Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

4. RICOSTRUZIONE UMANA E SPIRITUALE

Arriviamo alla cattedrale di Dinajpur attraversando la città in risciò.
Una gincana tra una miriade di risciò coloratissimi e biciclette, e lo sfrecciare strombettando di qualche moto, auto super-Iussuosa e camion carichi all'inverosimile.
I bordi delle strade - veri e propri palcoscenici di vita sono tappezzati di gente che si contende negozietti di latta e plastica. Bugigattoli fatti di nulla e che vendono quasi nulla, ma dove è esposto di tutto. Anche gli alberi sono una buona occasione per appendere in bella mostra camicie e pantaloni in vendita per quattro soldi. Il tutto è molto calmo e dignitoso, pur nella povertà e nel sudiciume. Bellissimi i colori dei sari delle donne, accovacciate a sminuzzare montagne di mattoni per farne ghiaia da usare come calcestruzzo. Le lunghe canne di bambù in vendita ovunque, i ragazzini che giocano spensierati. Tra questa gente piccola, minuta, magra e scura di pelle, in continuo via vai, mucche pelle e ossa che brucano tra !'immondizia e galline spelacchiate che razzolano in ogni angolo.
Appena varcato il cancello del grande complesso dell' episcopio, sembra di entrare in un altro mondo: tutto ordinato, pulito. C'è aria di festa. È la festa di san Francesco Saverio, patrono dei missionari e santo a cui è stata dedicata la cattedrale della diocesi. Bambini e ragazzine degli ostelli e delle scuole stanno facendo le ultime prove di canti e danze. È pronto un vasto palcoscenico.
Con questo chiacchiericcio nelle orecchie salgo nell'ufficio di p. Adolfo L'Imperio, parroco della cattedrale, responsabile del lebbrosario di Dhanjuri, incaricato di vari lavori di amministrazione e costruzioni edili.
Classe 1930, nato a Zara - ma da sempre vissuto a Gaeta, dove è stato ordinato sacerdote nel 1967 - è partito per la prima volta per il Bangladesh nel 1969.
Gli acciacchi cominciano a farsi sentire, traditi da un bastone che lo accompagna senza tregua ovunque, ma è ancora giovanile. Occhietti furbi, sorriso malizioso, sempre la battuta pronta nel suo accento laziale ancora ben marcato nonostante i suoi trent'anni in terra bengalese.
Nel suo ufficio pieno di carte, libri, tavoli e scaffali è alle prese con il computer che sul più bello - sarà il sovraccarico di corrente elettrica usata dagli altoparlanti in cortile, sarà l'ennesimo cortocircuito della città - si spegne e non ne vuole più sapere di riaccendersi.
«Eh sì, è solo da sette anni che anche la computerizzazione è giunta in Bangladesh, sovvenzionata dalla Banca Mondiale: è una gran comodità... quando funziona! Ce n'è stata di evoluzione anche in questa nazione e di strada se n'è fatta in questi anni. Il progresso sta arrivando anche qui, ma da sempre il problema più grosso è la gestione del capitale e delle persone», mi dice subito p. Adolfo, aprendo un lungo e complesso capitolo sull' economia del Bangladesh.
Da subito, già nel lontano 1972, dopo la guerra d'indipendenza, egli si è trovato a dover organizzare l'aiuto alle migliaia di profughi, che, con la liberazione, si riversavano a frotte in Bangladesh. Esisteva già il CORR (Christian Organization Relief and Rehabilitation), nato in occasione dell'alluvione del 1971, e a p. L'Imperio ne fu affidato il coordinamento, per convogliare tutti gli aiuti che provenivano dalle organizzazioni cristiane estere e in particolare dalla Caritas Internazionale. Dinajpur, a quei tempi era tutta macerie, non si trova nulla di nulla da comprare, una città fantasma. I soldati e i Bihari, ritirandosi, avevano distrutto tutto quello che potevano.
I treni non funzionavano, le strade erano inagibili con ponti e strutture distrutte; per coordinare il lavoro sul territorio della diocesi comprò una jeep con la quale si spostava personalmente a verificare le varie emergenze.
