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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione
di mons. Giuseppe Merisi


Introduzione dell'Autore

I. UN "RAGAZZO NORMALE" MA FUORI DAL COMUNE  

Leopoldo Pastori nasce a Lodi il 9 febbraio 1939 da una famiglia povera. Annibale e Cecchina Scotti (nati ambedue nel 1903) si sposano nel 1927 ed hanno quattro figli:
- Elena nasce nel 1929 e muore a 19 anni, nel 1948, di pleurite. "È andata presto a lavorare in fabbrica, a 14 anni ­ dice la sorella Maria Luisa (1) - si è presa una pleurite: allora le fabbriche 
erano malsane, lei faceva anche i turni di notte. Poi non c'erano i mezzi di cura, è morta di pleurite trascurata e di una iniezione andata a male". Anni dopo, Leopoldo scrive nel Diario (2): 
"12 gennaio 1948: muore Elena dopo tanta sofferenza. Rimango scosso. La vedevo bella e affettuosa. L'annunzio improvviso in classe, le grida della mamma. Tu l'hai chiamata, mio Dio: amore e dolore ci hanno fatto crescere uniti nella fede. Ti ringrazio, Signore".
- Pino nasce nel 1933; sposato con Maria Teresa Turrini, hanno avuto due figli maschi. È l'unico fratello ancora vivente a Lodi.
- Maria Luisa nasce nel 1936 e muore il 21 giugno 2004 lasciando tre figlie e il marito Angelo Ginelli a San Donato Milanese;
- Leopoldo nasce il 9 febbraio 1939 e muore il 26 maggio 1996. A cinque anni è orfano di padre.

Papà Annibale muore il 18 agosto 1944, di appendicite non riconosciuta. "L'hanno portato in ospedale - ricorda ancora Maria Luisa - diagnosticando un mal di pancia: gli hanno dato l'olio di ricino pensando fosse indigestione, è morto di peritonite in tre giorni di ospedale!". 
Annibale Pastori era un uomo alto, atletico e muscoloso che aveva fatto parte della "Canottieri Adda" come vogatore nell'"Otto con timoniere". Il figlio Pino (3) ricorda:

Tutte le sere, terminato il lavoro, dalle cinque e mezzo alle sette e mezzo andava a fare allenamento sull' Adda con altri vogatori. Alle volte papà mi portava con lui e io stavo due ore a riva ad ammirare la sua barca che andava a veniva sull'Adda, con l'allenatore che segnava 
i tempi. Era un campione che aveva vinto alcuni campionati italiani e partecipava anche a importanti regate internazionali all'estero. L'amore allo sport, le qualità fisiche, la voglia e l'intelligenza per emergere nel calcio Leopoldo li ha ereditati da lui.
L'ho conosciuto poco perché è morto nel 1944 e io sono del 1933. Però era religioso: osservante, praticante. Veniva da una famiglia religiosa; le sue sorelle, il papà andavano in chiesa. Papà frequentava la chiesa, ma non era religioso al livello della mamma. Era uno 
sportivo, occupatissimo fra lavoro, allenamenti e gare di canottieri; poi avevano una loro associazione e si incontravano spesso. Io avevo 10-11 anni e lo vedevo poco; tra l'altro era anche campione nei giochi delle carte. e faceva delle gare di scopa e altro. Era attaccatissimo alla famiglia e voleva bene alla mamma, ma è morto a 40 anni, quando era in piena attività di lavoro e di sport.

Papà Annibale faceva il lavoro di lavandaio nella lavanderia-tintoria Franchi a Lodi. I capi di biancheria un po' delicati li portava alla mamma che andava a lavarli nell' Adda. Il papà lavava a  mano i panni in grandi vasche con l'acqua corrente. Il figlio Pino (4) dice:

Mi ricordo che negli ultimi mesi prima di morire, una volta tornando a casa dice ai figli: 
"Prima di mangiare baciatemi le mani, perché ho lavato i panni di san Bassiano". Nel 1943 il corpo di san Bas­siano protettore di Lodi, che era in un'urna in cattedrale, l'hanno tirato 
fuori per rifare l'urna e papà ha lavato i suoi panni.

Leopoldo vede il papà morire e anni dopo scrive nel suo diario (5):

Non sapevo cos'è la morte. Mi aggrappo alla mamma che mi insegna a pregare sempre.

Dodici anni in orfanotrofio a Lodi

Mamma Francesca ("Cecchina") era una grande donna: di fede e di intensa vita cristiana, ha educato bene i figli alla preghiera e alla vita ecclesiale. Sarà per Leopoldo un punto di riferimento anche spirituale, oltre che affettivo. È morta il 2 novembre 1986, aveva 83 anni (6). 
Era lavandaia e dopo la morte del marito manteneva la famiglia col suo umile lavoro, tutto il giorno nell'acqua del fiume Adda che passa vicino a Lodi. Alleva da sola i quattro figli trasmettendo loro, con 1'esempio e l'amore, una profonda fede e fedeltà alla preghiera. Leopoldo scrive nel Diario, ricordando gli anni della guer­ra mondiale:

1941-1945. Tu mi sostieni nelle braccia della mamma e attraverso i bombardamenti 
ci porti in salvo: pregando attendiamo l'alba. Mi fai sentire sicuro e felice sulle forti spalle 
del papà, che mi porta all' Adda. Ti rendo grazie, Signore! Nella nostra povertà non ci hai 
mai fatto mancare una scodella di minestra, perché avevamo fiducia in Te. Ti ringrazio, Signore!

Nel 1946 Leopoldo e la sorella Maria Luisa entrano nell'Orfanotrofio di Lodi e vengono mantenuti dalla carità pubblica:

Tu mi togli dalla strada, Signore - scrive Leopoldo nel Diario - inizio una nuova vita: 
non trovo difficoltà, le suore mi vogliono bene, il direttore rag. Giuseppe Camagni è 
un papà severo e giusto, non ci fa mancare il necessario e ci apre tante strade volendoci sempre impegnati. La mamma si fa sempre presente, la mia crescita è serena. Ti rendo grazie, Signore (7).

Il fratello Pino ricorda che "a sei anni è stato accolto nell'Istituto dell'infanzia abbandonata 
("Istituto di fanciullezza", era il titolo esatto) e a sette anni è entrato in orfanotrofio dove si è subito adattato bene e ha imparato a suonare la tromba; nella banda musicale dell' orfanotrofio lo mettevano davanti a tutti perché era il più piccolino". Nel Diario (in data 21 luglio 1987), Leopoldo ricorda il 21 luglio 1947, 40° anniversario della Prima Comunione e Cresima:

Un passo importante verso di te, grazie infinite: Cresima, prima Confessione, prima Comunione. È il cammino che mi ha sempre sostenuto, nella pazienza e nella sapienza 
del tuo Santo Spirito che adoro. Ti rendo grazie infinite, Signore.

