Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

18. DAL BANGLADESH ALLA COSTA D'AVORIO

I suoi confratelli del Pime missionari in Bangladesh li ho visti nei loro luoghi di missione e lui, che è bengalese, l'ho dovuto incontrare a Monza.
Perché p. Gabriel Costa, 44 anni, nato nei dintorni di Dhaka, da 8 anni missionario del Pime, attualmente è vice rettore ed economo nel seminario di questo Istituto, in Italia.
Mi riceve in parlatorio, alle spalle un bellissimo enorme quadro-icona dipinto dal missionario del Pime p. Fulvio Giuliano. Rappresenta la Pentecoste, ambientata in Africa. Mi colpisce l'esplosione dei colori degli uccelli variopinti, dei vestiti dei personaggi, del paesaggio e degli strumenti musicali. Mette gioia nel cuore, così come deve essere stato quel giorno a Gerusalemme: la discesa dello Spirito Santo ha invaso i cuori, ha messo le ali alla Parola, ha dato agli apostoli il coraggio di uscire ad annunciare la Buona Novella fino agli estremi confini della terra. E da allora i missionari hanno viaggiato. Senza tregua. Penso che questa immagine ben si addice a padre Gabriel. Anche il suo cuore è stato conquistato, colpito dal desiderio e dall'urgenza di partire per evangelizzare.
Solare, sorridente, colletto da sacerdote e crocetta appuntata sul cardigan blu, come si addice al suo ruolo, ma spontaneo e semplice, come i sandali che indossa senza calze pur nell' ormai freddo autunnale.
Nato il1 o gennaio 1961 a Rangamatia, un villaggio alla periferia di Dhaka, penultimo di cinque fratelli e due sorelle, figlio di contadini, da subito ha imparato cosa vuoI dire darsi da fare per vivere.
Famiglia non certo ricca, ma forte nella fede e piena di buona volontà e di speranza, pur avendo tanti figli, i suoi genitori hanno trasmesso il valore dell'istruzione e della
cultura, tanto che, nonostante i pesanti sacrifici da affrontare, hanno mandato tutti a studiare: sia maschi che femmine fino ad ottenere almeno un diploma. Certo è che per questo, fin da piccoli, tutti hanno imparato a dare una mano nei lavori.
«Dalla terza elementare, appena terminata la scuolami racconta in un italiano perfetto p. Gabriel, ridendo di gusto - io andavo a pascolare le mucche, cercavo l'erba e aiutavo la mamma a casa. Però, pur lavorando, mamma e papà erano molto esigenti con noi nello studio e dovevamo essere tra i primi della classe e ci riuscivamo anche. Per questo motivo, da bambino non ho mai avuto tempo per giocare... quasi non so neanche cosa voglia dire, ma non mi dispiaceva, il mio vero divertimento era cercare l'erba migliore per le mucche e riuscire bene a scuola! Posso dire di essermi divertito a lavorare con i miei genitori e con i miei fratelli e sorelle».
E anche la fede gli è stata comunicata per "contagio": «La prima vera educazione cristiana l'ho ricevuta dai miei genitori, - prosegue orgoglioso, e ci tiene a precisare ogni sera con loro recitavamo il rosario e leggevamo un brano della Bibbia. Senza un motivo serio, nessuno poteva mancare alla preghiera serale, altrimenti si saltava la cena.
Così, prima di iniziare il catechismo avevo già imparato tutte le preghiere della Chiesa cattolica, conoscevo tanti episodi dell'Antico Testamento e tanti brani del Vangelo. Conoscevo anche diverse vite dei santi. Siccome a casa mia non c'era né la televisione né la corrente elettrica, la sera il papà e la mamma ci raccontavano le storie della Bibbia e dei santi e noi ascoltavamo a bocca aperta, incantati.
Casa mia è abbastanza vicina alla parrocchia e così, ogni mattina alle 6, prima di andare a scuola, andavo a Messa con la mamma a fare il chierichetto. Sono stati i miei genitori i modelli della vita cristiana e la mia fede è maturata camminando insieme a loro, alle maestre della scuola, alle suore e al parroco. Tutto ciò mi ha portato ad avere una sensibilità religiosa che mi spinse ad entrare nel seminario minore diocesano». Ottenuto il diploma liceale, decide però di uscire per continuare gli studi universitari, e così si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio presso l'Università di Dhaka.
