Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

15. PASTORALE CITTADINA

È l'''Eid ul Fitr", la più grande festa dell'islam, che segna la gioiosa fine del sacro digiuno dopo il mese di Ramadan. Oggi la gente si sveglierà con calma, i musulmani indosseranno i vestiti nuovi, parteciperanno alle grandi riunioni di preghiera nelle piazze della città. Poi faranno visita ai propri parenti e conoscenti, insieme pranzeranno in allegria. I poveri, mendicanti sui bordi dei marciapiedi o accovacciati ai muretti delle moschee, lanceranno il loro grido pietoso, confidando nell'elemosina oggi a loro dovuta come prescrive il Corano. Molti potranno gustare i pranzi serviti per loro da benefattori e moschee.
Dalla tarda mattinata fino a notte inoltrata tutti si riverseranno per le strade, ma per ora - sembra un miracolo la grande caotica Dhaka appare deserta. Botteghe e botteghini sprangati, il sole è già caldo ma il grande sonno veglia ancora sulla città. Niente gas asfissianti dei baby taxi, niente scampanellio dei risciò, nessuno sfrecciare rumoroso di veicoli di ogni tipo: autocarri, autobus e fuoristrada. Nulla di tutto ciò. Niente ingorghi, né sterzate improvvise: sembriamo i padroni della strada. Solo noi, una piccola comitiva di ragazzi su un minibus guidato da p. Gian Paolo Gualzetti: destinazione Savar, una grande area industriale a 30 chilometri da Dhaka, zona che con la costruzione di numerose fabbriche, soprattutto straniere, si è trasformata in un formicaio di migliaia e migliaia di giovani - tra cui numerose ragazze - venuti a fare gli operai, sopportando anche pesanti turni notturni pur di guadagnare qualcosa. Qualcuno riesce a mandare qualche spicciolo al villaggio, altri tirano la cinghia perché lo stipendio è ancora misero.
È qui che ogni quindici giorni viene il missionario lecchese a celebrare la Messa per uno sparuto gruppetto di cristiani che in questo luogo vivono e lavorano.
Sono una trentina, alcuni sposati, altri no, che abitano - in tre o quattro - in queste casette tutte uguali allineate strette strette lungo viottoli in cemento, confinanti con le alte mura degli stabilimenti. Non c'è ancora un centro pastorale per loro e così, per l'Eucarestia domenicale, ci si ritrova in una stanza.
Un grande letto in legno che domina l'ambiente - servirà per tutti noi fedeli e per i suonatori del tipico organetto bengalese - una piccola credenza con i bicchieri di vetro in bella vista, un tavolino allestito con gusto e finezza una tovaglia bianca ricamata a mano, un lumino, un crocifisso, un vaso di fiori freschi - ed ecco pronta una piccola "domus ecclesia". Padre Gian Paolo indossa una leggera stola variopinta e inizia la celebrazione. Guardo questi giovani che - accoccolati con le gambe incrociate accanto a me su quest'unico lettone - poco prima con grande gioia ed entusiasmo hanno cantato il loro Alleluja; guardo questo sacerdote, la faccia da guida alpina, che con pacatezza spiega il Vangelo di oggi.
Parla di Zaccheo. Non comprendo cosa racconta il padre lisciandosi la folta barba nera, ma nella stanza - ne sono sicura - riecheggiano le parole di Gesù: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa".
Questa la missione di p. Gualzetti: radunare le pecore sperdute e con loro formare un'unica "cordata" attorno alla Parola e al Pane, affinché siano comunità.
Questo da sempre il fulcro che ha trasformato la sua vita: Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto carne.
Originario di Lecco, classe 1959, dopo il servizio militare cominciò a sentire il desiderio di fare qualcosa di bene per gli altri, desiderio che a poco a poco diventò "voglia di testimoniare l'amore di Dio, manifestatosi agli uomini attraverso Suo Figlio".
Entrò nel Pime con l'idea di andare in missione, però dovette attendere ben sei anni dopo l'ordinazione sacerdotale prima che il suo sogno potesse realizzarsi, nel 1992. Destinazione Bangladesh.
«E io che ogni tanto sognavo la vita nei villaggi, eccomi qui alle prese con la grande città», mi dice tornando a Dhaka per visitare il sottocentro dove opera: Mirpur.
