Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

14. CARRIERA AL CONTRARIO

 

Banani, quartiere periferico di Dhaka. Seminario filosofico-teologico nazionale "Holy Spirit", unico seminario maggiore in tutto il Bangladesh.
E qui che nel grande refettorio gentili e premurose suore mi servono un saporito torkari di maiale, pesce con cavolfiori e patate, verdure miste, papaia, e riso in abbondanza, mentre attendo che p. Franco finisca la sua lezione di ecclesiologia ad un gruppetto di seminaristi.
Ho proprio voglia di rivedere questo mio amico conosciuto in altri contesti e responsabile di questo mio viaggio quaggiù.
Dopo essere rimasto per ben 19 anni in Italia, p. Franco Cagnasso - nato a Susa nel 1943 - nel 2001 è tornato in Bangladesh, dove era già stato dal 1978 al 1983. Un ritorno molto atteso che l'ha subito messo a confronto con i notevoli cambiamenti che, nel tempo, hanno interessato la società e la Chiesa bengalesi.
Un abbraccio e subito ci sediamo all'ombra a raccontarci le rispettive novità.
Sembra ieri quando entrambi, nel settembre del 2001, abbiamo ricevuto il "crocifisso dei partenti" al tradizionale Congressino del Pimea Milano.
«Nel ripartire - confessa - mi sentivo come fosse la prima volta e sono rimasto perplesso nel constatare che invece molte cose erano cambiate e che quaggiù tutti s'aspettavano un uomo diverso, un anziano, un saggio.
Quanti mutamenti in un ventennio! Città con la popolazione quadruplicata, più industrie e più sviluppo, più investimenti esteri e non solo occidentali, più lavoro per le donne considerate "manodopera obbediente" da sfruttare al massimo con paghe basse e orari massacranti.
Questa è "la vera rivoluzione" del Bangladesh: quelle centinaia di migliaia di donne che vanno a lavorare lontano dal villaggio di provenienza e che spesso non ricevono stipendi anche da sei-sette mesi! Donne che a volte si sposano per avere una protezione e pagano il marito perchéaccetti un matrimonio formale che, non necessariamente, comporterà il vivere sotto lo stesso tetto. L'importante è solo il poter dire, all'occorrenza, "sono la moglie di..." e sentirsi protetta e rispettata. Il Bangladesh del Duemila, insomma, conta una maggiore ricchezza oltre che una "spaventosa corruzione in tutti i campi", ma la miseria è ancora più evidente con tutti quei poveri e disoccupati costretti a vivere in baracche perché senza soldi per una vera casa... Anche se sono migliorati i mezzi di trasporto e c'è un raccolto in più all'anno, in tantissimi sognano di emigrare, di andare a lavorare fuori, all'estero, magari in Italia, per fare fortuna e cambiare vita. Spesso si fanno debiti per pagare il viaggio della speranza, anche se molti non riusciranno mai a partire perché il mediatore scompare nel nulla dopo aver incassato il denaro... Rispetto al passato, !'istruzione è più diffusa e i genitori si preoccupano di far studiare i figli sperando che questo serva a cambiare il loro destino.
Nelle città si respira maggiore violenza di un tempo, sia a livello politico-economico che sociale e religioso. Non mancano attentati e si teme, a ragione, un crescere del fondamentalismo e del fanatismo.
La Chiesa bengalese - prosegue - ha visto aumentare il numero delle diocesi, passate da 4 a 6. Pur se lentamente, cresce anche il numero dei cristiani così come quello di preti e suore locali che vanno a ricoprire ruoli di responsabilità in campo pastorale. È molto vivace con i suoi centri parrocchiali, le scuole, l'attenzione alla spiritualità, l'aiuto alle realtà non cristiane. Diminuiscono, invece, i missionari provenienti dall'estero, anche se i più numerosi restano quelli del Pime e i Saveriani».
È in questo clima generale, insomma, che padre Fran
co ha ripreso a svolgere la sua missione.
