CARLO CARRETTO
Beata te che hai creduto
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La Madonna del carrettino « Rachele piange i suoi figli» La vita e il dolore
Ave Maria Nazaret È risorto
Dio mio, figlio mio Fate quello che vi dirà Pregare con Maria

NAZARET

 

L'Egitto fu il nostro rifugio per parecchi anni.
È veramente il luogo dove ci si nasconde bene con tutte quelle canne sul Nilo e con quelle acque che non erano riuscite ad ingoiare il primo Mosè.
Non fummo ingoiati nemmeno noi, anche se stranieri, poveri ed indifesi.
Dio provvedeva ogni giorno alla nostra debolezza.
C'era da soffrire così lontani da casa, così soli, ma era necessario perché si compisse il disegno di Dio.
Difatti era dall'Egitto che Dio avrebbe chiamato suo figlio come il nuovo Mosè:
«lo dall'Egitto chiamai mio figlio» (Osea 11, 1).
Quando fu l'ora partimmo verso il nord.
Intanto Gesù era cresciuto, si era irrobustito. Ed Erode era morto.
Il viaggio fu lungo ma non difficile. Eravamo così rallegrati dalla presenza di Gesù che guardava sovente verso Gerusalemme, con un interesse particolare.
Giuseppe pensò essere cosa buona non stare troppo vicino a quella città, anche se Erode era morto. Non potevamo dimenticare ciò che era capitato qualche anno prima.
Gerusalemme è la più insidiosa delle capitali ed i poteri sono due: quello politico e quello religioso.
Le cose non erano chiare e noi preferimmo stare alla larga.
Ci stabilimmo a Nazaret in Galilea, dove la libertà era più grande e dove, io, Maria, avevo vissuto da ragazza.
Giuseppe avrebbe preferito Betlemme, terra della sua tribù, ma non ebbe difficoltà ad organizzarsi a Nazaret tanto più che era un buon artigiano.
Mise su bottega e conoscemmo anni felici. Gesù cresceva in età e in grazia (Luca 2,32).
Era molto bello ed aiutava Giuseppe in bottega.
lo lo guardavo come si guarda il Mistero.
Non sono mai riuscita a guardarlo come mio semplice figlio.
Non ci riuscivo e questo non poteva non farmi soffrire.
Poco alla volta ho capito che era la mia missione, che non c'era altra via: ma soffrivo.
Il Mistero di quella nascita mi superava sempre, il pensiero che Gesù era Figlio di Dio mi obbligava ad uscire da me stessa e ad entrare nella fede.
Ciò era sempre doloroso.
Era come se non avessi mai potuto afferrare fino in fondo il segreto di mio figlio.
L'avevo generato nella carne una volta per tutte ma lo dovevo generare nella fede continuamente, senza soste, fino alla fine.
Capitò poi un episodio che marcò molto la mia vita ed a cui dovetti far sovente riferimento per capire le cose.
Ogni anno andavamo in pellegrinaggio a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua ed avendo Lui compiuto i dodici anni lo portammo con noi.
Che trambusto era il pellegrinaggio! Ma che gioia, che vita!
Sembrava che la primavera invadesse tutto, i ragazzi erano scatenati.
A Gerusalemme capitò qualche cosa di veramente nuovo nei rapporti che io avevo con Gesù.
Mentre riprendevamo la via del ritorno, «
Gesù rimase a Gerusalemme senza che noi ci accorgessimo.
«
Credendolo nella carovana facemmo una giornata di viaggio, ma poi... » (cfr. Luca 2,43).
Fu una sorpresa non piacevole. Per la prima volta avevamo perso i contatti con Lui.
Tornammo immediatamente in cerca di Lui a Gerusalemme, angosciati e spaventati.
Cosa poteva essere capitato?
Non avevo nessun dubbio: era Lui che aveva scelto la fuga.
Non riuscivo a connettere, e Giuseppe era spaventato come me.
Era come se improvvisamente il mistero di Lui e del suo Essere si fosse infittito e che gli era necessario prendere da noi le distanze.
lo risentii la spada annunciata da Simeone penetrarmi dentro il cuore.
Lo cercammo con angoscia come avrebbe fatto ogni padre ed ogni madre in Gerusalemme, ma io capivo che c'era qualcosa d'altro.
Era impossibile che Gesù potesse comportarsi come un ragazzo qualsiasi. Se aveva fatto così era per dirci qualcosa di nuovo. La sua fuga era legata al cammino di fede che facevamo insieme.
Era giunto il tempo che dovevamo esperimentare che la nostra maternità e paternità erano molto relative rispetto alla sua libertà.
Gesù stava prendendo coscienza di essere « il figlio di Dio» (Matteo 4, 3) prima che nostro figlio. 
Difatti trovandolo nel Tempio ci disse chiaramente: « E non sapevate voi... ch'io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? » (Luca 2,49).
Era la verità, ma una verità che aveva la capacità di affondare più giù la spada nel cuore.
La mia sofferenza era il suo isolarsi, il vedere chiaramente che Lui cercava il suo spazio e ciò era contrario alla mia natura di madre.
Dovevo lasciarlo libero e ciò mi costava.
Mai dubitai che quella assenza di tre giorni da me fu l'anticipo dei tremendi tre giorni di assenza nella sua morte.
Voleva essere libero con me per essere con tutti.
Voleva essere libero da me per morire per tutti.

