Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

2. DOPO GLI ANNI CINQUANTA

Lasciata la città di Dinajpur, centro della diocesi dal 1927, abbandonata la strada asfaltata e il traffico caotico, ci si infila in strade sterrate che fanno un polverone terribile, in mezzo a sterminati campi di riso dorati, puntellati dai colori variopinti delle donne in sari che raccolgono in mazzetti le spighe già mature.
Tra un sobbalzo e l'altro, dopo parecchi chilometri, giungiamo a Lohanipara, un sottocentro della parrocchia di Boldipukùr. Case in fango e tetti in lamiera o paglia, bambini che rincorrono l'auto, salutando festosamente... un cancello aperto ci attende e subito ci avvolge la quiete e il silenzio...
Ad accoglierci p. Giovanni Vanzetti, con il suo fedele cane Pinki.
Longilineo, avvolto nel suo cardigan color carta da zucchero e con il suo "basco" nero lo si potrebbe scambiare per un distinto pittore impressionista francese, se non fosse per quelle ciabatte di plastica infradito che "tradiscono" la sua lunga e semplice vita di villaggio.
Occhi luccicanti ancora vispi, sorriso affabile e gentile, da cinquant'anni in Bangladesh, paese che è diventato la sua patria e la sua stessa vita.
E pensare che appena sbarcato nel 1955 non esitò ad esclamare: "Ma io qui non ci sto nemmeno pitturato!".
L'impatto fu orribile: sporcizia, strade indecenti, case miserabili, gente in ogni angolo.
Fu la sua determinazione e il suo desiderio così a lungo coltivato che gli fece pensare di aspettare almeno sei mesi prima di prendere qualunque decisione drastica.
Con i suoi ideali giovanili pensava di poter cambiare il mondo, ora sa che prima di tutto non deve stancarsi di cambiare se stesso.
Non sempre è stata una luna di miele, ma non ha mai più preso in considerazione il rientro in Italia. Neppure durante la guerra civile del 1971, quando, da Pathorgata, si ritrovò a dover scappare in India con la sua gente.
Il paese era in rovina.
Tutte le missioni di frontiera venivano inesorabilmente saccheggiate: i pakistani pieni di odio inferocito non volevano lasciare nulla dietro di sé e facevano il deserto ovunque passassero, per molti chilometri, bruciando villaggi, distruggendo ponti e strade. Alla gente - dopo aver cercato di difendersi come poteva - non restava che scappare e trovare rifugio al di là del confine.
Una interminabile fila di povera gente in cammino verso l'India, con la desolazione e la paura nel cuore.
E anche per lui l'unica soluzione per salvare la sua gente fu la fuga.
Ricorda ancora quanto scrisse in quel lontano 5 maggio, appena giunto a Rajibpur in uno dei tanti campi profughi allestiti dal governo indiano: «Sono in India con la maggior parte dei miei cristiani che hanno lasciato tutto. Anch'io sono qui con i soli vestiti che porto indosso e il passaporto, ho dovuto abbandonare ogni cosa nella missione di Pathorgata, che è stata assaltata e saccheggiata mentre noi venivamo via: non ho potuto portare via nulla!
Mi pare un brutto sogno, non riesco ancora a crederci di aver perso tutto! Eppure sono fuggito non all'inizio, quando si profilava il pericolo, ma alla fine, con tutti i cristiani dei villaggi vicini alla missione ed anche con parecchi non cristiani, quando era impossibile restare senza mettere in pericolo la vita di molti. Per tre giorni e due notti abbiamo visto il fuoco degli incendi avvicinarsi, abbiamo sentito dei villaggi saccheggiati e messi a ferro e fuoco, eppure io non volevo convincermi a partire. Quando !'incendio e il saccheggio è giunto nei nostri villaggi, la gente non ci ha visto più, era terrorizzata. Allora, per non esporre al pericolo vite umane, poiché la mia gente non mi avrebbe lasciato solo a nessun costo - se non partivo io non partiva nessuno - ho dato l'ordine della partenza, mandando avanti donne e bambini con qualche uomo e rimanendo con gli altri uomini fino all'ultimo. Erano più di 500 solo i cristiani, quella notte della fuga, oltre ai non cristiani che si sono uniti a noi e grazie a Dio nessuna vita umana è andata persa, anche se per strada abbiamo incontrato una banda di briganti che ci hanno spogliato di tutto: qui basta che una decina di criminali abbia qualche fucile e comandano loro, non c'è più legge, non c'è più pietà! È meglio così, poveri e nudi di tutto come Gesù nella Passione.
Ora siamo qui al campo profughi: si muore di colera, centinaia di profughi continuano ad arrivare e siamo senza tende, senza coperte, senz'acqua, senza medicinali, senza cibo! L'India sta facendo il possibile, ma è un paese povero».
