Mariagrazia Zambon
PASSIONE
Viaggio fra i missionari del Pime in Bangladesh
PER UN POPOLO

EMI - 2005

1. Vita da pionieri

7. Scuole e case per i tribali

13. A servizio del clero locale

2. Dopo gli anni Cinquanta

8. La Novara Technical School

14. Camera al contrario

3. Martire per amore

9. Le cooperative di credito

15. Pastorale cittadina

4. Ricostruzione umana e spirituale

10. Casa di spiritualità a Bogra

16. La famiglia si allarga

5. Impegno educativo negli ostelli

11. Dialogo come condivisione di vita

17. Sulla via del ritorno

6. Impegno sanitario a Rajshahi

12. Straniero tra gli stranieri

18. Dal Bangladesh alla Costa d'Avorio

 

9. LE COOPERATIVE DI CREDITO

Mentre la città di Dinajpur, centomila abitanti, povera e laboriosa, è un continuo brulichio di gente affaccendata, un via vai di persone, un turbinio coloratissimo e molto rumoroso di uomini, donne e bambini indaffarati in tante piccole attività, in un'interminabile economia di sussistenza che si regge sull'ingegnosa operosità di chi vive di mille espedienti per campare, in campagna il ritmo cambia, di colpo tutto rallenta. I bufali, con il loro incedere lento, trascinano pesanti carri stracarichi di spighe di riso, i bambini bagnano un fazzoletto di terra passandosi l'un l'altro piccoli secchielli di pelle riempiti dal fosso accanto, le donne, in un monotono ritmo di schiene che si alzano e abbassano per ore sotto il sole cocente, tagliano e raccolgono le fascine, gli uomini con rozzi aratri di legno preparano le nuove zolle di terra.
Molti sono braccianti delle loro stesse terre. Tribali ingenui che hanno perso i loro campi per via di debiti non pagati. E gli usurai senza remore né pietà gliele hanno requisite.
Unica speranza: poterle recuperare grazie a nuovi prestiti.
Ma chi può dar loro credito e credibilità?
Ecco allora !'intervento della chiesa locale, la cui azione non si limita solo alle grandi opere (ospedali, scuole, ostelli) o ad interventi di emergenza, ma si basa anche su una rete di iniziative che partono dalle parrocchie e tendono ad aiutare i poveri attraverso un'animazione e un'educazione che li sproni a diventare protagonisti del loro sviluppo e capaci di gestire i propri capitali, pur pochi e piccoli che siano.
La commissione sociale costituita dal consiglio parrocchiale svolge varie attività, tra cui un sostegno indispensabile durante i processi avviati per salvare le terre ingiustamente espropriate e per liberarsi dagli usurai, la terribile piaga delle campagne bengalesi.
Il comitato parrocchiale studia caso per caso, concede prestiti al 12% di interesse, si impegna a pagare i debiti agli usurai portandoli, se necessario, in tribunale. Il contadino restituisce il prestito non più all'usuraio, ma al consiglio parrocchiale e contemporaneamente si impegna a risparmiare per eventuali future necessità ed emergenze.
È da questo concetto che è nata l'idea di aiutare i tribali attraverso le cooperative di credito, le "Credit Unions". Non si tratta di fare assistenzialismo, ma di offrire ai più poveri l'accesso al credito. Piccole somme in prestito possono bastare a rimettere in piedi un' esistenza, ma come dare la possibilità di affrancarsi dalla miseria a coloro ai quali è negato l'accesso ai prestiti bancari, perché impossibilitati a dare le garanzie che le banche pretendono?
Le cooperative di credito forniscono un supporto che le banche non possono o non vogliono dare: sono le stesse persone, gli stessi poveri, che ricevono prestiti e a loro volta prestano soldi, che sono alternativamente debitori e creditori, in un contesto in cui tutti si conoscono e dove esistono rapporti di solidarietà e di aiuto reciproco, oltre che di controllo sociale. È la comunità che si fa carico di sé e dei propri problemi.
Il consiglio parrocchiale amministra anche un fondo per lo sviluppo e concede prestiti a basso interesse a chi vuole avviare un'attività commerciale o acquistare del bestiame o un terreno. La gente si fida della missione e così i risparmi arrivano e con essi si possono aiutare altri soci. Certo, i fondi di risparmio e di prestito non sono una ricetta magica che risolve i grossi problemi economici del paese, l'''autosviluppo'' è un sogno, visto che mancano le strutture portanti, cioè un sistema democratico e una formazione scolastica che educhi alla creatività e alla responsabilità, ma, lasciando alla politica la soluzione di problemi più profondi e radicali, le casse di risparmio possono rappresentare una tappa verso lo sviluppo integrale e un cambio di mentalità.