 

Tornando a Nazaret alla vita consueta capii che molte cose erano cambiate e che incominciava un periodo nuovo per me.
La fede si faceva più purificata e la trasparenza di Lui più grande.
La mia tentazione ad essere una mamma possessiva aveva ricevuto un tremendo colpo. « Non capite voi... Non sapete voi... che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? » (Luca 2,49).
Questo ritornello non riuscivo più a togliermelo dalle orecchie.
No... io non sapevo... ed è per questo che non capivo.
Difatti il Vangelo di Luca dice di me e di Giuseppe:
« ... Non compresero le sue parole» (Luca 2,50).
Non è facile comprendere l'infinita trasparenza a cui ci invita Dio nei nostri sentimenti fondamentali.
È un cammino... e il cammino è fatto per imparare... e sul cammino ci si stanca... ci si vorrebbe fermare!
lo, giovane madre, ero portata a pensare
che quel figlio era mio, solo mio...
... ed invece.
Dovevo giungere ad accettare che quel figlio era di tutti, di tutti... di tutti!
Tornando a Nazaret dopo il pellegrinaggio, nel viaggio di ritorno non riuscivo più a
togliermi dalla testa l'episodio di Abramo sul monte Moriah quando venne invitato da Dio a sacrificare suo figlio Isacco.
Ma sacrificare un figlio non è facile specie se è l'unigenito come era per me Gesù!

 

Un' altra cosa che mi insegnò il tempo passato a Nazaret alla scuola di Gesù fu la divinità delle cose comuni.
Se Dio era con me, nella mia casa, nelle mie cose, tutto era divino. Cielo e terra erano fusi senza soluzione di continuità.
Dov' era l'entrata del Regno, se Gesù era
già con me?
lo ero già nel Regno: dovevo solo prenderne coscienza.
Difatti Lui sovente ripeteva: «
il Regno di Dio è tra di voi» (Luca 17,21).
La cosa è molto importante per dare alle cose della terra il loro giusto valore.
Quante volte noi sulla terra siamo tenta
ti di considerare il lavoro, il pane, l'impegno come delle cose vuote di Dio, laiche, indifferenti.
Ma non è così. Se Gesù è presente nel tuo lavoro, il tuo lavoro è sacro. Se Dio vive nel tuo impegno, il tuo impegno è preghiera, se
nella tua casa c'è Gesù, la tua casa è vera chiesa.
Sì, è una delle cose più importanti che devi capire: la frontiera dell'Invisibile è nella fede, non nella realtà.
Dopo l'Incarnazione la realtà è divenuta divina perché Gesù è entrato in essa e tu toccando la realtà tocchi il divino.
Se il Verbo si è fatto carne, tutta la carne si è fatta Verbo.
Tutto l'universo è diventato Parola di Dio.
Il visibile dell'Universo è il segno della Parola, e l'invisibile di esso ne è lo Spirito.
No, gli uomini non sfuggiranno a questa infinita sollecitazione del reale oramai investito ed abitato da Dio.
Non è possibile.
Puoi comprendere adesso l'importanza
della fede, della speranza, della carità che ti portano al di là della frontiera del visibile.