Finito il regime militare e terminata la guerra IndiaPakistan del 1971, le circostanze lo hanno immesso senza sosta in un lavoro febbrile, necessario, non rimandabile: si trattava di folle senza cibo, senza casa, senza strumenti di lavoro, che arrivavano ai loro villaggi devastati e ad accoglierli non c'era una società organizzata con i mezzi necessari per venire incontro ai loro bisogni. In simili circostanze ogni uomo con un minimo di responsabilità doveva fare tutto il possibile.
Con la guerra e il ritorno di dieci milioni di profughi dall'India, i quattro vescovi del Bangladesh, che dirigevano l'Organizzazione, stabilirono un programma di lavoro che ammontava a trenta milioni di dollari.
All'inizio l'aiuto è stato in gran parte di emergenza, il primo degli scopi del CORR (che poi ha assunto il nome di Caritas); poi, a partire dalla fine del 1972, l'azione si concentrò più sulle opere di sviluppo, stimolando la gente ad essere sempre più corresponsabile.
«Un esperto delle Nazioni Unite - sottolinea p. L'Imperio - ha riconosciuto che qui a Dinajpur il CORR è riuscito non solo ad alleviare la fame, ma a salvare la disastrosa situazione della gente, offrendole la possibilità di collaborare al proprio sviluppo. L'orientamento era di dare un aiuto perché potessero fare da soli; se ci fossimo limitati a sfamarli, avremmo dovuto continuare a fare lo stesso fino ad oggi. Dal 1972 abbiamo rinunciato a distribuire cibo e vestiti a coloro che ne avevano bisogno, perché il governo si era preso l'impegno di portare avanti questo lavoro. Noi cercammo di portare avanti il programma di sviluppo a lunga scadenza, impegnandoci soprattutto a risvegliare una nuova coscienza sociale.
L'indipendenza ha trovato il paese in una situazione economica bloccata e con molte distruzioni. Il dopoguerra è sempre il periodo più difficile: è facile distruggere e ci vuole poco. È difficile cominciare da capo. E ancor più complicato è studiare come rendere la gente artefice del suo domani».
Sono in tanti a riconoscere che quello del COOR fu un gran bel lavoro.
P. Ferdinando Sozzi dichiarò nell'intervista per «Mondo e Missione»:
«È stato un lavoro meraviglioso, si sono salvate centinaia di migliaia di vite e aiutati milioni di poveracci a ricostruirsi tutto, dalla capanna al pozzo, dall'aratura del campo all'acquisto del primo bestiame.
La Chiesa con il COOR ha dimostrato a tutti che la sua preoccupazione era quella di aiutare tutti allo stesso modo, cristiani e musulmani, bengalesi o santa!, gente che noi sapevamo fino a ieri si è odiata. Abbiamo avuto dieci milioni di rifugiati che tornavano dall'India senza nulla, dieci milioni! E molti di quelli che erano rimasti avevano perso tutto... nella confusione generale, le uniche cose che hanno funzionato sono stati il COOR e l'esercito indiano. L'esercito manteneva l'ordine, la Chiesa univa gli uomini di buona volontà per lavorare alla ricostruzione, amministrava i soldi di tutti per il bene di tutti. Quando il governo del Bangladesh fu impiantato, il presidente Mujibur Rahman ha voluto ricevere tutti i vescovi (tutti bengalesi) per ringraziarli a nome di tutto il Paese.
Era una cosa incredibile vedere come tutti si fidavano solo dei preti e di quelli che lavoravano per noi: venivano commissioni dell'Onu, dell'India, degli Stati Uniti, di tutti i Paesi e di tutti gli organismi del mondo; studiavano, vedevano le necessità e poi davano i soldi a noi perché li facessimo fruttare per il bene di tutti.
È stato un periodo di emergenza, che è bene che sia passato, perché ormai tutto è in mano allo stato, com'è giusto. Ma allora si è visto che la Chiesa era veramente al servizio di tutti: abbiamo costruito strade e case, canali d'irrigazione e pozzi, abbiamo distribuito viveri e vestiti e medicinali e nessuno ha potuto dire che abbiamo fatto gli interessi di qualcuno in particolare. Abbiamo fatto lavorare, nella costruzione delle strade e delle capanne soprattutto, centinaia di migliaia di disoccupati, pagandoli col riso e il grano che arrivavano gratis dall'America e da altri paesi. Il Signore ci ha aiutati visibilmente: sono passati nelle nostre mani e nelle mani della gente che lavorava con noi dei miliardi, delle decine di miliardi e non abbiamo avuto un solo caso grave di furto o di qualcuno che sia scappato con i soldi della comunità.
