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LEOPOLDO PASTORI |
Prefazione di mons. Giuseppe Merisi |
3. LA PRIMA MISSIONE IN GUINEA-BISSAU (1974-1978)
Il primo impegno di un missionario che arriva in una missione come destinazione definitiva, è imparare la lingua locale e ambientarsi nel nuovo paese che sarà la sua nuova patria. Leopoldo arriva a Bissau il 30 settembre 1974, rimane nella casa regionale del Pime e va a scuola da un insegnante di "criolo", la lingua popolare, ma contemporaneamente cerca di imparare anche il portoghese, lingua ufficiale che ha già studiato un po' in Italia. Non ha potuto fermarsi un anno in Portogallo, come in genere fanno i missionari, perché nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo l'indipendenza della Guinea, cioè se il nuovo governo avrebbe ancora ammesso missionari stranieri: bisognava affrettarsi ad entrare finché era possibile!
La prima esperienza a Bissora (1975)
Un anno dopo il suo arrivo in Guinea, in una "lettera circolare" (1) Leopoldo racconta le prime impressioni e difficoltà:
(Imparare una lingua) è un cammino lungo. Il difficile non
è tanto apprendere le parole o i modi di dire, ma cambiare la mia mentalità
occidentale (efficientista, dinamica, programmata) in un modo diverso di vedere
la vita e la realtà. Qualche esempio concreto per darvi un'idea: "dobbiamo
organizzarci" non vuol dire "fare un programma" ma qualcosa
d'altro; "aspettare un pochino" vuol dire aver pazienza di attendere quattro o più ore; quando si dice
"tutto è pronto", bisogna capire che sarà pronto fra una settimana;
il "domani" arriva sempre più tardi del previsto... Davanti ai
contrattempi della giornata è perfettamente inutile prendersela, loro dicono
"jitu ca ten" (non c'è altro da fare); e di fronte a una morte
improvvisa (casi numerosissimi) senti dire: "Deus i garandi" (Dio è
grande) nel senso che sa e vede tutto. Questo è un lento e a volte sofferente
cambiamento di mentalità...
La gente è buona, semplice, paziente, ha un fondo di
umanità che incoraggia il rapporto umano e ci si sente subito amici; ha una
dimensione religiosa della vita che apre alla rivelazione del Vangelo; c'è una
capacità di sofferenza, anche nei più piccoli, che suscita un profondo
desiderio di condividere il loro soffrire e quando lo si condivide, ci si sente
molto uniti... Veramente sento di amare molto questo popolo.
In questa bella "circolare", Leopoldo racconta che ha visitato tutti i missionari e le missioni affidate al Pime: hanno fatto molto, però" con l'indipendenza del paese si è giunti a dover cambiare stile e pastorale... ma ancora non si riesce a vedere cosa bisogna fare per l'avvenire. Nuova situazione, nuova missione, ma come?". In questo interrogativo sintetizza le divisioni che si erano create in seno alla Chiesa nei pochi mesi dopo !'indipendenza (10 settembre 1974). Una situazione non facile (come si è visto al termine del capitolo II): anche i missionari del Pime erano divisi. Quale posizione ha assunto padre Pastori? Lo chiedo a padre Antonio Clari (2) che gli è stato molto vicino nel primo periodo (1974-1978) della sua permanenza in Guinea:
Non ha mai condiviso le esagerazioni, né le decisioni del partito e come il partito si comportava, specialmente quando criticava la Chiesa in modo eccessivo. Però, da uomo saggio qual era, si manteneva fuori dalle polemiche. Era un moderato e lo consideravano facente parte del mio gruppo: noi non approvavamo il modo di agire di alcuni padri del tutto schierati col partito.
Nel marzo 1975, dopo sei mesi di studio delle lingue,
Leopoldo è destinato a Bissoni con padre Angelo Bianchi, che era stato suo
compagno di liceo a Monza, aveva studiato teologia negli Stati Uniti ed era
entrato in Guinea alcuni mesi prima di lui. Mandato a Bafata con alcuni padri
anziani (Andreoletti, Ronchi, Biasutti e fratel Capelli), non si era trovato
bene e i superiori lo propongono a Pastori per andare assieme a Bissora.
