PICCOLI GRANDI LIBRI    C.S. Lewis

DIARIO DI UN DOLORE

Traduzione di Anna Ravano
ADELPHI 2000

I

II

III

IV

 

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.

Altre volte è come un'ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c'è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. E così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me.

Ci sono momenti, del tutto inattesi, in cui qualcosa dentro di me cerca di rassicurarmi che soffro, sì, ma non così intollerabilmente. Nella vita di un uomo l'amore non è tutto. Ero felice già prima di conoscere H. Ho parecchie «risorse », come si dice. Queste sono cose che tutti superano. Ma sì, me la caverò. Ci si vergogna di ascoltare questa voce, ma per un po' gli argomenti sembrano persuasivi. Poi, d'un tratto, la stilettata rovente di un ricordo, e tutto quel «buonsenso» svanisce, come una formica nella bocca di una fornace.

Per reazione si passa all'emotività e alle lacrime. Al patetismo lacrimoso. Preferisco, quasi, i momenti di angoscia. Almeno sono puliti e onesti. Mentre il bagno di autocommiserazione, il crogiolarsi nella sofferenza, l'orrida e appiccicosa voluttà del pianto - che disgusto! E nell'atto stesso di cedervi, so che mi porta a un'immagine falsa di H. Se gli do via libera, in pochi minuti alla donna reale avrò sostituito un fantoccio su cui singhiozzare senza ritegno. Grazie a Dio, il ricordo di lei è ancora troppo forte (lo sarà sempre?) per permettermi di farla franca.

Perché H. era tutto il contrario. La sua mente era agile, scattante e muscolosa come un leopardo. Una mente che né passione, né affetto, né sofferenza potevano disarmare. Coglieva nell'aria il minimo sentore di ipocrisia o di vacuità; poi spiccava il balzo, e ti atterrava prima ancora che tu capissi che cosa era successo. Quante mie bolle di sapone ha fatto scoppiare! Ho imparato presto a non dire idiozie con lei, se non per il puro piacere (un'altra stilettata rovente) di essere smascherato e canzonato. Non sono mai stato meno fatuo che come amante di H.

E nessuno mi aveva mai detto della pigrizia del dolore. Tranne che nel lavoro, dove la macchina sembra funzionare più o meno come al solito, ho orrore di ogni sforzo, anche minimo. Non dico scrivere, ma perfino leggere una lettera è troppo. Perfino farmi la barba. Che importa ora se la mia guancia è liscia o ruvida? Dicono che chi è infelice vuole distrazioni - qualcosa che lo aiuti a non pensare. Sì, ma come un uomo stremato, in una notte fredda, vuole sul letto un'altra coperta: piuttosto che alzarsi a cercarla, preferisce continuare a battere i denti. Si capisce perché le persone sole diventano sciatte; e, alla fine, sporche e disgustose.

E intanto, dov'è Dio? Di tutti i sintomi, questo è uno dei più inquietanti. Quando sei felice, così felice che non avverti il bisogno di Lui, così felice che sei tentato di sentire le Sue richieste come un'interruzione, se ti riprendi e ti volgi a Lui per ringraziarlo e lodarlo, vieni accolto (questo almeno è ciò che si prova) a braccia aperte. Ma vai da Lui quando il tuo bisogno è disperato, quando ogni altro aiuto è vano, e che cosa trovi? Una porta sbattuta in faccia, e il rumore di un doppio chiavistello all'interno. Poi, il silenzio. Tanto vale andarsene. Più aspetti, più il silenzio ingigantisce. Non ci sono luci alle finestre. Potrebbe essere una casa vuota. È mai stata abitata? Un tempo, lo sembrava. Ed era una impressione altrettanto forte di quella di adesso. Che cosa significa? Perché il Suo imperio è così presente nella prosperità, e il Suo soccorso così totalmente assente nella tribolazione?