A farci entrare nei meccanismi di questa micro-economia è p. Giulio Berutti, missionario del Pime originario di Busto Arsizio, cittadina lombarda che vanta una lunga esperienza di cooperative di credito. In Bangladesh dal 1972, ha preso in carico questo progetto nel 1996 e ad esso dedica tempo ed energie.
«Le Credi t Unions, almeno nella loro forma attuale, sono nate nella diocesi di Dinajpur nel 1992 da un'ideaispirazione dell'allora vescovo Theotonius. Precedentemente vi erano state altre forme di risparmio tra cui la piùnota è la così detta "banca del riso". Vari tentativi furono fatti a Dhanjuri, anche partire dagli anni 1930-31 e a Boldipukur e Mariampur negli anni '60; ma si trattava di tentativi personali, senza continuità né supervisione e quindi legati soltanto al padre della Missione. Nel 1996 si è pensato di organizzare le Credit Unions su base diocesana, con un responsabile centrale, Gabriel Costa, che poi è stato destinato alla Caritas di Rajshahi, ed ora ecco mi qua, tocca a me.
Per partire sono stati necessari un po' di fondi e provvidenziale è stato !'intervento di Mani Tese, che ha contribuito con un finanziamento a fondo perduto di cinque anni più altri tre.
Mani Tese ha finanziato, inoltre, un progetto di 20.000 dollari per il riscatto dei terreni dati in pegno dai tribali agli "strozzini" locali, prevalentemente musulmani.
Ancor oggi il prestito è sempre agricolo. Infatti la maggior parte dei nostri clienti è diventata povera perché ha messo in pegno il proprio terreno e vi deve lavorare come bracciante. Uno dei nostri scopi principali è il riscatto di questi terreni da parte dei legittimi proprietari: il prestito serve a riprendersi la terra, poi con il raccolto si potrà ripagare il debito.
Altri prestiti servono per l'acquisto delle sementi, dei fertilizzanti, dell'acqua per irrigare.
Quando nel 1993 venni inviato nella missione di Pathorgata, trovai un gruppetto di persone che il mio predecessore, padre Cesare Pesce, aveva già avviato al risparmio. lo operai con loro in modo efficace, forte di quanto avevo appreso in un corso diocesano sul funzionamento delle cooperative di credito. Quattro anni dopo noi padri del Pime lasciammo la missione di Pathorgata al clero dio ce sano e io tornai in città, a Dinajpur, dove iniziai ad occuparmi a tempo pieno dell'ufficio centrale delle cooperative di credito diocesane, fondato nel 1991, e della loro diffusione nei villaggi.
Le Credit Unions di Dinajpur sono oggi una realtà con circa 12.000 risparmiatori e 8.000 soci possessori di azio: ni, sparsi in tutta la diocesi in 15 centri e ben 450 villaggi. Il capitale sociale ha ormai raggiunto i 13.000.000 di taka (circa 160.000 euro) e vi sono 27 dipendenti oltre a tre supervisori diocesani».
Alla sua gente p. Giulio ha fatto capire, con pazienza e determinazione, che una cooperativa di credito è un modo per insegnare a un gruppo di persone ad aiutarsi reciprocamente, risparmiando il proprio denaro e prestandolo ai membri del gruppo per uno scopo valido e a un tasso d'interesse ridotto.
«Il nostro scopo è quello di far cambiare la mentalità tribale, perché non vivano alla giornata, ma programmino la loro esistenza. Il tribale, per natura, è cacciatore, non contadino, e ancora si porta dentro l'ancestrale mentalità del predatore, anche se ormai di foreste non ce n'è più e deve fare i conti con il mondo agricolo, ma spesso non sa stare al passo con i tempi e basta poco per farsi fregare e per rimanere povero in canna. Quando un cacciatore ha fame che fa? Va a caccia, non si mette ad allevare polli! Il tribale non sa cosa vuoI dire risparmiare, programmare, guardare avanti. È uno spirito libero, per indole non si lega a schemi formali: è solo attraverso esperienze come questa che apprende la disciplina, la programmazione e a tenere fede alla parola data.
È difficile insegnargli a risparmiare, a non fare spese pazze per le feste, a non sperperare subito un guadagno... la vecchia mentalità è dura a cambiare, ma quando questo avviene è una grande soddisfazione per tutti.
Ho assistito a dei veri e propri miracoli: quelli tra loro che si assumono responsabilità in seno alla cooperativa imparano anche a scrivere rapporti, tenere la contabilità, prendere decisioni insieme agli altri, condurre riunioni. Nella loro personalità avviene un cambiamento inimmaginabile.
Pensa che il versamento mensile minimo richiesto è di 10 taka (20 centesimi di euro): per il povero è comunque un capitale da investire, che crea un'abitudine positiva.
lo sono responsabile di questo progetto da dieci anni e funziona in molte missioni, anche se i frutti non dappertutto sono entusiasmanti.
