CARLO CARRETTO
Beata te che hai creduto
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La Madonna del carrettino « Rachele piange i suoi figli» La vita e il dolore
Ave Maria Nazaret È risorto
Dio mio, figlio mio Fate quello che vi dirà Pregare con Maria

LA VITA E IL DOLORE

 

Appena Gesù cominciò la sua vita pubblica, incominciarono le contraddizioni, appena accennò a distribuire la vita s'incominciò a soffrire.
Le due cose erano legate. Non si può dare la vita senza bere alla tazza del dolore. Il parto è sempre doloroso.
L'ambiente ufficiale gli era decisamente contrario fin dall'inizio: era troppo lontano da Lui, i suoi pensieri non erano i pensieri di Gesù.
Ma lasciava fare perché si sentiva sicuro di sé e trattava Gesù come un qualsiasi profeta di provincia che avrebbe avuto una carriera corta.
In fondo Gesù prediligeva argomenti che ai grandi interessavano poco: i peccatori. Voleva far capire a tutti che Lui era venuto per loro e si sentiva solidale con essi, vicino ad essi.
Difatti non tardò a recarsi al Giordano dove c'era il Battista e volle farsi battezzare da lui come se fosse un pubblico peccatore, Lui, Gesù, il Santo dei Santi.
Giovanni non voleva e gli resistette, ma Gesù lo obbligò.
Incominciava proprio dal fondo, questo fondo fatto di povertà vera e di sconfitta continua.
I peccatori lo sentirono vicino e divennero suoi amici subito.
Gesù era meno duro di Giovanni e non parlava mai di scure ai piedi dell'albero. Non spaventava i piccoli.
Con addosso questa etichetta di amico di prostitute e di pubblicani non potevano mancare le grane, proprio in campo religioso.
Difatti...
I primi ad accorgersene furono i farisei, che erano considerati i puri, i veri, gli spirituali.
Essi non perdevano mai occasione per attaccarlo sullo stesso suo terreno.
I farisei ponevano nella legge la perfezione di Israele e non sopportavano l'atteggiamento di tolleranza e di compassione che animava Gesù: sembrava loro debolezza.
Ma Gesù non defletteva e di più in più era circondato da povera gente. Nella sua predicazione spostava l'accento dalla legge all' Amore, dal castigo alla misericordia, dalla durezza alla compassione.
Che l'uomo fosse un peccatore più o meno tutti erano convinti. La novità in Gesù era che potevano essere amati.
Sì, fu un grande fatto per Israele abituato a maledire il peccatore ed a volerlo sradicare dalla città santa.
Si sarebbe detto che Gesù non perdeva la stima dell'uomo in peccato, anzi dimostrava chiaramente di amarlo e di amarlo di amore di predilezione.
La cosa scandalizzava perché Israele era troppo abituato a lodare i cultori della legge ed i perfezionisti della Torah.
Avere ancora fiducia in un'adultera e porre confidenza in un pubblicano significava proprio andare contro corrente.
Memoranda fu la conversione di Zaccheo, il pubblicano. Questo ricco che aveva rubato in affari illeciti, che era stato emarginato dai cultori della morale sentirsi stimato da Gesù, lui pubblico peccatore, sentirsi degno di stare a tavola col Santo... non stava più nella pelle!
Cosa non avrebbe fatto per Gesù che continuava a ripetere: «Sono venuto a salvare ciò che era perduto »! (Luca 19, 10).
Sì, chi si sentiva perduto si stringeva a Gesù.
A vedere le folle che lo seguivano si aveva davvero l'impressione che solo i peccatori potevano capirlo. Meglio ancora: solo coloro che prendevano coscienza di essere peccatori potevano capirlo.
Essi avevano identificato nel loro peccato la vera, eterna povertà dell'uomo.
I veri poveri erano essi ed avevano bisogno di Gesù per essere salvati.
La frontiera d'Israele non era più un pezzo di terra da conquistare ma la santità da vivere.
I nemici di Israele non erano più i cananei o i filistei ma il proprio orgoglio, la propria sensualità, il proprio egoismo, la propria paura.
Tutto l'Esodo era diventato soltanto un segno di un altro Esodo veramente universale che coinvolgeva tutti gli uomini nati da donna e che aveva come T erra Promessa la libertà che Dio stesso stava predicando loro e che era la stessa libertà di figli dell' Altissimo.

