Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

12. STRANIERO TRA GLI STRANIERI

È domenica mattina. La nebbia è ancora fitta quando raggiungiamo Sirajgonj e a stento riusciamo a trovare !'imponente cancello grigio davanti al quale ci ha dato appuntamento p. Carlo Buzzi. Aspettiamo, ancora addormentati e infreddoliti. Pochi i passanti avvolti nel loro tipico chador (scialle) ricamato e con un grosso interrogativo negli occhi: non riescono a toglierci gli sguardi di dosso; silenziosamente si fermano anche loro ad attendere.
Fortunatamente, il poco più che sessantenne missionario milanese non tarda ad arrivare sulla sua vecchia moto Suzuki, occhialoni e berretto di lana d'altri tempi, maglione a scacchi indossato in fretta su una camicia a quadrettini, per ripararsi dal freddo e dall'umidità.
Baldanzoso e sorridente, con grande orgoglio ci apre il grande portone del cimitero.
Infatti, la prima cosa che desidera mostrarci è il cimitero cristiano della città. Del resto è stata la sua prima "faccenda" - o meglio, la sua prima preoccupazione giunto qui nel 1997 .
«Lo so, vi sembrerà strano, ma il mio primo impegno in questo luogo è stato ripristinare il cimitero. Mandato qui a prendermi cura della comunità cristiana e constatato che di cristiani vivi non ce n'erano, mi sono occupato di quelli morti e qui sepolti!».
Non c'è nulla da ridere, e il ragionamento non fa una grinza.
Mentre giriamo tra i vialetti pieni di fiori e di cespugli ci mostra le tombe ben sistemate e pulite: «Ai tempi degli inglesi questa città, posta sulla riva occidentale del Bramaputra, era uno snodo nevralgico tra il sud e il nord del Bengala. Era qui che finiva la ferrovia e si proseguiva in battello fino ad Assam: la navigazione durava quattro
giorni e, già provati dalla malattia, dal clima micidiale, dall'acqua malsana e dalla malnutrizione, diversi passeggeri morivano a bordo, durante il tragitto. È così che pensarono di fondare nel 1870 questo luogo, da subito chiamato "il cimitero degli inglesi", perché qui venivano sepolti tutti gli stranieri, in gran parte inglesi e scozzesi, che lavoravano nelle ferrovie, nel commercio della juta, nei vari uffici governativi. Ed essendo l'unico cimitero cristiano di tutta la città furono seppelliti qui anche tanti cristiani bengalesi, che qui erano di passaggio per lavoro, sia cattolici che protestanti, senza fare troppo riferimento al diritto canonico che lo proibisce.
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A quei tempi gli inglesi stipendiavano un custode musul mano perché in città non c'era mai stata una vera e propria comunità locale stabile cristiana.
Partiti gli inglesi nel 1947 , i pakistani non vollero certo spendere soldi per il cimitero cristiano e così neppure il governo quando divenne bengalese. Il custode, però, non lasciò il cimitero e si autoricompensava con la legna e i frutti degli alberi. Morto lui, suo figlio continuò il mestiere del padre e quando il fiume - durante una forte alluvione - travolse la sua casa, si prese la libertà di costruirsi una casetta all'interno del cimitero. Ebbe quattro figlie che presto si sposarono, continuando ad abitare lì, tanto che il cimitero stava diventando un piccolo villaggio... e nessuno più quasi si ricordò delle tombe che custodiva. Il colmo è stato quando sono venuto a sapere che, morto il padre, le figlie si sarebbero divise il terreno, quasi fosse loro eredità!
Allora è scattato il campanello d'allarme: il cimitero è un luogo sacro cristiano e come tale va mantenuto e rispettato».
Così, grazie ad aiuti giunti dall'Italia, p. Buzzi si è mobilitato per riparare, fare la cinta, abbellire, seminare fiori e mettere aiuole.
Ora questo cimitero è diventato un' oasi di pace, tanto che anche diversi amici musulmani vorrebbero essere seppelliti qui.