«Sono un tranquillo insegnante - mi dice, precedendo la mia curiosità - mi occupo di futuri preti e religiosi. Sono anche il padre spirituale ufficiale e insegno materie ecclesiastiche. Ci sono una quindicina di seminari minori in Bangladesh (includendo quelli dei religiosi), ma un unico seminario di filosofia e teologia, alla cui scuola vengono tutti i religiosi che però vivono nelle loro comunità. In tutto, con ovvie variazioni annuali, abbiamo circa 60 residenti e altrettanti studenti esterni. Dopo il diploma di B.A. (un equivalente della laurea di primo livello in Italia), c'è un anno di spiritualità, poi i seminaristi vengono qui e studiano due anni filosofia e un anno teologia. Segue un anno di esperienza pastorale nelle parrocchie delle rispettive diocesi. Dopo quest'anno, tornano per concludere con altri tre anni di teologia. C'è poi un mese di speciale preparazione (di cui sono il responsabile) in un "ashram" immediatamente prima dell'ordinazione al diaconato, che eserciteranno nelle rispettive diocesi. La data dell'ordinazione al presbiterato è decisa dal vescovo, solitamente circa un anno dopo. Un lungo cammino, come vedi!».
Mi fermo a fissare questo mio amico di vecchia data.
Nella Direzione generale del Pime a Roma per quasi vent'anni, Superiore per dodici, ed ora eccolo qui. Una camicia color crema stropicciata fuori dai pantaloni, ciabattine infradito, più magro che mai, etereo, occhi luccicanti che risplendono mitezza e serenità. Strana carriera al contrario, per questi missionari italiani!
Ma cosa è venuto a fare qui? Perché ha voluto tornare proprio quando, dopo tutte le responsabilità sostenute, gli impegni affrontati, le fatiche vissute, era ora di andare in pensione e godersi la vita forse in un modo più agiato?
Scoppia in una sonora risata. So che da lungo tempo covava il desiderio di tornare nel "suo" Bangladesh e a volte la nostalgia davvero si faceva forte. Soprattutto quando si sentiva imprigionato dalla formalità e dal benessere. Ma perché proprio con questo incarico?
«La Conferenza episcopale bengalese me lo aveva chiesto ancora prima che terminasse il mio mandato come superiore generale e anche il Consiglio regionale del Bangladesh vedeva di buon occhio questo mio possibile incarico.
Io mi sono fidato di loro e di altri che mi dicevano che c'era davvero bisogno di qualcuno che ricoprisse questo ruolo. Ho anche pensato che in tutti gli anni passati ho sempre dato tempo alla direzione spirituale e a insegnare (brevissimi) corsi. Alla mia età, e dopo 19 anni di assenza, non sarei stato capace di fare grandi attività missionarie "di prima linea", e perciò era meglio accontentarsi di qualcosa di più modesto.
Ora che sono qui, credo che la scelta sia stata giusta. Siamo in una fase in cui questa Chiesa sente il bisogno di qualche aiuto "mirato" per rendersi ulteriormente capace di gestirsi.
La Chiesa in Bangladesh ha un numero abbastanza alto di persone con lauree e diplomi in materie ecclesiastiche o comunque che si insegnano nei seminari (ad esempio islamologia, sociologia), ma è ancora molto carente di persone che abbiano una preparazione specifica, o almeno un'esperienza matura di lavoro formativo come tale. In questo momento, ad esempio, se io dovessi smettere di insegnare non sarebbe difficile sostituirmi, se smettessi la direzione spirituale troverebbero difficoltà.
Diversi seminaristi hanno persino chiesto la presenza di un numero maggiore di stranieri nello staff (attualmente siamo due residenti e tre insegnanti non residenti stranieri su un totale di 6 residenti e 20 non residenti).
Il Pime, inoltre, nei decenni passati ha preso coscienza che il compito di formare i "leader" delle Chiese in cui operiamo è un aspetto del dovere missionario che dobbiamo tener presente. In Bangladesh lo stiamo facendo (ora e negli anni scorsi: p. Calanchi, p. Livio Prete, p. James Fannan, p. L'lmperio, p. Meli, p. Bozzini e altri) e devo dire che l'Istituto è stimato e guardato con riconoscenza anche per questo.