E gli occhi si inumidiscono nel raccontare le fatiche del periodo trascorso in India.
«Lavoravo tutto il giorno per mettere assieme delle tettoie di lamiere o di paglia per i profughi che continuavano ad arrivare ogni giorno. P. Paolo Poggi, anch' egli scappato da Dinajpur, dirigeva invece l'assistenza medica, ma c'era scarsità di medicine e i casi di colera e di diarrea aumentavano sempre più. Nel campo c'erano 5000 persone, di cui tremila cristiani».
Dopo nemmeno tre mesi di questo esilio, la politica del governo indiano nei confronti degli stranieri nei campi profughi presso la frontiera cambiò: non volle più interferenze e i padri dovettero ritirarsi in missioni più all'interno nel territorio indiano.
E così a sofferenza si aggiunge sofferenza. Neppure in questa forzata inazione p. Vanzetti abbandonò la sua gente. Mi tira fuori un'altra lettera ingiallita dal tempo.
«Non ci voleva proprio quello che ci è capitato. Anche se è duro accettare la volontà di Dio, bisogna rassegnarci... mi dici di venire intanto in Italia: no, per il momento non credo che ce la farei a staccarmi da questi posti, e poi finché posso fare qualcosa per i miei cristiani e anche per gli altri, finché ho la speranza di tornare tra di loro, non torno certo in Italia».
E sì, racconta ancora con commozione: «Per la mia gente era un gran sollievo essere lì con loro, non potevo fare nulla di speciale, ma eravamo insieme, condividevamo la stessa sorte».
Ma la sofferenza più profonda era il pensare alla sua missione abbandonata:
«In questi giorni - continua la lettera - sto pensando C e di tempo per pensare ne ho molto) a tutti i progetti che avevamo fatto per lo sviluppo dell' evangelizzazione, ai nostri corsi di aggiornamento, ai nostri piani... Cosa è rimasto di tutto questo? E il mio distretto, dove non esiste più nulla perché tutto è stato bruciato e saccheggiato? Altro che progetti!
Ma tutto ha un significato... Penso che sia ora più che mai il tempo per ripensare a tutto il nostro lavoro, di fare quello che forse per mancanza di tempo non abbiamo mai fatto quando eravamo sul posto: curare quello che è più importante e lasciar andare quello che può cadere, e quante cose sono cadute! Per conto mio, è bastata una notte e tutto il mio lavoro di costruzioni è andato distrutto! Scuole, chiesa, cappelle, case, opere sociali, campi coltivati, tutto distrutto in una notte sola!
Hanno asportato porte, finestre, le lamiere che ricoprono la casa, la chiesa e le scuole; naturalmente anche tutti i mobili e attrezzi non ci sono più!
Ho lavorato per più di dieci anni a Pathorgata, ho costruito la missione, ho formato i cristiani e adesso non vi rimane più nulla. Pensa se il mio lavoro missionario fosse stato solo quello di costruire dei muri! Povero me, sarei già alla disperazione...».
E sì, p. Giovanni appartiene alla "seconda ondata" dei missionari del Pime giunta fra gli aborigeni del Bangladesh. Finita la seconda guerra mondiale, si erano riaperte le frontiere e il lavoro era ripreso.
Negli anni Venti e Trenta la missione del Bengala si era impegnata soprattutto ad esplorare il territorio e inserirsi tra la gente, gettando i semi evangelici a vastissimo raggio, per raggiungere tutte le popolazioni e fondare nuove comunità di credenti. Dal 1950 la scelta mutò: questi missionari dovettero sostenere la fatica e la responsabilità di consolidare quanto era sorto. Bisognava formare i cristiani in senso evangelico ed ecclesiale, ma anche in campo educativo, economico, sociale, politico. Altrimenti non li si aiutava davvero e non si fondava una vera Chiesa locale.
Ecco l'impegno degli anni Cinquanta e Sessanta: rafforzare la fede, ma anche la vita sociale ed economica dei cristiani per renderli cittadini istruiti, maturi, convinti. I centri missionari vennero fondati stabilmente in muratura Ce non più in fango e pietra), si diedero ai cristiani scuole elementari e superiori, si costruirono pensionati, dispensari, si organizzarono corsi regolari per catechisti e corsi di scienze religiose e di promozione umana; in campo economico e sociale nacquero scuole di avviamento al lavoro, cooperative agricole, iniziative di promozione della donna; in campo giuridico, la lotta contro gli usurai e la difesa dei tribali e delle loro terre anche in tribunale.
In quel periodo di grossi cambiamenti anche p. Vanzetti si diede da fare per aiutare i tribali ad entrare nel mondo moderno, a non essere sfruttati da tutti, a non ritrovarsi a fare i braccianti, gli ultimi della società.
