CARLO CARRETTO
Beata te che hai creduto
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La Madonna del carrettino « Rachele piange i suoi figli» La vita e il dolore
Ave Maria Nazaret È risorto
Dio mio, figlio mio Fate quello che vi dirà Pregare con Maria

FATE QUELLO CHE VI DIRÀ

 

Quando gli chiedevamo se era giunta l'ora taceva. Si sarebbe detto che Lui stesso non poteva far altro che attendere.
Quella frase riferita da Marco (13,32) che il giorno e l'ora nessuno «li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre », sovente l'ho sentita dire da Lui.
Viveva di attesa come noi tutti. Non si attribuiva nulla ma tutto attendeva dal Padre. Era l'unica cosa che contava: il Padre. Però sentivamo che le cose maturavano.
Si era fatto i primi amici a Cafarnao dove scendeva di tanto in tanto. A Nazaret era isolato ed io capivo benissimo che quando avrebbe messo le ali avrebbe scelto Cafarnao come luogo di approdo.
Un giorno mi disse che mi avrebbe fatto conoscere i suoi primi compagni. Attendeva l'occasione e questa venne quasi spontaneamente.
A Cana di Galilea ci doveva essere un matrimonio a cui io ero invitata ed era invitato anche Lui.
L'occasione gli parve buona per un primo incontro.
Scese a Cafarnao e radunò tutti i suoi amici.
Cana era sulla stessa strada e là ci trovammo in occasione delle nozze.
Mi stupii del numero di quanti Gesù aveva portati con sé.
C'era da sfondare la cantina.
Si fece buon viso a cattiva sorte: mi parve che un codazzo di quel genere era cosa esagerata per una famigliola così piccola che ci aveva fatto l'invito.
Il chiasso era enorme e non si capiva bene che razza di discorsi si facessero.
La faccenda delle nozze era solo una scusa; i compagni di Gesù erano tutti impegnati nei loro discorsi sul Messia e sul Regno.
Sembrava un clima di esaltati e il vino aiutava ed aumentava l'eccitazione.
Si sarebbe detto che avrebbero dato l'assalto al Tempio: gli occhi dei più vicini a Gesù luccicavano.
Gesù era oramai il capo.
Naturalmente con tutti quegli invitati beoni e festaioli la prima cosa che venne a mancare fu il vino.
lo notai subito una preoccupazione negli sposi che continuavano a sorridere, ma che interrogavano con una certa ansia il maestro di tavola che era un nostro parente.
Difatti non c'era più vino. lo per la prima volta in vita mia mi sentii come invasa dalla stessa esaltazione dei discepoli. Cielo e terra si stavano incontrando in quel piccolo cortile di Cana dove si svolgevano le nozze di amici.
No, il vino non sarebbe mancato perché tra noi c'era uno che ci avrebbe dato il vino del Regno.
Tutto era possibile con Lui.
Le grida, i canti, la gioia erano alle stelle.
Mi avvicinai a Gesù col cuore che batteva forte e gli dissi afferrandolo per il braccio: «Non hanno più vino» (Giovanni 2, 3).
Gesù mi guardò con una certa durezza e mi parve cogliere in Lui un istante di esitazione.
Ma io ero esaltata e non tenni conto né dello sguardo, né delle parole un po' dure che mi disse. Volevo come forzargli la mano.
Ero così entusiasta che ero certa di quello
che dicevo.
La mia testa era un fuoco.
Ai servi dissi loro con sicurezza: «
Fate ciò che vi dirà» (Giovanni 2, 5).
Poi cercai il nascondimento in mezzo alla gente dove nessuno mi notava e incominciai a
pregare con forza.
«
Tutto è possibile a Dio,
Tutto è possibile a Dio,

Tutto è possibile a Dio
».
Era sempre questa la frase che mi tornava da quando l'Angelo del Signore mi aveva parlato di Gesù che doveva venire.
Sì, «tutto è possibile a Dio».
Fu una giornata memoranda e la gioia travolgeva tutti.
Sembrava che quel vino mettesse le vertigini.
Sì, tutto era possibile a Dio e quel fiume di vino che correva era il segno della gioia che dà l'incontro con Dio e l'esaltazione del suo abbraccio.
Gridavamo, danzavamo: il matrimonio dei nostri amici era diventato il segno di un altro matrimonio ben più radicale e gioioso: lo sposalizio dell'uomo con Dio.
Sì, ha avuto ragione Giovanni a mettere le
nozze di Cana come il primo incontro gioioso della Chiesa con Gesù.
Fu festa perché l'incontro con Dio è festa.
Più tardi vivemmo un altro tipo di esaltazione alla Pentecoste, ma già là in quel piccolo cortile di Cana sotto le pendici del Tabor eravamo felici perché Dio era con noi.
La solitudine di Israele era finita.
La vedovanza di Israele era dimenticata.