«Il 20 novembre 2001 è morto il primo bambino battezzato qui. Si chiamava Pius Roy, aveva quattro anni, nato spastico con crisi epilettiche. È stata la prima salma messa nel nostro cimitero rinnovato. È certamente in paradiso: i suoi genitori sono stati esemplari nel curarlo e tutti i musulmani sono stati molto edificati dal loro esempio. E così, anche grazie a questo e ad altri eventi dolorosi, piano piano ci siamo conquistati la fiducia e la stima dei non cristiani».
Ma l'inizio non è certo stato pacifico. L'arrivo del missionario suscitò non solo scalpore ma avversione e sospetto: «In questa zona, dalla nascita di Gesù non c'è mai stata una presenza cristiana locale. lo sono qui proprio per questo: dare testimonianza, esserci. Abito in una semplice e modesta casa presa in affitto da una famiglia musulmana e ora sono stimato e ben visto dai miei vicini. Però, credetemi, solo dopo due anni e mezzo di mia presenza qui ha cominciato ad esserci bonaccia su tutti i campi: ora non c'è più opposizione e "tortura morale" da parte della gente, ma ne ho dovute passare delle belle, ve lo assicuro».
All'inizio ti tirano sassi, ti ostacolano, ti insultano e minacciano... Poi, quando te li fai amici e vedono che sei venuto solo per aiutare, incominciano a nutrire simpatia.
E lui, p. Carlo, se li è conquistati così. Non si è perso in prediche e sermoni, non ha fatto grandi discorsi, ma la sua instancabile quotidianità ha interrogato, attirato, coinvolto.
Con quel suo desiderio nel cuore di dare attenzione agli emarginati, ai disprezzati e diseredati, da subito si è interessato dei fuori casta indù, specialmente degli spazzini, venuti dall'India per la manutenzione della ferrovia al tempo degli inglesi - e poi qui fermatisi - e dei calzolai, che formano una delle sotto caste poste agli ultimi gradini del codice sociale indù, accomunati con i conciatori di pelle per il mestiere che fanno. Infatti, mentre loro tentano di realizzare e riparare scarpe e ciabatte, i pellai procurano loro le pelli conciate. Secondo la mentalità e i costumi indù, toccare un morto è considerato un atto altamente impuro e lavorare le pelli, resti di una bestia morta, rende perennemente impuri sia calzolai sia pellai. Così, questi poveracci che, per guadagnarsi uno scarso piatto di riso, fanno il faticoso, insalubre mestieraccio di lavorare le pelli di animale, sono gli emarginati, gli impuri, gli intoccabili, che vivono ai margini della società, chiusi nei loro slum fatti di capanne di latta e paglia, costruiti su terrapieni posticci, pronti ad essere spazzati via da una delle annuali consuete alluvioni. E lo stesso vale per gli spazzini che lavorano con e tra la sporcizia.
P. Carlo non si è lasciato scandalizzare dai costumi indù, si è rimboccato le maniche e si è messo a fare scuole per i loro bambini, le loro donne, per loro stessi, poveri e analfabeti.
Così è nata la scuola "Grazia dal cielo" per i bambini dei calzolai e la scuola "Sogno dei sogni" per i bambini degli spazzini comunali, la scuola "Angela" per gli spazzini della ferrovia in onore alla mamma di p. Paolo Ciceri, che gli ha donato i soldi per costruirla. Nomi altisonanti che indicano però strutture di estrema semplicità: tra il labirinto fitto di baracche, si trovano semplici prefabbricati in lamiera dove i bambini, pigiati all'inverosimile, molto dignitosi e disciplinati, seduti per terra con il loro quadernettoe la penna mangiucchiata, imparano a scrivere e a leggere in bengalese grazie ai segni fatti dal maestro musulmano sulla vecchia lavagna nera appesa alla parete. Pochi metri quadrati di suolo strappato al fiume e rinforzato con strati di sacchi di terra, nulla di particolare, ma davvero una grazia dal cielo per poter realizzare un piccolo grande sogno.