Le giungle bengalesi stavano vertiginosamente diminuendo a favore della coltivazione di riso e lui aiutò lo sviluppo agricolo nella zona di Pathorgata, dove vi rimase dal 1962 al 1979.
Introdusse la nuova semente IRRI C un ibrido selezionato proveniente dalla Filippine), che gradualmente soppiantò il riso locale.
Lo spiazzo verde in mezzo al deserto dei terreni brulli e secchi, nel mese di febbraio, attirava l'attenzione dell'intero paese.
Insegnò la tecnica del trapianto del riso. Introdusse la coltivazione del frumento, delle patate olandesi, dei pomodori. Costruì una diga e cinque chilometri di canali per !'irrigazione e come riconoscimento del suo contributo allo sviluppo di quell'area gli fu conferito un premio nazionale per l'agricoltura a Joypurhat.
Costruì inoltre la scuola elementare, dando a tutti la possibilità di accedere all' educazione di base.
Questo è stato fin dall'inizio il suo modo di testimoniare che la Chiesa è amica e sorella di tutti, annunciando che il Signore vuole bene a chiunque.
«Noi prepariamo la strada, presentiamo Cristo, Lui poi abiterà chi vuole. E le conversioni a volte nascono proprio dall' esempio dei cristiani, dalla vita della comunità, dalla presenza del prete. E ora -lo dice con un sorriso affabile io sono una pentola vecchia e sporca, ma il Signore mi ha usato per distribuire le sue pietanze deliziose, spero.
Ancora oggi sono qui a disposizione, vorrei lavorare di più, ma le forze mi vengono meno. Il tempo del lavoro è finito, ma non ho smesso di stare con la gente. A disposizione ventiquattr'ore su ventiquattro.
Se arrivano di notte che fai? Brontoli? Magari anche, ma poi ascolto e ringrazio il Signore perché questo o quel bisognoso è venuto e lo posso servire, anche a quest'ora, nel Signore».
Tutto qui sembra davvero ridotto all'essenziale, dopo un'intensa vita di lavoro.
Una piccola scuoletta di taglio e cucito, qualche donna con quattro vecchie macchine da cucire, due saloncini per la catechesi del venerdì ai bambini e gli incontri degli adulti. Una modesta chiesa costruita dal suo confratello Gregorio Schiavi negli anni Settanta, che troneggia nel prato tirato a nuovo e la nuova canonica, di fianco a quella storica in fango e lamiera, che con fierezza ci mostra, per non dimenticare le origini della missione.
Nella parrocchia attualmente ci sono 400 famiglie cristiane, Santal e Oraon. A volte non fa nulla, aspetta. Spesso in chiesa, davanti all'Eucarestia nel tabernacolo. Prega e legge, legge e prega, contento di stare lì presente. Fino alla fine.
Con quella passione, ancora giovane, per Dio e per l'uomo.
E quando può asciugare le lacrime di qualcuno è contento. A chi vuole ringraziarlo ripete senza sosta: «Non ringraziare me, vai in chiesa a ringraziare Dio che mi ha ispirato, mi ha dato le forze e le possibilità di aiutarti».
Il riferimento è là, al tabernacolo, centro di ogni vita cristiana.
Mi fissa per un attimo negli occhi: «Ora basta parlare di me, io in fondo sono qui perché voglio servire i cristiani, non voglio che facciano brutta figura davanti a Dio e che siano più conciati dei discepoli di Maometto. Il mio desiderio? Che la loro vita sia piena, bella, gustosa, come questo buon vino moscato fatto con le mie mani con l'uva passita iraniana trovata a Dhaka. Sai, è una ricetta antica, quando ancora non si riusciva a trovare né uva né vino in tutto il Bangladesh e dovevamo ingegnarci per poter celebrare la santa Messa. Al Signore bisogna offrire sempre il meglio, che te ne pare?». Assaggiare per credere.

 

Un confine tracciato in fretta

1947: sono i mesi tormentati che precedono la fine dell'immenso Impero indiano, dominato per due secoli dal l'Inghilterra.
Il Viceré ha fretta di liberarsi di un popolo sempre più ingovernabile. Gandhi percorre freneticamente il paese, nel tentativo di evitare divisioni e spargimenti di sangue. Ma Ali Jinnah, un avvocato del nord-ovest, ha già deciso di giocare tutte le sue carte (anche quelle della violenza se necessario) per creare uno stato musulmano indipendente chiamato "Pakistan ", paese dei puri.
Sarà composto dalle minoranze musulmane sparse nell'Impero, prime fra tutte quella del nord-ovest a cui si unirà quella del Bengala.
Ma i bengalesi sono esitanti: il Bengala è una regione indiana vasta, geograficamente unitaria, con un'unica lingua. A ovest predomina l'induismo, mentre ad est l'Islamismo è diffuso tra 1'80% della popolazione e ha radici antiche, perché ha cominciato a propagarsi, prima pacificamente e poi attraverso re e imperatori, a partire dal XII secolo. C'è chi vorrebbe un Bengala inglobato nella Federazione Indiana, chi lo vorrebbe unico e indipendente, chi infine vorrebbe dividerlo: la parte musulmana con il Pakistan e quella indù con l'India.