Alcuni centri sono già autosufficienti, sia economicamente che amministrativamente, altri dovranno ancora crescere e sarà naturalmente necessario un aiuto esterno, nella fase di avviamento.
Resta fondamentale il coinvolgimento degli agenti pastorali (preti, suore, catechisti), dal momento che le Credit Unions sono un programma sociale e non soltanto economico; ed è così anche per le altre Organizzazioni non governative attive in questo settore.
Per i prestiti vi è un coinvolgimento di tutta la comunità, che si rende garante. In caso di inadempienza è lo stesso gruppo sociale del villaggio che prende i necessari provvedimenti».
Dalla cassaforte estrae un plico di fogli, sono i registri di varie missioni: tutto schedato e ben ordinato, clienti, cifre, prestiti e restituzioni, rigorosamente scritti a mano in bengalese.
«Sai - prosegue questo missionario lombardo, imprenditore per amore - ci sono due forme di risparmio: il fondo-risparmio che ognuno può ritirare quando vuole, e le azioni, ovvero risparmi vincolati, che si possono ritirare sotto forma di prestiti per una cifra anche tre volte superiore rispetto al deposito. Può anche essere imprestato ad un altro socio in modo che abbia un prestito maggiore (sotto garanzia di altri soci, sviluppando così il concetto di aiuto vicendevole).
E tutto ciò non ha solo un risvolto sociale. Attraverso questo progetto tanti maturano anche nella loro fede. Queste casse di risparmio sono un buon fondo per le comunità cristiane di base: convincerli a mettere insieme i loro soldi è un modo per tenerli uniti e creare comunione e solidarietà tra loro, piuttosto che aspettare aiuti dall'esterno. Non è solo, quindi, uno strumento economico, ma anche pastorale: segno concreto di vita cristiana.
In alcuni casi propongo la cooperativa come passo propedeutico al battesimo ed elemento importante di un cammino di comunione. Chiedo alla gente di dimostrare attraverso di essa la volontà di compiere un percorso serio e impegnativo.
Le loro relazioni interpersonali sono normalmente limitate a una strettissima cerchia di persone e vedono l'ambiente esterno come caratterizzato dallo sfruttamento. In loro c'è grande sfiducia, pessimismo e paura poiché hanno sperimentato che l'intero mondo dei più ricchi èbasato sul profitto; tutte le iniziative, tutte le relazioni sono di sfruttamento.
Qui In parrocchia imparano una nuova mentalità, un nuovo modo di relazionarsi: la chiesa locale è la piattaforma per incontrare gli altri senza sfruttarli, è uno strumento per educarsi ad aiutarsi reciprocamente nelle relazioni con gli altri: attraverso la scuola, l'ostello, gli incontri comunitari, gli aiuti di assistenza legale, aprono la loro mente e i loro cuori.
La parrocchia diventa importante anche come autorità spirituale e morale: per la prima volta trovano che al di fuori della loro comunità vi è un'istituzione o qualcuno che crede in loro senza sfruttarli.
Una volta al mese c'è l'incontro tra i soci, danno rapporto di quanti soldi raccolgono, come li hanno impiegati, chi aiutare, come gestire il patrimonio. Anche questa fedeltà agli incontri crea mentalità e struttura la persona, contro l'improvvisazione nel vivere e nel gestire.
È ovvio che in questo lavoro bisogna mettere in conto i tempi lunghi e i piccoli numeri: se nei miei trent'anni di missione sono riuscito a formare anche solo quattro laici onesti, maturi, responsabili, pur tra i 4.000 approfittatori, mi posso ritenere soddisfatto e speranzoso. Ma quanti sono stati salvati dalla miseria e dalla disperazione, dal pessimismo e dal disfattismo, dall'ingenuità e dalla sconsideratezza, dagli imbrogli e dagli inganni. Uomini e donne nuove a cui sono state consegnate nuove esistenze. Nel nome del Signore. Una nuova vita, ora, è nelle loro mani». Seduto alla sua scrivania, sommerso da scartoffie di tutti i tipi, fumando una sigaretta dopo l'altra, si infervora, racconta di famiglie tirate fuori dal profondo senso di inferiorità e restituite alla dignità e si sente missionario così. Tra la montagna di libri e rapporti ingialliti, si intravede il breviario.
Chissà perché mi viene in mente questa preghiera di p. Pesce, scritta quando era a Pathorgata: "Signore, ricordati di me che sto tentando di cogliere fiori tra le spine. Forse è necessaria qualche goccia di sangue, è la legge della natura. Ma ne vale la pena: inebriarmi del profumo di questi fiori, anche se punzecchiato da qualche maligna spina della giungla. Tu solo ricordati di me. Tu che mi hai mandato qui a cogliere i fiori, non le spine".

