleva due mucche, qualche gallina e pesci.
E ammette: «Il lavoro ha trasformato il mio corpo ma anche la mia anima e mi ha reso più sano intellettualmente: trovo che il mio modo di pensare sia diventato assai piùpratico ed essenziale».
Inoltre era a disposizione della gente che lo andava a cercare: «Come regola, in qualsiasi momento ero disponibile ad ascoltare chiunque avesse una necessità, in genere malattie, problemi scolastici, vita del villaggio, problemi personali. Interrompevo il lavoro e ascoltavo, ma se ero in preghiera loro stessi aspettavano finché avessi finito. Nessuno veniva a chiedermi direttamente aiuti materiali perché avevano imparato che il mio metodo era un altro.
Ognuno si sentiva libero di venire in casa mia - una capanna con muri in lamiera e tetto in tegole - e io ero accettato e rispettato da tutti.
Feci in modo che ogni intervento sociale superasse il "parrocchialismo". Istituimmo cooperative composte da musulmani, indù e cristiani, e l'aiuto ai poveri, agli ammalati, ai senza terra, era gestito da comitati misti. Mi preoccupai che ogni atto sociale fosse espressione di tutti e non di un solo gruppo e ciò mantenne - e mantiene tuttora - un clima di pace tra i diversi gruppi religiosi. Il dialogo tra comunità fa crollare le barriere di ogni tipo, culturali, religiose, sociali. Dal dialogo tra comunità nasce il mutuo rispetto, la stima reciproca, la solidarietà tra i diversi gruppi. Le diversità, allora, sono percepite come ricchezza e non come cause di divisione».
La gente di Rajapur ancor oggi dice di lui: "Padre Enzo è stato il maestoso banyan tree, il fico del Bengala: alla sua ombra potevamo riposare".
In tanti anni di presenza silenziosa a Rajapur, l'umile e tenace p. Corba è riuscito in "imprese" apparentemente insignificanti nella loro umiltà, ma grandiose e durature, perché hanno creato la coscienza dell'unità nel rispetto delle diversità.
Curò anche parecchi incontri di studio e di preghiera interreligiosi e formalizzò un appuntamento ecumenico annuale a Pentecoste.
«Con cristiani, musulmani e indù abbiamo organizzato diversi incontri di preghiera - racconta p. Enzo con sano orgoglio. - Duravano di solito tre giorni: pregavamo leggendo insieme il Corano, il Vangelo e la Gita indù. Poi ognuno esponeva il suo punto di vista e ci scoprivamo spesso a non capire se chi parlava era un cristiano o nonpiuttosto un indù o un musulmano. C'era una sorprendente unità sul senso di Dio e sull'abbandono totale dell'uomo in Lui. Ci scoprivamo con un'impressionante sintonia dei cuori, pur rimanendo fedeli al nostro credo.
Io stesso imparai moltissimo dai miei amici non cristiani. Ad esempio diventai fraterno amico di un pir musulmano, una specie di asceta o sufi. Si chiama Rajak Cisti e lo considero tuttora un vero santo.
È sposato, ha figli, eppure ha venduto tutti i suoi terreni regalandone il ricavato a una scuola. Inoltre mantiene un orfanotrofio per 70 bambini. Non ha conto in banca, vive poverissimo e completamente abbandonato ad Allah; sperimenta quotidianamente la Prowidenza con vera profondità. Ha fatto il voto di non chiedere mai nulla, eppure dice che lui e i suoi orfani hanno sempre mangiato tre volte al giorno. Il suo orfanotrofio è una casa come le altre, non ha neppure un'insegna, non si fa pubblicità.
Tra gli indù conto un altro amico straordinario. Si chiama Dilip Biswas, insegnava in un college finché ha deciso di dimettersi a motivo dell'atmosfera corrotta che vi' si respirava. È religiosissimo. Vive con tanto distacco che una volta, capitata in casa una banda di ladri, non solo ha consegnato gli oggetti preziosi, ma ha persino rimproverato la moglie che non voleva dare una collana: "Coraggio!
Tu ormai l'hai portata per 15 anni...". Risultato: tre giorni dopo i ladri sono tornati per rendere tutto, dicendo che avevano deciso di cambiare vita.
Vedi, un tempo, in seminario, pensavo che unità significasse volersi bene in parrocchia, venire tutti in chiesa, eccetera. Più tardi, come aspirante missionario, credevo che unità volesse dire che tutte le religioni si facessero cristiane. Adesso prego perché indù, cristiani e musulmani amino Dio, facciano di Lui il centro della vita, si conformino alla sua volontà. E si mettano insieme perché non ci siano più fame né povertà; che l'unità sia fatta nella uguaglianza della vita, con un rispetto vicendevole in tutti i settori, dallo spirituale al sociale».
Ora p. Corba non è più lì, eppure Rajapur non ha disperso l'eredità da lui lasciata. Nell'aprile del 2004 fu celebrato il 30° anniversario dell'arrivo di p. Corba a Rajapur. Furono valutati i cambiamenti avvenuti e stabiliti alcuni obiettivi per gli anni a venire. Furono tre giomi indimenticabili. Ancora una volta insieme sotto la grande samyanatenda. I tre gruppi, musulmani, indù e cristiani continuano, nella solitarietà, il loro cammino di sviluppo economico e sociale. E, quel che più conta, la gente è cambiata. Non scorderà facilmente il banyan tree che si porta nel cuore.
Intanto a Singra p. Enzo prosegue la sua missione, cercando di trasmettere la sua passione per Dio e per gli uomini, la bellezza di dialogare con gli altri, con il diverso, a chi poi dovrà tornare nel suo villaggio, a servizio del Vangelo.