Leopoldo accetta, ma anche lui sperimenta che lavorare con Angelo Bianchi era
molto difficile: aveva grandi qualità umane e intellettuali e una dinamicità
eccezionale ma era disorganizzato, prendeva impegni e poi li scaricava sugli
altri, ecc.
Bissora allora aveva circa 4.000 abitanti con due nuclei di
abitazioni distinti: al centro (chiamato praça) la chiesa, la caserma,
le botteghe, la scuola, le casette dei portoghesi e dei "civilizzati",
tutto in stile portoghese; attorno, i villaggi degli africani con capanne di
fango e tetti di paglia nello stile africano. I due giovani missionari vanno a
Bissora per riaprire la missione che era stata abbandonata all'inizio degli anni
Sessanta per l'insicurezza dovuta alla "guerra di liberazione". TI
territorio della parrocchia di Bissora comprendeva circa 70.000 Balanta, nella
quasi totalità animisti; i cristiani vivevano quasi tutti al centro, avevano
ricevuto il battesimo ma erano senza assistenza e istruzione religiosa ("la
loto pratica del cristianesimo ènulla" scrive Leopoldo).
Evangelizzazione difficile in clima "sovietico"
Pastori e Bianchi dovevano fare un vero lavoro missionario ad
gentes nella tribù dei Balanta, la più numerosa della GuineaBissau, non
ancora toccata dall'islam. Il loro primo impegno è rimettere a posto la
chiesetta abbandonata dal cui tetto, quando piove, "l'acqua scende a
secchi"; poi, dalle due minuscole sacrestie laterali ricavano due
mini-stanze per loro abitazione, portando l'acqua corrente e facendoci anche i
servizi igienici "per non dover sempre correre nella foresta". Con
l'entusiasmo del loro primo impegno missionario, Leopoldo e Angelo
visitano i villaggi, incontrano la gente e si propongono di vivere" con
loro e come loro" (3), anche per la povertà di mezzi della missione di quel
tempo, circondata da tante miserie.
Però i due missionari si rendono conto del fatto che (4)
l'evangelizzazione viene resa sempre più difficile, in questo clima di stile nettamente "sovietico": forse è il momento della purificazione e sia benvenuto, e Dio ci trovi preparati. Abbiamo la "magra" novità dall'Europa, che circa ogni dieci giorni approdano navi sovietiche con anni semivecchie, generosamente offerte dall'amicizia anticapitalistica. Beh, faccio punto!
Iniziano i contatti per acquistare un terreno e fondarvi alcune opere della missione: pozzo per il villaggio, pollaio, orto, scuola, dispensario medico, casa dei missionari e per gli incontri di catechesi, ecc. Ma una legge varata dal governo rivoluzionario proprio in quei primi mesi d'indipendenza nazionalizza tutti i terreni e il progetto per il momento non si può realizzare: "Per cui - scrive Leopoldo - per ora nella nuova missione c'è solo la savana". Purtroppo una nuova sciagura colpisce la missione. Lo stesso Leopoldo così la descrive (5):
Il caldo soffocante di quei mesi, lo strapazzo per il lavoro,
il cibo non sempre abbondante e vario, mi hanno tolto le forze e ho dovuto
abbandonare il lavoro per entrare in ospedale a Dakar con l'epatite virale.
Vedersi bloccato quattro mesi per una malattia, nel primo anno di missione, non
è certo incoraggiante. Scoprire un immenso lavoro da fare e dover misurare le proprie forze per
non ricadere, anche questo è poco incoraggiante. Ma questa terra africana ti
mette in condizioni di distaccarti presto dalle cose secondarie. Se hai caro un
libro puoi avere la sorpresa di vedertelo mangiato dalle baga-baga (termiti);
puoi possedere una bella macchina fotografica che presto la muffa e l'umidità
rendono un pezzo da museo; e così per la pianola, la radio, i vestiti. .. Le
fotografie perdono velocemente colore e figura, come tanti ricordi del passato.
Così soffro volentieri, perché il dolore mi converte a Dio
e mi fa capire di più l'umanità che soffre. Capisco di più quando un ragazzo,
tremante dalla febbre per la malaria, si sdraia muto davanti alla morte. E mi
sembra che condividere il dolore sia uno dei modi più intensi per testimoniare
l'amore: il Signore ha scelto per sé questa strada, e anche il missionario deve
percorrerla. Per questo ringrazio Dio di insegnarmi con la malattia la via della
Croce, mantenendo viva in me, col suo Spirito, la preghiera di conversione,
così che "nella mia debolezza si manifesti la potenza del Signore".