Credo che l'azione più grande di evangelizzazione l'abbiamo fatta con questa testimonianza di amore concreto a tutti, di modo che tutti hanno capito cos'è la Chiesa e cosa sono i missionari.
Durante la guerra non pochi musulmani e i mullah (incaricati di dirigere la preghiera nell'islam) a vedere che la Chiesa dava tutto, aiutava tutti, prendeva iniziative continuamente per il cibo, le case, i profughi, i pozzi, i campi, pensavano e dicevano: questi missionari fanno così per interesse, poi ci battezzeranno tutti; quando avranno in mano il popolo diranno: chi vuoI essere aiutato, deve farsi cristiano... E invece in quel periodo non abbiamo battezzato nessuno, c'eravamo anzi imposti la proibizione di parlare di conversione o di battesimi. Tutti ci guardavano stupiti, non sapevano spiegarsi tutto questo e di come non avessimo approfittato dei soldi che avevamo in mano, né del potere, né del governo: anzi, appena il governo è stato in grado di avere una sua organizzazione, abbiamo ceduto tutto senza la minima esitazione; e a volte erano i funzionari governativi che ci pregavano di non mollare tutto perché non sapevano cosa fare. Questa è stata una grande testimonianza, un' evangelizzazione che nei piani di Dio avrà prima o poi i suoi frutti. E li ha già avuti, perché i gio.; vani bengalesi sono maturati nelle avversità e hanno assorbito la grande lezione di Gesù Cristo, che è di fare del bene agli altri senza aspettarsi nessuna ricompensa in cambio».
«Per me quel periodo è stata una grande esperienza di vita e di fede - vuole precisare p. Adolfo - mi sono reso conto di essere passato attraverso un' esperienza di grande sofferenza, ma anche di aver vissuto un' esperienza di solidarietà umana e cristiana di cui non è facile delimitare le proporzioni. Ho incontrato giovani di tante nazioni di Europa, America, Asia che sono venuti per ricostruire e testimoniare solidarietà con coloro che soffrono. Cristiani e non cristiani abbiamo lavorato insieme per costruire un avvenire migliore a fratelli che fino a ieri ci erano sconosciuti.
Un mio amico ebreo che lavorava per l'Onu venne a chiedermi di pregare il sabato nella nostra cappella del Seminario.
L'assemblea costituente del Bangladesh si concluse con la preghiera fatta in comune da tutti i parlamentari. Tante volte ho visto i padri recarsi la sera tardi con il lume a petrolio in cappella dopo una giornata senza respiro. Per la fine del Ramadan, tanti fratelli musulmani si prostrarono in preghiera insieme, all'unisono. Allora capii che non eravamo soli e che il domani sarebbe stato migliore dell'oggi. E così spesso mi ritrovavo a pensare: "Può darsi che le leggi economiche e le statistiche sulla popolazione mettano paura, può darsi che il mondo occidentale continui a dare aiuti solo se !'indirizzo politico è di una certa linea: ma è anche vero che troverò la forza di dire quello che ho da dire, troverò la forza di capire colui che mi chiede aiuto, facendogli superare l'egoismo perché chieda non per sé ma per il villaggio, troverò la forza di ricominciare dopo un fallimento, perché vicino a tutti c'è un Redentore che soffre e un Padre che accoglie.
Se evangelizzare è uguale a "liberare l'uomo", - mi dicevo - qui si tratta di iniziare dal livello più basso. Il cristianesimo è un messaggio all'uomo di oggi, a qualsiasi individuo, un messaggio che parte dall'uomo libero; l'evangelizzazione è un problema molto più vasto che inizia nelle situazioni più diverse; qui da noi la prima istanza è lo sviluppo.
La conversione è una cosa che parte da Dio: Lui si costruisce il Regno, a noi spettava - e spetta - solamente dare una testimonianza di vita che indichi la vita nuova che è in noi».
Terminata l'emergenza, dotato di uno spirito vivace, ricco di capacità organizzativa, p. Adolfo nel 1980 lasciò la direzione della Caritas nella sua diocesi per darla in mano ai laici e riprendere più direttamente in mano l'opera di evangelizzazione. «Era il tempo di lavorare per rendere autonomi i bengalesi, in modo che fossero essi stessi i costruttori del loro paese».
E p. Adolfo si dedicò maggiormente ai vari altri suoi impegni amministrativi e pastorali in Cattedrale, alla scuola di 1.200 ragazzi e giovani, al convitto con 70 "giovinastri", alla comunità cristiana a 40 chilometri dalla città, all'ospedale e al lebbrosario... così, lui stesso afferma, "finii di perdere i pochi capelli che mi erano rimasti", finché nel 1986 fu chiamato in Italia, ironia della sorte, per un incarico nell' economato. E ricominciò il lavoro tra montagne di scartoffie, dopo aver fatto un corso sulle nuove normative e legislazioni italiane. È lì che imparò ad usare il computer.
Nel 1994 la nuova partenza, ovvero il rientro in Bangladesh. Tanta gioia, ma con essa la nuova fatica di ricominciare.
La tentazione di rimanere in patria fu grande, ma la nostalgia per il paese d'adozione e la spinta missionaria furono più forti.
E nel chiudere la valigia e lasciare l'Italia, una riflessione a quanti gli dicevano di restare.
«Qualcuno mi ha detto che dovrei spiegare il motivo del mio ritorno in Bangladesh. Più di uno mi ha detto: perché non resti? C'è tanto da fare anche qui da noi. Anche l'Italia è terra di missione. Per me è un dovere far "sentire" la presenza di Dio, far toccare la paternità di un Dio buono e misericordioso in un mondo lacerato da odio e discordia. Ed è un diritto per milioni di persone avere conoscenza di Cristo, perché non ci può essere fede senza conoscenza e non c'è conoscenza se non si parla di Gesù. Parlare con la vita, muovendosi, stando vicino ad un altro, ad un diverso per lingua e cultura, nella sua realtà di vita, per poter arrivare a questa scoperta di Gesù che cambia la vita.
In un paese come il Bangladesh, dove di persone ce ne sono tante, si può avere la tentazione di voler fare tante cose e non aver tempo necessario per ascoltare la persona. Allora bisogna saper andare, come Maria che visita ed è pronta a servire fermandosi e facendosi carico delle incombenze ordinarie di una casa dove deve nascere un bambino. Se non abbiamo la stessa attenzione e tensione perdiamo tempo. Devo dirvi che mi è capitato tra i lebbrosi, tra i piccoli dei villaggi, a scuola come durante l'alluvione o i periodi difficili della vita.
Bisogna giocare la vita, tutta la vita! Bisogna essere persone innamorate, appassionate di Dio e in Dio appassionate dell'uomo, senza mettere confini o limiti a questa passione, che deve assomigliare a quella di Gesù. Per questo parto. O meglio: riparto».
Tornato in Bangladesh sperava di nascondersi in un villaggio senza troppe responsabilità, invece gli hanno chiesto di stare dapprima a Dhaka e poi nuovamente a Dinajpur.
Nei sette anni di assenza trova un paese molto cambiato: traffico caotico di macchine e autobus, palazzi con ascensori, televisioni a colori, computer, ampliamento di industrie e di edilizia.
Ovunque gente che viaggia. Autobus pieni, treni stracarichi, risciò che intasano il traffico.
Anche p. Adolfo ha questa "malattia", tanto che qualcuno gli dice che deve essere nato in viaggio o in treno e viene soprannominato "padre viaggiante". Sempre in movimento.
Scrive in una lettera agli amici: «E la sera, nel momento del rendiconto con il Signore, lo ringrazio di avermi aiutato anche oggi... a viaggiare. Mi trovo ancora novellino, perché non ho saputo dare la giusta attenzione a coloro che hanno viaggiato con me, a quelli che alla stazione hanno cercato di iniziare un dialogo con me... perché non sono sempre stato accondiscendente alle pestate di piedi, perché non ho ceduto il posto a sedere a qualcuno più anziano di me. Accidenti! Penso tra me e me, il Signore vuole proprio degli eroi e io non ne ho la stoffa. Faccio del mio meglio ma... il troppo stroppia e quasi inizio con uno sfogo. Poi penso a p. Giuseppe, che ha solo 75 anni, che continua a viaggiare in bici, con il sole e con la pioggia, visitando i villaggi; penso a suor Enrichetta, anche lei settantacinquenne, che continua a viaggiare per andare a trovare le "sue suore" nei vari conventi sparsi in questo paese e mi sento piccolo, molto molto piccolo.
Spero che tra giovani di belle prospettive ci sia qualcuno che abbocchi all'amore e, per amore di Dio e del prossimo, venga a vivere questa stupenda avventura».
Mi fissa negli occhi: «Sai, è tempo di lasciare il testimone, ora io mi sento un poco "Dadu" - nonno -, soprattutto quando incontro persone conosciute da piccole e adesso hanno due o tre pargoletti dagli occhioni belli e scrutatori. Mi godo questi "miei" nipoti e penso: forza, il mondo ora è nelle vostre mani. Noi abbiamo lottato per rendervelo migliore: ora spetta a voi».
La corrente elettrica è tornata: la musica sfonda le orecchie.
Basta chiacchiere. Si scende in cortile, bambini abbracciano e salutano. Le bambine tirate a nuovo nei loro vestitini di pizzo e tulle variopinto si mettono in bella mostra aspettando i complimenti. Per tutti c'è una battuta e la foto ricordo.
Comincia la festa.

 

Diocesi di Dinajpur

La diocesi di Krishnagar, dove i missionari del Pime erano partiti a lavorare nel 1855, era composta da due parti distinte, una a nord e l'altra a sud del sacro fiume Gange. La zona sud era maggiormente sviluppata e comprendente le attuali diocesi di Khulna e Krishnagar (l'ultima ora in India).
La zona a nord comprendeva l'attuale diocesi di Dinajpur, insieme a quelle di Rajshahi, Jalpajguri e Raiganj (queste ultime due attualmente in India), separate successivamente.
Aveva una fisionomia tutta sua, in quanto la maggior parte dei cattolici era costituita da tribali; aveva, oltre alla cappella di Saidpur, una parrocchia nell'estremo nord, a Malda (1915) una a sud, presso Andharkota (1907), e due al centro: Dhanjuri (1910) e Beneedwar (1911).
L'idea di formare un 'intera diocesi nella zona a nord del Gange diventava sempre più attuale nelle menti dei missionari e fu così che iniziarono a cercare un posto adatto allo scopo, a metà strada tra il Gange e il Bhutan. Più andava avanti il progetto e più tutto sembrava puntare su Dinajpur, in quanto Saidpur, pur essendo in posizione centrale, non aveva possibilità di estensione perché il terreno era di proprietà della ferrovia.
Del resto all'inizio del secolo scorso il cristianesimo non era una novità a Dinajpur e dintorni. Alla fine del 18° secolo la città aveva un unico cattolico nella persona di Ignatius Fernandes, un portoghese nativo di Macao, commerciante di tessuti, che possedeva in città una fabbrica per la produzione della cera ed alcune proprietà a Sadamohol, circa 17 chilometri a nord di Dinajpur. Senza lasciare il proprio lavoro, predicava la Buona Novella, riuscendo ad avere alcune conversioni sia a Dinajpur che a Sadamohol.
Subito dopo la loro conversione un nutrito gruppo di Munda da Begunbari, assieme ad altri Munda originari di Chota Nagpur, emigrarono e si stabilirono vicino a Nijpara, a cento chilometri da Beneedwar. La distanza era enorme, per quei tempi, e i missionari erano costretti a far sosta in vari posti, in occasione delle loro visite.
Uno di questi posti era Kasba, appena a sud di Dinajpur, dove viveva Kesob Sen, un battista proveniente da Sadomohol. Egli aveva un carattere così particolare che in Bengala viene definito "Court Dalal", e cioè un uomo che è più abile di un avvocato nelle dispute legali ma che è anche più tenace di un mandriano nel mungere... la propria clientela.
Questo battista era amichevole nei riguardi dei missionari e quando seppe che essi cercavano del terreno per un Centro Missionario, non perse l'occasione di offrire un bel pezzo di terra proprio dietro la sua casa che era allora alla sinistra dell'ingresso principale dell'attuale episcopio di Dinajpur. Il terreno fu comprato nel 1914 dal fratello francescano Paulus. Kesob si diede da fare come un matto e regalò anche un pezzo della sua proprietà e, nel suo entusiasmo, si rifece battezzare cattolico. La sua idea era che, con un complesso di tal fatta, i suoi affari sarebbero notevolmente incrementati.
