Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

8. LA NOVARA TECHNICAL SCHOOL

È pomeriggio inoltrato.
Nel grande complesso del Novara Centre di Suihari formato da officine, edifici di diverse misure, campi coltivati, vialetti ben puliti e prati all'inglese, vige una quiete che sorprende.
Dopo essersi abituati a vedere gente spuntare da tutte le parti, sempre in movimento (immaginatevi 140 milioni di abitanti su un territorio grande quanto il nord Italia: questo è il Bangladesh), questo ampio spazio vuoto impressiona. Si respira pace, ordine, tranquillità.
Spuntano le prime stelle e dai capannoni fuori esce lo scintillare delle saldatrici, il rumore acuto dei torni, il par- . lottare sommesso di giovani ancora al lavoro.
Le esercitazioni pratiche, dopo le lezioni teoriche del mattino, sono terminate, ma c'è chi, per guadagnare qualcosa da inviare a casa, impiega parte del suo tempo libero nei lavori di produzione che la scuola esegue su commissioni esterne.
Sono alcuni degli 80 ragazzi che studiano, lavorano e abitano, durante i tre anni di corso in meccanica, falegnameria, motoristica o elettrotecnica, in questa che "tuttora è l'unica scuola tecnica di tutto il nord Bengala: la Novara Technical School, mi dice trionfante Massimo Cattaneo missionario laico del Pime, in Bangladesh dal 1999 e attuale direttore della scuola - accogliendomi nel suo studio, mentre sta preparando al computer gli orari delle lezioni e la programmazione didattica per il nuovo anno scolastico.
È lui ad introdurmi nella storia di questo complesso e multiforme Centro, situato nella periferia settentrionale di Dinajpur.
"La geniale intuizione è nata in collaborazione coi cittadini di Novara più di quarantacinque anni fa.
Era l'anno 1960 quando la FAO lanciava la prima "Campagna contro la fame nel mondo" e denunciava con termini e statistiche impressionanti la realtà del sottosviluppo e della sottoalimentazione di gran parte dell'umanità.
Tra i tanti a raccogliere questa provocazione, a Novara ci fu anche don Ercole Scolari, assistente diocesano dei giovani dell'Azione Cattolica. Con lui, numerosi studenti si resero conto che di fronte alla drammatica situazione di gran parte dell'umanità non si poteva restare indifferenti o limitarsi a facili commozioni o a inutili analisi sociologiche, scaricando cause e responsabilità a una storia passata.
La prima raccolta di fondi, avvenuta con il coordinamento della FAO, diede risultati sorprendenti e così si cominciò a progettare un'opera destinata a restare nel tempo, che contribuisse alla costruzione economica e sociale di un popolo, cooperando con personale italiano presente sul luogo.
Si optò per l'allora Pakistan Orientale, considerato uno dei paesi più poveri del pianeta, ideando una sorta di gemellaggio tra la diocesi e la città di Novara e la diocesi di Dinajpur per realizzare quello che sarà chiamato il Novara Centre, che ora comprende la Novara Technical School (scuola tecnica professionale con 120 studenti, in prevalenza di origine tribale e provenienti dai villaggi del nord bengala), la scuola elementare (con 400 alunni), la scuola di economia domestica per le ragazze, la parrocchia con i suoi servizi sociali, il seminario minore e il noviziato delle suore Shanti Rani.
Si trattò allora di una scommessa che poteva sembrare persa in partenza, ma che, grazie alla costante generosità di molti novaresi e grazie alla pazienza e all'impegno generoso e competente dei missionari del Pime è divenuta una scuola professionale tra le più stimate di tutta la nazione, dalle autorità civili e dai direttori di industrie e officine.
Il Novara Centre iniziò con una scuola elementare in capannoni in bambù, a poco a poco sostituiti da costruzioni in muratura; poi nacquero gli ostelli per gli studenti, gli edifici scolastici, le abitazioni dei padri e delle suore, la chiesa, le casette per insegnanti e collaboratori, i campi da gioco.
Dal 1966 gli sforzi si concentrarono nella costruzione dei capannoni laboratorio della scuola tecnica, pensata e costruita da p. Faustino Cescato e da p. Angelo Villa, ma poi diretta dai missionari laici del Pime.
Fu l'arrivo di fratel Mario Fardin che consentì l'avvio di un primo corso regolare di falegnameria in una minuscola casetta che poi diventerà un laboratorio ben attrezzato.
Due volontari inglesi, Roger e John, collaborarono come ingegneri e insegnanti per gettare le basi di un corso meccanico.