I dodici anni di orfanotrofio sono stati per Leopoldo un severo ma sereno avviamento alla vita. 
Fra l'altro aveva qualità per emergere, infatti si distingue nella musica e nel canto, nel calcio e 
nelle iniziative comunitarie. Alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, un tema appassionante per la gente comune era Lascia o raddoppia? presentato da Mike Bongiorno nella giovane televisione italiana della Rai: le sere in cui andava in onda questo programma, le strade di città e paesi erano quasi deserte!

Ebbene, nell'orfanotrofio di Lodi si orga­nizza un Lascia o raddoppia? per i giovani ospiti, di cui Leopoldo Pastori è il presentatore: bella presenza, cordiale, una voce squillante, pronto a far 
battute e propenso agli scherzi, Leopoldo ha le sue soddisfazioni.

Nel giornalino dell'orfanotrofio "Vita Nostra", ciclostilato (iniziato nell'anno 1956 e continuato nel 1957), di cui Leopol­do stesso era direttore, si possono leggere le cronache degli incontri di 
calcio della squadra OM (Orfanotrofio Maschile), che a Lodi vinceva incontri a ripetizione 
(una volta otto partite di seguito tutte vittoriose!), con gli immancabili gol del centravanti Leopoldo Pastori 8; ma anche le pagine particolari con "servizi speciali" sul Lascia o raddoppia? casalingo. Resoconti spassosi. Un solo esempio. In genere erano sempre i giovani allievi a partecipare al concorso a premi, vincendo una tavolet­ta di cioccolato Icam o una penna biro o un romanzetto 
o un fumetto... Ma una volta il "presentatore" escogita uno scherzetto e, avendo preparato le domande apposite, invita il dotto Valerio Manfrini (aiutante del direttore Giuseppe Camagni) e il cappellano don Ettore Salvaderi a rispondere almeno ad un quiz per vincere uno dei premi. Gli applausi della platea costringono le due autorità ad andare sul palco del teatrino. Al dott. Manfrini Leopoldo chiede: quali sono le capitali del Perù e dell'India? Risposta abbastanza facile e "Risposta esatta", dice il presentatore: seguono applausi corali da far tremare i vetri. Al "nostro amato e inseparabile" don Ettore propone un quiz più difficile: "Sant'Isidoro è patrono della 
Polonia, della Spagna o del Portogallo?". Il prete risponde pronto: della Polonia; ma poi, 
visto che il presentatore fa finta di non aver sentito, dice: del Portogallo. Leopoldo si mette 
a ridere e la platea incomincia "a ridere a crepapelle", dice l'articoletto di cronaca. 
Allora don Ettore spara sicuro la terza risposta: " La Spagna " e Leopoldo con grande 
freddezza dice: "Risposta esatta, reverendo" e gli consegna una tavoletta di cioccolato. 
I battimani e gli "olé" da stadio si sprecano.

Ricordando i dodici anni di orfanotrofio, Leopoldo vede in tutto un "dono di Dio, un segno del suo amore". Scrive:

Tutto mi è stato donato, tutto hai fatto per far crescere la mia voca­zione missionaria. 
Tutta la vita non è abbastanza per leggere e capi­re i tuoi segni di amore nella mia vita:
- la continua presenza della mamma
-la severità patema di Camagni (il direttore dell'orfanotrofio) - l'affetto delle suore Sacramentine
- la pazienza dei cappellani: don Gallotta, don Pettinari, don Ettore - la simpatia dei 
compagni e colleghi
- il lavoro da Ponzoni: soddisfazioni e preoccupazioni
- la gioia della musica e dello sport
- tantissimi particolari quotidiani ora li rivedo come sguardi mera­vigliosi di predilezione: 
ne avevo bisogno, ero bisognoso della tua bontà che solo ora, Signore, capisco un po' 
nella tua immensità di amore.

Caro Leopoldo! Ma possibile che in dodici anni di orfanotrofio (dai 7 ai 19) non ci siano stati 
scontri, bisticci, ingiustizie, arrabbiature, risse focose, scazzottature "amichevoli" ma dolorose (come si usava a quei tempi), pianti, incomprensioni, momenti di umiliazione e di depressione? Possibile che i cappellani fossero sempre pazienti, le suore affettuose, il direttore paterno, i compagni simpatici? Possibile che il lavoro da Ponzoni (facevi il fattorino e il contabile!) ti desse tante soddisfa­zioni? Eppure, trent'anni dopo, dei tuoi dodici anni di orfanotrofio rivedi solo il positivo, mentre il negativo nemmeno più lo ricordi, semplicemente perché non hai mai tenuto rancore o pessimismo nel tuo cuore. Da dove viene questo miracolo? Tu non eri diverso da noi, uomini comuni, ma la tua vita era illu­minata e riscaldata dalla preghiera e dalla fede, dall' obbedienza ai Comandamenti di Dio e dalla tensione verso Gesù e Maria. Leopoldo, insegnaci il segreto di vivere bene, di essere sempre sereni anche nelle tempeste e nelle disgrazie dell'esistenza: e la tua, da un punto di vista umano, non è stata per nulla "fortunata"!

Dodici anni di orfanotrofio! Un tempo interminabile per un ragazzo, sottoposto a regole e prefetti, scherzi dei compagni e punizioni, povertà e severità di vita, modelli e orientamenti negativi che si ricevono in comunità eterogenee in cui gli elementi pericolosi o nocivi non mancano mai. 
Insomma, Leopoldo poteva crescere come un ragazzo sbandato, ribelle, perennemente in crisi e bisognoso di uno psicologo o di un giudice minorile. Invece si adatta con pazienza all'ambiente 
non facile dell' orfanotrofio; la mamma l'aveva educato alla preghiera, lui prega molto e Dio lo mantiene sereno e suscita in lui la vocazione sacerdotale e missionaria: gli dà un ideale che gli permette di sopportare e superare tutte le miserie della sua povera vita che a quel tempo poteva sembrare, agli occhi del mondo, di poco o nessun valore.

Da dove viene tutto questo? Dal buon Dio, naturalmente, e dalla positiva risposta alle grazie che Leopoldo aveva ricevuto. Ad esempio, la grazia di avere come direttore dell' orfanotrofio il ragioniere Giuseppe Camagni (1927-1990), che ha esercitato un forte influsso nella sua vita. 
Era un uomo molto religioso, viveva il suo compito di direttore degli orfanotrofi di Lodi (maschile 
e femminile) come una missione e trasmetteva agli allievi questa sua religiosità. La sig.na Luisa Conca, nipo­te di Giuseppe Camagni, ha insegnato per trent'anni nella scuola media di Lodi, 
poi è andata in pensione ed ha assistito e curato lo zio fino alla morte.