Caro Leopoldo, grazie di questo scritto che ci fa conoscere la tua provocante carica spirituale, soprannaturale! A 36 anni, colpito da un male praticamente inguaribile che a poco a poco ti porterà alla morte, ti sei messo nelle mani di Dio scoprendo anche in questa sciagura un segno della sua volontà: la tua conversione a Cristo, che ha scelto la Croce per redimere l'umanità. Nella tua "lettera circolare" del 1 o ottobre 1975 intitoli il passaggio che ho appena trascritto "La sofferenza come dimensione della testimonianza missionaria" . Questo lo crediamo per i martiri uccisi per la fede o la carità, ma non riflettiamo abbastanza su un caso molto più comune di martirio: quello del missionario che nel pieno della sua maturità umana, come eri tu a 36 anni, viene colpito da gravissima malattia che lo rende inabile al lavoro attivo a cui aspira. Questo il quotidiano, interminabile martirio a cui tu andavi incontro!
Quattro mesi in ospedale a Dakar
Il 10 dicembre 1975 scrive da Dakar a padre Mario Faccioli, avvisando che il ritorno a Bissau è fissato per il 24 dicembre (6):
Ho terminato i controlli all' ospedale e i risultati sono davvero soddisfacenti: tutto è normale nel fegato, la transaminasi è buona e altri esami sono regolari. Rimane nel sangue il solito virus antigene australe, ma il dottore (e io pure) speriamo che tra qualche anno possa andarsene. Se non va lui, probabilmente me ne andrò io... La salute dunque mi incoraggia a continuare e finalmente ad andare in una missione (possibilmente Bubaque, se questo andrà nei quadri generali) per iniziare il mio lavoro. Spero di inserirmi pienamente e seriamente.Terminato il periodo di cura a Dakar, Leopoldo rimane qualche tempo nella casa regionale del Pime a Bissau:
Molti mi hanno chiesto di imparare la musica: per cui insegno musica teorica e strumentale, armonium, chitarra, cornetta, flauto, korà. Sto impegnandomi nel suonare la "korà", strumento tipico dell'Africa occidentale, per iniziare una catechesi con canti in lingua criolo: cantare il Vangelo. L'africano ama moltissimo la musica e con essa percepisce più facilmente il messaggio.
Quando si ristabilisce, è mandato con padre Luigi
Andreoletti e p. Angelo Bianchi a Bafata, dove svolge il lavoro pastorale nel
centro parrocchiale e nei villaggi, impegnandosi nella catechesi e nella
carità. Il suo lavoro principale, nel 1976, è preparare un gruppo di
"animatori delle famiglie": ne trova quattro con i quali organizza il
"catecumenato" visitando le famiglie. Lo schema è semplice: ogni
settimana gli animatori vanno a visitare alcune famiglie riunite al completo per
un incontro che comprende rosario, Vangelo, catechesi, preghiere spontanee e
benedizione delle case con l'intervento del sacerdote; l'iniziativa "suscita entusiasmo e altre famiglie chiedono di visitarle"
per iniziare un cammino di approfondimento della fede o di preparazione al
battesimo.
Intanto Leopoldo sta organizzando le ragazze e invita,
attraverso il vicario apostolico di Bissau, il nunzio apostolico e l'arcivescovo
di Dakar mons. Thiandoum, la superiora generale delle suore africane che viene a
Bafata, visita la missione e promette quattro suore, due capoverdiane e due
senegalesi. Leopoldo sta preparando" con il canto e la catechesi un buon
gruppo di donzelle che accolgano le suore e siano il fermento femminile della
missione" (7).
La comunità del Pime a Bafata è formata da due missionari
anziani, p. Arturo Biasutti e p. Luigi Andreoletti, fratel Luigi Capelli
incaricato della falegnameria e due missionari giovani, Leopoldo Pastori e
Angelo Bianchi. Scrive Leopoldo (8):
Base della nostra presenza è la preghiera. Non può essere diversamente per noi, che restiamo qui sorretti dalla fede nel Signore. Dedichiamo un' ora al mattino e un' ora alla sera per meditare assieme la Parola di Dio, per conoscere ogni giorno la volontà di Dio e praticarla con attenzione verso ogni fratello che incontriamo... Da questo atteggiamento nascono molte cose assieme: l'approfondimento della conoscenza della mentalità locale, la programmazione delle attività, il modo con cui aiutare i poveri ed offrire lavoro, come essere utili ai giovani studenti che amiamo davvero, con i nostri limiti e incapacità, essendoci in città anche un liceo.