«Lì ho incontrato compagni di altre religioni e ho cominciato a dover dar ragione della mia fede, poiché il mio cognome di lingua portoghese tradiva le mie origini. Ma io non me ne vergognavo e anche il crocifisso portato al collo destava curiosità e stupore, nonché una serie di domande. Con alcuni miei compagni d'università ho trascorso momenti molto belli e intessuto rapporti profondi. Ho ancora adesso un bel ricordo di quegli anni.
Dopo la laurea - avevo allora 28/29 anni - ho trovato lavoro in una Ong per l'assistenza e lo sviluppo delle classi più povere, analizzavo e verificavo progetti locali. Questo mi ha dato la possibilità di visitare diverse zone del Bangladesh, prendendo contatto anche con le missioni del Pime, e rimasi colpito da questi stranieri disposti a spendere la loro vita in zone sperdute e difficili (come per esempio padre Corba)».
Una vita piena, dunque. A questa si aggiunse il desiderio di metter su famiglia: aveva già preso contatti con i genitori della sua fidanzata, quando cominciò a sentire che avrebbe "perso" qualcosa. Insistente tornò il desiderio di spendersi per il Signore attraverso il sacerdozio e la missionarietà.
La molla fu un poster appeso in parrocchia: dei giovani che guardano il futuro, con la frase di san Paolo ai Corinzi, "Guai a me se non predicassi il Vangelo". Sembrava che quella frase fosse per lui. Rimase scosso profondamente: il mondo ha ancora bisogno di missionari.
Entrò in crisi: da una parte capiva sempre più nitidamente che il Signore gli chiedeva qualcosa di particolare, dall'altra gli piaceva tanto il suo lavoro, la sua famiglia, i suoi amici e !'impegno sociale che aveva.
Dopo una lunga lotta interiore vinse il Signore.
«Chiesi consiglio al mio vescovo, Michele Rozario, racconta serio p. Gabriel - che rimase stupito di questa chiamata: "Va bene sacerdote, ma perché missionario? Noi abbiamo bisogno di missionari e tu vuoi lasciare il Bangladesh?", mi obiettò.
Eppure mi venne da rispondere: "Sono passati 400 anni da quando siamo stati evangelizzati dagli europei, è ora che usciamo e anche noi andiamo agli altri: perché io che sono bengalese non posso andare a condividere la mia fede con chi ancora non la conosce?".
Era proprio questo quello che mi piaceva del Pime: ognuno lascia il proprio Paese d'origine per evangelizzare, anch'io desideravo andare "dall'altra parte del mondo" ad annunciare Gesù.
E pensare che il Pime all'inizio non voleva accettarmi, sostenendo che era un istituto solo per italiani e in effetti a quei tempi non c'erano stranieri tra i suoi seminaristi e non prendeva vocazioni missionarie dai luoghi dove si trovava in missione.
Fu la mia insistenza e la conoscenza che avevano di me i padri ("Se è disposto a lasciare il lavoro che gli piace e gli dà soddisfazione, nonché l'elevato stipendio che ha, la vocazione è genuina", si dicevano) a convincere i superiori del Pime in Italia ad aprirsi e ad avviare anche attraverso di me il processo di piena internazionalizzazione dell'Istituto e concretizzare una riflessione già in atto. Una nuova epoca, dunque, e una nuova sfida, iniziava anche per questo Istituto missionario.
Non esistevano seminari "pimini" in Bangladesh e così gli studi dovetti farli in Italia, lasciando il lavoro, la famiglia, il paese, tutto.
L'inizio è stato molto difficile. Tutto era nuovo. Tra i 50 seminaristi, solo io e un cinese, Giovanni Ding, eravamo stranieri. Pensa che non conoscendo l'italiano non potevamo comunicare neanche tra noi».
Inizi molto duri, insomma. Arrivò nell' estate del 1991 in piena vacanza, quando il seminario era ancora deserto, abitato solo da alcuni padri anziani. Non sapeva dove e come muoversi, gli sembrava di essere in una gabbia. Una settimana dopo era già deciso a tomare a casa.
