CARLO CARRETTO
Beata te che hai creduto
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La Madonna del carrettino « Rachele piange i suoi figli» La vita e il dolore
Ave Maria Nazaret È risorto
Dio mio, figlio mio Fate quello che vi dirà Pregare con Maria

DIO MIO, FIGLIO MIO


Durante l'Avvento mi trovavo sulle dune chiare e calde di Beni Abbes, la stupenda oasi sahariana.
Avevo deciso di prepararmi al Natale in solitudine ed avevo scelto come luogo il pozzo di Ouarourout dove l'acqua era abbondante e una piccola grotta naturale poteva servire da cappella.
Partii dopo la festa dell'Immacolata con un tempo bellissimo e con una gran voglia di solitudine.
Ma... il tempo non tardò a cambiare e il deserto divenne livido e freddo per la bruma alta che copriva il sole.
Anche la solitudine diventò difficile perché mi aveva scoperto Alì, figlio di Mohamed Assanì, un vero amico che pascolava le sue undici pecore nei paraggi e che era assetato di compagnia e di conversazione.
Sembrava che lo facesse apposta, ma non sapeva più trovare per le sue bestie pascoli più adatti e più ricchi di Ouarourout.
Mi girava attorno, da lontano s'intende, perché sapeva che quando ero in preghiera doveva... star lontano e non disturbarmi.
Il pozzo era comune e quindi era giustificato ad avvicinarsi quando andavo ad attingere acqua.
Naturalmente ne approfittava per invitarmi al tè che preparava lui dopo aver preso tutto l'occorrente nella mia tenda.
Alì faceva bene il tè e amava prenderlo con me accompagnandolo con pane ch'io avevo cotto sotto la cenere.
Poi partiva al pascolo e per tutta la giornata s'accontentava di guardarmi da lontano cercando nella sabbia piccoli fossili e reperti archeologici come punte di frecce dell' età della pietra che poi regolarmente mi vendeva.
Il tempo si fece più cattivo e dovetti rinforzare le corde che tenevano la tenda prevedendo la bufera che nel deserto è terribile.
La tempesta si scatenò ben presto. Chi è stato nel deserto sa cos'è la tempesta di sabbia.
Per dirvi ciò che può capitare basta ricordarvi che in pieno giorno dovete accendere i
fari della macchina per vedere la pista ed i vetri e la vernice diventano smerigliati dalla violenza della sabbia.
L'unico mio rifugio diventò la grotta e là pensai di restare giorno e notte non volendo interrompere il ritiro.
Pensando ad Alì che non avevo più visto mi convinsi che doveva avere capito a tempo le cose e, per non farsi sorprendere dalla tempesta, aveva certamente raggiunto l'ovile e la tenda paterna che si trovavano ad una dozzina di chilometri da Ouarourout, esattamente all'incrocio della strada di Bechar.
Invece!?!?
Me ne stavo pregando nella grotta quando
lo vidi irrompere di corsa, agitato all' estremo e col suo bastone di pastore.
« Vieni, vieni, fratel Carlo. Le pecore stanno morendo nella sabbia: sono perdute... aiutami ».
Corsi alla macchina e con lui ci buttammo nel deserto sconvolto dal vento e dalla sabbia che ci accecava.
Non fu facile ritrovare in quell'inferno le pecore. Erano spaventate, indebolite e vagavano qua e là tra le raffiche di sabbia e di pioggia che aveva incominciato a cadere.
Non avevo mai visto niente di simile ed
esperimentai ancora una volta come nel deserto vita e morte siano così vicine di casa.
Mentre io guidavo la macchina e cercavo di non smarrirmi, Alì si precipitava sulle pecore e ad una ad una le intasava sulla macchina esauste e inebetite dalla paura.
Riuscimmo a portare le pecore nella grotta, unico rifugio possibile per sfuggire a quell'uragano che ci tagliava il respiro.
La piccola grotta fu piena di lana, di belati e di acre odore di gregge.
Non mi era difficile pensare alla grotta di Betlemme e cercavo di scaldarmi mettendo mi vicino alle pecore più grosse che, bagnate come me, tremavano nella semioscurità della sera.
Tolsi l'Eucaristia dal tabernacolo e mi appesi la teca al collo sotto il «bournous».
Naturalmente non riuscimmo ad accendere il fuoco per la cena e dovemmo accontentarci di mangiare pane e una scatola di sardine.
Ma ad Alì le sardine piacevano. 
lo avevo voglia di pregare e capii subito
che in fondo non m'era andato male con tutto quel trambusto.
Forse avrei potuto trascorrere una notte un po' speciale.
Era vicino il Natale.
Ero in una grotta con un pastore. Avevo freddo.
C'erano le pecore e puzza di sterco. Non mancava proprio niente.
L'Eucaristia che avevo appesa al collo m'impegnava a pensare a Gesù presente sotto il segno del pane, così simile al segno di Betlemme, terra del pane.

