"Missionari Laici Pime" - L’annuncio del Vangelo nella vita concreta

9 Gennaio 2010: Lettera per la morte di Mamma Rosangela

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Direttore di una scuola tecnica,
Fratel Massimo vive la sua vocazione missionaria "laicale" con gli attrezzi in mano, sempre al servizio dei giovani "bangladesi".

FR. MASSIMO CATTANEO, Missionario Laico in Bangladesh!

Chiara Zappa
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2008)

«Nelle settimane precedenti la promessa, tante volte mi sono sentito ripetere dagli amici la stessa obiezione: "…Stai diventando Missionario Laico, ma perché non ti fai Padre? Hai fatto trenta, fai trentuno!". Oggi, come allora, io rispondo che quando scegliamo di vivere in modo evangelico la nostra quotidianità, abbiamo già fatto trentadue, e sarà Gesù a rendere straordinario l’ordinario».
Quattro anni dopo,
Fratel Massimo Cattaneo è, se possibile, ancora più convinto della sua scelta di vita: andare ad annunciare il Vangelo a chi non lo conosce, e annunciarlo «nella vita concreta, fatta di lavoro, impegni, condivisione delle fatiche quotidiane». Fratel Massimo, oggi 47enne, non era diverso da tanti suoi amici cresciuti insieme a lui a Saronno, nella provincia milanese, con cui si divertiva, quando gli esami al "Politecnico" gli lasciavano tregua, a scorazzare in "camper" su e giù per l’Italia. Erano gli anni in cui Massimo, nei momenti liberi dallo studio e - in seguito - dal lavoro nell’officina meccanica di famiglia, amava raggiungere la montagna per sfidare un nuova parete rocciosa, o per assaporare il vento lanciandosi nell’aria con il "deltaplano", o per concedersi una sciata d’alta quota in solitaria. Un "tarlo", però, si insinuava periodicamente nella sua mente concentrata sui tanti luoghi ancora da scoprire e gli infiniti limiti ancora da superare: «Che cosa c’entra - mi chiedevo - quel Gesù di cui sento parlare fin dalla mia infanzia con le cose che faccio, con il mio lavoro, con i miei studi, con quello che guardo, che ascolto, che dico?». Finché, un giorno, la risposta si mostrò chiara ai suoi occhi: «Gesù ci ha detto che Lui è la via, ebbene, Lui ha vissuto normalmente con la sua famiglia, ha fatto il falegname e ha annunciato il suo messaggio alla gente ordinaria, ai semplici, ai sofferenti, ai peccatori. Non vorrà forse dire che la salvezza e la santità passano proprio attraverso le normali vicende della nostra giornata, senza che le andiamo a cercare tanto lontano?».

Lontano, a dire il vero, Fratel Massimo ci è arrivato, per lo meno geograficamente. Diventato "Missionario Laico" del "Pime", nel 2004 fu destinato al Bangladesh, dove già dal 1999 aveva trascorso gli anni della formazione e dove oggi dirige la "Novara Technical School" di Dinajpur. «Viste le mie competenze professionali, l’"Istituto" decise di mandarmi a lavorare in questa che era, e resta, l’unica scuola tecnica nel Nord del Paese. Si tratta di una realtà nata negli anni Sessanta per venire incontro alle esigenze dei giovani di questa zona molto periferica, fino a pochi anni fa tagliata fuori dalle comunicazioni e dalla vivacità produttiva che sempre più caratterizza invece la capitale Dhaka», racconta l’ex studente del "Politecnico", che oggi insegna ai suoi ragazzi - molti dei quali sono "tribali", di minoranze tradizionalmente emarginate e prive di opportunità - le stesse nozioni imparate a sua volta sui libri italiani. E che, quotidianamente, utilizza arnesi simili a quelli che maneggiava nell’officina di famiglia: martello e saldatrice, trapano e tornio. «Quello che è cambiato - spiega - è il motivo per cui faccio le cose: non il guadagno, o la carriera, ma una Persona che è venuta nel mondo a insegnarci a servire i nostri fratelli… E allora, tutto ha un sapore diverso, la vita viene rivoluzionata!».

