Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

16. LA FAMIGLIA SI ALLARGA

 

Dinajpur: casa regionale del Pime.
Non manca proprio nessuno.
È iniziata l'assemblea di tutti i membri del Pime presenti in Bangladesh.
Un'occasione preziosa di ritrovo, di scambio, di ricarica fisica e spirituale.
Sono arrivati da ogni angolo delle quattro diocesi in cui lavorano ed è subito festa intorno alla tavola imbandita con una grande spaghettata, birra ghiacciata e abbondanza di salumi, introvabili altrove, arrivati da poco dall'Italia insieme a p. Quirico Martinelli.
Tra gli altri c'è p. Gregorio Schiavi, ormai più tribale che bergamasco, con il suo langhi variopinto, capelli lunghi e sigaretta sempre accesa; c'è il seriosissimo e impeccabile p. Dino Giacominelli, parroco a Bonpara; c'è il mitico ottantenne p. Angelo Canton, ancora in pista nella nuova parrocchia di Fuljana; c'è il missionario-architetto p. Ezio Mascheretti con p. Arturo Speziale, nel suo abito bianco da guru - reminiscenza dei tanti anni passati con gli indù - accanito traduttore e redattore di libri in bengalese; c'è l'asciutto e iperattivo p. Giovanni Beretta e il serafico p. Giancarlo Bozzini, e poi i tanti già incontrati sul 10ro "posto di lavoro". Una quarantina di missionari italiani che, chi da poco, chi da più di mezzo secolo, ha lasciato la propria città, il proprio paese, a servizio di questa minuscola chiesa bengalese nelle più svariate attività sociali e pastorali, seguendo la grande fantasia dello Spirito.
Tra loro due preti colombiani, associati al Pime dal
2000.
La famiglia del Pime ha spalancato le braccia a questi Fidei Danum (preti diocesani a servizio in missione) e li ha accolti come due dei suoi.
E loro paiono ben inseriti in questa "combriccola" italiana.
P. Arcila Giraldo Fabio, 54 anni, ciuffo bianco che spicca sulla folta chioma nera, pacato e riflessivo mi racconta: «Sono stato ordinato sacerdote 15 anni fa e ho cominciato a lavorare nel seminario che dipende direttamente dalle Pontificie Opere Missionarie, dove si formano sacerdoti per le diocesi della Colombia più carenti di clero. Nel seminario diocesano di Sonson-Rio Negro sono rimasto nove anni come professore, direttore spirituale e, negli ultimi cinque anni, come rettore. Grazie al lavoro che svolsi in quegli anni con i gruppi missionari, crebbe in me lo spirito missionario, così che mi misi a disposizione del vescovo per questa mia prima esperienza diocesana di missione "ad gentes", ma non mi aspettavo che solo un mese dopo la presentazione della mia lettera, sarei stato inviato qui in Bangladesh.
Fin da piccolo avvertivo questa tensione missionaria, alimentata in famiglia, in parrocchia e poi nel seminario intermissionario a Bogota. Ho tanto parlato di missione... non volevo che fosse solo teoria, da qui il desiderio di farne io stesso esperienza. E il Signore mi ha preso in parola.
Sai, - mi dice in un buon italiano imparato a Busto Arsizio, in provincia di Varese, dopo essere stato a Detroit a studiare l'inglese, -!'idea che tutta la diocesi debba sentirsi responsabile dell'evangelizzazione nel mondo e non soltanto nel proprio territorio in Colombia è andata crescendo nel tempo, ma si rese esplicita sotto !'invito del cardinal Tomko, Prefetto della congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, durante l'ultimo Convegno missionario, tenutosi nel Parana, in Argentina.
Il cardinal Tomko nel 1999 era in Colombia quando si riunirono la Conferenza episcopale, le congregazioni e gli istituti missionari e, ricordando ciò che aveva affermato Puebla, che cioè "l'America Latina deve dare della sua povertà", disse che la Colombia stava dando missionari alla Chiesa, ma non nella misura che avrebbe potuto e dovuto
dare. Ci stimolò quindi ad essere più generosi. Il nostro vescovo domandò al cardo Tomko dove avrebbe potuto inviare sacerdoti ed egli suggerì il Bangladesh, perché è un paese che ha molto bisogno di missionari e propose che ci legassimo al Pime che da tanto tempo lavora in quel Paese.