Nella fede tu parli con Dio, nella speranza tu ascolti Dio, nella carità tu sperimenti Dio. 

Capisci?
E il reale è l'ambiente di Dio.
Nazaret per me era l'ambiente di Dio perché era il mio reale.

 

E non dovevo impadronirmene.
È una delle tentazioni più sottili quella d'impadronirsi di qualcosa.
E impadronendotene togli alle cose la loro trasparenza, la loro libertà, la loro identità.
Impadronendoti della creazione tu strumentalizzi la creazione e ne diventi schiavo.
Ogni cosa ha la sua vocazione e la libertà è la voce di ogni vocazione.
lo avevo mio figlio Gesù, ma mio figlio Gesù era perfettamente libero ed il nostro amore doveva maturare nella libertà reciproca.
Quanto è difficile vivere l'amore senza cadere nel possesso che è schiavitù!
E noi siamo chiamati a libertà.
N azaret per noi era scuola di libertà e Gesù era la libertà.
Era questo che ci insegnava e viveva: libertà dal denaro, libertà dagli idoli, libertà dall' opinione pubblica, libertà dalla paura, libertà da tutto.
Dovevamo «possedere come se non possedessimo, piangere come se non piangessimo, ridere come se non ridessimo» (cfr. 1 Corinzi 7,30 s.).
Sentivamo tra quelle mura che « tutto era
nostro ma noi eravamo di Gesù e Gesù era di Dio» (cfr. 1 Corinzi 3,23).

 

E intanto si camminava e Lui mi aiutava con la sua presenza e il suo amore.
La confidenza reciproca era alla base dei nostri incontri.
Però mi superava sempre ed io mi sentivo sempre più piccola davanti a Lui che cresceva.
Mi stupiva sempre il suo silenzio e dovevo nutrire la mia speranza di attesa.
Non riuscivo a capire quando avrebbe incominciato la sua vera missione e ogni giorno era buono per aumentare la mia sete.
Quando mi recitava brani della Scrittura a memoria mi faceva tremare e mi esaltava.
Amava molto Isaia e direi che i suoi canti preferiti erano quelli del Servo di Jahvé.
Io capivo che si immedesimava ad essi, direi che prendeva coscienza a poco alla volta di essere il Servo di Jahvé.
Allora acquistava una dolcezza tutta sua e metteva insieme delle frasi che più tardi riconobbi nel suo discorso sulle beatitudini.
Beati i poveri.
Beati quelli che piangono.
Beati i perseguitati.
Nazaret fu davvero per me il tempo più bello della mia vita di mamma e del mio stare con Lui.
Mi era toccato di stare con Lui quand'era piccolo ed ero tanto felice; ora mi toccava di stare con Lui nella sua vita di adulto.
lo non desideravo nulla se non quello di stare sempre vicino a Lui.
Non sapevo nulla ma era Lui stesso che diventava la mia sapienza.
Non sentivo nemmeno il bisogno di andare alla Sinagoga perché la sua Parola mi bastava.
A ricordare quel tempo mi sento esaltata.
Mi pareva di pregare sempre, meglio di essere sempre in preghiera.
Del resto che cos'è la preghiera se non lo «stare con Dio»? E io restavo con Dio ventiquattro ore su ventiquattro, sempre.
Anche Lui viveva cosi, lo si vedeva.
Bastava guardarlo. Era l'unità perfetta tra
ciò che pensava e ciò che faceva.
Era sempre con se stesso ed ubbidiva nello stesso tempo ad una realtà che abitava in Lui nel profondo.

Era abitato.

«Tu in me e io in te» sussurrava sovente onde «siamo consumati nell'unità» (cfr. Giovanni 17,21-23).

E io sapevo che parlava del Padre.