Così padre Leopoldo ricorda il ragionier Camagni (9):

Un giorno l'abbiamo visto accasciarsi per terra... Nel lavoro non si risparmiava mai e ci dava l'esempio del sacrificio vissuto per il bene di tutti. Devo molto a lui: nella sua pedagogia di direttore degli orfanotrofi tenne in considerazione la formazione umana basata sul senso 
del proprio impegno vissuto con onestà e costanza. Le difficoltà della nostra età, facile agli alti e bassi, venivano superate con la sua presenza e la sua carica umana. Quando mi accompagnò al mio pri­mo lavoro dopo la terza avviamento industriale, mi disse: 
"Questo è il tuo nuovo lavoro, metticela tutta e sarai contento".

Aveva organizzato un intenso dopo-scuola e dopo-lavoro: noi ragaz­zi e ragazze avevamo numerose attività che completavano la nostra formazione civile e sociale: scuole professionali, ginnastica artistica e di gruppo e soprattutto la banda musicale che per 
diversi anni fu la banda cittadina di Lodi. Così eravamo spronati a dare saggi di ginnastica 
di fronte alle autorità cittadine, ai numerosi simpatizzanti, amici e parenti. Con la banda musicale avevamo un'intensa attività, con numerosi concerti nel Lodigiano e vari servizi 
nelle feste civili religiose.

Penso che l'orfanotrofio sia stato la sola passione della sua vita. Non si sposò, ma fece 
degli orfani e delle orfane la sua famiglia e ci trat­tò veramente come un padre, unendo la severità alla tenerezza. Ricordo un giorno difficile dei miei dodici anni di orfanotrofio, 
quando mi chiamò per darmi una solenne ramanzina e poi seppe incoraggiarmi e mi sentii spinto a dare il meglio di me stesso nella comunità.

Per circa venticinque anni visse come segretario unico e direttore dell' orfanotrofio, 
accanto a moltissimi giovani. Ma questa dedizione non fu l'unica. Per tutta la vita, 
fin quando la salute glielo permise, visitava il carcere di Lodi e con molta discrezione incontrava i carcerati, profondendo i suoi valori umani e cristiani e molti aiuti concreti. Nemmeno i suoi cari sapevano quanto faceva e quanto donava ai suoi amici carcerati. 
Per questa sua passione umana e cristiana verso gli orfani e i carcerati, nel 1957 ricevette 
il "Premio Bontà Città di Lodi" e fu nominato Cavaliere della Repubblica: una onorificenza 
che veramente meritava e di cui non parlò mai.

Leopoldo era affezionatissimo al ragionier Camagni, sicché lo ricordava spesso nelle sue lettere. Ad esempio, ancora tre mesi prima di morire, scrivendo alla nipote di Camagni prof.ssa Luisa Conca (10), la ringrazia del tabernacolo che ha donato per la chiesa del Centro di spiritualità, 
fatto a forma di sfera come il mondo intero e le dice che la presenza di Gesù nella sua chiesa gli richiama

un' altra presenza viva nella mia storia, che mi ha aiutato ad entrare nel mistero della vocazione missionaria, perché quest'opera d'arte, semplice e luminosa, è stata offerta in memoria del rag. Giuseppe Camagni, direttore degli Orfanotrofi di Lodi per circa trent'anni. Nulla avviene per caso. La Provvidenza guida la storia e l'uomo che costruisce nel nome 
di Dio lascia il segno in questa storia di uomini. È vero, per me e per moltissimi amici e amiche "ex orfani" il rag. Camagni è una presenza indimenticabile. La sua dedizione nell'educarci, i suoi sacrifici per insegnarci i valori autentici della vita, la sua fede fatta di 
gesti concreti, sono le stesse idee-forza che Gesù nel Tabernacolo alimenta e mi 
sostengono nella mia vita missionaria.

Come nasce una vocazione missionaria

I giovani ex compagni dèll'orfanotrofio, secondo la testi­monianza di Claudio Gazzola, così ricordano Leopoldo ragazzo come loro (11):

Il giovane Leopoldo, ancor prima di sviluppare la vocazione sacerdo­tale e missionaria, si distingueva per la capacità di ascolto e compren­sione, per il senso di sincera amicizia e per la peculiare dote di saper­si dimostrare sereno e gioioso, senza per questo trascurare l'esigenza 
di riflessione e di raccoglimento. Chi ha avuto la possibilità di frequentarlo e seguirlo nella crescita e nella formazione, ravvisa ancor oggi i sintomi di quello che il padre sarebbe in seguito diventato e di ciò che avrebbe rappresentato, lasciando un' eredità straordinariamente incisiva. Da queste considerazioni esce quasi un profilo di "santità" e l'immagine del "gigante" della fede e dell'amore non è per nulla conflittuale con quella del gioioso e spensierato amico.

Che studi ha fatto il nostro simpatico Leopoldo? Dal 1946 in avanti continua a frequentare le elementari stando in orfanotrofio, al termine delle quali, nel 1950-1953, studia a Lodi per tre anni nella" Scuola secondaria statale di avviamento professionale, di tipo industriale e artigiano 
P. Gorini, specializzazione per meccanici e falegnami". L'Archivio del Pime a Roma conserva 
le tre pagelle dei tre anni scolastici (12). I voti sono buoni (sei, sette e alcuni otto), eccetto alcuni cinque in "esercitazioni pratiche" e in "disegno tecnico". Ma va notato che nel "profitto" della 
scuola di religione, nei tre trimestri segnati per ogni anno, prende "molto" e "moltissimo"; 
e nel "voto di condotta" sono tutti nove e dieci: non male per un ragazzotto di 11-14 anni, segno 
che già a quell'età si distingueva per una profonda impostazione religiosa dell' esistenza! Era giovane e povero, ma aveva un ideale, sapeva cosa voleva nella vita. Soprattutto, Leopoldo stava con Dio e Dio era con lui.

Poi, sempre vivendo in orfanotrofio a Lodi, studia per due anni di ginnasio (il terzo anno lo fa nel seminario del Pime di Vigarolo). Intanto, però, dai 14 ai 18 anni lavora nella ditta Ponzoni di Lodi, ramo assicurazioni (aveva le Assicurazioni Zurigo); fa il commesso e il contabile, ma ormai ha 
preso la decisione: "O missionario o morire", scrive nel suo Diario e racconta:

Maggio-giugno 1956: nasce un forte affetto alla Madonna. Così hai preparato il mio cuore: nell'Eucarestia, una mattina di giugno mi apri il cuore ad un fortissimo improvviso desiderio 
di essere tuo missionario, perché mi ami moltissimo! O missionario o morire!  
Mai dimentico questa Comunione eucaristica dove tutto in me freme, desidera, grida il tuo amore. Cadano tutti gli altri desideri di sport, musica, lavoro, affetti alla ragazza. Il mio cuore è pieno di te, Gesù. Grazie, grazie, grazie. Come sei buono, Signore!

Il fratello Pino non sa di preciso come gli sia nata la vocazione missionaria: forse ha incontrato o sentito qualche missio­nario del Pime che aveva una casa a Vigarolo vicino a Lodi, e i missionari venivano spesso in città e in parrocchia.

Padre Leopoldo stesso, nell'omelia della novembre 1990 per il funerale del ragionier Giuseppe Camagni, ex direttore degli orfanotrofi di Lodi, raccontando la circostanza precisa in cui è nata la sua vocazione missionaria e nel Pime (13), dice che un grande aiuto l'ha avuto proprio dal defunto suo direttore nell' orfanotrofio. A 17 anni Leopoldo sentiva forte il desiderio di consacrare a Dio la sua vita. Su consiglio del direttore spi­rituale pensò di partecipare ad un corso di esercizi spirituali 
a Vigarolo, nel seminario del Pime.

Chiedo il permesso di assentarmi per qualche giorno al dotto Vin­cenzo Ponzoni, titolare della ditta presso cui ero impiegato. Fui invitato a soprassedere per ragioni legate all'organizzazione dell'ufficio. Rientrato in orfanotrofio, dove ancora risiedevo, raccontai, tri­ste, la vicenda al direttore. "Ci penso io" mi disse e telefonò subito all' amico Vincenzo Ponzoni. "Se me lo chiedi tu..." risponde Pon­zoni e subito mi comunicò che accettava di darmi quel permesso. Partecipai agli esercizi spirituali e al ritorno, certo della mia 
vocazione, dopo alcuni mesi trascorsi in famiglia, nell' ottobre 1957 entrai nel seminario 
del Pime di Vigarolo.

A 18 anni (febbraio 1957) Leopoldo ritorna alcuni mesi in famiglia con la mamma, Pino e Maria Luisa. Chiedo al fratel­lo Pino (di sei anni più anziano di lui) com'era Leopoldo da giovane e lui mi dice (14):

Quando è uscito dall' orfanotrofio era un ragazzo normale, suonava già la tromba, andavamo assieme al cinema e all' oratorio, lui giocava a calcio nella "Società Calcistica Cagliero" famosa 
a Lodi (il nome viene dal salesiano cardinal Cagliero), che ha vinto il Campio­nato italiano dei ragazzi 15. È la squadra dell'Oratorio della Madda­lena, che c'è ancora. Leopoldo giocava bene e faceva parte della squadra. Era un ragazzo vivace e cordiale con tutti, si faceva voler bene perché sempre disponibile e sincero, aveva già una grande passione per la fede, la preghiera, 
i missionari. Devo dire che Leopoldo era normale, ma pregava molto, anche in casa, si raccoglieva nel­la stanza da letto e pregava; ha sempre avuto la passione della preghiera e ricordo che anche prima di entrare in seminario a volte lo cercavo e la mamma mi diceva: "Non disturbarlo, è di là che prega"; e qualche volta l'ho visto nella stanza da letto che pregava. 
Poi quando era fuori era tutto come gli altri, parlava con tutti, si divertiva e faceva divertire. 
Ma quando pregava quasi cambiava come persona, si vedeva in lui un'espressione diversa. Credo che questo amore alla preghiera venga dalla mamma che era molto religiosa.

Nel marzo 1957 Leopoldo visita il seminario del Pime a Vigarolo (Lodi) e annota nel diario: "I ragazzi stanno cantando alla Messa solenne. Qui mi fai sentire bene e ricevo conferma della mia strada: nessuno mi separerà da Te. Ti rendo gra­zie, Signore". A settembre viene accettato nel Pime. A 18 anni e mezzo, Leopoldo entra nel seminario del Pime a Vigarolo e si trova assieme 
agli alunni del seminario minore, adolescenti dagli Il ai 16 anni; a capo delle singole classi ci sono dei padri "prefetti", a volte giovani come lui. Adattarsi al seminario non è facile per nessuno: il regolamento, gli orari scanditi dal suo­no della campanella, i ritmi di vita diversi da quelli in famiglia, le giornate tutte uguali con preghiera, scuola e studio (brevi i tempi di "ricreazione"); il dover mangiare quello che non ti piace, convivere con compagni diversi di carattere e a volte poco simpatici o addirittura antipatici, superiori paterni ma a volte autoritari... Tutto è un allenamento alla disciplina, alla mortificazione, ad una vita consacrata che richiede controllo continuo, pazienza e disponibilità a convertirsi.

In seminario si adatta solo chi è sostenuto da un profondo ideale, da un forte amore a Gesù e a Maria. Leopoldo era cer­tamente uno di questi. Scrive nel suo Diario (16):

Settembre 1957: entro nel Pime, inizio con fervore la vita di seminario. La mamma, prima ancora che nascessi, ha pregato per la mia vocazione. Tu, Signore, l'hai esaudita. Grazie, 
Dio fedele, che ascol­ti la nostra preghiera. Ti rendo grazie, Signore! Dodici anni di 
seminario: forte è sempre stata la tua presenza. Mai un rimpianto, né un dubbio, né voltarmi indietro: è bello seguire la tua volontà con entusiasmo: vita comunitaria, preghiera, scuola facile o non facile, tutto è stato meraviglioso. Ti rendo grazie, Signore!

Il 1º gennaio 1958 il fratello Pino visita Leopoldo in seminario e registra un suo messaggio per la mamma (17):  

Mamma, quando tu sentirai questa parola io non sarò più qui. Sarò a Vigarolo o a Monza o anche lontano lontano. Tu sentila egualmente questa parola, esce proprio dal cuore, è un saluto che ti do. Ogni volta che la sentirai, sentirai fremere il tuo cuore. La pace scenderà in te, come scenderà anche in me.
lo sono su una strada in cui mi ha messo il buon Dio e cercherò di fare il possibile per raggiungere questo ideale. Una strada difficile, lo so, ma tanto bella che le difficoltà sono nulla di fronte alla bellezza di questa strada. Lo studio, la preghiera, il gioco, tutto, tutto sarà per la gloria di Dio ed anche per te, mamma, che penserò sempre e per te volgerò la mia preghiera, anche se lontana, una preghiera fervorosa, ardente, piena di gioia e di amore.
Ti saluto, mamma, e con te saluto Pino, Maria Luisa e tutti quanti mi sono vicini. Tienimi sempre accanto a te, perché io tengo sempre nel mio cuore la tua immagine e la tua parola. Voglio che il
Signore benedica tutti e benedica in special modo la nostra famiglia, affinché possiamo un giorno, per sempre, goderla lassù, in Paradiso, con lui.

"A 17 anni la decisione inaspettata ma non affrettata"

Nel gennaio 1958 Leopoldo aveva solo 19 anni, iniziava una via nuova verso il sacerdozio e la vita missionaria, ma esprimeva pensieri superiori alla sua età, pensava già al Paradiso! In questo messaggio alla mamma consegnato al registratore del fratello Pino, dice spontaneamente quel 
che pensa: parla del Paradiso perché ci credeva davvero, era una realtà presente nei suoi 
pensieri, nel suo cuore, lo confortava nelle sue difficoltà. Segno che in lui la grazia del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia quotidiana aveva già compiuto un lavoro di conversione al mondo soprannaturale. In altre parole, il giovane Leopoldo, ragazzo del tutto normale e pienamente 
inserito nel suo mondo giovanile, aveva già raggiunto a 19 anni una maturazione spirituale non comune. Certo, la mamma e il papà l'hanno guidato bene e gli hanno dato buoni esempi fin dall'infanzia, ma è evidente che lui stesso ha corri­sposto in modo totalizzante a Dio che lo chiamava, come chiama tutti noi, alla santità.
C'è un'altra registrazione di Leopoldo, ancora fatta dal fra­tello Pino, nel seminario liceale del 
Pime a Monza in una sua visita a Leopoldo seminari sta fra il dicembre 1962 e il genna­io 1963, 
che conferma questa impressione nel leggere i suoi testi da giovane studente (18). Leopoldo 
dice alla mamma e ai parenti più stretti (19):

Quando avevo 15 o 16 anni non avrei mai pensato che dovessi chiudermi in un seminario 
e trascorrervi parte della mia vita per migliorare me stesso e diventare sacerdote missionario. Ma Dio solo cono­sce ogni via e per lui non ci sono misteri. Egli vede la mia anima come 
noi vediamo in un giorno sereno splendere il sole.
A 17 anni venne la decisione, inaspettata ma non per questo temeraria, improvvisa ma non affrettata, decisiva ma non superficiale. Raccontarvi tutto è troppo difficile. Dinanzi a tanti avvenimenti la parola più bella è il silenzio. E ora eccomi qui, sono più di cinque anni che sono in seminario, eppure sembra ieri quando salutai sul portone di Vigarolo la mamma, 
Pino e la zia Ida.
Con questa registrazione voglio ritornare un po' di tempo in mezzo a voi perché, anche se 
la mia vita è tutta differente e completamente staccata dalla vostra, tuttavia l'unione che mi stringe a voi non potrà mai essere spezzata né dal tempo né dalla lontananza dei luo­ghi. 
È bello vivere con un ideale nel cuore e sentirmi felice perché la mia vita non avrà più fine, ora sulla terra e poi nel cuore di Dio. Vivrò eternamente. Sono felice che Dio mi ha scelto, malgrado ci siano nel mondo milioni di giovani migliori di me. Dio mi ha scelto e non potrò mai sufficientemente ringraziarlo.
E adesso, arrivederci a presto. Ancora vi raccomando di stare sempre allegri, io cercherò di fare sempre la mia parte verso di voi con la preghiera e nel ricordarvi spesso. Anche voi ricordatevi spesso di me nelle vostre preghiere, perché abbia a continuare sempre meglio verso questa strada, che proprio è la migliore, quella che dà più consolazione anche su questa terra. Verranno le croci, verrà la sofferenza, perché non si può salire l'altare senza la sofferenza. Comunque quando verrà, sia sempre la benvenuta dalle mani di Dio, sarò felicissimo di poter fare qualcosa.

L'Archivio del Pime contiene diversi documenti sugli studi fatti da Leopoldo nell'istituto, ma non è facile conoscere quale classe abbia fatto nei singoli anni: il suo non è stato un percorso normale. 
In base ai documenti risulta questo: nel settem­bre 1957 entra nel seminario del Pime di Vigarolo 
e già aveva fatto i primi due anni di ginnasio in una scuola pubblica stando nell' orfanotrofio e a 
casa sua a Lodi; a Vigarolo frequenta la III ginnasio e si presenta agli esami di stato, ottenendo il diploma di IlI media il 1º settembre 1958 a Sant'Angelo Lodigiano con ottimi voti (dal sei all'otto) (20). Nell'anno scolastico 1958-1959 studia ancora al Pime di Vigarolo per la IV ginnasio (21) e l'anno seguente (1959-1960) continua al seminario del Pime di Monza per la V ginnasio, presentandosi poi al liceo classico statale "Zucchi" di Monza per gli esami di ammissione al liceo. 
È rimandato in due materie: Lingua e letterature latine, Matematica; studia in estate e ripete gli esami ottenendo, il 9 settembre 1960, il diploma di ginnasio e di ammissione al liceo con i voti sei e sette nelle due materie (22).

Padre Antonio Clari, entrato con lui nel seminario di Vigarolo e con lo stesso suo itinerario di studi (sarà poi suo compagno nel seminario di Sotto il Monte come sacerdote e in Guinea-Bissau), ricorda che padre Riccardo Rota, prefetto degli studi classici nel Pime, poiché loro due più 
anziani non avevano ancora studiato il latino voleva che ripetessero le prime tre classi di ginnasio 
in seminario. Non è riuscito in questo proposito, probabilmente perché i superiori del Pime erano preoccupati di quante "vocazioni adulte" (nasceva in quegli anni un seminario apposito per loro) uscivano dal Pime per le difficoltà degli studi nei primi anni di seminario (23); quindi frenavano l'eccessiva severità dei professori di latino, greco e matematica.

Gli anni di seminario non dovevano essere facili per Leopoldo Pastori, che aveva quattro-cinque anni più dei suoi compagni di classe, molti nel periodo dell' adolescenza. Ma questo gli ha permesso di essere l'anziano della classe e di organizza­re canti, sport e iniziative varie per la comunità.

"La volontà di Dio: fonte di pace e di consolazione"

Leopoldo ci ha lasciato un album con le fotografie dei tempi del seminario, che ha preparato quando già era sacerdote. Interessanti alcune didascalie che esprimono i suoi sentimenti di giovane che consacra tutta la sua vita a Dio: è entrato in seminario con l'intenzione precisa di diventare sacerdote e quindi si sente animato a donarsi tutto alla chiamata di Dio. Il 1º maggio 1961, cioè nel giorno in cui riceve la tonaca clericale, sotto il titolo "I momenti più belli della mia vestizione" scrive:

L'alba tanto attesa del 1 o maggio 1961 è sorta. Una data indimenticabile per la vita 
spirituale: piena di ricordi soavi, di entusiasmo giovanile, di gioia piena e sconosciuta 
prima di allora.
Mi è stata data una veste: simbolo continuo e vivente di una consacrazione a Dio, gioiosamente fatta e mai più dimenticata.
La gioia e 1'entusiasmo di quel giorno benedetto, preparatomi da Dio fin dall'eternità, 
sono ora impressi come un'eco in queste pagine, per la mia mamma; quando sarò lontano, 
io per lei rivivrò su queste pagine.

Sotto le varie fotografie annota:

Come Gesù giovinetto, mi porto all' altare del Padre e con Gesù offro la mia giovinezza per fare la volontà del Padre. Non c'è cosa più bella al mondo che fare sempre e ovunque la volontà di Dio: fonte di pace e di consolazione.
Maria! Ecco un tesoro che vengo a scoprire continuamente. La mia vestizione è stata tanto bella e felice perché mi ero preparato con la Madonna. Maria ! Se ho un desiderio forte, è quello di amare tanto e di far amare la Madonna.

Seguono le foto dei vari momenti di quella "vestizione" con commenti adeguati su questo tono. Il gruppo di foto sulla vestizione termina con una foto di Leopoldo stesso sotto la quale lui ha scritto: 

Ogni volto ha una missione da compiere: quella di assomigliare al volto di Gesù. il volto prende le sfumature che suggerisce il cuore: un cuore è bello quando ha incontrato Gesù 
sul suo cammino. È sufficiente, per non dimenticarlo più!

Pensieri che coltivano un po' tutti i seminaristi ben intenzionati (altrimenti non entrerebbero nemmeno in seminario). Ebbene, Leopoldo è rimasto fedele per tutta la vita a questa consacrazione. L'Archivio del Pime contiene molte testimonianze su Pastori negli anni del suo seminario. Significativa la lettera mandata al superiore del Pime il 7 agosto 1957 da don Ettore Salvaderi della Casa Sacro Cuore di Lodi, per raccomandare Leopoldo che aveva chiesto di entrare nell'Istituto. Don Ettore aveva seguito Leopoldo come padre spirituale nei suoi anni 
passati in orfanotrofio: invece di un formale biglietto di poche righe come in genere si fa in simili circostanze, produce una dichiarazione partecipata e fortemente elogiativa di un giovane che 
allora aveva solo 18 anni (24):  

Attesto molto volentieri la sempre crescente operosità, serietà e religiosità che il giovane Leopoldo Pastori, alunno del collegio dell'Or­fanotrofio di Lodi per dodici anni, ha chiaramente dimostrato specialmente negli ultimi anni della sua permanenza all'orfanotrofio.
Sempre intraprendente nel rendere vivace la vita della sua camera­ta con tornei, giochi, discussioni, canti. Solitamente obbediente ed ossequioso all'autorità del collegio, tanto da meritarsi piena fiducia e certe libertà mai concesse ad altri. Composto, serio nella compagnia 
con gli altri compagni, attirava chi aveva intenzione di vivere sempre più una vita veramente cristiana. 
Di spirito di pietà sentitamente vissuto, che meravigliava i compagni e li spingeva ad una vita di preghiera più intensa. 

Auguro di tutto cuore che il giovane metta a disposizione delle Missioni tutte le sue buone 
qualità con la massima generosità, di cui è veramente capace. Presento sentiti ossequi, don Ettore Salvaderi. Lodi, 7 agosto 1957 (25).

"Ciò che mi preme è conoscere i miei difetti"

Don Salvaderi sintetizza bene lo spirito di Leopoldo quando entra nel Pime e il suo non è un documento isolato di quel tempo. L'Archivio generale del Pime a Roma conserva altre lettere di educatori e di sacerdoti lodigiani, utili a comprendere la stima di cui godeva il giovane seminarista. Ad esempio, il parroco della parrocchia di S. Rocco in Borgo (Lodi), scrive il 24 settembre 1960 
al rettore del liceo del Pime di Monza (26):

Leopoldo Pastori merita un elogio per il suo comportamento in queste vacanze, per il suo buon esempio nella preghiera e nella frequenza alla chiesa e per la sua attività nei confronti dei 
ragazzi dell'Oratorio.

E il 2 marzo 1961, il superiore del seminario liceale del Pime dà di lui questo giudizio:

Carattere: equilibrato, leale, socievole, esercita un certo ascendente su quelli che lo avvicinano.
Disciplina: la osserva quasi con scrupolosità.
Spirito di sacrificio: molto sentito e praticato.

Pietà: buona.
Spirito sacerdotale: l'ha dimostrato a più riprese. Tutta la sua con­dotta induce ad essere particolarmente ottimisti sulla riuscita di questa vocazione.

Nel leggere accuratamente le molte carte raccolte nell' Archivio generale del Pime sugli undici anni di seminario che Leopoldo trascorre nei seminari del Pime prima del sacerdozio (1958-1969), ad un certo punto vengo quasi preso da una preoccupazione che avevo già provato scrivendo la biografia del beato Giovanni Mazzucconi vent'anni fa: quella di trovare, nel coro generale di lodi per il mio personaggio, qualche nota negativa. Niente, non trovo niente. A volte si dice che certe biografie di santi sono troppo elogiative ed encomiastiche fin dall'inizio, e tacciono i loro difetti o peccati. Per renderli umani, bisognerebbe mettere in risalto anche i loro difetti. Ed è quello che, quando possibile, ho tentato di fare anch'io.
Ricordo che il cardo Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, al Consiglio pastorale diocesano a Triuggio una volta mi dice che aveva letto la biografia di Marcello Candia (27), grande manager e personaggio buono ma con un carattere non facile; mi chiede: "Sai qual è il capitolo che mi è piaciuto di più?". Confesso che non lo so.

Uno degli ultimi intitolato "Santo nonostante se stesso", nel quale hai elencato e documentato con esempi i punti deboli della personalità di Marcello. L'hai reso più umano, un uomo come gli altri: era santo non perché non avesse i difetti e le passioni di tutti, ma perché l'amore a Cristo e la grazia di Dio lo aiutavano a combattere con generosità contro se stesso la buona battaglia.

Ebbene, fino a questo punto della biografia di Leopoldo Pastori, confesso che difetti non ne ho trovati, ma so che verranno fuori dopo. Quindi l'amico lettore abbia pazienza e anche la sua curiosità sarà soddisfatta. Leopoldo, fin da giovane studente e seminarista, era veramente unico, i suoi superiori erano ammirati di lui, concordavano in giudizi che possono persino sembrare esagerati (specie se confrontati con i giudizi che davano sugli altri giovani della sua classe, tutti conservati in archivio). Eppure questi giudizi positivi di Leopoldo erano dati da persone diverse e in tempi diversi, e senza alcun dubbio erano sinceri.

Padre Franco Vernocchi, già missionario e superiore del Pime in Guinea-Bissau e poi "mitico" e sperimentato direttore dell'"anno di formazione spirituale" degli alunni del Pime a Villa Grugana (Calco, Lecco), al termine dell'anno di formazione 1965 scrive (28):

Leopoldo Pastori è posato, riflessivo e allo stesso tempo pieno di comunicativa. Sa fare con serietà semplice e ferma i suoi doveri di studio e di pietà e sa essere gioioso e allegro nelle ricreazioni. Sincero, obbediente, pronto al lavoro. È dotato di buona abilità musicale. Salute buona - P. Franco Vemocchi.

Nell'estate del 1965, mentre è in vacanza in famiglia a Lodi, in data 21 agosto, poco prima di emettere il giuramento temporaneo di fedeltà alla vocazione missionaria, Leopoldo scrive una lettera significativa al superiore regionale del Pime a Milano (allora padre Pietro Bonaldo). Eccola (29):

Ardisco scriverle pur sapendola in mezzo a un mare di preoccupazioni. li motivo della presente è questo: da tempo, in seguito ai colloqui antegiuramento, sento il desiderio di ricevere da lei delle osservazioni. Lei conosce vita, fatti e miracoli di me, ha sentito diverse campane sul mio conto e ha, con la grazia del posto, un'idea esatta di me. Lasciando stare tutto il resto, ciò che mi preme è conoscere i miei difetti, i miei modi poco ortodossi che posso avere e che purtroppo non vedo o non correggo. Lei, mio Superiore, ha luce per illuminarmi e autorità per indirizzarmi verso il giusto. La prego di darmi questa luce, ora che ho tempo di sostare in riflessione e in preghiera, per prepararmi un po' alla sospirata teologia, evitando fin da ora ciò che è negativo per me e per la mia vita comunitaria.

"Si impegna per rendere al massimo in tutti i campi"

Al termine dell' "anno di formazione", laborioso di preghiere, meditazioni, esami di coscienza, adorazioni, Leopoldo ha confermato non solo la scelta del sacerdozio, ma della santità di vita, e si sente spinto a chiedere al suo superiore di fargli conoscere i suoi "difetti" e "i modi poco ortodossi" per potersi correggere! Non è comune che un uomo di 26 anni scriva al suo superiore una lettera di questo tipo, segno dell'autentica passione che lo animava: diventare un santo sacerdote e missionario. Il giudizio che dà di lui padre Vincenzo Carbone, rettore del seminario teologico del Pime a Milano durante il suo primo anno di teologia, conferma questo suo orientamento. Ecco la lettera di Carbone al superiore generale mons. Aristide Pirovano, in data 13 marzo 1966 per l'ammissione di Leopoldo alla Tonsura (30):

Giovane di ottime speranze: ha ormai una sua personalità e non si fa influenzare da idee e giudizi non buoni. È sempre pronto ad aiu­tare tutti e vive molto la sua vita di comunità. Lo ammetterei senz' altro alla Tonsura.

Lo stesso p. Vincenzo Carbone, al termine del primo anno di teologia di Leopoldo, il 13 settembre 1966 scrive (31):

Attivo, costante, autonomo, perseverante. Si esprime con facilità e proprietà. È spigliato, ottimista, corretto con tutti, ha modi di fare cortesi, sa stare al suo posto. Ha un comportamento esemplare, franco, aperto e collaboratore. Ama far parte di un gruppo: discu­te, propone, riesce facilmente a lavorare con gli altri e prende par­te attiva alla comunità. Giovane di ottime qualità, umile e pieno di carità con i compagni.

Negli anni seguenti di teologia, il rettore p. Vincenzo Carbone, nel giudizio dato alla fine dell'anno scolastico di Leopoldo, scrive semplicemente che conferma quanto ha scritto nel suo primo anno di teologia. Ecco altri tre giudizi favorevoli dati dai superiori prima del suddiaconato e dell' ordinazione sacerdotale (32):

Pastori Leopoldo: lavora con molta serietà. Si impegna per rendere al massimo in tutti i campi. In comunità collabora e si presta moltissimo, dà un'ottima testimonianza. Riesce molto bene con i ragazzi. Ha una formazione spirituale molto avanzata. Di sicuro affidamento (firmato: padre Lecis, 17-10-1968).
Pastori Leopoldo: giovane ben formato che prega molto e si impegna sul serio per diventare un buon missionario. Dà buon esempio in comunità; sa sacrificarsi per aiutare gli altri. Ha buone capacità intellettuali. Lo ritengo senz'altro idoneo per l'ammissione al Giuramento perpetuo e al Suddiaconato (il 20 e 21 dicembre 1968 nel Duomo di Milano: senza firma né data).
Pastori Leopoldo - Ammissione al Presbiterato - Giovane dotato di buone qualità in ogni campo. Nonostante il suo temperamento forte, in cui sono intervenuti condizionamenti da parte della situazione avuta nell'infanzia e nell'adolescenza (orfano di padre, inter­nato in orfanotrofio fino a 20 anni), ha saputo formarsi ad una grande capacità di rapporto con gli altri. Di forte volontà, ha una solida vita spirituale che gli fa superare le limitazioni della propria natura. Ha bisogno di un ambiente di apostolato diretto (data la sua età, sarebbe opportuno mandarlo quanto prima in missione) e dove non sia lasciato solo - I Padri del Seminario, 31 maggio 1969.  

"A Lourdes gli ammalati sono diventati i miei prediletti"

Mi scuso di questa forse troppo lunga serie di giudizi elogiativi, nei quali non si trova alcun aspetto negativo della personalità di Leopoldo Pastori. Fatto abbastanza strano trattandosi di un giovane dai 18 ai 30 anni (è ordinato sacerdote a trent' anni), ancora nel periodo di formazione. Leggendo questi apprezzamenti, che finiscono per essere ripetitivi, si incomincia a intravedere una forte personalità, fin dalla sua adolescenza e giovinezza già ben determinata e orientata a Dio.
Certo Leopoldo ha avuto da Dio grandi doni: santi genitori e un' ottima famiglia, vivace intelligenza e bel carattere, l'educazione cristiana in parrocchia e nell' oratorio e poi anche in orfanotrofio e in seminario, la fortuna di nascere in una famiglia povera che gli fa apprezzare i veri valori della vita e lo abitua al sacrificio, aver avuto fratelli e sorelle che sono uno dei più importanti fattori formativi di un bambino e di un ragazzino; ma c'era già in lui una decisa e amorosa adesione al piano di Dio: questo commuove.
Nel suo album di foto, meritano di essere citate quelle fatte a Lourdes il 10-17 luglio 1961 e ancora a Lourdes nel 1962, per la didascalia che esprime i suoi sentimenti di quando aveva 22-23 anni:

Una delle grazie grandi che ho ricevuto dalla Madonna è senz'altro quella di avermi invitato a Lourdes per ben tre volte come barelliere. Ho imparato tante cose: amare Maria in ogni sofferente! Servire fino alla stanchezza massima, pregare incessantemente! Gli amma­lati, da allora in poi sono diventati i miei prediletti. Alcuni li ho abbracciati, altri mi hanno commosso fino alle lacrime, tutti mi hanno donato un grande, incancellabile esempio. Maria a Lourdes è stata dolce maestra delle virtù sacerdotali più belle!

