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LEOPOLDO PASTORI |
Prefazione |
Leopoldo Pastori nasce a Lodi il 9 febbraio 1939 da una
famiglia povera. Annibale e Cecchina Scotti (nati ambedue nel 1903) si sposano
nel 1927 ed hanno quattro figli:
- Elena nasce nel 1929 e muore a 19 anni, nel 1948, di pleurite. "È
andata presto a lavorare in fabbrica, a 14 anni dice la sorella Maria Luisa
(1) - si è presa una pleurite: allora le fabbriche
erano malsane, lei faceva
anche i turni di notte. Poi non c'erano i mezzi di cura, è morta di pleurite
trascurata e di una iniezione andata a male". Anni dopo, Leopoldo scrive
nel Diario (2):
"12 gennaio 1948: muore Elena dopo tanta sofferenza.
Rimango scosso. La vedevo bella e affettuosa. L'annunzio improvviso in classe,
le grida della mamma. Tu l'hai chiamata, mio Dio: amore e dolore ci hanno
fatto crescere uniti nella fede. Ti ringrazio, Signore".
- Pino nasce nel 1933; sposato con Maria Teresa Turrini, hanno avuto
due figli maschi. È l'unico fratello ancora vivente a Lodi.
- Maria Luisa nasce nel 1936 e muore il 21 giugno 2004 lasciando tre
figlie e il marito Angelo Ginelli a San Donato Milanese;
- Leopoldo nasce il 9 febbraio 1939 e muore il 26 maggio
Papà Annibale muore il 18 agosto 1944, di appendicite
non riconosciuta. "L'hanno portato in ospedale - ricorda ancora Maria
Luisa - diagnosticando un mal di pancia: gli hanno dato l'olio di ricino
pensando fosse indigestione, è morto di peritonite in tre giorni di
ospedale!".
Annibale Pastori era un uomo alto, atletico e
muscoloso che aveva fatto parte della "Canottieri Adda" come vogatore
nell'"Otto con timoniere". Il figlio Pino (3) ricorda:
Tutte le sere, terminato il
lavoro, dalle cinque e mezzo alle sette e mezzo andava a fare allenamento
sull' Adda con altri vogatori. Alle volte papà mi portava con lui e io stavo
due ore a riva ad ammirare la sua barca che andava a veniva sull'Adda, con
l'allenatore che segnava
i tempi. Era un campione che aveva vinto alcuni
campionati italiani e partecipava anche a importanti regate internazionali
all'estero. L'amore allo sport, le qualità fisiche, la voglia e
l'intelligenza per emergere nel calcio Leopoldo li ha ereditati da lui.
L'ho conosciuto poco perché è morto nel 1944 e io sono del 1933. Però era
religioso: osservante, praticante. Veniva da una famiglia religiosa; le sue
sorelle, il papà andavano in chiesa. Papà frequentava la chiesa, ma non era
religioso al livello della mamma. Era uno
sportivo, occupatissimo fra lavoro,
allenamenti e gare di canottieri; poi avevano una loro associazione e si
incontravano spesso. Io avevo 10-11 anni e lo vedevo poco; tra l'altro era
anche campione nei giochi delle carte. e faceva delle gare di scopa e altro.
Era attaccatissimo alla famiglia e voleva bene alla mamma, ma è morto a 40
anni, quando era in piena attività di lavoro e di sport.
Papà Annibale faceva il lavoro di lavandaio nella lavanderia-tintoria Franchi a Lodi. I capi di biancheria un po' delicati li portava alla mamma che andava a lavarli nell' Adda. Il papà lavava a mano i panni in grandi vasche con l'acqua corrente. Il figlio Pino (4) dice:
Mi ricordo che negli ultimi
mesi prima di morire, una volta tornando a casa dice ai figli:
"Prima
di mangiare baciatemi le mani, perché ho lavato i panni di san
Bassiano". Nel 1943 il corpo di san Bassiano protettore di Lodi, che
era in un'urna in cattedrale, l'hanno tirato
fuori per rifare l'urna e papà
ha lavato i suoi panni.
Leopoldo vede il papà morire e anni dopo scrive nel suo diario (5):
Non sapevo cos'è la morte. Mi aggrappo alla mamma che mi
insegna a
pregare sempre.
Dodici anni in orfanotrofio a Lodi
Mamma Francesca ("Cecchina") era una grande
donna: di fede e di intensa vita cristiana, ha educato bene i figli alla
preghiera e alla vita ecclesiale. Sarà per Leopoldo un punto di riferimento
anche spirituale, oltre che affettivo. È morta il 2 novembre 1986, aveva 83
anni (6).
Era lavandaia e dopo la morte del marito manteneva la famiglia col
suo umile lavoro, tutto il giorno nell'acqua del fiume Adda che passa
vicino a Lodi. Alleva da sola i quattro figli trasmettendo loro, con 1'esempio
e l'amore, una profonda fede e fedeltà alla preghiera. Leopoldo scrive nel
Diario, ricordando gli anni della guerra mondiale:
1941-1945. Tu mi sostieni nelle braccia della mamma e attraverso i
bombardamenti
ci porti in salvo: pregando attendiamo l'alba. Mi fai sentire
sicuro e felice sulle forti spalle
del papà, che mi porta all' Adda. Ti rendo
grazie, Signore! Nella nostra povertà non ci hai
mai fatto mancare una
scodella di minestra, perché avevamo fiducia in Te. Ti ringrazio, Signore!
Nel 1946 Leopoldo e la sorella Maria Luisa entrano nell'Orfanotrofio di Lodi e vengono mantenuti dalla carità pubblica:
Tu mi togli dalla strada, Signore - scrive Leopoldo nel Diario -
inizio
una nuova vita:
non trovo difficoltà, le suore mi vogliono bene, il direttore
rag. Giuseppe Camagni è
un papà severo e giusto, non ci fa mancare il
necessario e ci apre tante strade volendoci sempre impegnati. La mamma si fa
sempre presente, la mia crescita è serena. Ti rendo grazie, Signore (7).