Ho cercato di spiegare alcuni di questi pensieri a C., oggi pomeriggio. Mi ha ricordato che la stessa cosa sembra essere accaduta a Cristo:« Perché mi hai abbandonato? ». Lo so. Questo la rende più facile da capire?

Non che io sia in pericolo (mi sembra) di smettere di credere in Dio. Il vero pericolo è di arrivare a credere di Lui queste cose orribili. La conclusione che pavento non è: «Dio, dunque, non esiste », ma: « È questa, dunque, al di là di ogni illusione, la vera realtà di Dio ».

I nostri antenati chinavano il capo e dicevano: «Sia fatta la Tua volontà ». Quante volte, per puro terrore, si era soffocata una protesta rabbiosa, nascondendo il tutto sotto una professione d'amore?

Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perché è assente, perché non esiste. Ma allora perché sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo?

Una cosa, comunque, devo al matrimonio. Mai più crederò che la religione sia un prodotto dei nostri appetiti inconsci e insoddisfatti e un surrogato del sesso. I pochi anni che io e H. abbiamo passato insieme sono stati un vero banchetto d'amore; l'amore in tutte le sue modulazioni: solenne e festoso, romantico e realistico, a volte clamoroso come un temporale, a volte dimesso e accogliente come infilarsi le pantofole. Non un angolo del cuore e del corpo è rimasto insoddisfatto. Se Dio fosse un surrogato dell'amore, avremmo dovuto perdere ogni interesse per Lui. Perché sprecare il tempo con i surrogati, quando si ha l'originale? Ma non è così. Sapevamo entrambi che volevamo qualcosa oltre l'altro - qualcosa di affatto diverso, il cui bisogno era affatto diverso. Tanto varrebbe dire che due amanti, ciascuno avendo l'altro, non vorranno mai più leggere, mangiare, o respirare.

Anni fa, dopo la morte di un amico, la certezza che la sua vita continuava, che anzi continuava su un piano più alto, fu per qualche tempo una sensazione nettissima. Ho supplicato che mi venga data anche solo la centesima parte di quella assicurazione per H. Non c'è risposta. Solo la porta sbarrata, la cortina di ferro, il vuoto, lo zero assoluto. «Chi chiede non ottiene». Sono stato uno sciocco a chiedere. Perché ora, anche se quella assicurazione venisse, ne diffiderei. La crederei un'autoipnosi indotta dalle mie preghiere.

In ogni caso, devo stare alla larga dagli occultisti. L'ho promesso a H. Lei ne sapeva qualcosa, di quegli ambienti.

Mantenere le promesse fatte ai morti, o a chiunque altro, è un ottimo proposito. Ma comincio a capire che il « rispetto per le volontà dei defunti» è una trappola. Ieri mi sono frenato appena in tempo mentre stavo per dire, a proposito di non so che sciocchezza: «A H. non sarebbe piaciuto». È un'ingiustizia verso gli altri. Presto userei « quello che sarebbe piaciuto a H. » come strumento di tirannia domestica e i presunti gusti di H. diventerebbero una maschera, sempre più trasparente, dei miei.

Non posso parlare di lei con i ragazzi. Al primo accenno, sul loro viso compare non il dolore, non l'amore, o la paura, o la pietà, ma ,quel micidiale isolante che è l'imbarazzo. E come se io commettessi una sconvenienza. Non vedono l'ora che la smetta. Anch'io reagivo allo stesso modo, dopo che morì mia madre, quando mio padre la nominava. Non gliene faccio una colpa. I ragazzi sono fatti così.

Qualche volta penso che la vergogna, la pura e semplice vergogna goffa e assurda, non sia da meno dei nostri vizi nell'impedire le buone azioni e una felicità schietta. E non solo nell'adolescenza.