Di direzione spirituale ultimamente si parla molto negli ambienti formativi di questa Chiesa, ma la si pratica poco, sia perché non c'è esperienza e ci sono ancora notevoli resistenze da parte di molti, -le persone di queste culture sono generalmente poco abituate all'introspezione e a
parlare di sé - sia perché è oggettivamente difficile trovare persone capaci e che diano tempo a questo servizio. Oltre a quelli citati, ci sono altri missionari del Pime che si rendono utili prestandosi alla direzione spirituale di seminaristi, suore e preti (p. Dotti, p. Gualzetti, in passato p. Goduto, p. Boccia), con un lavoro silenzioso, ma utile e apprezzato».
Attività che assorbono molto, insomma.
«Sì, ma qualcos'altro ci sta, anche per cambiare un poco aria. Faccio parte del Gruppo Animazione Missionaria del Pime, che realizza un programma di ricerca vocazionale per giovani.
Per mezza giornata la settimana vado in Nunziatura per alcuni servizi, su richiesta del Nunzio.
Insegno una volta la settimana a tre noviziati uniti (Maria Bambina, Pime e Luigine).
Sono incaricato della pastorale degli stranieri, che fa capo alla chiesa del nostro seminario: sono circa 300 persone che regolarmente "girano" attorno alla chiesa dove si celebrano Messe e si è disponibili per altri servizi pastorali in inglese. Un "gregge" eterogeneo e mobile, come puoi immaginare, composto per lo più da filippini, indiani, srilankesi, ma anche latinoamericani, inglesi, americani ed europei. Per i coreani c'è un servizio a parte svolto dal Nunzio, che è appunto coreano.
La Direzione Generale del Pime, inoltre, forse pensando alla vicinanza geografica, mi ha affidato un compito che non riguarda direttamente il Bangladesh ma il Myanmar. Coordino un programma di appoggio al Seminario Nazionale di Spiritualità Sto Michael's Seminary di Taunggyi, dove convergono i seminaristi di tutte le diocesi del Myanmar. In pratica, valuto con lo staff locale i programmi annuali, e preparo con loro i nuovi programmi, aggiorno la biblioteca, provvedo ai professori esterni. Si tratta di missionari del Pime (o collegati con questo istituto), per lo più operanti in Asia, che si prestano per tenere brevi corsi. Il progetto coinvolge una quindicina di persone, ed è un altro aspetto del servizio del Pime alla formazione di leader di queste Chiese. Per me comporta molto lavoro di posta elettronica, e uno o due brevi viaggi in
Myanmar all'anno.
Infine, ci sono le attività nate senza che avessi nessun incarico in proposito.
Non avendo io attività religiose, sociali, caritative, educative che mi impegnino finanziariamente, ho iniziato ad usare le risorse che spontaneamente mi mandano amici e conoscenti per aiutare preti locali, altri missionari e "casi" particolari di poveri, ammalati, studenti in difficoltà. Con il tempo, circostanze varie mi hanno messo in contatto con persone del luogo che si stanno impegnando per il bene della loro gente. Ho ritenuto e ritengo che aiutarle sia un modo adatto alla mia situazione: non ho nessuna responsabilità diretta, ma consiglio e sostengo opere che reputo ben fatte, in mano a laici che difficilmente trovano sostegno da strutture ecclesiastiche o da Ong internazionali.
In particolare, aiuto tre iniziative.
La prima è il "Betchara Shishu Sadan", un ostello per studenti poveri avviato da un bonzo buddhista in un remoto villaggio del sud, Betchara, nella provincia di Bandarban. Ci sono 50 studenti, buddhisti del gruppo etnico "Marma" (di origine birmana) dalla prima elementare all'ottavo anno di "High School", affidati dal bonzo alla responsabilità di un giovane maestro, Mongeyo Marma. Èpieno di buona volontà e di ideali, ma senza risorse. Mi èsembrato degno di fiducia, ho avuto riscontri che sta facendo bene; lo assisto soprattutto grazie agli aiuti di una parrocchia di Bergamo e di amici di Roma. Questo mi dà anche occasione di conoscere qualcosa del mondo buddhista, che in Bangladesh consiste in una minoranza piccola (circa 800.000 persone), ma più consistente di quella cristiana. Non credo valga la pena di sprecare la parola "dialogo", ampiamente logorata da usi propri e impropri. Semplicemente si interagisce in amicizia e con rispetto, venendo a conoscersi un poco di più reciprocamente. Ciò vale per me, per le persone dell'ostello di Betchara, e un poco anche per i benefattori italiani, che cerco di tenere informati e interessati.