Città satellite vastissima, ha circa due milioni di abitanti e fa parte della municipalità di Dhaka. Quartiere periferico in pieno boom edilizio, ma con baraccopoli ancora ben presenti, dove si riversano le persone provenienti dai villaggi o di ritorno nel Paese natio dopo un' esperienza fallita all' estero. Fino a non molto tempo fa una delle aree malfamate di Dhaka, ora Mirpur ha le sue cento moschee e le sue sette chiese cristiane (sei protestanti e una cattolica), ha ospedali e cliniche, ha un grandioso stadio per il gioco del calcio e persino una piscina per le gare di nuoto, ma anche numerose capanne ammassate tra vicoli malsani. Le famiglie cristiane che ci vivono (almeno quelle finora scoperte) sono circa 350. Sono di tutte le estrazioni e provengono dalle più svariate località del Bangladesh, ma soprattutto dal sud: ci sono famiglie ferventi e dotate di documenti da parte delle loro parrocchie di origine e ci sono famiglie nate da irregolarità matrimoniali. Ci sono uomini soli, con mogli e figli al villaggio e c'è anche qualche donna sposata con un musulmano.
«Sono tante le situazioni in cui siamo immersi. Molte persone giungono dalla campagna in cerca di lavoro, altre provengono dall' estero, dove sono stati magari da clandestini, vendendo quel poco che avevano e indebitandosi. Rimpatriati a forza, senza aver trovato là alcuna occupazione, con quale faccia possono rientrare nel proprio villaggio d'origine? La periferia della grande città garantisce l'anonimato che tanto cercano, mentre tentano di rifarsi una vita in condizioni precarie».
Una missione difficile, dunque, dove ci sono miseria, arretratezza, emigrazione e mobilità interna, problemi legati all'eccessiva popolazione, all'analfabetismo (il 66%), a un inizio di industrializzazione che facilmente porta allo sfruttamento e a una colonizzazione mediatica selvaggia.
In questa zona cominciò a venire p. Gianantonio Baio, mentre era parroco della chiesa di santa Cristina, anch'essa parrocchia giovanissima, fondata nel 1990 e affidata al Pime.
Da subito p. Baio si diede da fare per strutturare e formare la nuova comunità che contava l'appoggio di un buon numero di istituti religiosi presenti nella medesima zona, l'Asad Avenue, non a caso chiamata anche "Vatican Road". Ma da buon missionario non si accontentò di chi già veniva in chiesa e si prodigò a cercare quelle pecore che erano senza pastore. Così iniziò la piccola comunità di Mirpur.
La Messa domenicale veniva celebrata, per la sparuta comunità disseminata nel territorio, al terzo piano di un deposito per spedizioni - in uno stanzone della cooperativa dei lavoratori di juta, - poi nel refettorio del noviziato delle suore missionarie dell'Immacolata, finché, radunato pian piano un discreto numero di cristiani, giunse il momento di costruire assieme una chiesa, segno visibile del loro essere comunità.
«Se noi saremo fissi, aiuteremo anche loro a stabilizzarsi. Se troveranno un centro dove recarsi, sarà anche per loro un punto di riferimento in questa caotica città dove non hanno radici e vivono con un gran senso di precarietà e provvisorietà, se sapremo offrire un luogo dove la catechesi e la liturgia sono belle e gustose, potranno sentirsi a casa, maturando il desiderio di tornare e stare», questa l'intuizione che ha spinto i padri del Pime a investire in questa zona di periferia. Ed è stata un'idea vincente.
La posa della prima pietra fu fatta nel giorno della festa di Maria Regina degli Apostoli e questo diventò il nome del nuovo sottocentro.
P. Gian Paolo ricorda ancora bene l'avvenimento: era il 29 maggio 1993.
«Dalla nostra chiesa di santa Cristina, dopo venti minuti di traffico sonoro di Dhaka arrivammo alla casa delle suore missionarie dell'Immacolata. A piedi ci inoltrammo nel quartiere di Mirpur. Aperto il recinto della chiesa, non c'era la banda e neppure le autorità cittadine ad aspettarci, davanti a noi c'era solo un grande prato con una montagna di mattoni rossi e tanta gente. Tutte le maestranze erano al gran completo con a capo il proprietario dell'impresa edile. Si diede inizio ai preparativi della posa della prima pietra. Il nostro Superiore regionale (p. Zanchi) impacchettò in una busta di plastica tre oggetti da iricementare nelle fondamenta della nuova chiesa: un rosario, il documento della chiesa bengalese, la "Nuova Evangelizzazione verso il 2000" e un disegno, Gesù sulla barca. Nei nostri cuori c'era il desiderio che questa nuova chiesa fosse luogo di preghiera e di incontro con Dio, una sorgente di evangelizzazione affinché tutti potessero conoscere quanto è grande l'amore di Dio. La maggioranza dei presenti era musulmana e anche loro si fecero intorno al profondo buco, ascoltarono le nostre preghiere e vollero gettare un po' di cemento. Scattammo le foto di rito e poi dolci per tutti, dal capomastro allo spaccapietre, offerti dall'impresario che, da bravo musulmano, ci tenne che i suoi lavoratori si sentissero come una grande famiglia».
«Sai, - prosegue p. Gualzetti - la sfida delle grandi città è una delle sfide del nostro tempo per l'evangelizzazione dei popoli. Come Pime in Bangladesh ci stiamo interrogando e riflettiamo su come accogliere questa grande provocazione.
Mirpur vuole essere un ulteriore passo nella crescita della consapevolezza che non basta costruire una bella chiesa, ma ciò che conta è formare una comunità aperta agli insegnamenti di Gesù e al soffio del suo Spirito per sapersi prendere cura del fratello che busserà alle nostre porte».
E così fu.
Questo sottocentro piano piano crebbe, sia di numero di presenze sia di attività.
«Stiamo puntando molto sulla formazione a tutti i livelli di età (con la catechesi del venerdì) compresi gli adulti (al mercoledì sera) e sulla conoscenza personale visitando le famiglie. Lobiettivo è di formare una comunità capace di aprirsi al bisogno degli altri. Un cammino lungo, che richiede molta pazienza viste le diverse provenienze e mentalità della gente, e una giornaliera conversione alla volontà di Dio. Sono l'unico prete stabile, ma ho la fortuna di avere vicino due comunità di suore, con annesso noviziato, una del Pime, l'altra delle Luigine di Alba, che danno una grossa mano. Tra loro c'è suor Golapi (Rosa, in lingua bengalese) che si dedica a tempo pieno alla parrocchia e in particolare alle famiglie. Anche la valtellinese suor Maria Assunta, essendo sempre reperibile perché malata, è un validissimo aiuto e punto di riferimento.
Poi c'è il fedele catechista a tempo pieno: Sawpon, discepolo di p. Zanchi ai tempi in cui fondò la nuova missione di Gulta. Papà di famiglia con due bei bambini, è l'unico convertito della sua famiglia, tribù Oraon. Da giovanissimo ha frequentato i nostri ostelli e con perseveranza ha superato prove e difficoltà, solo dopo tanti anni ha ricevuto il battesimo. Ora mi aiuta nel sottocentro: con lui mi consiglio e mi confronto; con lui programmo la catechesi del mese, i vari incontri e le visite alle famiglie. È il mio braccio destro.
Con lui, sfogliando le schede del sottocentro di Mirpur, nel 1999 ho scoperto che ben 35 famiglie provenivano dalla missione di Narikelbari, nel sud del Bangladesh, diocesi di Chittagong, missione per sei mesi all'anno nell'acqua. Con la lista alla mano, quindi, mi sono incamminato per i sentieri di questa missione ,- dove era parroco il mio confratello p. Ezio Mascaretti - per visitare i loro parenti, conoscere le loro radici e condizioni di vita. Sono in molti, specialmente gli uomini e i giovani, che lasciano quelle terre - dove vivono di pesce durante le piogge, di raccolti durante la stagione secca - in cerca di lavoro nelle grandi città. L'accoglienza è stata eccezionale, con p. Ezio ho trascorso delle belle giornate confrontando ci e incoraggiando ci a vicenda sulle nostre attività apostoliche. La visita ha portato il frutto di una maggiore collaborazione e comunicazione tra noi.
Ha aiutato a comprendere meglio ferite e dolori di questa gente. E ora insieme cerchiamo di toglierli dalla clandestinità, dalle irregolarità familiari, restituendo loro dignità». Per loro si svolgono catechesi e incontri nelle aule sopra la chiesa, edificio di tre piani simile ad un grande parallelepipedo che svetta sulle case tutt'attorno.
E per "far sentire le persone a casa", nel retro di questo sotto centro è stato allestito anche un piccolo ambiente per l'accoglienza degli ammalati provenienti dalle missioni, bisognosi di cure speciali negli ospedali di Dhaka.
Hanno bussato alla porta ed è stato loro aperto.