Ci sono poi altre tre scuole in case affittate per un gruppo di donne indù e due gruppi di donne analfabete musulmane.
Oltre che al bengalese, queste ultime vogliono imparare la matematica, !'inglese e anche l'arabo, per poter leggere il Corano e pregare con più intensità.
Appartengono tutte a quelle famiglie sfollate dalle rive dove il fiume ha distrutto ogni cosa: terreno, case, averi, alberi, bestiame.
«Ultima, ma non meno importante, è la scuola serale per i ragazzi. È una scuola in cui tutti si sacrificano: sia gli alunni, perché lavorano tutto il giorno, sia gli insegnanti perché anche loro hanno una giornata di lavori e di impegni. A far aumentare i meriti è di aiuto la compagnia dell' elettricità, che immancabilmente toglie la luce dalle otto alle nove di sera. E in quell' ora tocca accendere le lanterne. Con l'aiuto della Caritas ho iniziato anche i corsi di specializzazione che durano sei mesi: cucito e lavori in bambùper donne, elettronica, motoristica e ciclistica per ragazzi». Ma dove trova tempo ed energie per seguire tutto questo?
«Ho messo sotto la protezione del Sacro Cuore di Gesù tutte queste persone e il loro lavoro, non importa se sono indù, musulmani o cristiani. Mi sento forte della quinta promessa del Sacro Cuore di Gesù che dice: "Per quelli che mi onorano nel mio nome, prometto di benedire qualsiasi progetto o impresa che vogliono intraprendere"».
E la fedeltà e la tenacia nel nome del Signore cominciano a dare i loro frutti.
Anche i cristiani hanno iniziato ad essere più coraggiosi. Attualmente ci sono quattro famiglie cristiane in città, una delle quali, grazie all'intraprendenza e alla genialità di p. Carlo, ha messo in piedi una piccola fabbrica artigianale di statue religiose.
Queste attività basterebbero da sole a riempirgli le giornate, ma, in realtà, non sono il vero motivo per cui si trova quaggiù. Ci invita a casa sua a mangiare un chapati (frittella di pane), mentre ci racconta la sua storia.
Ordinato nei caldi anni del sessantotto, prete di punta, coraggioso e pieno di energia, dopo cinque anni di parrocchia in diocesi di Milano chiede di entrare nel Pime - per essere missionario a servizio dei più diseredati e discriminati - e di partire per il Bangladesh, scelto perché considerato il Paese più povero e più popoloso del mondo.
Parte nel 1975 e si impegna anzitutto nella Caritas a Rajshahi, poi in un villaggio oraon con un lavoro sociale
ed educativo, riuscendo a vincere in tribunale - nonostante inimicizie e bastonature - ben 75 casi riguardanti le terre dei tribali e dei musulmani poveri.
Dopo tutto questo grosso impegno economico-sociale, riemerse lo spirito sessantottino e chiese di fare un'esperienza fra i musulmani di Naogaon. Insegnava in una scuola per musulmani e gli volevano bene: viveva poveramente, in un autentico dialogo di vita.
Ma non era ancora finita. Un bel giomo si fece avanti il vescovo di Rajshahi sostenendo che qualcuno doveva andare ad assistere le centinaia di tribali "garo" cattolici che erano a Sirajgonj per lavoro.
«Dovete sapere che i Garo, di origine mongolica, provenienti dall'India centro-meridionale, popolo di coltivatori, sono una tribù particolare, fra cui vige la famiglia matriarcale, molte delle tradizioni sono capovolte, perché la successione ereditaria passa non di padre in figlio, ma di madre in figlia, e tutti i figli portano il cognome della madre. La proprietà della terra non viene divisa ed è la madre stessa che decide quale delle figlie sarà la proprietaria.
L'uomo, quando si sposa, lascia la casa della madre e va in quella della moglie. Nelle famiglie si preferisce far studiare le ragazze piuttosto che i ragazzi, perché tanto questi se ne andranno, mentre la ragazza resterà in casa. Ebbene, questa tribù è ormai quasi tutta cristianizzata e quindi è giusto che qualcuno si occupi anche di loro...