Il fratello Pino ricorda che "a sei anni è stato
accolto nell'Istituto dell'infanzia abbandonata
("Istituto di
fanciullezza", era il titolo esatto) e a sette anni è entrato in
orfanotrofio dove si è subito adattato bene e ha imparato a suonare la
tromba; nella banda musicale dell' orfanotrofio lo mettevano davanti a tutti
perché era il più piccolino". Nel Diario (in data 21 luglio 1987),
Leopoldo ricorda il 21 luglio 1947, 40° anniversario della Prima Comunione e
Cresima:
Un passo importante verso di te, grazie infinite: Cresima, prima
Confessione, prima Comunione. È il cammino che mi ha sempre sostenuto, nella
pazienza e nella sapienza
del tuo Santo Spirito che adoro. Ti rendo grazie
infinite, Signore.
I dodici anni di orfanotrofio sono stati per Leopoldo un
severo ma sereno avviamento alla vita.
Fra l'altro aveva qualità per
emergere, infatti si distingue nella musica e nel canto, nel calcio e
nelle
iniziative comunitarie. Alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, un tema
appassionante per la gente comune era Lascia o raddoppia? presentato da
Mike Bongiorno nella giovane televisione italiana della Rai: le sere in cui
andava in onda questo programma, le strade di città e paesi erano quasi
deserte!
Ebbene, nell'orfanotrofio di Lodi si organizza un Lascia
o raddoppia? per i giovani ospiti, di cui Leopoldo Pastori è il
presentatore: bella presenza, cordiale, una voce squillante, pronto a far
battute e propenso agli scherzi, Leopoldo ha le sue soddisfazioni.
Nel giornalino dell'orfanotrofio "Vita Nostra",
ciclostilato (iniziato nell'anno 1956 e continuato nel 1957), di cui Leopoldo
stesso era direttore, si possono leggere le cronache degli incontri di
calcio
della squadra OM (Orfanotrofio Maschile), che a Lodi vinceva incontri a
ripetizione
(una volta otto partite di seguito tutte vittoriose!), con gli
immancabili gol del centravanti Leopoldo Pastori 8; ma anche le pagine
particolari con "servizi speciali" sul Lascia o raddoppia? casalingo.
Resoconti spassosi. Un solo esempio. In genere erano sempre i giovani allievi
a partecipare al concorso a premi, vincendo una tavoletta di cioccolato Icam
o una penna biro o un romanzetto
o un fumetto... Ma una volta il
"presentatore" escogita uno scherzetto e, avendo preparato le
domande apposite, invita il dotto Valerio Manfrini (aiutante del direttore
Giuseppe Camagni) e il cappellano don Ettore Salvaderi a rispondere almeno ad
un quiz per vincere uno dei premi. Gli applausi della platea costringono le
due autorità ad andare sul palco del teatrino. Al dott. Manfrini Leopoldo
chiede: quali sono le capitali del Perù e dell'India? Risposta abbastanza
facile e "Risposta esatta", dice il presentatore: seguono applausi
corali da far tremare i vetri. Al "nostro amato e inseparabile" don
Ettore propone un quiz più difficile: "Sant'Isidoro è patrono della
Polonia, della Spagna o del Portogallo?". Il prete risponde pronto: della
Polonia; ma poi,
visto che il presentatore fa finta di non aver sentito, dice:
del Portogallo. Leopoldo si mette
a ridere e la platea incomincia "a
ridere a crepapelle", dice l'articoletto di cronaca.
Allora don Ettore
spara sicuro la terza risposta: "
freddezza dice: "Risposta esatta,
reverendo" e gli consegna una tavoletta di cioccolato.
I battimani e gli
"olé" da stadio si sprecano.
Ricordando i dodici anni di orfanotrofio, Leopoldo vede in tutto un "dono di Dio, un segno del suo amore". Scrive:
Tutto mi è stato donato, tutto hai fatto per far crescere la mia vocazione
missionaria.
Tutta la vita non è abbastanza per leggere e capire i tuoi
segni di amore nella mia vita:
- la continua presenza della mamma
-la severità patema di Camagni (il direttore dell'orfanotrofio) - l'affetto
delle suore Sacramentine
- la pazienza dei cappellani: don Gallotta, don Pettinari, don Ettore - la
simpatia dei
compagni e colleghi
- il lavoro da Ponzoni: soddisfazioni e preoccupazioni
- la gioia della musica e dello sport
- tantissimi particolari quotidiani ora li rivedo come sguardi meravigliosi
di predilezione:
ne avevo bisogno, ero bisognoso della tua bontà che solo
ora, Signore, capisco un po'
nella tua immensità di amore.
Caro Leopoldo! Ma possibile che in dodici anni di orfanotrofio
(dai 7 ai 19) non ci siano stati
scontri, bisticci, ingiustizie, arrabbiature,
risse focose, scazzottature "amichevoli" ma dolorose (come si usava
a quei tempi), pianti, incomprensioni, momenti di umiliazione e di
depressione? Possibile che i cappellani fossero sempre pazienti, le suore
affettuose, il direttore paterno, i compagni simpatici? Possibile che il
lavoro da Ponzoni (facevi il fattorino e il contabile!) ti desse tante
soddisfazioni? Eppure, trent'anni dopo, dei tuoi dodici anni di orfanotrofio
rivedi solo il positivo, mentre il negativo nemmeno più lo ricordi,
semplicemente perché non hai mai tenuto rancore o pessimismo nel tuo cuore.
Da dove viene questo miracolo? Tu non eri diverso da noi, uomini comuni, ma la
tua vita era illuminata e riscaldata dalla preghiera e dalla fede, dall'
obbedienza ai Comandamenti di Dio e dalla tensione verso Gesù e Maria.
Leopoldo, insegnaci il segreto di vivere bene, di essere sempre sereni anche
nelle tempeste e nelle disgrazie dell'esistenza: e la tua, da un punto di
vista umano, non è stata per nulla "fortunata"!
Dodici anni di orfanotrofio! Un tempo interminabile per
un ragazzo, sottoposto a regole e prefetti, scherzi dei compagni e
punizioni, povertà e severità di vita, modelli e orientamenti negativi che
si ricevono in comunità eterogenee in cui gli elementi pericolosi o nocivi
non mancano mai.
Insomma, Leopoldo poteva crescere come un ragazzo sbandato,
ribelle, perennemente in crisi e bisognoso di uno psicologo o di un giudice
minorile. Invece si adatta con pazienza all'ambiente
non facile dell'
orfanotrofio; la mamma l'aveva educato alla preghiera, lui prega molto e Dio
lo mantiene sereno e suscita in lui la vocazione sacerdotale e missionaria:
gli dà un ideale che gli permette di sopportare e superare tutte le miserie
della sua povera vita che a quel tempo poteva sembrare, agli occhi del
mondo, di poco o nessun valore.