Scendeva la notte. Fuori la tempesta continuava ad imperversare sul deserto.
Oramai nella grotta tutto era silenzio.
Le pecore riempivano lo spazio disponibile.
Alì dormiva avvolto nel suo «bournous» con la testa appoggiata sulla spalla di una grossa pecora. Ai piedi aveva due agnellini.
lo pregavo ripetendo a memoria il Vangelo di Luca.

« Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c~era posto per loro nell'albergo» (Luca 2,6). Mi tacqui e rimasi in attesa.

Maria diventò la mia preghiera e me la sentii vicina, vicina.
Gesù era nell'Eucaristia proprio lì coperto dal mantello.
Tutta la mia fede, la mia speranza, il mio
amore erano in un punto.
Non avevo più bisogno di meditare: bastava contemplare in silenzio. Avevo tutta la notte a disposizione e l'alba era ancora lontana.

 

Sognavo? Vegliavo?
Non lo so. Il tutto era una cosa sola.
Del resto che differenza c'è tra il sogno e la realtà quando il sogno riguarda la venuta di Dio sulla terra e la realtà è - una grotta come quella descritta dagli evangelisti?
Credere che Dio si è fatto uomo è il più grande sogno per l'uomo. Si direbbe che tale fu il desiderio di unire la terra al cielo che il Natale diventò la realizzazione di quel desiderio.
Insomma il Natale, la venuta di Dio sulla terra, l'ho desiderata io e l'ho sognata o è un fatto straordinario come un sogno che si è
avverato?
Penso l'uno e l'altro, tanto è cosa straordinaria; certamente la venuta ha anticipato il
sogno perché nessuno di noi sarebbe stato capace di fare un sogno cosi unico e bello.
Che ne dici tu, Maria, tu che sei la più interessata? Non ti pareva un sogno l'avere un figlio di quel genere?
Ti pareva cosa reale? L'averlo generato nella carne era niente in confronto della fatica di generarlo nella fede.
Vedere un bimbo, il tuo bimbo era facile, ma credere, credere mentre gli facevi fare la « pipi» in un angolo che proprio lui, il tuo bimbo era il Figlio di Dio non era cosa facile.
La fede era certamente oscura, dolorosa anche per te, non solo per noi tuoi fratelli su questa terra di viventi.
lo ho qui sotto il mantello appesa al collo la teca contenente l'Eucaristia. È un piccolo pezzo di pane consacrato dalla fede della Chiesa, lo porto con me, lo amo, lo adoro ma...
... non è facile credere!
Non è cosi, Maria?
Non è cosi anche per te?
Non c'è fatica più grande sulla terra della fatica di credere, sperare, amare: tu lo sai.
Aveva ragione la tua cugina Elisabetta a dirti: « Beata te che hai creduto! »
Si, Maria, beata te che hai creduto.
Beata te che mi aiuti a credere, beata te che hai avuto la forza di accettare tutto il mistero della Natività e di avere avuto il coraggio di prestare il tuo corpo ad un simile avvenimento che non ha limiti nella sua grandiosità e nella sua inverosimile piccolezza.
Nella incarnazione gli estremi si sono toccati e l'infinitamente lontano si è fatto l'infinitamente vicino, e l'infinitamente potente si è fatto l'infinitamente povero.
Maria, capisci cosa hai fatto?
Sei riuscita a star ferma sotto il peso di un mistero senza confini.
Sei riuscita a non tremare davanti alla luce dell'Eterno che cercava il tuo ventre come casa per riscaldarsi.
Sei riuscita a non morire di paura davanti al ghigno di Satana che ti diceva che era cosa impossibile che la trascendenza di Dio potesse incarnarsi nella sporcizia dell'umanità.
Che coraggio, Maria!
Solo la tua umiltà poteva aiutarti a sopportare simile urto di luce e di tenebra.