"Vado alla ricerca di ammalati, poveri e bambini bisognosi"
Leopoldo, responsabile della missione di Bafata, ha impostato la comunità sulla preghiera in comune: un' ora al mattino e una alla sera non sono poche! Il compito principale che Leopoldo si assume, in questi primi tempi di missione a Bafata, è la visita delle famiglie nella cittadina centrale e soprattutto nei villaggi. 1115 novembre 1976 scrive da Bafata a fratel Giovanni Bassani, che era stato suo compagno nella visita in Guinea del 1972 (9):
Visitando le famiglie ogni giorno, sempre più mi accorgo che
devo imparare da loro a vivere meglio, nella povertà e nella
semplicità.
Purtroppo (davvero!) io per ora non posso mangiare come loro,
con loro - come anche tu dici - perché dopo la lunga malattia dell'anno scorso
(4 mesi di epatite virale non ancora finita), devo seguire una dieta e star
prudente. Ma penso sia bene che rimanga qui, anche se un po' malato e differente
da loro, piuttosto che ritornare in Italia e non poter amarli, come ora un po'
lo posso, grazie a Dio.
Ora la tromba non la suono quasi più; suono sempre la "korà",
strumento locale. La musica mi fraternizza con loro e ti dico che ho visto gente che rinunzia certe volte a mangiare, ma non
rinunzia alla musica, a cantare e danzare. Sono molto differenti. Noi
pensiamo che lo stomaco risolva tutto, ma poi... lo aiuto più che posso, ma il
primo aiuto Dio me lo dà attraverso loro: mi fa desiderare ogni giorno la
conversione mia e loro a Gesù.
Commuove, leggendo le lettere di padre Leopoldo, questo
fatto: quasi non c'è lettera in cui il nostro missionario
non lasci effondere il suo cuore in quello che ha di più caro, l'amore
e l'imitazione di Gesù Cristo. Non poteva fare a meno di parlarne.
Il lavoro principale di Leopoldo e di Angelo è curare un gruppo di giovani con la musica, i canti, lo sport
(organizzano il campionato di calcio), i teatri, ma anche col catechismo e
la vita di preghiera. Descrivendo nella lettera circolare della
Pasqua 1976 i compiti dei singoli missionari, di padre Angelo
dice che" dedica tempo, giorno e notte, ai giovani facendo
anche una scuola di inglese... e si dedica a curare la gente che viene
alla missione e non va all' ospedale perché deve attendere dei giorni o perché
non è molto efficiente". Parlando del suo lavoro Leopoldo scrive:
Vado alla ricerca di ammalati, poveri, bambini bisognosi che vivono nelle case e che solo visitando si possono scoprire per dare un soccorso fraterno. Inoltre, sto formando un coro con una piccola orchestra di strumenti locali (korà, flauti, tamburi, ecc.) e faccio scuola di musica nel collegio politico [del governo, n.d.r.]. Assieme a padre Angelo visitiamo le famiglie di casa in casa, conoscendo così ciascuno, scoprendo la loro semplice vita e soprattutto la povertà. Visitando le case abbiamo potuto dare i primi soccorsi ad alcune famiglie colpite da vere disgrazie come l'incendio della casa con perdita di tutto; un altro padre di famiglia, con sei figli di cui due subnormali, ha la casa che sta cadendo: lo stiamo aiutando per fare una nuova "palhota" (casa di paglia), prima della stagione delle piogge... Famiglie come queste ne incontriamo in ogni casa!