Da dove viene tutto questo? Dal buon Dio, naturalmente, e
dalla positiva risposta alle grazie che Leopoldo aveva ricevuto. Ad esempio,
la grazia di avere come direttore dell' orfanotrofio il ragioniere Giuseppe
Camagni (1927-1990), che ha esercitato un forte influsso nella sua vita.
Era
un uomo molto religioso, viveva il suo compito di direttore degli orfanotrofi
di Lodi (maschile
e femminile) come una missione e trasmetteva agli allievi
questa sua religiosità. La sig.na Luisa Conca, nipote di Giuseppe Camagni,
ha insegnato per trent'anni nella scuola media di Lodi,
poi è andata in
pensione ed ha assistito e curato lo zio fino alla morte.
Così padre Leopoldo ricorda il ragionier Camagni (9):
Un giorno l'abbiamo visto accasciarsi per terra... Nel lavoro non si
risparmiava mai e ci dava l'esempio del sacrificio vissuto per il bene di
tutti. Devo molto a lui: nella sua pedagogia di direttore degli orfanotrofi
tenne in considerazione la formazione umana basata sul senso
del proprio
impegno vissuto con onestà e costanza. Le difficoltà della nostra età,
facile agli alti e bassi, venivano superate con la sua presenza e la sua
carica umana. Quando mi accompagnò al mio primo lavoro dopo la terza
avviamento industriale, mi disse:
"Questo è il tuo nuovo lavoro,
metticela tutta e sarai contento".
Aveva organizzato un intenso dopo-scuola e dopo-lavoro: noi ragazzi e
ragazze avevamo numerose attività che completavano la nostra formazione
civile e sociale: scuole professionali, ginnastica artistica e di gruppo e
soprattutto la banda musicale che per
diversi anni fu la banda cittadina di
Lodi. Così eravamo spronati a dare saggi di ginnastica
di fronte alle autorità
cittadine, ai numerosi simpatizzanti, amici e parenti. Con la banda musicale
avevamo un'intensa attività, con numerosi concerti nel Lodigiano e vari
servizi
nelle feste civili religiose.
Penso che l'orfanotrofio sia stato la sola passione della sua vita. Non
si sposò, ma fece
degli orfani e delle orfane la sua famiglia e ci trattò
veramente come un padre, unendo la severità alla tenerezza. Ricordo un giorno
difficile dei miei dodici anni di orfanotrofio,
quando mi chiamò per darmi
una solenne ramanzina e poi seppe incoraggiarmi e mi sentii spinto a dare il
meglio di me stesso nella comunità.
Per circa venticinque anni visse come segretario unico e direttore dell'
orfanotrofio,
accanto a moltissimi giovani. Ma questa dedizione non fu
l'unica. Per tutta la vita,
fin quando la salute glielo permise, visitava il
carcere di Lodi e con molta discrezione incontrava i carcerati, profondendo i
suoi valori umani e cristiani e molti aiuti concreti. Nemmeno i suoi cari
sapevano quanto faceva e quanto donava ai suoi amici carcerati.
Per questa sua
passione umana e cristiana verso gli orfani e i carcerati, nel 1957
ricevette
il "Premio Bontà Città di Lodi" e fu nominato Cavaliere
della Repubblica: una onorificenza
che veramente meritava e di cui non parlò
mai.
Leopoldo era affezionatissimo al ragionier Camagni, sicché
lo ricordava spesso nelle sue lettere. Ad esempio, ancora tre mesi prima di
morire, scrivendo alla nipote di Camagni prof.ssa Luisa Conca (10), la
ringrazia del tabernacolo che ha donato per la chiesa del Centro di
spiritualità,
fatto a forma di sfera come il mondo intero e le dice che la
presenza di Gesù nella sua chiesa gli richiama
un' altra presenza viva nella mia storia, che mi ha aiutato ad entrare
nel mistero della vocazione missionaria, perché quest'opera d'arte, semplice
e luminosa, è stata offerta in memoria del rag. Giuseppe Camagni, direttore
degli Orfanotrofi di Lodi per circa trent'anni. Nulla avviene per caso.
di Dio lascia il segno in
questa storia di uomini. È vero, per me e per moltissimi amici e amiche
"ex orfani" il rag. Camagni è una presenza indimenticabile. La sua
dedizione nell'educarci, i suoi sacrifici per insegnarci i valori autentici
della vita, la sua fede fatta di
gesti concreti, sono le stesse idee-forza che
Gesù nel Tabernacolo alimenta e mi
sostengono nella mia vita missionaria.
Come nasce una vocazione missionaria
I giovani ex compagni dèll'orfanotrofio, secondo la testimonianza di Claudio Gazzola, così ricordano Leopoldo ragazzo come loro (11):
Il giovane Leopoldo, ancor
prima di sviluppare la vocazione sacerdotale e missionaria, si distingueva
per la capacità di ascolto e comprensione, per il senso di sincera amicizia
e per la peculiare dote di sapersi dimostrare sereno e gioioso, senza per
questo trascurare l'esigenza
di riflessione e di raccoglimento. Chi ha avuto
la possibilità di frequentarlo e seguirlo nella crescita e nella formazione,
ravvisa ancor oggi i sintomi di quello che il padre sarebbe in seguito
diventato e di ciò che avrebbe rappresentato, lasciando un' eredità
straordinariamente incisiva. Da queste considerazioni esce quasi un profilo
di "santità" e l'immagine del "gigante" della fede e
dell'amore non è per nulla conflittuale con quella del gioioso e spensierato
amico.
Che studi ha fatto il nostro simpatico Leopoldo? Dal
P. Gorini, specializzazione per meccanici e falegnami".
L'Archivio del Pime a Roma conserva
le tre pagelle dei tre anni scolastici
(12). I voti sono buoni (sei, sette e alcuni otto), eccetto alcuni cinque in
"esercitazioni pratiche" e in "disegno tecnico". Ma va
notato che nel "profitto" della
scuola di religione, nei tre
trimestri segnati per ogni anno, prende "molto" e
"moltissimo";
e nel "voto di condotta" sono tutti nove e
dieci: non male per un ragazzotto di 11-14 anni, segno
che già a quell'età
si distingueva per una profonda impostazione religiosa dell' esistenza! Era
giovane e povero, ma aveva un ideale, sapeva cosa voleva nella vita.