Ben 163 preti della nostra diocesi stanno lavorando fuori, in altre diocesi, sempre in Colombia dove il clero è più scarso e in altri 17 paesi in progetti di "Chiese sorelle", ma finora nessuno era stato mandato in diocesi veramente ad gentes. Quelli che lavorano fuori della Colombia si trovano quasi tutti in paesi dell'America Latina e alcuni pure in Europa.
Fino al 1965 la missione era solo prerogativa delle congregazioni e degli istituti religiosi. Nelle parrocchie si facevano solo iniziative e raccolta di denaro per aiutare i missionari. È a partire dal Concilio Vaticano II che le diocesi hanno preso coscienza del dovere di impegnarsi nella missione, anche più delle congregazioni e degli istituti missionari. E ciò lo sta percependo non solo il clero ma tutta la comunità cristiana».
«Anche per me la partenza per il Bangladesh è stata una grande sorpresa - interviene p. Lopez Jimenez Luis Ferney, 31 anni e la faccia da bambino. - Come seminarista feci pastorale fuori Paese, in America Latina, infatti ho studiato nel seminario missionario dello Spirito Santo, dove si formano preti sia per le diocesi che hanno pochi sacerdoti, sia per le diocesi che ne hanno molti, come la nostra, con l'obiettivo di lavorare un giorno in altre aree missionarie.
Quindi c'era la mia disponibilità, ma quando si iniziò a parlare del Bangladesh dentro di me pensai: "Poveracci quelli che andranno lì!". Lo stesso giorno della mia ordinazione mi arrivò la proposta di partire...
Per noi l'Estremo Oriente era tutto un mistero, un
mondo lontano mille anni luce.
Ma se prima dicevo: "Poveracci coloro che andranno là", ora dico: "Siamo fortunati". È vero che il Bangladesh è
molto più povero della Colombia, è vero che ho lasciato il poco per trovare il nulla, ma qui sto ricevendo molto di più di quello che riesco a dare.
Mi sento un privilegiato: stare qui ti cambia la vita e ti arricchisce culturalmente e spiritualmente. Si apprezza di più quello che si è lasciato.
Dalla condivisione con i più piccoli e poveri, si impara la loro fede e religiosità. Ho scoperto Dio Padre come esperienza propria cristiana (visione lontana ed eresia per i musulmani) e che tutti gli uomini sono uguali e fratelli (eresia per gli induisti): è una riscoperta forte della nostra fede nei confronti di Dio e degli uomini.
Tante cose per noi scontate qui non lo sono più.
Ora capiamo meglio i missionari che stanno da noi:
pensiamo che vivono situazioni molto più difficili rispetto alla nostra qui (guerriglia, foresta, vita difficile).
Pensate che attualmente in Colombia c'è un bengalese in missione: Parimal Rozario (lavora a Medellin), interessante no?
La notizia della nostra partenza ha avuto molto impatto su tutta la diocesi, perché si trattava di un'esperienza rischiosa, difficile, ma c'era anche entusiasmo per questa gen~rosità e disponibilità. Ci sembrava di essere tornati ai primi tempi del cristianesimo, quando tutta la Chiesa era missionaria e inviava senza scrupoli i suoi alle Chiese sorelle».
È p. Fabio che continua dopo una bella forchettata di pasta: «Siamo convinti che non è un caso il nostro essere missionari qui in Bangladesh, è Dio che ha provveduto da molto tempo a spingere l'America Latina fuori dai suoi confini. E non è stato un caso neppure l'essere venuti qui con il Pime, Istituto che ha una lunga esperienza di lavoro di missione ad gentes come missionari diocesani».
Per noi concretamente cosa significava? Cosa comportava? Quali rapporti avere con la propria diocesi, con la diocesi d'accoglienza, con il clero locale?
Staremo lontani dal nostro paese 6 anni, compreso il tempo trascorso per imparare le lingue, l'inglese prima, l'italiano e il bengalese dopo. Come Fidei Donum speriamo
che questa esperienza abbia continuità e dopo di noi altri ci sostituiscano (due sono già in Italia per prepararsi a venire qui!).