Prevale quest'ultima soluzione, e sarà forse la paura la ragione principale della scelta.
I musulmani, più poveri e meno preparati culturalmente, temono infatti di essere ridotti al rango di cittadini di seconda categoria, sfruttati ancor più di prima dai proprietari terrieri indù.
Meglio scegliere di stare con i pakistani, che parlano altre lingue, hanno altri costumi, distano migliaia di chilometri, ma sono fratelli nella fede.
Con questa speranza il Bengala orientale si divide da quello occidentale nell'agosto 1947 e diventa Pakistan orientale.
Il confine è tracciato in fretta, tenendo presenti solo criteri religiosi: indù di là, musulmani di qua. Ne nasce una frontiera capricciosa e assurda. Calcutta, capitale del Bengala unito, dove ci sono gli stabilimenti della juta, resta in India, mentre i campi che la producono sono in Pakistan: falliranno gli stabilimenti e la juta marcirà nei magazzini.
Tutta la struttura economica, amministrativa, militare, giudiziaria che era in mani inglesi o indù passa ai pakistani dell'ovest e il Pakistan orientale si trova ad essere colonia come prima e peggio di prima. È più popolato, ma non ci sono libere elezioni che possano dargli la maggioranza in Parlamento; è più povero, ma chi decide come distribuire aiuti ed investimenti vive nel Pakistan occidentale e lascia all'est solo le briciole.
Ali Jinnah aveva promesso rispetto e libertà per tutti, ma ora la grossa minoranza indù ha paura, viene guardata con sospetto. Molti fuggono in India e le loro terre vengono prese come "proprietà del nemico" e date ai musulmani a loro volta scappati dall'India.
I tribali, per di più, hanno visto dividere in modo assurdo le aree che occupavano da secoli, senza che nessuno tenesse in alcun conto la loro esistenza: essi non riescono a capire perché la fine del colonialismo debba significare !'inizio di nuovi problemi per loro.
E proprio quando i bengalesi, la cui nazione era indipendente solo da cinque anni, cominciavano a sognare libertà e progresso dopo il lungo periodo del colonialismo, il governo volle imporre come unica lingua nazionale l'urdu, idioma straniero ed ostico, parlato da chi, a migliaia di chilometri di distanza, deteneva il potere politico, militare ed economico.
Nasce il "movimento della lingua" prima per chiedere blande riforme e poi, ad ogni no degli ottusi governanti di Karachi, per avanzare sempre maggiori pretese.
Si susseguono leggi marziali, tentativi di riforme, costituzioni nuove, ma il Bengala capisce sempre meglio di essere sfruttato e deriso. Finalmente nel 1970 arrivano elezioni libere. Stravince l'Awami League, un partito laico, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi nel partito nazionale.
Il suo leader Mujibur Rahman (Mujib) avrebbe diritto a diventare primo ministro del Pakistan; ma il Pakistan occidentale è contrario. Con mille scuse il Parlamento non viene convocato e Mujib inizia una serie di scioperi e boicottaggi perché gli diano quello che ha conquistato con il voto.
Ma non c'è niente da fare. Nel marzo del 1971 viene imprigionato, mentre l'esercito bombarda l'università di Dhaka e cerca casa per casa, massacrandoli, uomini politici, medici e professori bengalesi. La speranza è che, privato dei suoi capi, il popolo si pieghi. Ma non è così. Chi è riuscito a sfuggire proclama l'indipendenza e inizia la guerriglia. Da marzo a dicembre è la guerra civile.
L'esercito pakistano si appoggia a fanatici locali per sterminare gli indù e dare la caccia ai partigiani che, a loro volta, si appoggiano all'India per avere armi e addestramento. Muoiono un milione di persone (secondo stime ufficiali) e dieci milioni fuggono affollando i campi profughi subito oltre il confine.
Indira Gandhi, allora primo ministro dell'India, prima chiede al mondo aiuti per sfamarli, poi dichiara che sono un peso insopportabile e dà ordine all'esercito di invadere il Bengala per liberarlo: è l'occasione d'oro per umiliare e dividere l'odiato Pakistan, con il quale ci sono già state due guerre in poco più di vent'anni. Il generale Aurora attacca deciso su più fronti ed in pochi giorni i pakistani intrappolati e scoraggiati firmano la resa: è il 16 dicembre, festa della vittoria.
Così è nato il Bangladesh.

Tratto dal libro: Bangladesh, Paese d'acqua, a cura di Massimiliano Lattanzi, Roma 1989 (II ed. PIME 1991).