«Davvero, "qui la vita è troppo difficile, non ce la farò mai", mi dicevo. "Non voglio soffrire così per tutta la mia vita". Mi sentivo così triste e in crisi che non riuscivo neppure a pregare. Mi ripetevo solo che avevo sbagliato tutto. Invocai il Signore che mi aiutasse a capire. Un padre missionario amico mi invitò a non avere fretta, ad aspettare e così decisi di darmi tempo qualche mese. Allora, per imparare la lingua e la cultura italiana, con tanta pazienza ed umiltà, pur con una laurea in tasca, tomai bambino. E ora sono contento di non essere scappato via subito. Le difficoltà e le sofferenze sono state preziose occasioni di crescita. Se non fosse stata la mia strada sarei già crollato tante volte. Finora ho visto che il Signore mi ha aiutato tanto: di fronte alla mia piccolezza, sento la grazia e la forza di Dio, attraverso l'aiuto delle persone - che mi hanno voluto bene, - dai formatori agli altri seminaristi, dai parroci alle famiglie e ai giovani delle varie parrocchie dove prestai servizio come seminarista e diacono.
C'è stata in particolare una famiglia che mi ha aiutato molto».
È Alfonso Siniscalchi a ricordarlo sulle pagine di «Missionari del Pime»: «Nell' ottobre 1991 feci visita ad un carissimo amico: padre Enrico Viganò, missionario del Pime in Bangladesh e nativo di Caronno Pertusella (Va), il mio paese. Mi presentò Gabriel, spiegandomi che era un giovane seminarista presso il Pime di Monza. Mi raccomandòvivamente di andare a trovarlo per scambiare quattro chiacchiere con lui e tirarlo su di morale. Da allora abbiamo intessuto un buon rapporto e aver conosciuto Gabriel è stato un grande dono. lo lo considero come un fratello».
Pacato, umile, ottimista, Gabriel non fa fatica a conquistarsi la simpatia degli altri. Anche i suoi compagni gli diventano amici e lo aiutano a studiare, soprattutto filosofia: materia ostica sia per i nuovi concetti che per la lingua.
Nel 1997 viene ordinato sacerdote in Bangladesh. A Dhaka il 24 ottobre è grande festa, e i più commossi sembrano proprio i missionari del Pime. Un grande traguardo, ma anche un nuovo inizio.
Finalmente la destinazione: Costa d'Avorio, paese africano con una percentuale del 27% di cristiani (cattolici e protestanti) in un mondo animista e musulmano.
Già prima di essere prete p. Costa aveva fatto un'esperienza di missione di due mesi in Costa d'Avorio. Fu un'esperienza molto forte. «Avevo tanta paura dell'Africa, per !'idea che mi ero fatto fin da bambino: foreste, malattie... e così all'inizio stavo molto attento a quello che mangiavo, bevevo... ma poi l'accoglienza della gente fece scomparire i miei timori.
Così quando tornai lì nel 1998 ero già preparato, pronto a scendere in campo a M'Bahiakro, nella diocesi di Bouakè, città a 380 chilometri dalla capitale. La mia era una missione molto vasta (su un territorio di 55 villaggi), dinamica e piena di attività, svolte soprattutto su tre settori: la pastorale ordinaria per bambini, giovani e adulti, la formazione dei catechisti, la promozione umana, soprattutto in campo sanitario. Inoltre, in questi ultimi anni venne curata con particolare attenzione la formazione dei giovani, mediante la creazione di centri di aggregazione e biblioteche.
Più tardi, si creò una situazione molto difficile perché scoppiò la guerra civile, eppure ho vissuto molto la condivisione con la gente.
Ho trovato un campo molto aperto e fecondo, grande soddisfazione e gratitudine. Venendo dal Bangladesh, non rimasi colpito dalla povertà, anzi, la terra in Costa d'Avorio è ricca e dà molto, la gente non muore di fame, di cibo se ne trova, ma è la mancanza di medicinali e di soldi il problema più grave. Anche la vita amorale mi stupì e sentii il bisogno di aiutare le coppie a sentirsi famiglia e a educare i propri figli.
Ho contattato la malaria diverse volte, tanto che l'ultima volta sono stato persino ricoverato in ospedale alcuni giorni con la flebo: ho scoperto la solidarietà della gente, la loro premura e attenzione: non ci si sente mai soli.
Posso dire che durante i miei anni in Costa d'Avorio mi sono divertito molto. Ho iniziato una coltivazione di patate, per creare un fondo comune con i catechisti della ventina di villaggi che seguivo. Immaginati 80 giovani, alti e ben piazzati: io mi divertivo a vederli lavorare insieme, superando così concretamente le varie tensioni tra i villaggi. Anche nell'aiutare i profughi durante la guerra c'è stata molta solidarietà tra i laici. Mi ha colpito la loro gratuità e la stretta collaborazione con noi.