 

A Cana c'erano Pietro, Giovanni e Giacomo.
Poi c'erano Andrea, fratello di Simon Pietro, Filippo di Betsaida, Natanaele che parlava male di Nazaret ma che s'entusiasmava di ogni parola di Gesù, e tanti altri.
Dopo il fatto del vino non osavo più farmi
vedere.
Avevo l'impressione, anche se ero molto contenta, di avere esagerato e che il mio compito era di stare nell' ombra.
Non volevo assolutamente intralciare Gesù con la mia presenza, così promisi a me stessa di vivere nascostamente e di tacere sempre.
Chi contava erano i dodici e non mancavano quelli che spingevano per farsi notare da Gesù.
Non era difficile capire che tenere insieme una compagine così eterogenea era una impresa complicata e anche se, in quel giorno, tutti davano l'impressione di «credere in Gesù» (Giovanni 2, 11) non sarebbero mancate le giornate oscure e impegnative.
Soprattutto sarebbe stato difficile convincere tutti che quel tipo di vino che avevano bevuto era solo Gesù che poteva darlo.

Lì compresi nella gioia dove stava il vero mistero della Chiesa e dell' apostolato e la difficoltà ad accettare da parte degli uomini questo mistero.
Anche Pietro che già cominciava a sentirsi capo della compagnia e ad avere una certa importanza non poteva fare ciò che aveva fatto Gesù.
Gesù era l'Unico perché era Dio.
Solo Lui ti poteva versare nella coppa il vino del Regno.
A noi, ai servi, a tutti il compito di preparare le giare, di riempirle di acqua e di attendere e semmai di mescere.
Ma il mistero di quel vino era Dio stesso.
Già da quel giorno capii che ci sarebbe
stata nella Chiesa l'eterna tentazione di arrogarsi la possibilità di dare quel vino senza attenderlo da Gesù.
Ma sarebbe stato un vino che non avrebbe convinto nessuno.
Gli uomini possono dare il vino delle loro vigne, non il vino del Regno.
La Chiesa non poteva non essere contemplativa e se avesse dimenticato quel gesto radicale di attendere tutto da Dio come la trasformazione di quel vino, sarebbe stata una grande bottega che poteva vendere parecchie cose, ma non certo il divino.
Promisi a me stessa che mi sarei sempre adoperata per ricordare a tutti la necessità di fare come se tutto dipendesse da noi, ma di attendere in preghiera come se tutto dipendesse da Dio, perché il Regno è di Dio, non nostro, anche se si realizza con noi, come sembrerebbe.

 

Un'altra cosa che imparai da quella giornata di Cana è la gioia.
Se tu bevi quel vino che è Dio stesso che ti offre sei nella gioia.
Oh non è detto che tale gioia sia sempre facile, scevra di dolore e di lacrime, ma è gioia.
Ti può capitare di bere quel vino della volontà di Dio sotto i colpi della contraddizione e dell' amarezza ma senti la gioia.
Dio è gioia anche se sei crocifisso.
Dio è gioia anche se muori.
Dio è gioia sempre.
Dio è gioia perché sa trasformare l'acqua della nostra povertà nel vino della risurrezione.
Nulla resiste a questo potere trasformante, a questa infinita capacità di rinnovare le cose, a questa perenne novità dei cieli nuovi e della terra nuova.
Per noi basta credere, sperare ed amare e
il miracolo si compie sempre.
E la gioia nostra è la riconoscente risposta.
Sì, il discepolo di Gesù
deve vivere nella gioia
deve diffondere gioia
deve ubriacarsi di gioia.
E questo sarà sempre il suo vero apostolato.

 

E una cosa ancora mi ricordò quel vino dato con tanta abbondanza da Gesù: l'estrema uguaglianza del Popolo di Dio.
Il vino del Regno era bevuto da tutti senza distinzione, rallegrava tutti e gratuitamente ed a tutti era donato.
L'ultimo poteva attingere come il primo, la realtà divina era di tutti, la profezia era di
tutti, la santità era di tutti, il sacerdozio era di tutti.
Ora capivo ciò che mi diceva Gesù quando mi parlava del Regno e che tutti gli uomini redenti sarebbero stati «un popolo di santi, un popolo di profeti, un popolo di sacerdoti» (1 Pietro 2, 9).
Le caste coi loro orgogli inconfessati erano finite, le esclusioni erano finite, i poveri bevevano alla stessa tavola dei ricchi.
La Chiesa che si esilarava di quel vino era una Chiesa universale: non c'era più né «uomo né donna, né greco né scita» (cfr. Galati 3,28).
Ognuno poteva profetare dacché lo spirito di quel vino lo invadeva.
Ognuno doveva essere santo dacché era santo chi lo aveva dissetato.
Ognuno era sacerdote dacché quel vino
era dato dal sacerdote eterno.

Quel giorno, io, Maria di Nazaret, mi sentii sacerdote dell' Altissimo e chiamata ad offrire il mio Gesù come eterno sacrificio.