 

Le vere prove Gesù le ebbe a Gerusalemme.
Era quella la città che più lo interessava e più temeva.
In Galilea era come a casa sua e finché lo circondavano i poveri si sentiva a suo agio.
Ma quando camminava per le vie di Gerusalemme e sui muretti apparivano le facce di potenti e le spie dei grandi, allora soffriva.
Tutto il resto non faceva problema: Gerusalemme faceva problema.
L'urto sarebbe avvenuto lì: era chiaro per tutti e se fosse dipeso da noi a Gerusalemme non saremmo mai tornati.
Ma Lui...
È necessario... E tornava.
Tornava.
Un giorno ebbi netta la sensazione che la vera questione era politica e che il resto era verniciatura.
Chi circondava Gesù voleva la potenza. Non voleva accettare la sconfitta.
In fondo si attendevano un Messia vittorioso: dava fastidio la sua predicazione sulle Beatitudini e sulla non violenza.
I fautori di simili visioni erano i più.
Gesù non sarebbe riuscito a spiegarsi: l'avrebbero travolto.
È triste ma è così: Israele non riusciva a scoprire il volto del suo Messia, del suo Cristo, il volto del Servo sofferente.
Ne voleva un altro.
Gesù non lo accontentava. Voleva un vincitore.
La situazione politica di servaggio dei romani giustificava il suo desiderio di liberazione.
Se Mosè aveva fatto così mettendosi in testa al popolo per liberarlo, il nuovo Mosè doveva fare altrettanto e battersi contro i romani.
Gesù taceva sulla questione politica, cercava di non scoprirsi, ma nettamente faceva capire ai suoi che ormai la liberazione era nel profondo dell'uomo.
Il grande Esodo compiuto da Mosè per liberarsi dal faraone era solo un frasario di un esodo permanente, l'esodo da noi stessi, dalle nostre schiavitù, dal faraone che si annida in ciascuno di noi.
Gesù era ormai il Mosè di ogni uomo sulla terra, il liberatore autentico dello Spirito: il tornare alle questioni politiche era un ridursi al ghetto di sempre.
La salvezza proposta da Lui era universale: la liberazione dalla morte.
Israele non volle accettare un simile progetto e non riuscì a scoprire il volto del Cristo.
Quale sofferenza in Gesù e in me!
Dico in me, Maria, perché anche tra gli
apostoli non si cercava di aderire al disegno di Gesù sulle Beatitudini.
Anche tra noi c'erano gli zeloti che credevano alle armi, alla potenza, al Cristo trionfante.
Fino alla fine.

 

 

Quanto erano lontani gli uomini dalla rivelazione che Gesù stava facendo sul reale, sulla vita, su Dio!
Soprattutto su Dio.
Dio era rimasto nelle loro menti come il castigamatti di turno, geloso delle sue prerogative e desideroso di vedere un mondo regolato e tranquillo come un collegio di educande. 
La morale era all'apice delle loro sollecitudini ed il loro zelo si esprimeva nella perfezione della Legge e nella punizione dei peccatori. Si sarebbe detto che ad un Dio non accettato, sconfitto dall'uomo disobbediente e peccatore non rimaneva altra gioia che costruirgli un inferno per punirlo.
L'uomo meschino si forgiava un Dio meschino incapace di novità e di salvezza.
Quanto era lontano il pensiero di Gesù dalle preoccupazioni moralistiche del Tempio!
E com'era limitata la visione umana sulle cose vere di Dio!
E Dio in Gesù stava rivelando la sua identità.
Sulla terra stava esplodendo il cielo!
La luce era tale da obbligare tutti a chiudere gli occhi.
Perfino Satana fu preso in giro dal fulgore di quel lampo e non si riprese più dalla sorpresa.
Quale fu la rivelazione?
Fu la rivelazione di un Dio povero, sofferente, sconfitto.
L'uomo abituato ai tuoni del cielo ed al chiasso dei castighi si trovò di fronte a Gesù morto sulla croce.
Tra tutti i volti pensati dall'uomo in preghiera sul Messia il volto più indovinato era stato quello intravveduto da Isaia: il volto del Servo sofferente.
Era l'Amore che si vestiva di povertà e di dolore per salvare l'uomo caduto nella povertà e nel dolore.
Era l'Amore che si faceva solidale con l'amato: l'uomo, e non dubitava di scendere fino nel fondo del suo peccato per salvarlo.