 

Fino a ieri ero abituato a dire: « Padre nostro) che sei nei cieli ». Intendiamoci bene: non è così facile neanche questo.
Credere che Dio creatore, potenza infinita sia padre e un padre d'amore è già il frutto di un lungo cammino nella fede.
Nel passato sotto i colpi di tuono e tra il fuoco dei lampi era più facile pensare ad un Dio «padrino», cioè ad un Dio che t'incuteva paura.
Non per nulla la preoccupazione dell'inferno e delle pene eterne ha perseguitato le notti di noi peccatori.
È quasi naturale aver paura di un Dio creatore.
Un Dio incomunicabile, giustiziere, unico.
Davanti a Lui così potente non rimane altra cosa che buttarsi a terra in ginocchio.
L'unicità e la trascendenza di Dio sono la prima fonte del terrore. A leggere il Vecchio Testamento ne senti l'eco profonda ed avverti il cammino che il Popolo di Dio fa nel suo lungo esodo dalla schiavitù alla T erra Promessa. C'è qua e là la voce del profeta che annuncia già l'amore: «Può una madre dimenticare il figlio? Può una donna abbandonare il frutto del suo seno? E se anche questa lo dimenticasse, io non mi dimenticherò di voi»(Isaia 49, 15).
Ma c'è anche quella del legislatore che dice: «Dio non lascia senza punizione e castigo
la colpa dei padri nei figli, e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (Esodo 34, 7).
Leggete il Levitico, i Numeri e soprattutto il Deuteronomio e vi convincerete se non è vero che il «timore di Dio è l'inizio della sapienza ».
Ma stanotte sono qui e non penso più né al Levitico, né al Deuteronomio.
Sono qui in una stalla accanto a Maria e mi immergo nel Vangelo e il Vangelo mi dice: «Maria diede alla luce il suo figlio primogenito » (Luca 2, 7).
La trascendenza è divenuta incarnazione, la paura si è fatta dolcezza, l'incomunicabilità abbraccio.
Il lontano si è fatto vicino, Dio divenne figlio.
Capite quale rovesciamento si è compiuto?
Per la prima volta una donna poté dire in tutta verità: «Dio mio, figlio mio».
Ora non ho più paura. Se Dio è quel bimbo messo lì sulla paglia della grotta, Dio non mi fa più paura.
E se anch'io posso sussurrare accanto a Maria: «Dio mio, figlio mio », il paradiso è entrato a casa mia, recandomi veramente la pace.
Posso aver paura di mio padre specie quando non lo conosco ancora, ma di mio figlio no.
Di un figlio che mi prendo in braccio che mi struscio sulla pelle assetata di lui, un figlio che chiede a me protezione e calore, no.
Non ho paura. Non ho paura.
Non ho più paura. La pace che è assenza di paura è ora con me.
Ora l'unica fatica che mi rimane è credere. E credere è come generare. Nella fede
continuo a generare Gesù come figlio.
Maria fece così. Certo le fu più facile generare Gesù nella carne: le bastarono nove mesi.
A generare Gesù nella fede dovette impegnare tutta la vita da Betlemme al Calvario.
Maria, credo come te che quel bimbo è Dio ed è tuo figlio e lo adoro.
Adoro la sua presenza nella teca che porto sotto il mantello, dove Lui è nascosto sotto il segno fragilissimo del pane, più fragile ancora della carne.
Sento te, Maria, che di tanto in tanto ripeti, come a Betlemme:
 
« Dio mio, figlio mio ».
Ed io ti rispondo: «Dio mio, figlio mio». È il rosario di stasera.
Come allora.
Il fiato degli animali scalda la grotta come allora.