MISSIONE SPERANZA

LA NOSTALGIA DI UN MEDICO MISSIONARIO...

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GILDO COPERCHIO, SX

GILDO COPERCHIO, con la sua Mamma Angela... Un cuore d'oro, per il medico Missionario in Bangladesh!

Il quarto piano in "Casa Madre" dei "Saveriani" a Parma

Non è passato ancora un anno da quando il Superiore mi ha fatto pervenire in Bangladesh la lettera della "direzione generale" in cui, ringraziandomi della disponibilità, mi comunicava ufficialmente che sarei dovuto tornare a Parma per il servizio ai "Saveriani" anziani e malati della "Congregazione". Proprio  in quei giorni stavo leggendo l'interessante numero di "Cem Mondialità" dedicato alla morte: una strana coincidenza! Addentrandomi in quelle pagine, nasceva spontanea dentro di me una domanda "impertinente": chissà cosa pensano della morte i nostri Missionari malati e anziani?

Quella morte "invidiata"

Potrebbe sembrare fuori luogo proporre una domanda come questa, ma non lo è per me. Dopo 23 anni di "vita missionaria", tornando dal Bangladesh in Italia, in questo mondo "super sviluppato", sono stato sorpreso dal fatto che, in linea con il pensiero cosiddetto "moderno", della morte quasi non si voglia parlare. Anzi, non se ne deve parlare; deve essere tenuta lontano dalla mente, dal cuore, dal pensiero... La morte, si dice, fa paura. Si cerca di esiliarla nell'"oblio". Eppure, quando il 20 Gennaio scorso, agli inizi della preghiera del mattino, Padre Lino Pellerzi era stato, direi amorevolmente, abbracciato dalla morte, pur nella sorpresa e incredulità, c'è stata tra i "confratelli" presenti una sorta d'invidia. Non pochi hanno commentato: "Magari anche a me fosse concessa una morte così!".

Ritornare bambini

Di Padre Pellerzi  non  posso dire molto. L'ho conosciuto solo in questi mesi iniziali della mia attività qui a Parma. I sintomi che di tanto in tanto mi spiegava non esprimevano paura; anzi, sembrava avessero per lui quasi il senso della "premonizione". Quando un giorno gli avevo pronunciato sommessamente la parola "morte", mi aveva ringraziato di averlo fatto. Il quarto piano della "Casa Madre" dei "Saveriani" a Parma è una sorta di "reparto" od "ospizio", un luogo amato da pochi! Perché negarlo? Credo che molti lo considerino, "eufemisticamente" parlando, l'"anticamera" del "Paradiso". È proverbiale affermare che nella malattia e nella tarda età spesso ci si ritrova a essere come bambini. Questo dovrebbe in un certo senso far piacere, se è vero quanto leggiamo nel "Vangelo": "Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli!".

Sarò mai capace di...

Ma è proprio questa considerazione che mi riporta alla mente alcune  considerazioni lette su "Cem Mondialità". Come il bambino appena nato, anche il vecchio e il malato dipendono dall'aiuto altrui. A volte, per non dire  spesso, non riescono né a parlare, né a camminare, né a nutrirsi da soli. Sono soltanto capaci di implorare soccorso con sommessi "lamenti"; ma continuano a vivere per l'amicizia, che si fonda e sviluppa soprattutto nell'appoggio e nell'aiuto degli altri. È nella vecchiaia che si ribadisce quanto la natura ci aveva già fatto capire alla nascita: l'uomo è debitore della vita, non tanto a se stesso, ma alla "benevolenza" degli altri. In questi primi mesi passati a Parma, mi sono chiesto se sarò mai capace di far respirare a questi nostri "confratelli" anziani e malati un'aria di amore e di "benevolenza"; mi sono chiesto se i miei occhi riusciranno mai a essere così dolci da esprimere la "dolcezza" dell'anima; se le mie braccia avranno mai quella "ampiezza" che si ha quando si abbraccia con amore; se le mie labbra riusciranno mai a regalare un bacio di "tenerezza".

Con la "benevolenza"

Mi sono chiesto e continuo a chiedermi se saprò mai donare, oltre alle "meticolose" cure mediche, anche un sorriso segno di gioia, una lacrima che esprima "clemenza" e misericordia, una parola pronunciata con voce "docile". E sempre ispirandomi a quanto letto sulla rivista del "Cem Mondialità", mi piacerebbe che i nostri Missionari anziani e malati possano sentire, anche grazie a noi, che la loro "vulnerabilità" e "finitezza" è avvolta dalla "benevolenza divina", presente e operante nella storia come appello alla "benevolenza umana". Proprio in questa "vulnerabilità" e "finitezza" è presente lo spazio dove ognuno, facendosi carico dell'altro, scopre di essere destinato e nato per l'amicizia, che si fonda e sviluppa soprattutto nel reciproco appoggio. Scopre che ciò che accomuna ogni essere umano, al di là delle pur innegabili differenze, è di essere ciascuno debitore del dono della vita, non tanto a se stesso, quanto alla "benevolenza" altrui. Concludendo, non posso non citare le parole scritte dal nostro "fondatore", il Beato Conforti, nella sua "lettera testamento", là dove esprime il desiderio che tra le caratteristiche della nostra "Congregazione" ci sia "uno spirito di amore intenso per la nostra famiglia, che dobbiamo considerare come madre, e di carità a tutta prova per i membri che la compongono".