Il secondo è un altro ostello, "Alex Home". Si tratta di una coppia di cattolici bengalesi, Tomas e Noyon Sorkar, con 5 figli che, qualche tempo fa, ha iniziato a raccogliere ragazzi poverissimi per mantenerli e mandarli a scuola con l'aiuto di un benefattore americano che conosceva e stimava questa coppia. Morto il benefattore, si sono trovati nei guai, e io li ho aiutati ad uscirne. Ora hanno 35 ragazzi, per lo più indù ma anche cristiani, molto ben seguiti ed educati. Lostello si trova a Dhaka, relativamente vicino al seminario, ma per il prossimo mese di giugno lo trasferiamo in un villaggio del sud, dove i costi sono minori e l'ambiente più adatto ai ragazzi, quasi tutti originari di quelle zone. Ho avuto aiuti sostanziali per quest'opera da Genova, Bologna e Bergamo.
Infine, Dino e Rotna Halder, una coppia giovane, simpatica. Vivono in due stanze, hanno ciascuno un buon lavoro come insegnanti, e tengono in casa nove giovani donne ciascuna in gravi difficoltà, ma per ragioni diverse: ripudio, vedovanza, ragazze madri, ecc. Hanno avviato un'attività di appoggio a donne in difficoltà, insegnano loro cucito e ricamo, vendono i loro prodotti, le ospitano in casa quando c'è bisogno. Raggiungono un centinaio di donne, qui a Dhaka dove abitano e dove harmo il loro lavoro di insegnanti, e in vari luoghi del Bangladesh, aiutandole a sopravvivere e a sperare. Quando qualcuna arriva da lontano per portare la sua merce, la invitano a fermarsi due o tre giorni. Schiacciate come sardine nel piccolo appartamento, sperimentano un po' di compagnia, un tetto, la televisione, tempo per pregare (ognuna a modo suo), lavoro tranquillo, la vicinanza di un uomo e di una donna istruiti che le rispettano, qualche pettegolezzo, il cibo garantito, l'amicizia e il raccontarsi i propri guai... insomma, un pezzo di paradiso in terra!
Mi pare che Dino e Rotna abbiano il dono naturale, alimentato dalla loro convinzione e dalla loro fede, di trattare con queste persone in difficoltà.
"Ho fatto la fame da ragazzo - dice Dino - e quando penso alla disperazione di certi giorni mi riprende l'angoscia. Vedo qualcuna di loro, mi chiede aiuto, rivivo quei tempi...".
Rotna organizza la vita in casa e il lavoro, Dino passa tutto il tempo libero girando da un club a un convento, da un negozio a una parrocchia, per cercare affannosamente di vendere ricami e artigianato vario che le donne producono. Pagare tutte, e tirare a fine mese è un'impresa!».
Lavoro ce n'è tanto, dunque. Niente male per un Superiore in pensione.
Padre Franco ringrazia Dio per essere tornato qui a vivere una seconda giovinezza. Proprio nel Paese più corrotto del mondo, qui dove la stampa non è libera e la voce della Chiesa cattolica conta quanto il mormorio di una zanzara...
«Faccio quello che posso - conclude sorridendo - perché credo che essere missionari, oggi, voglia dire innanzitutto amare quest'umanità in tutte le sue sfaccettature, così come fa Dio e così come imparo ogni giorno dalla gente semplice dal cuore grande.