Qual era in concreto il lavoro pastorale di padre Pastori? Ne parla lui stesso in una audio-cassetta (10), spiegando che si dedica all'incontro formativo con alcune famiglie cristiane affinchési assumano il compito di animare e catechizzare le altre famiglie. Dalla Pasqua alla Pentecoste, per quaranta giorni di seguito, è andato tutte le sere in famiglie diverse per il rosario, la lettura del Vangelo, la preghiera spontanea, la benedizione della casa. La sua giornata è piena: al mattino va a visitare le famiglie per incontrare gli ammalati, aiutare, ragionare con i vecchi; al pomeriggio si dedica alla lettura, alla preghiera, all' adorazione e all'insegnamento; alla sera va ancora a visitare le famiglie per la preghiera e incontra anche gli uomini. È ottimista sul futuro: "Qualcosa di buono salterà fuori dal nostro lavoro in Bafata, perché non stiamo con le mani in mano e cerchiamo di fare qualcosa"; ma poi confessa che sta prendendo forza in lui questo pensiero:
Il lavoro è importantissimo, l'impegno e le attività importantissimi, necessari, ma se non c'è un'unione insistente, profonda e frequente con Gesù, soprattutto nell'Eucarestia, tutto il resto non serve a niente, finisce solo in una delusione, in mani vuote, nel cercare continuamente di seminare ma seminare a vuoto.
A padre Benedetto Borgato dice (11):
Mi sforzo di avere una preghiera frequente, viva, sia al
mattino nella riflessione, meditazione, sia a mezzogiorno e dalle tre alle
quattro nella lettura della Parola di Dio, sia la sera dalle sette alle otto
nell'adorazione eucaristica e poi prima di andare a letto, perché proprio penso
che è la preghiera che dà la dimensione missionaria alla mia vita: non è
tanto l'essere qui a Bafata, ma la preghiera e allora per me questa è la prima
cosa che cerco di salvaguardare, di difendere dall' egoismo mio, dalla
superattività, dall' esteriorità che tante volte sono tentato di avere e da un
certo efficientismo.
Ecco, è un po' questo il contenuto della mia presenza, per
cui anche tutte le faccende della comunità fanno soffrire però non intaccano
la profondità di questo, non mi mettono in crisi; adesso la mia crisi è quella
di sapere come devo servire la gente, ancora non so bene cosa il Signore vuole
da me. Oggi sono qui, ma ci sto come se fossi di giorno in giorno pronto ad
andare in qualche posto dove possa vivere più poveramente perché, detto
sinceramente, qui a Bafata sto troppo bene; è vero che debbo essere prudente
per la salute poiché sono appena venuto fuori da un' epatite virale, la seconda
e piuttosto seria; ma ecco, è questo che mi fa essere prudente nella salute, mi
fa razionare le forze fisiche, cercare di riposare: ma io cerco una vita meno
comoda di quella che sto facendo, perché alla missione c'è tutto, stiamo
abbastanza comodi, mangiamo bene. Qualcuno l'ha chiamata "il ricco Epulone della missione" e
io gli do ragione, comunque questo sia detto fra me e te. lo cerco ogni giorno,
se Dio vuole, di andare là dove mi vuole, cioè, praticamente, in qualche parte
sempre nella zona di Bafata, almeno una volta la settimana, dove c'è davvero il
primo annunzio evangelico da fare. Questo il mio sogno, questo il mio desiderio
e intanto prego ogni giorno perché il Signore mi faccia conoscere questa sua
volontà che sto cercando.
"Vorrei fare di più, vivere più poveramente"
Il 9 marzo 1976 scrive a padre Mauro Mezzadonna, direttore dell'"Ufficio aiuto missioni" al Centro missionario del Pime di Milano, gli chiede un aiuto per un caso esemplare di intervento caritativo (12):
Sono responsabile di Bafata e devo risolvere un problema: si tratta di Domingos, catechista cieco con sette figli. Prima il governo portoghese passava qualcosa ai padri e ai catechisti. Ora il Paigc, come governo laico, non passa niente. Per cui noi gli diamo qualcosa ogni mese, 1.000 scudi del "Movimento Ciechi d'Italia" (Mac) e 500 glieli diamo noi 13. Ma per noi che dobbiamo cercare forme di sussistenza, è un passivo che in un anno si fa sentire e per lui non è abbastanza! Tu puoi darci una mano? La vita qui costa parecchio, perché tutto viene dall' estero. . .
I giovani che seguivano Leopoldo e Angelo davano fastidio ai "balilla" e agli avanguardisti del partito totalitario al potere (la "Gioventù di Amilcar Cabral"). C'erano giovani di padre Pastori che non volevano partecipare alle loro riunioni patriottiche domenicali, convocate nel tempo della Messa e del catechismo. Qualcuno di loro era stato minacciato, accusato e schedato dalla polizia. