Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

5. IMPEGNO EDUCATIVO NEGLI OSTELLI

Si fa sera, la calda luce dell'imbrunire accarezza i campi di riso. Dopo un lungo tratto di strada sterrata, - serpentina polverosa nella stagione secca e striscia melmosa durante le piogge - ci si inoltra in un' oasi con folte piante che offrono refrigerio alla vista: manghi, pompelmi, palme. Una vera delizia.
E ad accoglierci una frotta di bambini e bambine dai grandi occhi scuri, indaffarati a portare acqua e terra, una processione di formiche che, parlottando tra loro, vanno e vengono in perfetta sincronia lungo i vialetti in lastre di cemento dipinte con fiori naif e segni geometrici colorati.
Stanno preparando il terreno per il nuovo ostello e tutti sono al lavoro. Nessuno escluso.
La gioia si fa subito. contagiosa e i canti di accoglienza lasciano spazio al sudore e alla fatica.
«Questo si chiama diritto al lavoro», esclama entusiasta p. Emilio, orgoglioso di dimostrare quanto sia importante per questi 280 ragazzini il lavoro comunitario: essendo di etnie e provenienze diverse esso aiuta a socializzare e fa sentire la casa "propria" perché costruita con le proprie mani.
«Ma non pensiate che sia uno sfruttatore, hanno tempo anche per giocare, divertirsi e pregare».
Infatti, poco dopo, terminata l'ora di lavoro, eccoli scatenati più che mai nei campi da calcio e da pallavolo, e dopo cena, tutti stretti come sardine, seduti a gambe incrociate per terra sulla piazzola di cemento, a fare le prove dei canti e a guardarsi un film in cassetta, in rigoroso silenzio con gli occhi spalancati puntati sul piccolo schermo televisivo.
E al mattino, all'alba, prima di andare a scuola, eccoli tutti accoccolati fitti fitti - confondendosi con le minute suore bengalesi - su tappeti davanti all'altare della chiesa per la Messa, in un silenzio sacro, interrotto solo dall'esplodere armonioso dei canti: voci bianche che commuovono.
Pensare che l'80% di questi bambini non è cristiano, bensì animista. Ma che fare? Impedirgli di venire a pregare sarebbe per loro una grande offesa.
Chissà com'è, le "reduciones" dei primi gesuiti in Paraguay nei tempi passati me le immagino così. Eppure siamo in Bangladesh, più precisamente a Chandpukur, ad una manciata di chilometri dall'India, in uno dei tanti ostelli dei padri del Pime, fondato negli anni Ottanta, che durante l'anno scolastico raccoglie i figli dei villaggi lontani, altrimenti impossibilitati ad andare a scuola.
Un fiore all' occhiello, segno di dialogo e di rispetto Da non credere che agli inizi, proprio in questa zona, l'evangelizzazione sia stata così difficile e osteggiata.
È p. Luigi Pinos a raccontare in uno dei suoi tanti scritti: «Nel 1940, quando p. Giuseppe Cavagna e il catechista Pirthi Marandi visitarono il villaggio di Chandpukur per la prima volta, nessuno era propenso non solo a diventare cristiano ma neppure a fornire una semplice ospitalità. Tutto quello che riuscirono ad ottenere fu una piccola stalla. Nessuno offrì loro il fuoco per cuocere il riso, e nessuno pose ai loro piedi il tradizionale recipiente pieno d'acqua, simbolo del cibo che sarebbe stato cucinato per loro. Al mattino il padre e il catechista scoprirono che il villaggio era diventato deserto: erano andati tutti via per non dover parlare con i due forestieri. P. Cavagna e Marandi naturalmente andarono via e arrivarono al villaggio vicino di Malpukur, si sedettero sul tronco di un albero abbattuto e si misero a cantare. Gli abitanti, al sentire questa novità, si avvicinarono e udirono con curiosità la spiegazione dei canti, ma nemmeno questa volta fu data ospitalità né fu richiesto loro di tornare.
Solo dopo un bel po' di tempo furono gli stessi abitanti a pensare diversamente. Gli anni successivi alla divisione del Paese erano stati per loro durissimi, vi erano state in continuazione dispute con i musulmani circa la proprietà del terreno e, come tanti altri tribali, non avevano speranza alcuna di averla vinta in tribunale. Alla fine furono loro stessi ad andare a Beneedwar chiedendo ai missionari di visitarli ancora. Padre Cavagna tornò una seconda volta a Chandpukur, fu lui a parlare con i musulmani circa la proprietà, ad esaminare quei pezzi di carta che i poveri Santal non sapevano leggere, e alla fine i Santal ebbero salva la propria terra. Si avvicinarono così alla fede cristiana. Sia gli abitanti di Chandpukur che quelli di Malpukur furono battezzati nel 1957.
L'idea di stabilire una parrocchia a mezza strada tra Rohanpur e Beneedwar era già nei programmi del vescovo Anselmo, che aveva scelto Chandpukur per la sua posizione centrale in tutto il territorio ad ovest di Beneedwar. Ma l'esecuzione del progetto tardò moltissimo per le difficoltà dovute sia alla lontananza del posto da strade e ferrovie, sia al fatto che il luogo era famoso per i suoi banditi.
La suddivisione del territorio nel 1947, tra India e Pakistan, non fece che incrementare la criminalità nella zona. Nel 1981 la parrocchia di Beneedwar contava più di 1.000 cattolici: fu allora che si decise di dividerla in due, con la formazione della nuova parrocchia di Chandpukur che ebbe, nella persona di p. Paolo Ciceri, il suo primo parroco».
Quanta acqua è passata sotto i ponti.
Ora attorno all'ostello e alla missione ci sono 50 villaggi, di cui 25 cristiani, con una propria cappellina.
P. Emilio Spinelli, 58 anni, milanese, dal 1975 in Bangladesh, dal volto solare, contornato da capelli e barba bianca, con la stessa passione dei suoi predecessori, orgoglioso della sua oasi, dove non è ancora giunta né l'acqua corrente né elettricità, mi invita a bere un caffè italiano (spedito regolarmente dalla sorella) gorgogliante da una italianissima moka, su un fornelletto da campo, nella sua capanna fatta di fango e lamiera, a poca distanza dall' ostello, in mezzo al bosco. La porta dà sul cortile dove ci sono le stanzette dei più grandicelli e dalla finestra della stanza si può ammirare la luna piena che si specchia nel pukur (stagno artificiale). È qui che all'alba, prima di iniziare qualunque attività, il missionario si riserva del tempo per pregare, per meditare, per leggere, per contemplare la natura e i suoi suoni, per ripensare alla vita dei "suoi" bambini e delle famiglie che sostiene grazie agli aiuti provenienti dall'Italia. E nel pomeriggio va a zappare con i suoi ragazzi, ma anche da solo. Per aver tempo di riflettere indisturbato.
Anche con i musulmani il rapporto è buono, si è instaurato un buon dialogo di vita. Anch'essi vengono aiutati quando hanno problemi di salute e indirizzati al MedicaI Center di Rajshahi.
«Sai, - mi dice - qui lo spazio è aperto, come vedi non ci sono recinti, chiunque può venire, vedere, godere: un mio amico musulmano spesso viene a trovarmi perché dice che qui trova la pace. E pensare che prima qui sembrava di essere nel deserto del Kuwait!
Ho piantato, mi sono preso cura dei fuscelli e ora queste maestose piante cominciano a dare i loro frutti. Lo stesso vale per questi bambini. Ci vuole pazienza, atteziIone, cura.
Il mio desiderio è che crescano sani, amanti della vita, che sappiano ora e sempre - qualunque difficoltà attraversino - che la vita è il primo e il più bel dono di Dio. Ecco quello che mi propongo nello stare qui con loro e nell'averli qui con me: insegnar loro a vivere la vita, fino in fondo. In pienezza. E nei momenti duri che la vita riserberà loro, mi auguro che si ricordino quanto hanno imparato qui: la semplicità, la solidarietà, la speranza, la misericordia».
Il nostro vociare incuriosisce i bambini che spuntano da ogni parte: tanti occhi che guardano scrutatori.
«Vedi, il mio desiderio più grande è che imparino a condurre una vita e un lavoro dignitosi, che siano dei bravi uomini e delle brave donne, mogli e mariti, madri e padri e... chissà, suore e preti».
Questo è il sogno che da subito ebbero i missionari del Pime in Bangladesh. Da quando sono sorte le missioni in questa terra, infatti, immediatamente si avvertì la necessità delle scuole e degli ostelli. La scuola era il cuore della missione, perché permetteva di formare persone istruite, in grado poi di essere utili al proprio popolo e alla testimonianza del messaggio evangelico.
Inizialmente la gente non capiva l'utilità della scuola: non solo i missionari offrivano tutto gratis, ma dovevano persino pagare i genitori più poveri, perché lasciassero i loro figli liberi dal lavoro. Le mamme dicevano loro: «Ma come? Ti ho dato mio figlio e tu vorresti anche che io ti pagassi? Sei tu che devi pagare me, perché mio figlio non guadagna nulla». Poi cominciarono a vedere che i figli imparavano a leggere e a scrivere, ottenevano qualche impiego governativo, e la loro qualità della vita cambiava. Ora all'inizio dell'anno i padri e le suore devono fare i conti con i posti perché sono troppi quelli che vogliono mandare i figli all' ostello e alla scuola.
Guardo questo buon uomo dagli occhi dolci - mezzo benedettino, mezzo scout, - mentre con un abbraccio solo stringe a sé una decina di bambini sgambettanti che fanno a gara a tenerselo ben stretto: ha speso ventun anni della sua vita qui - non sempre sono state rose e fiori, le spine non sono mancate - per trasformare, nel nome del Signore della Vita, la steppa in giardino, dei cuori selvaggi in animi fiduciosi e amanti. A quando i frutti? Dio solo lo sa. Ma già di alcuni se ne assapora il gusto.
In tutte le missioni attualmente ci sono ostelli che ospitano per una media di quattro-cinque anni centinaia di bambini e ragazzi, maschi e femmine, per una fascia che va dai 5/6 anni ai 17/18. Quindi tutta l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza con il loro carico di doni e di problematicità che queste età comportano. Anni in cui si gettano le basi - fragili o solide che siano - della struttura della persona. Basi che resteranno per tutta la vita come un'impronta indelebile.
E questo vale ancor di più se si tratta di adolescenti, come nel caso dell'ostello Sto Philip, l'unico di tutta la diocesi di Dinajpur che raccoglie ragazzi dai dodici ai diciannove anni.
Lo sa bene p. Fabrizio Calegari, che ne segue la direzione dal 2003, come formatore ed educatore.
«Fin dal mio primo arrivo in Bangladesh nel 1996, furono diverse le cose a colpire la mia attenzione - mi racconta all' ombra di un albero, ai bordi di un grande campo di calcio. - Una di queste, forse per una passione che ho sempre avuto nel campo dell'educazione, è stato certamente l'ostello, con la sua vita e le sue dinamiche.
Dopo essere stato nella parrocchia di Suihari, con un ostello di 270 tra bambini e bambine delle elementari, mi trovo ora a seguire questo ostello, dedicato a S. Filippo Neri, nato più di cinquanta anni fa con lo scopo di offrire ai ragazzi delle parrocchie della diocesi di frequentare le scuole superiori, impresa diversamente impossibile nei loro villaggi.
Negli anni Novanta p. Viganò - che aveva una passione contagiosa per i ragazzi - per aumento delle richieste lo ingrandì con una nuova ala.
Certo, aveva uno stile burbero, grezzo, ma per i ragazzi era un nonno.
Quando ero a Dhaka a studiare la lingua, le due o tre volte che p. Viganò venne in capitale ha sempre cercato di convincermi a farmi destinare al S. Filippo. Tanto che quasi mi ero arrabbiato. E quando ormai minato nella salute, nel 1998, lo accompagnai all'aeroporto per tornare definitivamente in Italia - e fu l'ultima volta che lo vidi con un magone grosso così e la sua voce roca mi disse: "Vai, vai da quei ragazzi là".
Così quando il vescovo mi propose questo incarico, mi parve un segno.
Per almeno due anni i ragazzi erano stati quasi abbandonati a loro stessi: la fatiscenza di diversi ambienti dell' ostello faceva da specchio alla trasandatezza che trovavo nei ragazzi.
Da subito avvertii !'importanza di impostare una proposta educativa.