O forse i ragazzi hanno ragione? Che cosa penserebbe H. di questo terribile quadernetto al quale ritorno incessantemente? Sono morbose, queste note? Ricordo una frase letta non so dove: «Passai una notte insonne con il mal di denti, pensando al mal di denti e alla mia insonnia ». È l'esempio di una verità generale. Ogni infelicità è in parte, per così dire, l'ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma è anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. lo non solo vivo ogni interminabile giorno nel dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore. E se queste note servissero solo a esasperare questo secondo aspetto? A ribadire il monotono lavorio della mente intorno a un unico pensiero? Ma che cosa devo fare? Ho bisogno di un anestetico, e leggere, adesso, non è una droga abbastanza forte. Scrivere tutto (tutto? no: un pensiero su mille) mi serve, io credo, per discostarmene un poco. Questo direi a H. per difendermi. Ma lei, ci scommetto, troverebbe subito un punto scoperto nella mia difesa.

E non sono solo i ragazzi. Una strana conseguenza del mio lutto è che mi rendo conto di essere imbarazzante per tutti quelli che incontro. Al lavoro, al club, per strada, quando qualcuno mi avvicina, gli leggo in faccia l'incertezza se « accennarne » o no. Per me è odioso sia che ne parlino sia che non ne parlino. Alcuni, poi, battono in ritirata. R. mi evita da una settimana. Molto, molto meglio i giovanotti educati, poco più che ragazzi, che mi affrontano come se fossi il dentista, avvampano, si tolgono il peso e, appena le buone maniere lo permettono, sgattaiolano verso il bar. Forse chi è in lutto dovrebbe essere isolato in quartieri speciali, come i lebbrosi.

Per alcuni sono peggio che un imbarazzo: sono un teschio. Quando incontro due sposi felici, so che pensano: «Un giorno uno di noi due sarà come è lui ora».

All'inizio mi atterriva l'idea di ritornare nei posti dove H. e io siamo stati felici: il nostro pub preferito, il nostro bosco. Ma ho deciso di farlo subito: come quando si rimanda in servizio un pilota che ha appena avuto un incidente di volo. Con mia sorpresa, non è successo nulla. La sua assenza non è più insistente in quei luoghi che altrove. Non è un'assenza localizzata. Se ci venisse proibito il sale, probabilmente non ne sentiremmo la mancanza più in una pietanza che in un'altra. Tutto il cibo sarebbe diverso, ogn~ giorno, ad ogni pasto. Ora è lo stesso. E l'atto di vivere che è diverso in ogni momento. La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.

No, non è del tutto vero. C'è un luogo dove avverto la sua assenza in modo localizzato, ed è un luogo che non posso evitare. Il mio corpo. Quando era il corpo dell'amante di H. aveva ben altra importanza. Adesso è come una casa vuota. Ma non voglio illudermi. Ridiventerebbe subito importante, eccome, se scoprissi che ha qualcosa che non va.

Cancro, cancro, e ancora cancro. Mia madre, mio padre, mia moglie. A chi toccherà ora?

Ma H. stessa, che ne moriva e lo sapeva, diceva di aver perduto gran parte del suo antico orrore. Quando giunse la realtà, il nome e l'idea erano ormai in qualche misura disarmati. E fino a un

certo punto arrivai quasi a capirlo anch'io. Questo è importante. Non si hanno mai di fronte semplicemente il Cancro, o la Guerra, o l'Infelicità (o la Felicità). Si ha di fronte ciascuna ora o momento singolarmente. Alti e bassi di ogni genere. Molti punti neri nei momenti buoni, molti punti luminosi nei momenti peggiori. Non si ha mai l'impatto totale di quella che chiamiamo «la cosa in sé ». Che è poi un termine sbagliato. La cosa in sé è semplicemente la somma di tutti quegli alti e bassi; il resto è un nome o un'idea.

È incredibile quanta felicità, e persino quanta allegria, abbiamo a volte conosciuto insieme, dopo che ogni speranza era scomparsa. Come abbiamo parlato a lungo, quietamente, nutrendoci l'uno con l'altra, quell'ultima sera!