«Chi viene in capitale con un malato è veramente perso e spesso anche maltrattato: dare ospitalità all'ammalato e ai parenti significa dare appoggio e sicurezza.
Il giovane Thomas è l'attento accompagnatore che ben si destreggia nelle corsie degli ospedali per procurare medicine o il sangue per l'operazione del caso. Il numero degli ospiti è ridotto, abbiamo solo sei letti disponibili, ma a volte c'è il pienone. Per esempio un mese fa avevamo due uomini, una donna, due fratelli e sorelle e una mamma con due bambini. Visto che la loro permanenza si prolungava, per verificare la reazione ad alcuni farmaci e per altri esami, abbiamo organizzato per loro anche qualche attività, in particolare per i bambini che sentivano nostalgia di casa: visita allo zoo, concorso di pittura e qualche piacevole ricreazione.
Come se non bastasse, recentemente il comitato del servizio mi ha proposto di riunire tutte le persone della nostra comunità che sono coinvolte nel settore salute. Al!'invito hanno risposto più di cinquanta infermiere, operatori sanitari e anche un veterinario. La domanda centrale dell'incontro era: "Che cosa potete dare alla comunità di Mirpur e noi cosa possiamo fare per voi?". Dai diversi interventi emerse che uno dei più grossi problemi per chi si ammala sono i costi. È veramente una tragedia! Non c'è nessuna assicurazione sanitaria pubblica e la tendenza comune di molti dottori è di prescrivere molti esami (a volte inutili) da farsi nel laboratorio da loro raccomandato, di far comprare medicine all'ultimo grido (costosissime) e di operare anche quando non c'è bisogno. Perciò a loro abbiamo chiesto di collaborare per evitare abusi e sperperi.
Un aiuto prezioso specialmente per i più poveri. Un altro problema che è emerso è per le infermiere appena diplomate e non sposate. Per loro è difficilissimo trovare
una casa perché i padroni non affittano volentieri le loro stanze a due o tre ragazze non sposate. Troppi problemi in vista, in particolare con i giovanotti che ronzano intorno. Perciò è nata la proposta di creare un piccolo ostello per infermiere e studentesse. Speriamo di sapere muovere i passi del servizio nella logica dell'amore e della gratuità».
Costruire una comunità accogliente e solidale?
Sul territorio c'è una comunità telegu, di origine indiana. Ed ecco che è stata aperta la porta anche a loro. Per aiutare i bambini ad integrarsi nella scuola bengalese, una insegnante prepara i più piccoli ad essere ammessi alla prima elementare senza troppe paure e complessi per la lingua. Tra di loro c'è anche qualche grandicello che ha perso il treno precedente per diversi motivi familiari. Gli scolari sono una ventina, tutti pieni di energia e la nostra maestra ha un bel da fare, ma i risultati non sono niente male.
Occorrono strutture? Nonostante retrosie, non si esita a idearle.
Anche questo è aprire la porta a chi bussa.
«Quando sono arrivato a Mirpur mi dicevo: io qui non fonderò mai una scuola perché ci sono troppi problemi da affrontare e poi in questa zona ci sono abbastanza scuole. I nostri cristiani sono ben serviti. Ma a volte non si fanno i conti con l'oste. Una scuola cristiana gestita in proprio da un fratello cattolico dovette chiudere perché non aveva più soldi per pagare gli insegnanti e l'affitto della casa. Processione dal padre, prima i genitori, poi gli insegnanti e infine qualche membro del Consiglio pastorale mi tampinarono perché facessi qualcosa, soprattutto affinché gli studenti potessero concludere l'anno scolastico. lo risposi che da solo non potevo far nulla, ma se si formava un comitato si sarebbe potuta valutare la cosa... ed ecco il comitato fu fatto in quattro e quattr' otto.
Ahimè, il Signore mi prese per i capelli e così mi ritrovai anch'io alle prese con orari, stipendi per gli insegnanti, stemma per la scuola, gessi, affitto da pagare... e chi più ne ha più ne metta, ma anche questa è missione: le esigenze del momento ti indicano la strada da percorrere per condividere i problemi della tua gente e testimoniare l'amore del Padre.
