Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

13. A SERVIZIO DEL CLERO LOCALE

Solo il ritmo cadenzato dei miei passi rompe il silenzio che incombe nell'ampio porticato del seminario minore di Dinajpur. Un lungo corridoio all'aperto, su cui si affacciano diverse porte ben protette da zanzariere.
Classico edificio degli anni sessanta, ideato e voluto da p. Ovidio Nebuloni che - 40 anni, due lauree in scienze sacre, insegnante nel seminario teologico del Pime a Milano - fu incaricato di ridare vita al seminario diocesano, mentre ancora studiava le lingue. Nel 1959 si buttò a capofitto nella nuova avventura, consapevole della necessità di nuove strutture e di un urgente rinnovamento, visto che il piccolo seminario aperto dalla diocesi fin dai suoi inizi non reggeva più alle esigenze dei nuovi tempi.
Già il precedente seminario aveva formato diversi sacerdoti locali (il primo prete santal è del 1939, p. Lambert Kisku; poi altri due negli anni '40 e altrettanti negli anni '50), così come è stata da subito attenzione e preoccupazione del Pime: formare un clero locale a cui affidare il servizio della Diocesi, secondo il carisma di questo Istituto Missionario. Non si potevano più ospitare i ragazzi in luoghi di fortuna, occorreva una sede moderna, adeguata, per educare al meglio quei giovani che si sentivano chiamati alla vocazione sacerdotale, un investimento non da poco, calcolando che magari da cinquanta ragazzi forse solo uno sarebbe diventato prete. Ma ne valse la pena. Questo edificio, in cemento armato a due piani, con porticato ben arieggiato e ben articolato nei vari blocchi, ha "sfornato" da allora 13 sacerdoti tuttora sparpagliati sul territorio della diocesi di Dinajpur.
Il seminario fu inaugurato nel 1965, dall'allora vescovo mons. Giuseppe Obert.
Fu il nuovo rettore p. Paolo Poggi, classe 1930, lodigiano, con una trentina di ragazzi ad entrare ufficialmente nella nuova sede, lasciando - in calesse - il vecchio seminario di fianco alla cattedrale.
Subito scrisse un nuovo regolamento, l'orario giornaliero del seminario, un nuovo libretto di preghiere, insomma nuova vita di seminario. La pace però fu turbata presto.
Nel 1971 scoppiò la guerra d'indipendenza. Visto il pericolo continuo di finire ammazzati, p. Paolo, su pressione dei seminaristi - il giorno stesso in cui i militari davano inizio all'attacco per riconquistare la città di Dinajpur con i più piccoli dei suoi seminaristi, percorrendo venti chilometri a piedi, passò il confine con l'India.
«Io non mi pento di essere scappato da Dinajpur scrisse poi dall'India - quando i militari il 13 aprile sono tornati: non riuscivo più a dormire per le scene di crudeltà viste, il cibo non mi andava giù, non ne potevo più. Forse mi sono lasciato prendere dal panico, quando ho sentito sparare di nuovo quel pomeriggio: alle due dopo pranzo sono fuggito con i miei 32 seminaristi, nonostante l'ottimismo di altri padri che dicevano di rimanere. lo non voglio giudicare gli altri, anzi ammiro il loro coraggio e la fede che hanno avuto: ma per me ogni colpo di fucile era una scossa al sistema nervoso. Ho deciso all'improvviso, quando i seminaristi hanno visto la gente fuggire e mi hanno detto: "Padre, noi scappiamo con loro", e sono fuggiti per la strada dietro il seminario. Allora corro in camera, prendo il passaporto e li raggiungo. Ora qui a Rajipur (campo profughi al di là del confine indiano, dove si trovò anche p. Vanzetti) mi accorgo che la mia presenza è utile a tanti, cristiani e non, che provengono da Dinajpur e dintorni. Solo al nostro campo ci sono 1.200 famiglie di cristiani, indù, musulmani. Aiutiamo tutti indistintamente, cercando di organizzare il lavoro».
Ora tutto questo è solo un brutto ricordo lontano, custodito da queste mura silenziose, che a poco a poco sono state ripopolate da nuove "leve".
Nelle aule i ragazzi stanno studiando e si respira aria di pace e tranquillità.
P. Carlo Calanchi, seduto alla sua scrivania, mi accoglie con un sorriso benevolo e cordiale.
Attualmente il seminario è retto da un prete locale e lui, quasi ottantenne missionario milanese, continua ad essere - da venticinque anni e più, - l'anima della struttura, con l'assistenza spirituale agli alunni e con la formazione liturgica sulle orme del Vaticano II.
Dalla faccia gioviale, auto ironico nelle sue espressioni dialettali, pungente nelle sue osservazioni, ordinato sacerdote del Pime nel 1952 e destinato a Dinajpur quattro anni dopo, così si descrive: «Dei cinquant'anni di vita di missione, di cose da raccontare ce ne sarebbero tante, anche per uno come me che ha speso gli ultimi venticinque anni lontano dai "pericoli e dalle fatiche" di cui parlano le nostre preghiere del mezzogiorno. Mi sono spesso paragonato a una "sitting duck", ovvero ad un'anatra seduta, facile preda anche di inesperti cacciatori.