Soprattutto, Leopoldo stava con Dio e Dio era con lui.
Poi, sempre vivendo in orfanotrofio a Lodi, studia per
due anni di ginnasio (il terzo anno lo fa nel seminario del Pime di Vigarolo).
Intanto, però, dai 14 ai 18 anni lavora nella ditta Ponzoni di Lodi, ramo
assicurazioni (aveva le Assicurazioni Zurigo); fa il commesso e il contabile,
ma ormai ha
preso la decisione: "O missionario o morire", scrive nel
suo Diario e racconta:
Maggio-giugno 1956: nasce un forte affetto alla Madonna. Così hai
preparato il mio cuore: nell'Eucarestia, una mattina di giugno mi apri il
cuore ad un fortissimo improvviso desiderio
di essere tuo missionario, perché
mi ami moltissimo! O missionario o morire!
Mai dimentico questa Comunione eucaristica dove tutto in me freme,
desidera, grida il tuo amore. Cadano tutti gli altri desideri di sport,
musica, lavoro, affetti alla ragazza. Il mio cuore è pieno di te, Gesù.
Grazie, grazie, grazie. Come sei buono, Signore!
Il fratello Pino non sa di preciso come gli sia nata la vocazione missionaria: forse ha incontrato o sentito qualche missionario del Pime che aveva una casa a Vigarolo vicino a Lodi, e i missionari venivano spesso in città e in parrocchia.
Padre Leopoldo stesso, nell'omelia della novembre 1990
per il funerale del ragionier Giuseppe Camagni, ex direttore degli orfanotrofi
di Lodi, raccontando la circostanza precisa in cui è nata la sua vocazione
missionaria e nel Pime (13), dice che un grande aiuto l'ha avuto proprio dal
defunto suo direttore nell' orfanotrofio. A 17 anni Leopoldo sentiva forte il
desiderio di consacrare a Dio la sua vita. Su consiglio del direttore spirituale
pensò di partecipare ad un corso di esercizi spirituali
a Vigarolo, nel
seminario del Pime.
Chiedo il permesso di assentarmi per qualche giorno al dotto Vincenzo
Ponzoni, titolare della ditta presso cui ero impiegato. Fui invitato a
soprassedere per ragioni legate all'organizzazione dell'ufficio. Rientrato
in orfanotrofio, dove ancora risiedevo, raccontai, triste, la vicenda al
direttore. "Ci penso io" mi disse e telefonò subito all' amico
Vincenzo Ponzoni. "Se me lo chiedi tu..." risponde Ponzoni e
subito mi comunicò che accettava di darmi quel permesso. Partecipai agli
esercizi spirituali e al ritorno, certo della mia
vocazione, dopo alcuni
mesi trascorsi in famiglia, nell' ottobre 1957 entrai nel seminario
del Pime
di Vigarolo.
A 18 anni (febbraio 1957) Leopoldo ritorna alcuni mesi in famiglia con la mamma, Pino e Maria Luisa. Chiedo al fratello Pino (di sei anni più anziano di lui) com'era Leopoldo da giovane e lui mi dice (14):
Quando è uscito dall'
orfanotrofio era un ragazzo normale, suonava già la tromba, andavamo assieme
al cinema e all' oratorio, lui giocava a calcio nella "Società
Calcistica Cagliero" famosa
a Lodi (il nome viene dal salesiano cardinal
Cagliero), che ha vinto il Campionato italiano dei ragazzi 15. È la squadra
dell'Oratorio della Maddalena, che c'è ancora. Leopoldo giocava bene e
faceva parte della squadra. Era un ragazzo vivace e cordiale con tutti, si
faceva voler bene perché sempre disponibile e sincero, aveva già una grande
passione per la fede, la preghiera,
i missionari. Devo dire che Leopoldo
era normale, ma pregava molto, anche in casa, si raccoglieva nella stanza da
letto e pregava; ha sempre avuto la passione della preghiera e ricordo che
anche prima di entrare in seminario a volte lo cercavo e la mamma mi diceva:
"Non disturbarlo, è di là che prega"; e qualche volta l'ho visto
nella stanza da letto che pregava.
Poi quando era fuori era tutto come gli
altri, parlava con tutti, si divertiva e faceva divertire.
Ma quando pregava
quasi cambiava come persona, si vedeva in lui un'espressione diversa. Credo
che questo amore alla preghiera venga dalla mamma che era molto religiosa.
Nel marzo 1957 Leopoldo visita il seminario del Pime a
Vigarolo (Lodi) e annota nel diario: "I ragazzi stanno cantando alla
Messa solenne. Qui mi fai sentire bene e ricevo conferma della mia strada:
nessuno mi separerà da Te. Ti rendo grazie, Signore". A settembre
viene accettato nel Pime. A 18 anni e mezzo, Leopoldo entra nel seminario del
Pime a Vigarolo e si trova assieme
agli alunni del seminario minore,
adolescenti dagli Il ai 16 anni; a capo delle singole classi ci sono dei padri
"prefetti", a volte giovani come lui. Adattarsi al seminario non è
facile per nessuno: il regolamento, gli orari scanditi dal suono della
campanella, i ritmi di vita diversi da quelli in famiglia, le giornate tutte
uguali con preghiera, scuola e studio (brevi i tempi di
"ricreazione"); il dover mangiare quello che non ti piace, convivere
con compagni diversi di carattere e a volte poco simpatici o addirittura
antipatici, superiori paterni ma a volte autoritari... Tutto è un allenamento
alla disciplina, alla mortificazione, ad una vita consacrata che richiede
controllo continuo, pazienza e disponibilità a convertirsi.
In seminario si adatta solo chi è sostenuto da un profondo ideale, da un forte amore a Gesù e a Maria. Leopoldo era certamente uno di questi. Scrive nel suo Diario (16):
Settembre 1957: entro nel Pime, inizio con fervore la vita di
seminario.
La mamma, prima ancora che nascessi, ha pregato per la mia vocazione. Tu,
Signore, l'hai esaudita. Grazie,
Dio fedele, che ascolti la nostra
preghiera. Ti rendo grazie, Signore! Dodici anni di
seminario: forte è
sempre stata la tua presenza. Mai un rimpianto, né un dubbio, né voltarmi
indietro: è bello seguire la tua volontà con entusiasmo: vita comunitaria,
preghiera, scuola facile o non facile, tutto è stato meraviglioso. Ti rendo
grazie, Signore!
Il 1º gennaio 1958 il fratello Pino visita Leopoldo in
seminario e registra un suo messaggio per la mamma (17):
Mamma, quando tu sentirai questa parola io non sarò più
qui. Sarò a Vigarolo o a Monza o anche lontano lontano. Tu sentila egualmente
questa parola, esce proprio dal cuore, è un saluto che ti do. Ogni volta che
la sentirai, sentirai fremere il tuo cuore. La pace scenderà in te, come
scenderà anche in me.
lo sono su una strada in cui mi ha messo il buon Dio e cercherò di fare il
possibile per raggiungere questo ideale. Una strada difficile, lo so, ma tanto
bella che le difficoltà sono nulla di fronte alla bellezza di questa
strada. Lo studio, la preghiera, il gioco, tutto, tutto sarà per la gloria di
Dio ed anche per te, mamma, che penserò sempre e per te volgerò la mia
preghiera, anche se lontana, una preghiera fervorosa, ardente, piena di
gioia e di amore.
Ti saluto, mamma, e con te saluto Pino, Maria Luisa e tutti quanti mi sono
vicini. Tienimi sempre accanto a te, perché io tengo sempre nel mio cuore
la tua immagine e la tua parola. Voglio che il Signore benedica tutti e benedica in special modo la
nostra famiglia, affinché possiamo un giorno, per sempre, goderla lassù, in
Paradiso, con lui.
"A 17 anni la decisione inaspettata ma non
affrettata"
Nel gennaio 1958 Leopoldo aveva solo 19 anni, iniziava
una via nuova verso il sacerdozio e la vita missionaria, ma esprimeva pensieri
superiori alla sua età, pensava già al Paradiso! In questo messaggio alla
mamma consegnato al registratore del fratello Pino, dice spontaneamente quel
che pensa: parla del Paradiso perché ci credeva davvero, era una realtà
presente nei suoi
pensieri, nel suo cuore, lo confortava nelle sue difficoltà.
Segno che in lui la grazia del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia
quotidiana aveva già compiuto un lavoro di conversione al mondo
soprannaturale. In altre parole, il giovane Leopoldo, ragazzo del tutto
normale e pienamente
inserito nel suo mondo giovanile, aveva già raggiunto
a 19 anni una maturazione spirituale non comune. Certo, la mamma e il papà
l'hanno guidato bene e gli hanno dato buoni esempi fin dall'infanzia, ma è
evidente che lui stesso ha corrisposto in modo totalizzante a Dio che lo
chiamava, come chiama tutti noi, alla santità.
C'è un'altra registrazione di Leopoldo, ancora fatta dal
fratello Pino, nel seminario liceale del
Pime a Monza in una sua visita a
Leopoldo seminari sta fra il dicembre 1962 e il gennaio 1963,
che conferma
questa impressione nel leggere i suoi testi da giovane studente (18). Leopoldo
dice alla mamma e ai parenti più stretti (19):
Quando avevo 15 o 16 anni non avrei mai pensato che
dovessi chiudermi in un seminario
e trascorrervi parte della mia vita per
migliorare me stesso e diventare sacerdote missionario. Ma Dio solo conosce
ogni via e per lui non ci sono misteri. Egli vede la mia anima come
noi
vediamo in un giorno sereno splendere il sole.
A 17 anni venne la decisione, inaspettata ma non per
questo temeraria, improvvisa ma non affrettata, decisiva ma non
superficiale. Raccontarvi tutto è troppo difficile. Dinanzi a tanti
avvenimenti la parola più bella è il silenzio. E ora eccomi qui, sono più
di cinque anni che sono in seminario, eppure sembra ieri quando salutai sul
portone di Vigarolo la mamma,
Pino e la zia Ida.
Con questa registrazione voglio ritornare un po' di tempo
in mezzo a voi perché, anche se
la mia vita è tutta differente e
completamente
staccata dalla vostra, tuttavia l'unione che mi stringe a voi non potrà mai
essere spezzata né dal tempo né dalla lontananza dei luoghi.
È bello
vivere con un ideale nel cuore e sentirmi felice perché la mia vita non avrà
più fine, ora sulla terra e poi nel cuore di Dio. Vivrò eternamente. Sono
felice che Dio mi ha scelto, malgrado ci siano nel mondo milioni di giovani
migliori di me. Dio mi ha scelto e non potrò mai sufficientemente
ringraziarlo.
E adesso, arrivederci a presto. Ancora vi raccomando di
stare sempre allegri, io cercherò di fare sempre la mia parte verso di voi
con la preghiera e nel ricordarvi spesso. Anche voi ricordatevi spesso di me
nelle vostre preghiere, perché abbia a continuare sempre meglio verso questa
strada, che proprio è la migliore, quella che dà più consolazione anche
su questa terra. Verranno le croci, verrà la sofferenza, perché non si può
salire l'altare senza la sofferenza. Comunque quando verrà, sia sempre la
benvenuta dalle mani di Dio, sarò felicissimo di poter fare qualcosa.
L'Archivio del Pime contiene diversi documenti sugli
studi fatti da Leopoldo nell'istituto, ma non è facile conoscere quale
classe abbia fatto nei singoli anni: il suo non è stato un percorso normale.
In base ai documenti risulta questo: nel settembre 1957 entra nel
seminario del Pime di Vigarolo
e già aveva fatto i primi due anni di ginnasio
in una scuola pubblica stando nell' orfanotrofio e a
casa sua a Lodi; a
Vigarolo frequenta
È rimandato in due materie: Lingua e
letterature latine, Matematica; studia in estate e ripete gli esami
ottenendo, il 9 settembre 1960, il diploma di ginnasio e di ammissione al
liceo con i voti sei e sette nelle due materie (22).
Padre Antonio Clari, entrato con lui nel seminario di
Vigarolo e con lo stesso suo itinerario di studi (sarà poi suo compagno
nel seminario di Sotto il Monte come sacerdote e in Guinea-Bissau), ricorda
che padre Riccardo Rota, prefetto degli studi classici nel Pime, poiché loro
due più
anziani non avevano ancora studiato il latino voleva che
ripetessero le prime tre classi di ginnasio
in seminario. Non è riuscito in
questo proposito, probabilmente perché i superiori del Pime erano preoccupati
di quante "vocazioni adulte" (nasceva in quegli anni un seminario
apposito per loro) uscivano dal Pime per le difficoltà degli studi nei primi
anni di seminario (23); quindi frenavano l'eccessiva severità dei professori
di latino, greco e matematica.
Gli anni di seminario non dovevano essere facili per Leopoldo Pastori, che aveva quattro-cinque anni più dei suoi compagni di classe, molti nel periodo dell' adolescenza. Ma questo gli ha permesso di essere l'anziano della classe e di organizzare canti, sport e iniziative varie per la comunità.
"La volontà di Dio: fonte di pace
e di consolazione"
Leopoldo ci ha lasciato un album con le fotografie dei tempi del seminario, che ha preparato quando già era sacerdote. Interessanti alcune didascalie che esprimono i suoi sentimenti di giovane che consacra tutta la sua vita a Dio: è entrato in seminario con l'intenzione precisa di diventare sacerdote e quindi si sente animato a donarsi tutto alla chiamata di Dio. Il 1º maggio 1961, cioè nel giorno in cui riceve la tonaca clericale, sotto il titolo "I momenti più belli della mia vestizione" scrive:
L'alba tanto attesa del 1 o maggio 1961 è sorta. Una
data indimenticabile per la vita
spirituale: piena di ricordi soavi, di
entusiasmo giovanile, di gioia piena e sconosciuta
prima di allora.
Mi è stata data una veste: simbolo continuo e vivente di
una consacrazione a Dio, gioiosamente fatta e mai più dimenticata.
La gioia e 1'entusiasmo di quel giorno benedetto,
preparatomi da Dio fin dall'eternità,
sono ora impressi come un'eco in queste
pagine, per la mia mamma; quando sarò lontano,
io per lei rivivrò su queste pagine.
Sotto le varie fotografie annota:
Come Gesù giovinetto, mi porto all' altare del Padre e
con Gesù offro la mia giovinezza per fare la volontà del Padre. Non c'è
cosa più bella al mondo che fare sempre e ovunque la volontà di Dio: fonte
di pace e di consolazione.
Maria! Ecco un tesoro che vengo a scoprire continuamente.
La mia vestizione è stata tanto bella e felice perché mi ero preparato con
Ogni volto ha una missione da compiere: quella di
assomigliare al volto di Gesù. il volto prende le sfumature che suggerisce il
cuore: un cuore è bello quando ha incontrato Gesù
sul suo cammino. È
sufficiente, per non dimenticarlo più!
Pensieri che coltivano un po' tutti i seminaristi ben
intenzionati (altrimenti non entrerebbero nemmeno in seminario). Ebbene,
Leopoldo è rimasto fedele per tutta la vita a questa consacrazione.
L'Archivio del Pime contiene molte testimonianze su Pastori negli anni del
suo seminario. Significativa la lettera mandata al superiore del Pime il 7
agosto 1957 da don Ettore Salvaderi della Casa Sacro Cuore di Lodi, per
raccomandare
Leopoldo che aveva chiesto di entrare nell'Istituto. Don Ettore aveva seguito
Leopoldo come padre spirituale nei suoi anni
passati in orfanotrofio: invece
di un formale biglietto di poche righe come in genere si fa in simili
circostanze, produce una dichiarazione partecipata e fortemente elogiativa
di un giovane che
allora aveva solo 18 anni (24):
Attesto molto volentieri la sempre crescente operosità,
serietà e religiosità che il giovane Leopoldo Pastori, alunno del collegio
dell'Orfanotrofio di Lodi per dodici anni, ha chiaramente dimostrato
specialmente
negli ultimi anni della sua permanenza all'orfanotrofio.
Sempre intraprendente nel rendere vivace la vita della
sua camerata con tornei, giochi, discussioni, canti. Solitamente obbediente
ed ossequioso all'autorità del collegio, tanto da meritarsi piena fiducia e
certe libertà mai concesse ad altri. Composto, serio nella compagnia
con
gli altri compagni, attirava chi aveva intenzione di vivere sempre più una
vita veramente cristiana.
Di spirito di pietà sentitamente vissuto, che
meravigliava i compagni e li spingeva ad una vita di preghiera più intensa.
Auguro di tutto cuore che il giovane metta a disposizione
delle Missioni tutte le sue buone
qualità con la massima generosità, di
cui è veramente capace. Presento sentiti ossequi, don Ettore Salvaderi. Lodi,
7 agosto 1957 (25).
"Ciò che mi preme è conoscere i miei
difetti"
Don Salvaderi sintetizza bene lo spirito di Leopoldo
quando
entra nel Pime e il suo non è un documento isolato di quel tempo. L'Archivio
generale del Pime a Roma conserva altre lettere di educatori e di sacerdoti
lodigiani, utili a comprendere la stima di cui godeva il giovane seminarista.
Ad esempio, il parroco della parrocchia di S. Rocco in Borgo (Lodi), scrive il
24 settembre 1960
al rettore del liceo del Pime di Monza (26):
Leopoldo Pastori merita un elogio per il suo
comportamento in queste vacanze, per il suo buon esempio nella preghiera e
nella frequenza alla chiesa e per la sua attività nei confronti dei
ragazzi
dell'Oratorio.
E il 2 marzo 1961, il superiore del seminario liceale del Pime dà di lui questo giudizio:
Carattere: equilibrato, leale, socievole, esercita un
certo ascendente su quelli che lo avvicinano.
Disciplina: la osserva quasi con scrupolosità.
Spirito di sacrificio: molto sentito e praticato.
Pietà: buona.
Spirito sacerdotale: l'ha dimostrato a più riprese. Tutta
la sua condotta induce ad essere particolarmente ottimisti sulla riuscita di
questa vocazione.
Nel leggere accuratamente le molte carte raccolte nell'
Archivio
generale del Pime sugli undici anni di seminario che Leopoldo trascorre nei
seminari del Pime prima del sacerdozio (1958-1969), ad un certo punto vengo
quasi preso da una preoccupazione che avevo già provato scrivendo la biografia
del beato Giovanni Mazzucconi vent'anni fa: quella di trovare, nel coro generale
di lodi per il mio personaggio, qualche nota negativa. Niente, non trovo niente.
A volte si dice che certe biografie di santi sono troppo elogiative ed
encomiastiche fin dall'inizio, e tacciono i loro difetti o peccati. Per renderli
umani, bisognerebbe mettere in risalto anche i loro difetti. Ed è quello che,
quando possibile, ho tentato di fare anch'io.
Ricordo che il cardo Carlo Maria Martini, arcivescovo di
Milano, al Consiglio pastorale diocesano a Triuggio una volta mi dice che aveva
letto la biografia di Marcello Candia (27), grande manager e personaggio buono
ma con un carattere non facile; mi chiede: "Sai qual è il capitolo che mi
è piaciuto di più?". Confesso che non lo so.
Uno degli ultimi intitolato "Santo nonostante se stesso", nel quale hai elencato e documentato con esempi i punti deboli della personalità di Marcello. L'hai reso più umano, un uomo come gli altri: era santo non perché non avesse i difetti e le passioni di tutti, ma perché l'amore a Cristo e la grazia di Dio lo aiutavano a combattere con generosità contro se stesso la buona battaglia.
Padre Franco Vernocchi, già missionario e superiore del Pime in Guinea-Bissau e poi "mitico" e sperimentato direttore dell'"anno di formazione spirituale" degli alunni del Pime a Villa Grugana (Calco, Lecco), al termine dell'anno di formazione 1965 scrive (28):
Leopoldo Pastori è posato, riflessivo e allo stesso tempo pieno di comunicativa. Sa fare con serietà semplice e ferma i suoi doveri di studio e di pietà e sa essere gioioso e allegro nelle ricreazioni. Sincero, obbediente, pronto al lavoro. È dotato di buona abilità musicale. Salute buona - P. Franco Vemocchi.
Nell'estate del 1965, mentre è in vacanza in famiglia a Lodi, in data 21 agosto, poco prima di emettere il giuramento temporaneo di fedeltà alla vocazione missionaria, Leopoldo scrive una lettera significativa al superiore regionale del Pime a Milano (allora padre Pietro Bonaldo). Eccola (29):
"Si impegna per rendere al massimo in tutti i
campi"
Al termine dell' "anno di formazione", laborioso di preghiere, meditazioni, esami di coscienza, adorazioni, Leopoldo ha confermato non solo la scelta del sacerdozio, ma della santità di vita, e si sente spinto a chiedere al suo superiore di fargli conoscere i suoi "difetti" e "i modi poco ortodossi" per potersi correggere! Non è comune che un uomo di 26 anni scriva al suo superiore una lettera di questo tipo, segno dell'autentica passione che lo animava: diventare un santo sacerdote e missionario. Il giudizio che dà di lui padre Vincenzo Carbone, rettore del seminario teologico del Pime a Milano durante il suo primo anno di teologia, conferma questo suo orientamento. Ecco la lettera di Carbone al superiore generale mons. Aristide Pirovano, in data 13 marzo 1966 per l'ammissione di Leopoldo alla Tonsura (30):
Giovane di ottime speranze: ha ormai una sua personalità e non si fa influenzare da idee e giudizi non buoni. È sempre pronto ad aiutare tutti e vive molto la sua vita di comunità. Lo ammetterei senz' altro alla Tonsura.
Lo stesso p. Vincenzo Carbone, al termine del primo anno di teologia di Leopoldo, il 13 settembre 1966 scrive (31):
Attivo, costante, autonomo, perseverante. Si esprime con facilità e proprietà. È spigliato, ottimista, corretto con tutti, ha modi di fare cortesi, sa stare al suo posto. Ha un comportamento esemplare, franco, aperto e collaboratore. Ama far parte di un gruppo: discute, propone, riesce facilmente a lavorare con gli altri e prende parte attiva alla comunità. Giovane di ottime qualità, umile e pieno di carità con i compagni.
Negli anni seguenti di teologia, il rettore p. Vincenzo Carbone, nel giudizio dato alla fine dell'anno scolastico di Leopoldo, scrive semplicemente che conferma quanto ha scritto nel suo primo anno di teologia. Ecco altri tre giudizi favorevoli dati dai superiori prima del suddiaconato e dell' ordinazione sacerdotale (32):
Pastori Leopoldo: lavora con molta serietà. Si impegna per
rendere al massimo in tutti i campi. In comunità collabora e si presta
moltissimo,
dà un'ottima testimonianza. Riesce molto bene con i ragazzi. Ha una
formazione spirituale molto avanzata. Di sicuro affidamento (firmato: padre
Lecis, 17-10-1968).
Pastori Leopoldo: giovane ben formato che prega molto e si impegna sul serio per diventare un buon missionario. Dà buon esempio in
comunità; sa sacrificarsi per aiutare gli altri. Ha buone capacità
intellettuali. Lo ritengo senz'altro idoneo per l'ammissione al Giuramento
perpetuo e al Suddiaconato (il 20 e 21 dicembre 1968 nel Duomo di Milano: senza
firma né data).
Pastori Leopoldo - Ammissione al Presbiterato - Giovane
dotato di buone qualità in ogni campo. Nonostante il suo temperamento forte, in
cui sono intervenuti condizionamenti da parte della situazione avuta
nell'infanzia e nell'adolescenza (orfano di padre, internato in orfanotrofio
fino a 20 anni), ha saputo formarsi ad una grande capacità di rapporto con
gli altri. Di forte volontà, ha una solida vita spirituale che gli fa superare
le limitazioni della propria natura. Ha bisogno di un ambiente di apostolato
diretto (data la sua età, sarebbe opportuno mandarlo quanto prima in missione)
e dove non sia lasciato solo - I Padri del Seminario, 31 maggio 1969.
"A Lourdes gli ammalati sono diventati i miei
prediletti"
Mi scuso di questa forse troppo lunga serie di giudizi
elogiativi,
nei quali non si trova alcun aspetto negativo della personalità di Leopoldo
Pastori. Fatto abbastanza strano trattandosi di un giovane dai 18 ai 30 anni (è
ordinato sacerdote a trent' anni), ancora nel periodo di formazione. Leggendo
questi apprezzamenti, che finiscono per essere ripetitivi, si incomincia a
intravedere una forte personalità, fin dalla sua adolescenza e giovinezza già
ben determinata e orientata a Dio.
Certo Leopoldo ha avuto da Dio grandi doni: santi genitori
e un' ottima famiglia, vivace intelligenza e bel carattere, l'educazione
cristiana in parrocchia e nell' oratorio e poi anche in orfanotrofio e in
seminario, la fortuna di nascere in una famiglia povera che gli fa apprezzare i
veri valori della vita e lo abitua al sacrificio, aver avuto fratelli e sorelle
che sono uno dei più importanti fattori formativi di un bambino e di un
ragazzino; ma c'era già in lui una decisa e amorosa adesione al piano di Dio:
questo commuove.
Nel suo album di foto, meritano di essere citate quelle fatte
a Lourdes il 10-17 luglio 1961 e ancora a Lourdes nel 1962, per la didascalia
che esprime i suoi sentimenti di quando aveva 22-23 anni:
Una delle grazie grandi che ho ricevuto dalla Madonna è senz'altro quella di avermi invitato a Lourdes per ben tre volte come barelliere. Ho imparato tante cose: amare Maria in ogni sofferente! Servire fino alla stanchezza massima, pregare incessantemente! Gli ammalati, da allora in poi sono diventati i miei prediletti. Alcuni li ho abbracciati, altri mi hanno commosso fino alle lacrime, tutti mi hanno donato un grande, incancellabile esempio. Maria a Lourdes è stata dolce maestra delle virtù sacerdotali più belle!
Un altro gruppo di foto riguarda il pellegrinaggio a Roma, 1-6 settembre 1961 (33), con la scritta:
Mandato dalla Congregazione mariana a Montefiolo per un
convegno di seminaristi, ebbi l'occasione di sostare qualche giorno a Roma.
Altre foto sono sotto il titolo: "Di passaggio a Loreto, 7 settembre 1961". Durante gli esercizi spirituali del settembre 1963 scrive questa preghiera:
O
Signore,
non sono più capace
di volgere lo sguardo
altrove.
Ho visto
e su di essa
il Tuo Volto:
e non sono più capace
di volgere lo sguardo
altrove.
Ho visto
o Signore,
ho visto tutto:
ecco il compagno indivisibile
delle mie peregrinazioni apostoliche,
il dolce conforto in
vita,
non meno che nella morte.
Leopoldo Pastori
SS. Esercizi, settembre 1963
[1] Intervistata il21 febbraio 1998.
[2] La citazione a pago 8 del Diario, un'agenda del 1983 che contiene, scritte a
mano dal 1983 al 1994, le riflessioni spirituali e i ricordi del suo passato.
Questa agenda, trovata nel suo confessionale a Ndame dopo la sua morte, è
stata trascritta al computer (51 pagine), fotocopiata e divulgata da padre
Marco Pifferi, attuale superiore regionale del Pime in Guinea-Bissau. Le pagine
delle citazioni si riferiscono a questa trascrizione al computer. L'agenda
originale del Diario è in AGPIME 100, 1288, ID, 300.
[3] Intervistato il 21 febbraio 1998 e poi il 7 ottobre 2005. 4 Intervistato il
21 febbraio 1998.
[5] A pago 8 del Diario.
[6] Sette anni prima aveva avuto un ictus. Poi s'era ripresa ed era andata a San
Donato Milanese con la figlia Maria Luisa; in seguito ebbe un altro attacco e
restò paralizzata nella parte sinistra del corpo.
[7] Diario, pag. 8.
[8] Nel fascicolo del dicembre 1956 sono segnati i "cannonieri" della
squadra OM fino a quel momento:.in lO partite con altre squadre del Lodigiano
(calciatori sotto i 21 anni), su 39 reti segnate e 19 subite, Leopoldo Pastori
ha segnato 18 gol, Mario Gaboardi
[9] Testimonianza scritta in occasione del suo funerale.
[10] Lettera da Ndame dd 18 febbraio 1996.
[11] Testimonianza scritta ma senza data.
[12] AGPIME, 100, 1288, I, 006, 007, 008.
[13] Testo consegnato dalla prof.ssa Luisa Conca.
[14] Due le interviste telefoniche registrate fatte a Pino Pastori da Milano e
Lodi, il21 febbraio 1998 e il 14 agosto 2005.
[16] Diario, pag. 9.
[17] Cassetta trascritta da P. Gheddo il 14 marzo 1998, per preparare l'opuscolo
Padre Leopoldo, il missionario-monaco di Ndame, Pime 1998, pagg. 32.
[19] Anche questa registrazione, come la precedente, è
stata trascritta da P. Gheddo il 14 marzo 1998.
[20] AGPlME 100, 1288, I, 014.
[21] Pagella scolastica di IV ginnasio nel seminario del Pime, con voti dal sette al dieci (tre
10: in condotta, applicazione e
religione), AGPIME 100, 1288, I, 015.
[22] AGPIME, 100, 1288, I, 019.
[23] Sono stato testimone, con altri, di questa severità.
Nella nostra classe di sacerdoti (nati nel 1929 e ordinati nel 1953 ) c'era un
giovane di quattro anni più anziano di noi, entrato nel Pime dopo aver
lavorato in fabbrica, che non riusciva in latino, greco, italiano. Ma era un
bravissimo giovanotto e poi, diventato sacerdote, ha fatto tanto bene in
Amazzonia. Ricordo che al liceo diverse volte volevano mandarlo via dal
seminario perché non riusciva negli studi; noi compagni più giovani, che
lo ammiravamo molto, lo aiutavamo nei compiti e negli esami scritti.
[24] AGPIME, Titolo 100, 1288, I, 011.
[25] Lo stesso don Salvaderi il 22 settembre 1960, quando
Leopoldo doveva essere ammesso al liceo del Pime,. scrive al superiore:
"Certifico molto volentieri che il seminarista Leopoldo Pastori ha
avuto la massima puntualità nell'adempiere al suo dovere della S.
Confessione settimanale, per averlo confessato io stesso, che sono stato il
suo confessore ordinario fino all'entrata nel vostro Istituto" (AGPIME,
100, 1288, I, 020).
[26] AGPIME, 100, 1288, I, 021 (firma illeggibile, carta
intestata e timbro del
la Parrocchia
), 023.
[27] Marcello dei lebbrosi, De Agostini 1985.
[28] AGPIME, 100, 1288, I, 023.
[29] AGPIME, 100, 1288, VI,
501.
[30] AGPIME, 100, 1288, I, 027.
[31] AGPIME 100, 1288, I, 030.
[32] AGPIME 100, 1288, I, 023,052.
[33] Evidentemente questa data è sbagliata, poiché il papa
che Leopoldo fotografa da vicino mentre passa tra i pellegrini è Paolo VI
(1963-1978 gli anni del suo pontificato).