E tuttavia, non completamente insieme. C'è un limite all' essere « una carne sola». La debolezza dell'altro, la sua paura, la sua sofferenza non puoi farle tue. Potrai aver paura e soffrire anche tu. E forse pensabile che tu possa aver paura e soffrire quanto l'altro, anche se diffiderei subito di chi mi assicurasse che è così. Ma sarebbe pur sempre un soffrire diverso. Quando dico paura, intendo la nuda paura animale, l'arretrare dell'organismo davanti alla propria distruzione; l'impressione di soffocare; il sentirsi un

topo in trappola. Questo non lo si può trasmettere. La mente riesce a immedesimarsi, il corpo meno. Meno che mai, in un certo senso, i corpi di due amanti, perché tutti i loro scambi amorosi li hanno addestrati ad avere l'uno per l'altro sentimenti non identici, bensì complementari, correlativi, addirittura opposti.

Noi questo lo sapevamo entrambi. lo avevo le mie infelicità, e non le sue. Lei aveva le sue, e non le mie. La fine delle sue avrebbe reso adulte le mie. Ci stavamo incamminando su strade diverse. Questa fredda verità, questa terribile regolamentazione del traffico («Lei a destra, signora... Lei, signore, a sinistra»), non è che l'inizio di quella separazione che è la morte stessa.

E questa separazione ci attende tutti, presumo. Finora mi era parso che H. e io, strappati così l'uno all'altra, fossimo stati particolarmente sfortunati. Ma forse tutti gli amanti lo sono. Una volta mi disse: «Anche se morissimo entrambi nello stesso istante, qui, sdraiati fianco a fianco, non sarebbe meno separazione di quella che tu temi tanto ». Naturalmente neanche lei sapeva. Ma era vicina alla morte, abbastanza vicina da sfiorare la verità. Era solita citare: «Soli nell'Uno e Solo ». L'impressione, diceva, era quella. E com'è immensamente improbabile che sia altrimenti! Il tempo, lo spazio e il corpo sono state le cose che ci hanno uniti, i fili telefonici grazie ai quali comunicavamo. Isola uno dei due, o tutti e due insieme. In un caso o nell'altro la conversazione non dovrà forzatamente interrompersi?

A meno di non postulare l'immediata consegna di un altro mezzo di comunicazione, affatto diverso, ma che svolga la medesima funzione. Ma allora, a che scopo fornirci quello vecchio? Dio è forse un pagliaccio che ti strappa di mano la scodella di minestra e un attimo dopo te ne dà un'altra colma della stessa minestra? Neanche la natura arriva a questi punti. Nulla viene mai ripetuto tale e quale.

È difficile non irritarsi con quelli che dicono: «La morte non esiste », oppure: «La morte non ha importanza ». La morte esiste. E tutto ciò che esiste ha importanza. E tutto ciò che accade ha conseguenze ed è, come queste, irrevocabile e irreversibile. Tanto varrebbe dire che la nascita non ha importanza. Alzo gli occhi al cielo notturno. Vi è qualcosa di più certo del fatto che in tutte quelle vastità di tempi e di spazi, se mi fosse dato di cercare, non troverei mai il suo viso, la sua voce, il tocco della sua mano? È morta. Morta. È così difficile imparare questa parola?

Non ho belle foto di lei. Non riesco nemmeno a vedere distintamente il suo viso nell'immaginazione. E invece la faccia di un qualsiasi sconosciuto colta al volo stamane tra la folla mi apparirà forse con perfetta chiarezza questa notte, non appena chiuderò gli occhi. Certo, la spiegazione è semplice. I visi di coloro che meglio conosciamo li abbiamo visti in modi così vari, da tante angolature, in tante luci, con tante espressioni - al risveglio, nel sonno, nel riso, nel pianto, mentre mangiano, parlano, pensano - che queste impressioni si affollano tutte insieme nella nostra memoria e si annullano a vicenda lasciando un'immagine sfocata. Ma la sua voce è ancora viva. Il ricordo della sua voce, che in qualsiasi momento può fare di me un bimbo singhiozzante.