 

Le minoranze etniche in Bangladesh

La popolazione di lingua e cultura bengalese è un miscuglio di tribù diverse che si sono fuse lungo i secoli.
Anticamente il Paese era abitato da un popolo di cacciatori di probabile origine autralo-asiatica, presenti ancor oggi con la tribù Santal.
In seguito arrivò dall'India centro meridionale un popolo di coltivatori di origine dravidica, gli Urao, e quasi contemporaneamente, da est,
si infiltrarono popolazioni di origine mongolica, tra cui i Garo o Mandi. Tutti questi gruppi di Adhibasi (aborigeni) hanno conservato lingua, usi e costumi propri.
Anche dal punto di vista religioso non hanno assimilato, pur avendovi aderito, né l'induismo né il buddhismo, neppure l'islam
o il cristianesimo. La maggior parte conserva ancora la religione tradizionale.
Le popolazioni indo-ariane migrarono nella pianura gangetica molto più tardi, ma la loro civiltà contribuì a formare il fulcro della lingua e della cultura bengalese. Ancor oggi, infatti, 1'80% delle parole bengalesi deriva dal sanscrito, la lingua madre dell'India antica. Alla fine del XII secolo il Bengala venne invaso e conquistato da afghani, persiani, arabi e turchi di religione musulmana; fu così che gradualmente, specie a causa di fattori sociali e politici, fra le classi più povere
ci furono conversioni in massa all'islam. Il declino del buddhismo e il rifiuto, da parte dei tribali, di sottomettersi ad un sistema di caste che li relegava in una posizione degradante, portò la maggior parte della popolazione a scegliere l'islam come fede alternativa. Soltanto le caste alte rimasero fedeli all'induismo e, dato che ad esse appartenevano le persone piùistruite e più potenti, questa religione ebbe un ruolo preminente in tutte le sfere della vita sociale, nonostante l'islam fosse diventato la forza dominante del paese.
Se per quanto riguarda la religione
si può constatare una buona tolleranza verso i tribali, la loro posizione sociale ed economica è invece molto precaria. Tutti i gruppi di Adhibasi sono oggetto di pesanti discriminazioni, sfruttamenti ed angherie proprio perché tribali. Anche se il governo si è impegnato a proteggere le minoranze e ad integrarle nella vita nazionale, spesso esse si trovano indifese nei tribunali, di fronte alla polizia e alle autorità locali.
Come minoranza etnica non devono essere dimenticati
i Bihari, musulmani di lingua urdu che emigrarono dall'India al tempo della spartizione del 1947. Hanno sempre rifiutato di essere integrati nel Bangladesh perché si considerano pakistani e chiedono perciò di essere rimpatriati, ma non è una cosa semplice: sono circa 250.000 e la maggior parte di loro vive in campi profughi. Finora non c'è stata alcuna seria. trattativa tra i
due paesi interessati per risolvere questa situazione anomala.

Tratto dal libro di M. Lattanzi Bangladesh, Paese d'acqua.