Il nostro impegno inoltre non si concluderà con il rientro in Colombia: una volta tornati il nostro dovere sarà condividere l'esperienza missionaria vissuta e svolgere animazione missionaria perché davvero tutta la chiesa colombiana si senta corresponsabile dei propri fratelli al di là del globo. Così il nostro servizio non si esaurirà certo in sei anni».
Fabio ha lavorato un anno a Boldipukur come assistente pastorale e ora si trova a Khalisha da due anni insieme a un prete santal, per la pastorale ordinaria in parrocchia e nei 15 villaggi vicini.
Luis è invece a Ruhea -la storica missione del Pime situata all' estremo nord del Bangladesh, parrocchia ora molto grande, - 115 villaggi su un territorio molto vasto, seguito da tre preti più nove suore e catechisti. Visitano tutte le comunità, soprattutto in occasione del Natale e della Pasqua, e in quegli incontri si amministrano i sacramenti, si discute, si ascolta la gente, mentre per la pastorale parrocchiale c'è un prayer leader che porta avanti le attività e celebra una para-liturgia la domenica.
Ci sono quindici villaggi catecumeni, un centro con ostelli, scuole, suore e due sottocentri.
Certo è che per questi latinoamericani il salto non è stato indifferente.
In Colombia 1'85% degli abitanti è cattolico e il resto appartiene ad altre confessioni cristiane, o a varie sette (fenomeno nuovo che si sta sviluppando molto ultimamente).
«È vero - afferma con foga Luis, sgranando gli occhi con entusiasmo - convivere con persone di altre religioni è un' esperienza completamente nuova e a volte anche faticosa, ma, dobbiamo riconoscerlo, è molto utile per la nostra fede, messa a confronto in particolare con l'induismo e l'islam.
E spesso mi stupisce il rispetto e la simpatia che c'è nei nostri confronti».
Per esempio a Ruhea p. Luis ha vissuto varie esperienze interessanti.
Un uomo anziano, un tipico musulmano nel modo di vestire, di tenere il copricapo e nel seguire le pratiche religiose, si auto definisce "amico della missione" da decenni. «A volte viene con me a visitare le comunità cristiane, così quando capita che mentre siamo in viaggio il muezzin dal minareto chiama alla preghiera, io fermo la mia moto e gli do cinque dieci minuti per la sua preghiera rituale e al termine: "Ho finito, possiamo proseguire", mi dice con tanta spontaneità. Una volta si è unito a noi per la celebrazione eucaristica e con pazienza e rispetto si è seduto sulla porta della cappella a guardare.
Il direttore della madrassa (la scuola coranica) vicina alla parrocchia quest'anno ha aiutato la missione a raccogliere fondi per riparare una cappella. È riuscito persino ad ottenerne un po' dal governo. Un gesto significativo, ti pare?
Un altro nostro amico è il capo della moschea di Ruhea: ci aiuta molto e anche noi cerchiamo di aiutarlo. Un venerdì la sua motocicletta era fuori uso e così mi ha chiesto di accompagnarlo alla moschea per la preghiera del pomeriggio e lungo la via molte persone, con estrema naturalezza ci salutavano sia alla musulmana "Assalam Alaikum Hujur" sia alla cristiana "Jeshu Pronam Pather".
Questi e tanti altri esempi mi dimostrano che il più delle volte le persone religiose hanno rispetto del diverso, dell'altro. Anche se non abbiamo l'unica stessa fede, crediamo nell'unico Dio».
Argomento scottante, di questi tempi, il dialogo interreligioso. Si mettono a parlare calorosamente un po' in inglese, un po' in bengalese - intercalando l'italiano - con i commensali di fianco. E la discussione si fa accesa.
P. Livio Prete, che di seminaristi e sacerdoti ne ha visti passare molti nei suoi lunghi anni di "carriera in vari seminari", li incoraggia con una bella pacca sulla spalla, e rivolgendosi a me con quella sua tipica espressione che mi rimanda ai tempi in cui lo conobbi a Monza: "Sono anime belle", mi dice. Mi accorgo che non è una frase banale.
Condivido, sono anime belle. E coraggiose, aggiungo io.