Sarà poi fratel Giovanni Pessina, perito meccanico, ad impostare e strutturare il corso. Giungevano intanto dall'Italia i primi macchinari, tra cui quattro torni, due saldatrici, una fresatrice, una limatrice e tutta la strumentazione necessaria per le lavorazioni base del corso di falegnameria.
Gli spazi non erano mai abbastanza e fervevano i lavori per nuove costruzioni. Necessitavano mattoni, sassi, ferro per il cemento armato. Il ferro giunse dall'Italia; i mattoni si fecero in una fornace realizzata all'interno del Novara Centre: mattoni di fango, cotti al sole, con la sigla NTS. I sassi si recuperarono spaccando i mattoni. Dai villaggi vennero uomini e donne e qui trovarono un lavoro, un salario, un piatto di riso.
Anche gli alunni della scuola tecnica vennero via via aumentando e per loro sorse il primo ostello con dormitori, cucina e aule.
Alla fine del 1969 al corso di falegnameria si diplomò il primo gruppo di nove giovani, che lasciarono la scuola muniti di una cassetta di attrezzi che permise loro un primo lavoro artigianale nei propri villaggi. Uno di essi restòalla scuola come istruttore, iniziando così quel lungo percorso che porterà ad avere un corpo docente interamente bengalese.
Si perfezionò anche l'attività didattica con un'iniziativa importante per questa realtà: fratel Pessina tradusse in bengalese il manuale per il corso di motoristica.
Fratel Enrico Bertazzoli impostò anche il corso di elettrotecnica. Dall'India arrivò fratel Ettore Caserini, perito meccanico, che assunse la direzione del corso di meccanica e di motoristica, nuova specializzazione resa necessaria dal progresso della motorizzazione agricola. Si costruì il quarto capannone destinato a tale specializzazione, il cui sviluppo costituì anche un aiuto alla ricostruzione del Paese.
La Novara Technical School risultò così completa nelle sue quattro sezioni: falegnameria, meccanica, elettrotecnica e motoristica.
Anche gli alunni aumentarono e si provvide a dare loro ospitalità: nel 1973 venne costruito un nuovo stabile a due piani in cui trovano tuttora spazio aule e dormitori, per una capacità totale di 120 alunni, di cui ottanta interni. Ad alcuni di essi, al termine dei tre anni di corso, venne offerta la possibilità di corsi sussidiari e integrativi, sia alla scuola sia in altri centri. Continuò così la formazione di istruttori che, con il passare degli anni, diventeranno la struttura portante della scuola.
Nello stesso anno si diplomò il primo gruppo di allievi meccanici. Le autorità locali civili, invitate per la cerimonia di distribuzione dei diplomi, lodarono largamente la Novara Technical School per l'attrezzatura, l'organizzazione e l'ordine.
Gli anni successivi furono un continuo consolidamento della struttura. Venne aperta una sotto-sezione di radiotecnica e installato un generatore elettrico, dono dell'associazione Mani Tese, che tuttora consente l'uso dei macchinari anche nelle (tante) ore in cui si interrompe l'erogazione dell' energia elettrica.
Per dare continuità all'insegnamento e rendere stabili gli insegnanti, nel 197 4 iniziò la costruzione di un quartiere residenziale per gli istruttori, che mise a disposizione 12 appartamenti in muratura».
Bussa alla porta un uomo. Scuro di carnagione, longilineo, sembra ancora più magro avvolto nel suo langhi tipico vestito maschile, una striscia di stoffa lunga fino ai piedi che si gira attorno alla vita con un gran nodo all'altezza dell'ombelico, - occhi di un marrone profondo, sorriso accogliente.
«Ecco - ne approfitta Massimo - questo è Lazarus, il responsabile della produzione e del rifornimento materiale e attrezzature nella sezione Meccanica, un uomo molto prezioso per noi, semplice e onesto. È cresciuto qui fin da ragazzo, ci si può fidare di lui ciecamente, ha passione ed entusiasmo. Considera questo luogo suo, ci tiene alla scuola, ai ragazzi, all'ambiente. Pensa, è nato a lessore, nella zona meridionale del Bangladesh, ma poi è venuto qui per studiare (è stato uno dei primissimi alunni della scuola tecnica) e qui è rimasto. Ora è sposato e ha due figli: un maschio (Shetu) in quarta elementare e una femmina (Chiara) che l'anno prossimo andrà in prima elementare.