 

La morte è stata per Gesù l'istante supremo della più suprema povertà.
Dio aveva scelto la strada della povertà per salvare l'uomo e nessun istante di questo suo cammino era stato così saturo di povertà come l'istante della sua morte.
Dio morto era la povertà più assoluta: non si poteva andare più in là.
Raggiungendo il Cristo questo abisso oscuro e doloroso aveva raggiunto tutti gli uomini che il Padre aveva predestinato ad essere Figli, ma che la loro disobbedienza aveva perduto.
Entrando Gesù nel caos delle contraddizioni dell'uomo smarrito e deluso si faceva solidale con le cose perdute dando un significato di salvezza perfino al peccato.
Il fuoco dell' amore abbracciando il « non amore» aveva avuto il potere di fonderlo. La fuga del figliol prodigo divenne positiva perché svelò gli abissi della misericordia del Padre.
L'amore aveva vinto, l'uomo era salvo. 
La libertà era tornata eredità della terra.

 

L'accettare la morte come atto d'amore non è facile e credo sia stato il capolavoro del Cristo nella sua fatica ad amare.
A noi pur nella nostra infinita debolezza, tocca imitarlo.
Ma la morte, quella vera non è quella fisica: quella semmai ne è soltanto il segno, la orribile, visibile, sensibile rappresentazione.
La morte vera è la « separazione» da Dio e questa è intollerabile; la morte vera è la non fede, la non speranza, il non amore.
Chi la conosce, e la conosciamo tutti perché in essa siamo immersi, conosce cosa è il dolore e la tristezza.
La morte vera è il caos dove finisce l'uomo quando disobbedisce al Padre, è il groviglio inestricabile in cui è ridotto dalle sue passioni, è la sconfitta più radicale di tutti i suoi sogni di grandezza, è il disfacimento di tutto l'uomo.
La morte vera è il vuoto, il buio, l'angoscia, la disperazione, l'odio, la distruzione.
Ebbene il Cristo ha accettato di entrare in questa morte, in questa separazione per rendersi solidale con tutti coloro che erano nella separazione e salvarli.
Quando fu sul fondo della loro disperazione annunciò la speranza con la sua risurrezione.
Quando fu nella loro oscurità fece esplodere la luce della verità con la sua risurrezione.
Quando fu nell' abisso della loro incapacità ad amare comunicò loro l'infinito gaudio dell'amore con la sua risurrezione.
Risorgendo dai morti Cristo rinnovò ogni
cosa.
Risorgendo dai morti aprì i cieli nuovi.
Risorgendo dai morti rinnovò la vita.

 

Chi sogna su questa terra una Chiesa trionfante sbaglia e torna senza volerlo al passato o meglio alla sua concezione infantile di Dio e dell'uomo.
La vera Chiesa è la Chiesa degli sconfitti,
dei deboli, dei poveri, degli emarginati.
Peccato che le adunanze dei cristiani si facciano troppo sovente in Piazza S. Pietro dove il Bernini, figlio di un tempo pagano
malato di trionfalismo, ha disegnato il tutto come un trionfo.
Bisogna stare attenti!
Ci si trova bene numerosi, forti, osannanti!
Ne so qualcosa anch'io!
Però attenti!
In quella piazza non c'è segno dell'agonia della Chiesa e degli uomini e... può diventare tutto sbagliato s'io mi dimentico della realtà, anche se tutto mi appare bellissimo.
Le adunanze dei cristiani sono più alloro posto negli ospedali, nelle prigioni, nelle baracche, nei manicomi, là dove si soffre, si piange e si paga nelle carni le devastazioni del peccato, la prepotenza dei ricchi e dei potenti.
Il volto di Gesù è là e si rivela là perché là c'è da salvare ciò che «era perduto» (Luca 19, 10).
I battimani sono una droga da cui i cristiani dovrebbero guardarsi con più attenzione.
Le processioni colossali dovrebbero essere
rimandate a più tardi nel Regno.
Le stoffe ed i broccati del culto dovrebbero essere usate di più per coprire gli ignudi del Terzo mondo e le ricchezze della Chiesa inviate a sfamare i bambini che muoiono di fame.
Il Vangelo è molto più serio sul vero trionfo dell'uomo e sul suo modo di pregare e di esprimere la santità.

Maria sotto la croce mi faceva vedere il volto di Gesù.
Era il volto dell'uomo trasfigurato dall'amore crocifisso.

Nessun altro volto poteva essere più bello.