Attualmente nell'ostello ci sono 115 adolescenti provenienti da tutte le parrocchie della diocesi e da alcune parrocchie di altre diocesi e appartengono a varie etnie: Santal, Oraon, Khotryo, Bengalesi, Munda, Mahali, Raut.
Quasi tutti i ragazzi sono battezzati, ma non mancano eccezioni, in maggioranza provenienti dal mondo indù. Si tratta in ogni caso di famiglie che sono in contatto con la missione e che approvano !'istruzione cristiana che diamo, anche se questo non significa che un giorno sceglieranno il battesimo».
È mezzogiorno e i ragazzotti ancora con la divisa (pantaloni blu e camicia bianca) tomano a crocchi dalla scuola, bighellonando nel campo. I più piccoli con una radiolina a tutto volume con canzonette popolari bengalesi si appartano in un angolo, seduti sul prato, ma non tolgono lo sguardo dal giovane missionario, sarà per l'ospite sconosciuta che gli siede accanto con tanto di quaderno e penna...
Anche p. Fabrizio si è accorto dei loro sguardi: «Sai, la mia presenza per loro è un punto di riferimento, mi osservano, mi scrutano per vedere come mi comporto, come reagisco, se sono coerente con quello che dico, solo così matura la stima e la fiducia reciproca. Sanno che ci sono, chi sono e con me si possono confrontare su tutto.
La figura del formatore è determinante.
Ogni attività è un' occasione per formare. Ma, anche e soprattutto, per amare i ragazzi. E perché essi possano fare esperienza di Dio che li ama.
«Poi giomi fa - prosegue a mo' di esempio - ho consegnato le borse di studio a dodici ragazzi che si sono distinti lo scorso anno per risultato scolastico e impegno nell' ostello: scuola, vitto e alloggio saranno totalmente gratuiti per un anno. Con il computer avevo preparato un diploma con il nome di ciascuno, così che il premio fosse anche visibile. Nel riceverlo, qualcuno era imbarazzato come se stesse rubando, qualche altro quasi piangeva. lo sono orgoglioso per loro. Soprattutto perché i migliori studenti della scuola - che conta centinaia di ragazzi, in maggioranza musulmani - sono i miei ragazzi. Hanno preso quasi tutte le migliori posizioni per ogni classe. Alla faccia del razzismo bengalese che vuole i tribali inferiori e meno brillanti. Eccoli qui i tribali: dategli una possibilità e, almeno a scuola, non sono secondi a nessuno. Ma i primi a non crederci sono i ragazzi stessi, tanto è forte il senso di inferiorità. Ecco perché queste borse di studio sono uno stimolo e un rinforzo positivo enorme.
"Avete visto?" - domandai ai ragazzi alla fine. "E allora, chi sono i migliori?". Silenzio.
"Chi sono i migliori?" - ribadivo alzando la voce. "Noi" - rispose qualcuno debolmente.
"Chi sono i migliori?" - richiesi gridando e portando una mano all' orecchio come per sentire meglio le loro risposte. "NOI!" - gridarono finalmente tutti quanti. E rimanemmo così a guardarci, ridendo e applaudendoci.
Condividere per quanto possibile la loro vita è già dire: "tutto quello che fate è importante per me. lo credo in voi" .
E se a volte io stupisco loro, spesso sono loro che mi sorprendono e mi incoraggiano nel cammino di fede con le loro scelte e le loro intuizioni.
Per esempio una volta il preside della nostra scuola mi informò che si stavano raccogliendo aiuti da distribuire alla gente di una zona vicina colpita dall'alluvione. Mi propose di donare anche noi una quota corrispondente a mezzo chilo di riso per ogni ragazzo dell' ostello. Di riso ne abbiamo stivato diverse tonnellate, dal momento che ogni giorno ne consumiamo quasi un quintale. Potevamo dare quello che chiedevano con facilità. Si trattava però di far partecipare anche i ragazzi e chiedere loro in che modo volevano offrire questo mezzo chilo per ciascuno. Altrimenti avremmo perso un' occasione per crescere nel dono.