Ha visto passare la lunga fila di tutti i direttori di questa scuola e di questa scuola ha vissuto tutte le vicende del passato, gioendo per quelle belle e rammaricandosi per quelle tristi. È uno dei più fidati e affidabili membri dello staff della scuola tecnica, uno dei fedelissimi, che ha davvero a cuore le sorti della scuola in cui è cresciuto e da cui ha ricevuto tanto. Uno stipendio dopo l'altro ha messo via quello che è servito per costruirsi piano piano una bellissima casa in muratura; ha cominciato le fondamenta più di dieci anni fa e alcuni dettagli ancora adesso non sono finiti. Tutto è predisposto per costruire il secondo piano, dove un giorno andrà ad abitare la famiglia del figlio primogenito, ma questa è storia del futuro».
Lazarus capisce che sta parlando di lui e saluta con un ampio sorriso, incrociando le mani al petto. Si scusa per aver interrotto, si scambiano qualche battuta e se ne va silenziosamente.
«Vedi, è importante uno scambio di opinioni, la collaborazione con il personale, il continuo aggiornamento per migliorare l'insegnamento, le strutture, le attrezzature, soprattutto qui in Bangladesh, in un Paese in piena fase di sviluppo, in cui il progresso tecnologico sta facendo passi da gigante. È quanto mai indispensabile per una scuola restare al passo con i tempi e dare agli studenti gli strumenti necessari per rispondere al meglio alle richieste del mondo del lavoro.
L'ultimo intervento di ristrutturazione è stato avviato nel 2000 da p. Giovanni Beretta con l'appoggio di p. Giulio Berutti. Nuovi macchinari e attrezzature sono stati introdotti per migliorare il livello tecnico dei corsi, soprattutto nei settori della meccanica e della motoristica. Sono stati ampliati i capannoni dei quattro settori per dare spazio ai magazzini, alle zone per i lavori di produzione e ai nuovi macchinari inviati dall'Italia. È stato costruito e inaugurato nel 2003 un nuovo edificio di tre piani per ospitare le classi e gli uffici. È stato ristrutturato l'ostello, attrezzandolo di nuovi servizi igienici e della cucina.
In questi ultimi anni l'attenzione della scuola non si è fermata alla sola durata del corso scolastico; stiamo cercando di seguire i nostri studenti anche nella successiva e non semplice ricerca di un lavoro. Per aiutare concretamente gli studenti appena diplomati e in cerca del primo impiego abbiamo avviato corsi di tirocinio in collaborazione con ditte esterne. Il tirocinio è collocato all'interno del programma del terzo anno e nella maggior parte dei casi si conclude felicemente con l'assunzione dello studente da parte della stessa ditta che lo ha ospitato.
Agli studenti che si recano a Dhaka per la prima volta in cerca di lavoro viene inoltre garantito un temporaneo supporto logistico per l'alloggio e il vitto, in modo da rendere più agevole la permanenza in una metropoli già problematica per molti altri aspetti».
Mi soffermo a guardare questo missionario laico, ultimo di una lunga serie a prendere in mano il "testimone" di questa scuola.
Nato 44 anni fa a Saronno, in provincia di Milano, appassionato di montagna e di deltaplano, il viso scolpito dall' ebbrezza del vento, occhi di un celeste che conquista non a caso qualche suo amico l'ha soprannominato "occhi di cielo" - ma cosa ci fa qui, in questo angolo di mondo? 
«Sono passati ormai parecchi anni, ma ricordo ancora molto bene la domanda che rincorreva continuamente il mio vagabondare tra i voli in deltaplano e le arrampicate in montagna, gli studi al Politecnico e il lavoro nell'officina meccanica di famiglia, le corse in camper con gli amici e le sciate d'alta quota in solitaria: che cosa c'entra quel Gesù di cui sento parlare fin dalla mia infanzia con le cose che faccio, con il mio lavoro, con i miei studi, con quello che mangio, con quello che guardo, che ascolto, che dico...
A quei tempi in ogni modo ero troppo indaffarato per occuparmi di queste faccende, adatte piuttosto a specialisti della teologia: c'erano un sacco di posti ancora inesplorati tutti da visitare, c'era da cavalcare l'ascendenza che ti porta più in alto dell'ultimo volo, c'era da superare il quinto, il sesto, il settimo grado in parete e la ricerca di nuovi confini da oltrepassare andava sempre più in là.
Durante i miei primi viaggi in Africa intanto facevo esperienza diretta di situazioni di povertà e di bisogno così estreme da non riuscire più a restarne indifferente. Perché io avevo ricevuto così tanto e altri così poco? Il Vangelo indicava con assoluta chiarezza la via da seguire: il servizio e l'attenzione agli altri.