Eppure, sai - si fa serio - durante la guerra civile abbiamo vissuto momenti terribili.
Sono bastate poche settimane per distruggere e smembrare un Paese che fino a pochi anni prima veniva chiamato la "Svizzera dell'Africa occidentale", uno dei più stabili ed economicamente avanzati paesi del continente africano».
Inizia a raccontare e mi sembra di riascoltare quanto i suoi confratelli hanno vissuto proprio nella sua patria decenni prima. La vita dawero è un grande mistero.
«Fin dal principio abbiamo assistito ad un esodo in piena regola, abbiamo partecipato al dramma di un intero popolo distrutto dalla guerra. Come potevamo restare a guardare? Quello che abbiamo visto ci ha costretti a diventare protagonisti e a giocare un ruolo di primo piano nella crisi della Costa d'Avorio. Abbiamo aperto la nostra missione a tutti: donne, bambini, uomini, vecchi, intere famiglie. Disperati che avevano lasciato tutto alle spalle: casa, lavoro e anche qualcuno della famiglia. Ogni giorno circa sette-ottocento persone bussavano alla nostra porta, chiedendo cibo e un posto per dormire. A tutti abbiamo garantito per mesi tre pasti al giorno e un posto dove riposare. Solo nella nostra missione abbiamo accolto circa venticinque mila persone.
Abbiamo inoltre aperto un dispensario perché l'ospedale era chiuso (tutto il personale era fuggito) e così abbiamo curato quasi settemila malati.
Abbiamo corso anche dei rischi, soprattutto quando andavamo in giro con furgoni e autobus noleggiati per recuperare le persone rimaste vittime della guerra:
Per fare tutto ciò eravamo ben organizzati: con i giovani della missione avevamo formato un gruppo di volontari che lavoravano molto e bene nell' accoglienza, in cucina, nel dispensario.
Questa guerra ci ha dato tanto lavoro, però è diventata un'occasione di grande testimonianza davanti ai non cristiani. I profughi, arrivando da noi e sentendosi accolti dicevano: "Questa è la vera casa di Dio, dove c'è posto per tutti".
Quando nel 2003 sono stato richiamato in Italia, il Paese era ancora in guerra, eravamo in tre in missione ed eravamo molto affiatati tra di noi, si lavorava bene insieme, io seguivo i catechisti di venti villaggi e loro erano molto dispiaciuti per la mia partenza: ero diventato per loro padre, fratello, amico. In segno di gratitudine per quello che ho fatto per loro, mi hanno regalato una delle loro tipiche sedie in legno massiccio: "Tu ti sei seduto con noi, ci hai accolto e dato consigli saggi", mi hanno spiegato. Mi sono commosso. Lo stesso vescovo mi ha lasciato venir via a malincuore.
Nella gioia e nel dolore ho cercato di condividere la loro vita e loro hanno capito che ero lì per loro, per amarli e per camminare insieme.
Ho sempre cercato di vivere con gioia e serenità, sforzandomi di trasmettere questa gioia agli altri.
Il momento di comunione più forte lo vivevamo nella preghiera insieme e la preghiera è sempre stata la mia forza. Ancor oggi di fronte a difficoltà e sofferenze prego il Signore perché faccia ardere ancor di più il mio cuore purificandolo, perché possa essere sempre fedele al che ho pronunciato una volta per sempre.
Qui ora è ricominciata la fatica: là ero sempre impegnatissimo, sempre fuori nei villaggi e adesso qui che faccio? Sto in seminario, come vice rettore ed economo... eppure, mi dico, anche questa è missione: aiutare i seminaristi - italiani e non - a prepararsi ad essere buoni missionari, ovunque andranno».
Mi fissa negli occhi, e poi la sua bocca si apre in un sorriso smagliante che spicca ancor di più sulla sua carnagione scura: «Già due anni sono passati, ancora quattro, se tutto va bene, e poi tornerò tra i miei amici africani». Mi sembra di sentire il canto degli uccelli e il suono della korà (l'arpa-liuto africana) provenienti dal quadro sulla parete. Un richiamo forte.

Chi ha nel cuore il fuoco della missione, difficilmente riesce a "stare fermo".