Raccolsi proposte classe per classe e rimasi stupito dal loro entusiasmo nel rispondere. Per raccogliere il riso necessario alcuni suggerirono di rinunciare a due colazioni cioè a due piatti di riso - altri ad una cena e di aggiungere soldi, altri ancora di saltare la carne una domenica - l'unica di tutta la settimana! - e aggiungere soldi per colmare la cifra stabilita. Alla fine decidemmo insieme di eliminare la carne per una domenica e di rinunciare a una colazione.
Se penso a quanto sia stato importante questo gesto di rinuncia, che diventa dono per gli altri, a questo riso che per loro è tutto e anche di più, provo un misto di orgoglio e di tenerezza per i ragazzi».
P. Fabrizio, originario di Monza, poco più che quarantenne, da dieci anni in Bangladesh, così cresce con loro, cercando di trasmettere loro l'amore di Dio.
«Ricordo ancora - continua il racconto - la fine del "mio" primo anno scolastico in questo ostello. Facemmo festa assieme preparando una ricreazione con un po' di numeri. Organizzai la pesca con premi raccolti durante l'anno e cose comprate qui. Tutti avrebbero ricevuto qualcosa. Le magliette da calcio (ovviamente non originali!) di Zidane, Maradona, Ronaldo, Crespo, Vieri, che mi ero portato dall'Italia, risaltavano sul tavolo ed erano naturalmente le più desiderate. Sontus e George rimasero a bocca aperta davanti al palco per tutto il tempo, sperando di essere loro tra i fortunati. Invano: le vinsero altri, che il calcio lo masticano assai meno di loro. I ragazzi furono contenti e si impegnarono molto con le danze e i canti. Anch'io ero contento, mi pareva che il bilancio fosse positivo, pur con tante cose da migliorare.
Mentre ci si preparava per andare a dormire, Ismail mi si avvicinò per parlare. Fosse stato per lui, in tutto l'anno mi avrebbe detto sì e no dieci parole, compresi i buongiorno, tanto era timido.
Era imbarazzato, ma sorridendo mi disse sottovoce: "Ha mantenuto la sua parola padre, grazie!". Cascai dalle nuvole: che parola? "All'inizio dell'anno, cominciando questo nuovo lavoro, lei ci ha detto che non poteva prometterci nulla tranne una cosa: che ci avrebbe amato. Questa parola l'ha mantenuta" - mi disse Ismail, mentre torceva il suo berretto di lana con le mani. Mi sentii arrossire fino alla punta dei capelli».
E ancora adesso, nel parlarne, gli luccicano gli occhi. «Sai - prosegue con il suo vocione p. Fabrizio, ragazzotto dal cuore grande, - l'educatore deve essere padre e madre, come ricordava bene don Bosco ai suoi: "Se sarete veri padri e vere madri, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore". Il mio sogno è dare a ciascuno, nello spazio dell'amore, la possibilità di rivelare la propria statura».
Per questo ha pensato anche ad alcune proposte concrete, che si inseriscono nella vita ampiamente già strutturata dell'ostello: oltre alla catechesi settimanale e alle visite periodiche nelle classi interrogando e discutendo sia su tematiche scolastiche che di vita, ha ideato dei luoghi fattivi per far crescere i suoi ragazzi, umanamente, culturalmente e spiritualmente, stimolando desideri e passioni. Mi fa vedere due aule fatiscenti, con scaffali vuoti da riempire, pareti da intonacare, riparare e abbellire, ma nei suoi occhi già c'è una piccola biblioteca ben fornita di libri per ragazzi e un'accogliente cappellina, due luoghi essenziali per la formazione dei giovani, luoghi dove potersi trovare in libertà individualmente a leggere e a pregare.
Sogni che, prima del previsto, grazie alla generosità di amici italiani si sono potuti realizzare.
. La bella cappella a cui ha lavorato un artigiano venuto appositamente da Chittagong, nel sud del Bangladesh, dal 12 luglio 2005 è diventata un luogo "personale" in cui potersi fermare a pregare o a meditare quando i ragazzi ne sentissero il bisogno. Accanto ad essa la piccola biblioteca, dotata di qualche centinaio di libri bengalesi, di vario genere, ma anche di una piccola sezione di libri inglesi e abbellita, alle pareti, da cartine geografiche. Padre Fabrizio ha aggiunto anche un microscopio e ha confessato che sta già pensando, in futuro, a qualche computer.
L'appassionante sfida educativa continua.