E così eccomi qui, per una grossa bugia detta al vescovo. I cristiani tribali garo che qui lavorano come immigrati, lontani dalle proprie famiglie, fecero credere al vescovo che loro erano qui in 4.000. Cifra confermata dal vicario diocesano dopo aver visitato la zona e dop.o essersi convinto, dietro altre bugie dette sul luogo, che erano realmente così tanti. Volevano che qui ci fosse un sacerdote e che ci fosse assistenza religiosa. Venuto qui, dopo un censimento, ho scoperto che erano a mala pena 400... ma ormai era cosa fatta. E non mi sono certo pentito!».
Ci fa salire sulla Toyota e mentre percorriamo le tortuose strade fuori città, prosegue:
«Il primo Natale mi sono organizzato con un paio di suore e abbiamo preparato una gran bella festa natalizia e poi con la moto facevo centinaia di chilometri per visitare i gruppetti di Garo cattolici, sparpagliati nella campagna fuori città. Alla fine, attraverso mille peripezie, umiliazioni e spese ho comprato per loro un terreno. Adesso hanno tutta l'assistenza religiosa che vogliono: Messa domenicale, incontri mensili, seminari due o tre volte all'anno».
E anche loro, che lavorano soprattutto la notte come guardiani delle piccole fabbriche tessili della zona, ora si possono radunare e pregare Dio, in un luogo - un capannone che diventa chiesa o sala per gli incontri a seconda del caso - fatto apposta per la comunità. Si sentono a casa. Uno di loro con grande commozione confessa: «Io sono venuto dai monti dell'India vent'anni fa. Ho pregato tanto che ci mandassero un pastore per noi pecore smarrite. Non avete idea di quanto sono grato al Signore per la presenza di p. Carlo tra noi».
P. Buzzi abbozza un sorriso sornione, e inizia a celebrare la Messa tra canti e preghiere.
Al termine, dopo una solenne foto di gruppo con tutti questi giovani uomini, piccoli, esili, ma dai forti corpi con toraci larghi e dalle facce rotonde, i tratti somatici lievemente mongoli e la carnagione giallastra e liscia, il missionario continua la sua storia, portando ci sull'altra riva del Bramaputra.
«Da anni si stava costruendo il nuovo e maestoso ponte, lungo cinque chilometri, a nord di Dhaka, per attraversare il Bramaputra (che in Bangladesh prende il nome di Jamuna), proprio presso Sirajgonj. E così mi sono ritrovato a fare assistenza religiosa anche ad un'altra categoria di stranieri che hanno lavorato per la costruzione del Jumona. Con loro ho celebrato tutte le feste liturgiche più importanti... Specialmente a Natale li ho tenuti su di giri dato che erano lontani dalle loro famiglie.
E c'è stato un bello scambio di amicizia, nutrito da qualche bistecca, un bicchierino di whisky ogni tanto, cantate con la chitarra, una bella spaghettata.
C'erano i coreani della compagnia Hundai, responsabile di tutto il lavoro del ponte. Sapevano pochissimo o niente di inglese, eppure sono riusciti a far funzionare un'impresa così difficile ed avanzata, con alle dipendenze 5.000 persone. C'erano gli inglesi pagati dalla Banca Mondiale per controllare la messa a punto dei lavori; gli olandesi espertissimi e velocissimi nell'imbrigliare le sponde; i filippini, suddivisi in tre diversi campi, impegnati per la costruzione della nuova strada e della nuova ferrovia, tutti ingegneri di vario ramo, assunti dai coreani perché laboriosi e competenti. C'erano anche gli italiani, di due ditte di Padova e Bologna, che hanno fabbricato e montato le parti più delicate, gli "ammortizzatori" del ponte. E infine i bengalesi che hanno lavorato specialmente come cuochi
e autisti.