Il mio studio, la mia professione, l'amicizia con molte persone care, tutto diventava un nuovo strumento da mettere al servizio. Gratuitamente avevo ricevuto ed era arrivato il momento di restituire gratuitamente.
Adesso mi trovo in Bangladesh a lavorare nella Novara Technical School. Gli attrezzi che ho tra le mani sono gli stessi che usavo nella mia officina meccanica: martello, saldatrice, trapano, tornio, ma a muoverli c'è un motore che trasforma profondamente il modo di lavorare: non per guadagno o per far carriera, ma solo per il gusto di servi re. E il sapore della giornata cambia radicalmente!
La scelta laicale porta l'annuncio del Vangelo nella vita concreta, fatta di lavoro, di condivisione delle fatiche quotidiane. Si realizza mettendo a disposizione la propria professionalità, le proprie competenze in modo differente da quello a cui il mondo facilmente ci abitua. Qualcuno prima o poi comincerà a chiedersi perché invece di arrabbiarti sorridi, perché la porta della tua stanza resta sempre aperta a chi vuole incontrarti, perché continui a fidarti anche in mezzo a una moltitudine di imbroglioni.
Da sempre la scuola ha puntato non solo alla preparazione tecnica dei nostri studenti, ma anche alla loro formazione umana. La vita dell' ostello che accoglie i giovani allievi è ritmata da momenti di lavoro, di gioco, di preghiera insieme. È dentro queste attività quotidiane che vengono passati i valori cristiani della lealtà, dell'aiuto reciproco, della fedeltà agli impegni. Ultimamente ho tenuto i contatti con parecchie ditte esterne per preparare l'industriai training agli studenti del terzo anno. Con grande soddisfazione ho scoperto che molti dirigenti apprezzano i nostri ex studenti, ora impegnati presso di loro, soprattutto per il comportamento, l'onestà, la dedizione al lavoro.
La Chiesa, come il Vangelo, non sta sospesa nel cielo, ma ha i piedi ben ancorati su questa terra, è fatta di persone concrete, unite tra loro da rapporti di svariatissimo tipo: sociale, economico, politico, religioso, affettivo... È attraverso questi rapporti che il laico può arrivare a tutti i livelli in quel grande universo che è l'umanità. La sua competenza e la sua professione diventano uno strumento formidabile per portare una testimonianza anche negli ambienti più lontani. Quanti volti di manager, direttori, capireparto ho visto stupirsi perché il mio lavoro non viene retribuito con uno stipendio, non mi faccio le ferie tutti gli anni, non ho una casa tutta per me dove abitare stabilmente con la mia famiglia, perché ho rinunciato ad avere moglie e figli per consacrarmi a Dio...
Qualcuno forse avrà pensato che in mezzo agli stranieri ricchi ogni tanto può capitare anche qualche sciocco sconclusionato, ma qualcun altro potrebbe anche essersi posto domande più interessanti sui motivi e sugli effetti di una scelta un po' diversa da quella a cui solitamente siamo abituati a pensare.
Certo non tutto funziona come nelle fiabe. A volte il nostro lavoro appare insignificante, del tutto inutile di fronte a situazioni tanto ingiuste e tanto compromesse da togliere ogni speranza. Il Bangladesh è conosciuto come il Paese più corrotto del mondo e non è sempre facile accettare i compromessi da cui ti trovi circondato o !'impossibilità di far valere i diritti più semplici della persona. Spesso la ragione vincente è solo quella di chi ha più soldi.
A tenere sempre ingranata la marcia non è l'illusione che il mio lavoro cambierà le sorti del mondo, ma la consapevolezza che se in questa giornata non metto a disposizione quello che posso dare, resterà un buco che nessun altro riempirà. È con le nostre azioni di oggi che il Signore costruisce il futuro di domani».
Un ragazzo in cortile sta terminando di verniciare di bianco le porte da calcio che serviranno per i tornei dei ragazzi di un ostello nel nord del Bangladesh. Ammira il suo lavoro soddisfatto.
La sua qualifica tecnica speriamo lo aiuti in seguito a trovare un posto di lavoro dignitoso per affrontare con sicurezza il futuro di una nuova famiglia.
Il cielo ormai è un tappeto di stelle. Mi riecheggiano nelle orecchie le ultime parole di questo missionario laico che ha deciso di donare tutta la sua vita a Dio e ai fratelli in questa terra dimenticata: "È con le nostre azioni di oggi che il Signore costruisce il futuro di domani".