E mi posso ritenere contento se riesco a dare anche solo una mano a questa Chiesa piccola e spaventata da tante cose più grandi di lei che le avvengono intorno, comprese le grandi tensioni internazionali in cui le minoranze sono come fili d'erba in un prato in cui gli elefanti si scontrano fra loro».

 

Una Chiesa piccola ma varia

Una delle occasioni in cui meglio si apprezza l'incontro di culture diverse è l'ordinazione sacerdotale di giovani tribali. È una festa in cui si trovano riunite le antiche cerimonie della popolazione santal (il bagno, l'unzione di purificazione, la benedizione dei genitori, ecc.), con le antiche cerimonie della Chiesa cattolica.
Dopo la liturgia tutti danno sfogo alloro entusiasmo, e sul grande prato di fronte alla chiesa, in un unico colpo d'occhio e in una grande confusione di suoni e di colori, è possibile assistere alle vivacissime danze dei Munda, con i grossi tamburi rimbombanti, alle lente e ripetitive danze delle donne santal, a quelle aggressive degli uomini urao, e ai "kirton", canti tradizionali indù accolti e rielaborati dalla comunità cristiana bengalese.
Queste feste, che riuniscono in poco spazio i vari esempi delle culture del Bengala, possono ricordare la chiesa del Bangladesh: molto piccola numericamente, ma molto varia dal punto di vista storico e culturale.
I primi cristiani sono stati convertiti dai portoghesi, commercianti e pirati, nel '500 e '600. Portano nomi portoghesi (Gomes, Costa, Rozario) e sono bengalesi. Hanno di solito una fede con molte pratiche devozionali simili a quelle dell'Europa meridionale, ma vi hanno anche introdotto liberamente canti, feste, tradizioni prese dall'induismo
o create autonomamente. Da questo gruppo provengono la maggior parte dei preti locali e sette degli otto vescovi che dirigono le sei diocesi di questo paese.
I nuovi cristiani provengono soprattutto dalle varie popolazioni tribali già ricordate.
Una Chiesa piccola piccola (lo 0,04% della popolazione totale), dunque, molto attiva, divisa, varia e in crescita.
Attiva e in crescita non solo numericamente. In questi anni si è andata strutturando sempre più, e si è quasi completato il passaggio delle responsabilità dagli stranieri ai locali. I missionari non sono certo superflui, ma cerca
no strade per andare oltre ciò che già c'è, per stabilire nuovi contatti, servire bisogni a cui finora non si è potuto prestare attenzione.
Divisa. Sì, purtroppo, pochi ma divisi! I cattolici sono di gran lunga la maggioranza, ma non mancano i battisti, molto dinamici nel primo annuncio, la Chiesa del Bangladesh legata alla Comunione anglicana, i luterani e numerosi altri gruppi minori. Non diamo un bell'esempio,
  anche se qua e là si fa qualche timido sforzo per conoscersi, rispettarsi, realizzare qualcosa insieme.
Molto varia, e questa è una caratteristica unica nella società del Bangladesh. La stragrande maggioranza della popolazione infatti è compatta, di religione islamica e di razza bengalese; c'è una consistente minoranza indù, a,nch 'essa bengalese di lingua e cultura, e poi piccole minoranze aborigene e buddhiste, ognuna isolata dall'altra. I cristiani invece sono un arcobaleno: meno del 50% di origine bengalese, e poi
- come si è detto -
Santal, Orao, Mandi e numerosi altri gruppi. Una convivenza per la quale in futuro potrebbero manifestarsi problemi seri, perché non è facile comporre la fedeltà alla propria cultura con l'appartenenza ad una comunità più vasta, cristiana, che a sua volta è dentro la più vasta realtà islamica del Bangladesh. Ma insieme ai rischi, c'è anche la ricchezza di questa situazione, che spezza visioni chiuse, mentalità di ghetto, per vivere e testimoniare la forza unificante della fede in Gesù e dell'amore reciproco.
Lo sforzo attuale della Chiesa, dunque, è di formare una comunità fortemente unita nella fede, ma che lasci a ciascuno un 'identità culturale propria.

Tratto dal libro di M. Lattanzi Bangladesh, Paese d'acqua