Come ho speso i miei anni seduti? Impegnato nella formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa».
P. Calanchi, giunto in Bengala nel 1956, dopo lo studio delle lingue (bengalese e santal), dal 1958 al 1967 fu mandato nella parrocchia di Nijpara. Da subito, il suo pallino: "formare il Popolo di Dio e la Chiesa". Ogni settimana preparava in santal, con un duplicatore a spirito, i fogli con le letture da distribuire alla domenica, componeva i responsori cantati e traduceva in santal le orazioni della Messa.
«Fu alla fine del 1965, nei tre mesi di domicilio coatto a Dhaka (durante e dopo la guerra India-Pakistan del settembre 1965) che mi misi a predicare la necessità assoluta di formare i prayer leader per dirigere le preghiere domenicali nelle centinaia di cappelle delle nostre diocesi del nord, dove ogni domenica la gente si radunava. Ho lavorato tanto: ero riuscito a preparare tutti i servizi domenicali, muniti anche di tre letture, per i miei dodici semi-analfabeti prayer leader, nella sola lingua santa!. Come una formichina, con lo stesso sistema, successivamente ho preparato le meditazioni sui vangeli di ogni giorno della settimana... Solo un maniaco delle carte conservate in cartellette, - lo riconosce lui stesso - poteva non arrendersi fino alla fine. I cinque volumetti delle meditazioni, per un totale di settecento pagine, furono pubblicati entro l'anno 1998. Li distribuì alla case dei diocesani e dei religiosi e religiose».
Questa passione per la formazione lo accompagnò sempre negli anni successivi, nonostante spostamenti di sede e di incarichi, finché nel 1979 si ritrovò nel seminario minore di Dinajpur, col titolo di direttore spirituale. A questo compito si aggiunse gradualmente l'animazione e la direzione spirituale di novizie e di suore, specialmente della congregazione dio ce sana "Shanti Rani", oltre che l'accompagnamento spirituale dei seminaristi dell"'Intermediate seminary".
«Devo dire che, per il noviziato, il lavoro è cominciato quasi per sbaglio: "Padre, può fare una conferenzina settimanale ai due gruppi di novizie riunite?". I primi tempi la tenevo nella cappella del seminario minore, mentre i seminaristi erano a scuola. Poi, col passare degli anni ho cominciato a scrivere per esteso quello che dicevo e ne ho fatta una traduzione scritta su quaderni. Lo stesso va detto per la direzione spirituale delle suore: "Non potrebbe dire due parole personalmente a qualcuna che le chiede?". Non mi sono pentito di aver preso sul serio questa provocazione.
Il lavoro con i ragazzi del ginnasio è stato più profondo e incisivo anche dal lato strettamente spirituale: anzitutto posso assistere i giovani nella loro meditazione quotidiana e solitamente la maggior parte ha contatto regolare per un cammino spirituale e vocazionale. Soprattutto in questi ultimi anni ho !'impressione che i ragazzi riescano meglio a pregare, ad imparare da soli e a maneggiare il Nuovo Testamento con coraggio e iniziativa».
E se, per la sua graduale difficoltà fisica e motori a dovuta a una forte artrite, non è più riuscito a recarsi nei villaggi come faceva nei primi anni della sua vita missionaria, non si sente di certo menomato. Forse i risultati sono meno appariscenti, ma non per questo meno veri e profondi.
«Anch'io, arrivato in Bangladesh, avevo l'esaltazione del convertire, poi vedi che è tutto difficile, sperimenti i fallimenti, ti vengono crisi, scoraggiamenti... che si superano vivendoli appieno, con la forza della Parola di Dio. Per questo credo che lo studio della Parola che lavora in te sia fondamentale. E grazie a questa mia ricerca e approfondimento personale mi sono appassionato io stesso alla Bibbia. Quel che faccio, mi rendo conto sempre di più, è un guadagno prima di tutto per la mia persona. E per gli altri? Cerco di rendermi utile come posso. Le mie gambe si muovono poco, ma la mia testa - e il mio cuore sono in continuo movimento. Non mi sento meno missionario degli altri miei confratelli, perché lavoro alla formazione degli apostoli come Gesù. Speriamo che Dio sia dello stesso parere».
Mentre ripercorro il silenzioso porticato sembra che riecheggino le parole di p. Paolo Manna, grande missionario e Superiore Generale del Pime: «Scopo dei missionari non è solo annunciare il Vangelo alle genti, ma soprattutto preparare fra esse la Chiesa di Gesù Cristo, formata dalla comunità dei fedeli con i loro pastori. Una sola cosa deve dunque importare: le missioni devono lavorare per rendersi superflue; i missionari devono lavorare per poter presto scomparire e lasciare in loro luogo la Chiesa di Gesù Cristo, retta dai vescovi e dai sacerdoti naturali dei Paesi evangelizzati».
Ripenso all'arrivo dei padri Albino Parietti, Luigi Limana, Antonio Marietti e del catechista Giovanni Sesana nel 1855 in Bengala.
Ripenso alle attuali sei diocesi con i loro vescovi locali e gli oltre cento sacerdoti locali, sparsi sul territorio bengalese. L'opera di Dio è misteriosa e grandiosa.
E per realizzare tutto questo si può servire anche di "anatre sedute". Perché no?