I suoi piedi, però, restano sempre ben ancorati a terra. E da "laico", incaricato di far fronte alle diverse esigenze legate alla gestione della scuola, con le sue quattro sezioni di falegnameria, meccanica, elettrotecnica e motoristica, fratel Massimo condivide anche la quotidianità dei suoi collaboratori, allievi, amici "bangladesi", a cominciare dalla spesa e dalle commissioni domestiche. «Il mio stato "laicale" mi permette di avere molte opportunità di incontro ravvicinato con le persone. Con i miei lavoratori capita di andare insieme in missione fuori dalla scuola, e in queste occasioni magari finiamo a parlare del perché io non ho una famiglia, cosa assolutamente inusuale nel contesto del Paese, o del perché non percepisco uno stipendio come loro: e allora io spiego quell’insegnamento della gratuità, del "servire e non essere servito" che ho scelto di mettere alla base della mia vita», racconta il Missionario dagli occhi azzurri. Che aggiunge: «Più di tanti discorsi, tuttavia, resto convinto che il messaggio più efficace sia quello della testimonianza concreta: è il modo in cui fai le cose la provocazione più grossa. Allora, puoi essere un professionista come tanti altri colleghi, ma decidere che il tuo ufficio è sempre aperto per chi ha bisogno. Da questi dettagli le persone capiscono molte cose…».
Professionalità unita a un orizzonte più ampio, distacco dai condizionamenti terreni e insieme attenzione costante alle incombenze, anche materiali, che pesano sulla vita «di quaggiù»: la vita della sua gente e in primo luogo quella dei giovani della "Novara Technical School". I quali, accanto alla possibilità di studiare e formarsi, hanno necessità di trovare il prima possibile un impiego che permetta loro di aiutare la propria famiglia. «Ricordo Milon, uno studente del secondo anno del corso di meccanica, il migliore della sua classe, in officina sempre preciso e infaticabile. Un giorno mi si avvicinò per comunicarmi che avrebbe interrotto gli studi: "Brother - mi disse - a casa mancano i soldi e papà non ce la fa più, devo trovarmi un lavoro". Milon era il maggiore di cinque fratelli, e in Bangladesh il figlio primogenito ha dei doveri precisi all’interno di una famiglia "indù", come la sua. Con molta fatica, riuscii a convincerlo a fermarsi a scuola anche per il terzo anno di specializzazione, ma con la promessa di un tirocinio in una ditta molto buona nella zona di Dhaka. Al termine del tirocinio Milon fu assunto, e dopo due mesi di lavoro mi mandò la quota di iscrizione alla "Novara Technical School" per suo fratello minore, Nit Tyanondo», racconta Fratel Massimo con soddisfazione.
Proprio l’"industrial training", il periodo di tirocinio da svolgere negli ultimi mesi di corso in aziende della capitale - con vitto e alloggio garantito dalla scuola - è un’idea a cui, negli ultimi anni, l’intraprendente Missionario saronnese ha dedicato molto tempo e impegno: «Vado personalmente a incontrare gli imprenditori, sondo la loro serietà, discuto con loro i termini di una possibile collaborazione. In un Paese come il Bangladesh, dove lo sviluppo tecnologico corre a un ritmo vertiginoso, il personale ben preparato è molto richiesto, e così i nostri ragazzi trovano facilmente uno sbocco lavorativo dignitoso».

Ma a Fratel Massimo, immerso anima e corpo nella vita quotidiana di una società in trasformazione, non poteva sfuggire un altro, importante cambiamento in corso nel Paese: «Camminando per le strade, nelle grandi città ma non solo, è sempre più facile vedere donne che lavorano nelle banche, negli uffici delle grosse compagnie imprenditoriali, nelle scuole, addirittura al volante di automobili: una cosa impensabile soltanto fino a pochi anni fa. In Bangladesh, il mondo femminile sta cominciando lentamente a prendere coscienza delle proprie potenzialità, e anche il governo inizia a lanciare qualche segnale positivo: sul calendario ufficiale di quest’anno, il "1414", in calce spicca una scritta che definisce l’istruzione delle ragazze "non un peso per la famiglia ma un bene per la nazione"».
Fratel Massimo ci aveva già scommesso due anni fa, quando decise che anche per la "Novara Technical School" era arrivato il momento di prendere atto dei positivi mutamenti in corso nella società "bangladese". Detto e fatto, si consultò con alcuni esponenti della "Caritas" locale per compilare una lista di priorità e di possibili interventi: ne uscì prima un corso di informatica per ragazze a prezzo "calmierato" - un’offerta preziosa in quanto spendibile in tutti gli ambiti professionali - e poi, pochi mesi fa, un corso di formazione tecnica nel settore dell’abbigliamento, organizzato in collaborazione con un’azienda spagnola. «Ci si presentarono offrendoci proprio quello che a noi mancava e chiedendoci proprio ciò che noi potevamo fornire: un vero "colpo grosso" della "Provvidenza"», commenta il Missionario, che lo scorso Maggio ha presenziato con orgoglio alla cerimonia di diploma delle prime dodici studentesse, mentre poche settimane fa ha dato il via ufficiale a un nuovo corso avanzato. Un corso che "sfornerà" - spiega - «non più semplici assistenti ma operatrici di macchina, che potranno così trovare impiego direttamente nell’azienda "partner" ma anche, grazie alla qualifica più elevata, in altre ditte esterne».
L’ex "deltaplanista" di Saronno, in fondo, non ha perso il gusto di osare sempre nuove sfide.

Professionalità e misericordia

«La nostra specificità è coniugare la professionalità con la misericordia». Così Fratel Fabio Mussi sintetizza la vocazione che «la Chiesa riconosce espressamente», specifica il responsabile dei laici consacrati del "Pime": 26 Missionari sparsi in tutto il mondo, dal Brasile al Bangladesh, dalla Thailandia al Camerun, che hanno scelto di servire il Vangelo per tutta la vita, senza però assumere i "voti religiosi". Nei Paesi di missione i «Fratelli» del "Pime" mettono le proprie competenze professionali al servizio delle più svariate attività di promozione sociale. «Il Missionario laico non è più solo la persona che si occupa degli orfani o dei poveri - spiega Fratel Fabio - ma è colui che, con una preparazione adeguata, riesce a promuovere e sviluppare attività lavorative che siano all’altezza delle loro "omologhe" con finalità unicamente di "lucro"». Accanto ai laici che decidono di dedicare alla missione "ad gentes" tutta la vita, ci sono anche singoli o famiglie che scelgono di partire «solo» per qualche anno: «Il significato di questa scelta è di tornare per portare anche qui una testimonianza missionaria nella vita quotidiana», spiega Nicoletta, sette anni di servizio tra il Brasile e la Guinea Bissau. Tra i membri dell’"Alp" ("Associazione Laici Pime"), di cui otto attualmente in missione, ci sono giovani ma anche famiglie con figli, o pensionati che decidono di regalare il tempo libero ritrovato: la missione è per tutti, e non ha età.