Avevamo iniziato anche un doposcuola per i ragazzi disseminati nelle diverse scuole governative o private dei rioni. Con i nostri giovani, studenti del College, facevamo il doposcuola ad alcuni ragazzi e ragazze delle elementari. Per le distanze, i diversi orari di scuola e la paura di qualche incidente sulla strada, il doposcuola era a domicilio con gruppi di due o tre ragazzi. Ai giovani davamo una paga mensile come contributo ai loro studi, contributo non elevato per stimolarli alla logica del servizio verso i piccoli. Poi, viste queste diverse attività scolastiche, dopo sette anni di presenza a Mirpur e con l'appoggio del parere dei miei confratelli, mi sono deciso ad aprire un cantiere per il bene di questo rione della periferia della capitale.
Abbiamo pensato ad una costruzione che potesse ospitare la nostra scuola, il doposcuola per i poveri, il corso di alfabetizzazione per gli adulti, il corso di taglio e cucito della san Vincenzo, l'ostello per le lavoratrici non sposate e qualche iniziativa per i giovani (corso di computer, corso di inglese, opportunità di ritrovarsi e riflettere insieme).
Nel 2003 finalmente abbiamo benedetto la prima pietra della costruzione, sorta di fronte alla nostra chiesa. Nelle fondamenta abbiamo messo un piccolo crocifisso, l'immagine del nostro mosaico della Regina degli Apostoli e l'immaginetta di p. Luigi Pinos. Qui si usa così. Il primo simbolo è chiaro: Gesù Cristo nostra roccia, è su di Lui che vogliamo costruire la nostra casa. Il secondo richiama la presenza di Maria con i dodici apostoli, la sua protezione e la loro unità sono indispensabili per affrontare un' opera così grande. Infine p. Pinos che in vita mi ha incoraggiato a lanciarmi in questa avventura e ora spero che dal cielo abbia uno sguardo particolare non solo sui lavori ma soprattutto sulle motivazioni e lo spirito dell'opera».
Anche gli studenti diplomati alla Novara Technical School di Dinajpur che vengono a Dhaka per la prima volta in cerca di lavoro hanno cominciato a bussare alla porta di Mirpur. Che fare? Viene loro garantito un temporaneo supporto logistico per l'alloggio e il vitto, in modo da rendere più agevole la permanenza in una metropoli già problematica per molti altri aspetti.
E se non sono gli emarginati che bussano, li si va a cercare.
Grazie all'attenzione indagatrice del giovane missionario, l'aiuto assume la forma di una benevole piovra dai mille tentacoli, capace di insinuarsi anche nelle pieghe più nascoste della vita cittadina e tirar fuori dall'isolamento chiunque abbia bisogno di solidarietà e affetto.
Così in parrocchia è stato formato anche un piccolo gruppo di Fede e Luce (sulla scia di Jean Vanier) per handicappati. Una volta all'anno partecipano al pellegrinaggio diocesano, composto da un centinaio di handicappati con i loro rispettivi genitori e un gruppo di volontari e durante l'anno continuano ad incontrarsi tra loro mensilmente.
«Nella nostra parrocchia abbiamo tredici handicappati, scovati grazie a una fisioterapista di Parma che viene ogni anno a fare volontariato qui: in questa cultura l'handicap è considerato una maledizione e quindi, anche se un figlio non viene rigettato, non viene neppure aiutato ad uscire dalla sua situazione: c'è e sta lì. In un angolo». Ma p. Gian Paolo, che ancor prima di scoprire la sua vocazione missionaria, a Lecco lavorava presso La Nostra Famiglia come insegnante in un corso professionale per handicappati, non poteva non lasciare emergere questa sua sensibilità e così ha iniziato ad indagare quanti bambini sono colpiti da handicap, e di quale tipo, come aiutarli e dove indirizzarli insieme ai loro genitori.
Anche per loro, dunque, si cerca di creare un gruppo capace di strappare i singoli e le famiglie dall'emarginazione e di offrire un senso di appartenenza. Anche a loro si è aperta la porta.
Ma quante attività ha in ballo questo affabile missionario dalla tempra montanara?
«Mi sono trovato con una cosa nuova tra le mani e ho aperto tante porte, sto buttando tanti semi, vediamo un po' cosa germoglierà. Una cosa è certa: mi piace il mio servizio in tutte le sue sfaccettature, a contatto con le famiglie seguo la loro evoluzione, sento che la vita va avanti, cammino con loro. Gusto lo Spirito Santo che agisce in loro e mi metto al Suo servizio, attento a chi bussa al mio cuore.
Non sia mai che mi capiti di non udire il Suo autoinvito: "Oggi devo fermarmi a casa tua"».