Un altro gruppo di foto riguarda il pellegrinaggio a Roma, 1-6 settembre 1961 (33), con la scritta:

Mandato dalla Congregazione mariana a Montefiolo per un convegno di seminaristi, ebbi l'occasione di sostare qualche giorno a Roma. La Città eterna mi ha lasciato davvero una magnifica impressione. La più bella di tutte: vedere il Papa!  

Altre foto sono sotto il titolo: "Di passaggio a Loreto, 7 settembre 1961". Durante gli esercizi spirituali del settembre 1963 scrive questa preghiera:

O Signore,
non sono più capace
di volgere lo sguardo
altrove.
Ho visto la Croce
e su di essa
il Tuo Volto:
e non sono più capace
di volgere lo sguardo
altrove.
Ho visto la Croce,
o Signore,
ho visto tutto:
ecco il compagno indivisibile
delle mie peregrinazioni apostoliche, 
il dolce conforto in vita,
non meno che nella morte.  

Leopoldo Pastori
SS. Esercizi, settembre 1963

 NOTE

[1] Intervistata il21 febbraio 1998.
[2] La citazione a pago 8 del Diario, un'agenda del 1983 che contiene, scritte a mano dal 1983 al 1994, le riflessioni spirituali e i ricordi del suo passato. Que­sta agenda, trovata nel suo confessionale a Ndame dopo la sua morte, è stata trascritta al computer (51 pagine), fotocopiata e divulgata da padre Marco Pifferi, attuale superiore regionale del Pime in Guinea-Bissau. Le pagine delle citazioni si riferiscono a questa trascrizione al computer. L'agenda originale del Diario è in AGPIME 100, 1288, ID, 300.
[3] Intervistato il 21 febbraio 1998 e poi il 7 ottobre 2005. 4 Intervistato il 21 febbraio 1998.
[5] A pago 8 del Diario.
[6] Sette anni prima aveva avuto un ictus. Poi s'era ripresa ed era andata a San Donato Milanese con la figlia Maria Luisa; in seguito ebbe un altro attacco e restò paralizzata nella parte sinistra del corpo.
[7] Diario, pag. 8.
[8] Nel fascicolo del dicembre 1956 sono segnati i "cannonieri" della squadra OM fino a quel momento:.in lO partite con altre squadre del Lodigiano (calciatori sotto i 21 anni), su 39 reti segnate e 19 subite, Leopoldo Pastori ha segnato 18 gol, Mario Gaboardi 8, G . Vigorelli 5, S. Valentini 4.
[9] Testimonianza scritta in occasione del suo funerale.
[10] Lettera da Ndame dd 18 febbraio 1996.
[11] Testimonianza scritta ma senza data.
[12] AGPIME, 100, 1288, I, 006, 007, 008.
[13] Testo consegnato dalla prof.ssa Luisa Conca.
[14] Due le interviste telefoniche registrate fatte a Pino Pastori da Milano e Lodi, il21 febbraio 1998 e il 14 agosto 2005.
[15] Quando Leopoldo parte per l' Africa, in un lungo articolo su di lui non £innato de "Il Cittadino" (6 settembre 1974) in prima pagina si legge: "Lo sport è stato la sua grande passione, tanto da diventare il numero uno, il goleador della Società Calcistica Cagliero".
[16] Diario, pag. 9.
[17] Cassetta trascritta da P. Gheddo il 14 marzo 1998, per preparare l'opu­scolo Padre Leopoldo, il missionario-monaco di Ndame, Pime 1998, pagg. 32.
[18] A voler approfondire la maturità spirituale di Leopoldo da giovane studente, bisognerebbe esaminare un po' a fondo i suoi quaderni di seminario (fin dal 1957) giunti fino a noi: temi scolastici, pensieri spirituali, sintesi di lezioni di religione, raccolta di giaculatorie, appunti su Maria e l'Eucarestia, ecc.
[19] Anche questa registrazione, come la precedente, è stata trascritta da P. Gheddo il 14 marzo 1998.
[20] AGPlME 100, 1288, I, 014.
[21] Pagella scolastica di IV ginnasio nel seminario del Pime, con voti dal set­te al dieci (tre 10: in condotta, applicazione e religione), AGPIME 100, 1288, I, 015.
[22] AGPIME, 100, 1288, I, 019.
[23] Sono stato testimone, con altri, di questa severità. Nella nostra classe di sacerdoti (nati nel 1929 e ordinati nel 1953 ) c'era un giovane di quattro anni più anziano di noi, entrato nel Pime dopo aver lavorato in fabbrica, che non riusciva in latino, greco, italiano. Ma era un bravissimo giovanotto e poi, diventato sacerdote, ha fatto tanto bene in Amazzonia. Ricordo che al liceo diverse volte volevano mandarlo via dal seminario perché non riusciva negli studi; noi compagni più giovani, che lo ammiravamo molto, lo aiutavamo nei compiti e negli esami scritti.
[24] AGPIME, Titolo 100, 1288, I, 011.
[25] Lo stesso don Salvaderi il 22 settembre 1960, quando Leopoldo doveva essere ammesso al liceo del Pime,. scrive al superiore: "Certifico molto volentieri che il seminarista Leopoldo Pastori ha avuto la massima puntualità nell'adempiere al suo dovere della S. Confessione settimanale, per averlo confessato io stesso, che sono stato il suo confessore ordinario fino all'entrata nel vostro Istituto" (AGPIME, 100, 1288, I, 020).
[26] AGPIME, 100, 1288, I, 021 (firma illeggibile, carta intestata e timbro del la Parrocchia ), 023.
[27] Marcello dei lebbrosi, De Agostini 1985.
[28] AGPIME, 100, 1288, I, 023. 
[29] AGPIME, 100, 1288, VI, 501.
[30] AGPIME, 100, 1288, I, 027. 
[31] AGPIME 100, 1288, I, 030.
[32] AGPIME 100, 1288, I, 023,052.
[33] Evidentemente questa data è sbagliata, poiché il papa che Leopoldo fotografa da vicino mentre passa tra i pellegrini è Paolo VI (1963-1978 gli anni del suo pontificato).