Ora il ponte è terminato. Tutti se ne sono andati, ma nel compound sono rimasti i bengalesi e alcuni coreani a sorvegliare che tutto proceda per il meglio. Per loro, la domenica, nella palestra di squash p. Carlo, incurante del linoleum che scricchiola ad ogni passo, dell'aria condizionata accesa al massimo, dell'acustica che attutisce ogni cosa, continua a celebrare l'Eucarestia, sul piccolo altare preparato con tanta cura e abbellito con tovaglia ricamata a mano, fiori freschi e incenso, per questo sparuto gruppetto di persone ben vestite a festa.
Ma appena lasciato l'ambiente del ponte, dotato di macchinari modernissimi, computer, sistemi di controllo sofisticatissimi, fuori dalla cinta di sicurezza sembra di ripiombare indietro anni luce...
Incredibile come questo missionario "poliedrico", lavoratore tenace, con una resistenza e una salute di ferro, amante dell'umanità, sappia adattarsi ai più diversi contesti. Mi richiama alla mente il Paolo delle genti che scrive ai Corinzi: "Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Debole con i deboli, mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto faccio per il Vangelo, per diventare partecipe con loro".

 

Paese d'acqua

L'acqua ha costruito il Bangladesh.
Nei secoli, lo scorrere lento ed impetuoso del Gange, del Brahmaputra
e di innumerevoli altri fiumi sparsi a ragnatela nell'immensità del delta, ha trasportato tonnellate di sabbia e terriccio. Così, lentamente, conquistando spazio all'oceano, si è formata la grande pianura del Bengala: un intrico di canali e di fiumi, terra fertilissima.
Alcuni geologi hanno elaborato la teoria che questa immensa distesa piatta non sia ancorata, ma che galleggi su una specie di cuscinetto spugnoso imbevuto di acqua. Ancor oggi i fiumi continuano il loro lavorio di millenni
e, ogni tanto, nella Baia del Bengala, affiora qualche nuovo isolotto. Subito la gente del litorale si affretta a piantarci il riso e a costruirci una capanna per prenderne possesso prima degli altri. A volte purtroppo l'acqua, invece di costruire, distrugge. Gli argini non sono protetti o rinforzati e spesso, quando l'acqua sale, i vortici fanno franare e sommergono chilometri di sponde, con case, campi e popolazione. La corrente farà poi riaffiorare altra terra, magari in mezzo al fiume, o sull'altra sponda. Un intreccio di speranza e di tragedia, come il groviglio dei fiumi nella sconfinata pianura.
I due più grandi fiumi del Bangladesh sono il Brahmaputra, che scende dall'Himalaya orientale,
e il Gange che, con le sue acque sacre all'induismo, arriva dall'Himalaya occidentale attraversando gran parte dell'India del nord. Gange e Brahmaputra si incontrano proprio in territorio bengalese e, mescolandosi, spezzano in due il paese, percorrendo insieme l'ultimo tratto prima dell'oceano.
Fino al 2004 non c'erano ponti fra l'est
e l'ovest del Bangladesh. Arrivati ad una sponda, i treni si fermavano mentre i passeggeri dovevano attraversare il fiume su un battello per prendere la coincidenza col treno che attendeva sull'altra sponda. I camion facevano la fila a volte per giorni interi prima di ottenere un passaggio sui traghetti per una traversata di due-quattro ore, secondo il livello del fiume. Questa barriera naturale ostacolava seriamente lo sviluppo della zona nord-ovest, che non avendo neppure porti, non aveva rapide comunicazioni con il resto del Paese, e un solo confine con l'India, per di più chiuso.
Un'impresa sud-coreana ha costruito un enorme elettrodotto, creando così una rete nazionale unificata e il gigantesco ponte Jamuna, lungo
5
chilometri, serve contemporaneamente da strada, da linea ferroviaria, metanodotto ed elettrodotto, favorendo così lo sviluppo dell'intero Paese.

Tratto dal libro di M. Lattanzi Bangladesh, Paese d'acqua