Fu solo a conclusione della prima guerra mondiale, nel 1923, che si stabilirono nel centro due missionari: padre G. Margutti e padre Bianchi, entrambi del Pime. Fu subito chiaro che non erano proprio i tipi che potessero essere strumentalizzati da Kesob per i suoi traffici e la reazione di Kesob fu immediata. Come era stato attivo nell'aiutare la costruzione della missione così ora, con querele, calunnie ed ogni mezzo tentava di distruggerla. Grazie a Dio non riuscì nemmeno a scalfirla.
I nuovi missionari all'inizio vivevano in una tenda, poi in un capannone di lamiera e finalmente iniziarono la costruzione in mattoni. Nel breve periodo di quattro anni il posto era pronto per ricevere il primo Vescovo della appena creata diocesi di Dinajpur. Si era nell'anno 1927.
Kesob, il vecchio imbroglione, restò cattolico, malgrado tutti i problemi che aveva creato. Egli morì in povertà ma visse abbastanza per assistere al giubileo d'argento della diocesi.
L'espansione della missione avveniva non soltanto in termini di costruzioni, ma anche di nuovi battesimi. Molte conversioni avvenivano tra i Santal dell'area di Nijpara, Sadomohol e, specialmente, nella zona sud-ovest di Dinajpur.
La missione è andata man mano espandendosi e conta attualmente circa 900 cattolici. Al suo interno esiste una scuola (sia primaria che superiore) per 1800 studenti, un ospedale con 145 posti letto, il convento delle suore, la chiesa cattedrale, un convitto per studenti delle scuole superiori con 200 posti per i ragazzi e 120 per le ragazze, un orfanotrofio, la Casa Vescovile, la Casa Parrocchiale (appena ultimata nel 2000) che comprende un centro di cucito, uffici parrocchiali e aule per i bambini della Parrocchia, oltre a un attrezzato centro di computer.
Il primo vescovo di Dinajpur fu Santino Taveggia, Pime, già vescovo di Krishnagar per 21 anni. Aveva 72 anni quando andò a Dinajpur e vi morì dopo appena un anno.
Il secondo vescovo fu Giovanni Battista Anselmo, Pime, un uomo di estremo coraggio e di incredibile resistenza al lavoro. Fu lui che si accollò con grande determinazione la "nuova impresa" 0011929 al 1949. Erano anni in cui la popolazione cattolica cresceva nella diocesi al ritmo di 4-5 mila unità all'anno, e poi la seconda guerra mondiale, la spartizione dell'India nel 1947, la deportazione nei campi di concentramento di quasi tutti i missionari, la perdita dei fondi della diocesi, lo stop degli aiuti dall'Italia e la grande carestia nel Bengala. Il vescovo Anselmo si ritirò nel 1949 e morì a Rohanpur nel 1953.
Il terzo vescovo fu Giuseppe Obert, Pime, dal 1949 al 1968, anno in cui si ritirò in Italia, dove morì il 6 marzo 1972.
Il quarto (e primo bengalese) vescovo fu Michael Rozario, dal 1968 al 1978, quando fu trasferito al seggio metropolitano di Dhaka. Durante i suoi dieci anni si ebbe l'indipendenza del Bangladesh e l'assassinio dell'unico sacerdote santal: Lucas Marandi. Ma la Chiesa locale da allora ha ripreso vigore ed è in continuo aumento. Nel 1975 inaugurò la nuova cattedrale di Dinajpur, costruita da p. A. L'Imperio.
Il quinto vescovo fu Theoutonius Gomes, CSC dal 1979 al 1996, anno in cui fu trasferito come vescovo ausiliare di Dhaka. Nel 1991 si è distaccata la nuova diocesi di Rajshahi.
Il vescovo attuale, dal 1996, è Moses Costa, che sta portando avanti con notevole coraggio e una incredibile forza l'evangelizzazione nei più remoti villaggi della diocesi e che sta dando una spinta di innovazione tecnologica alla stessa.

p. Luigi Pinos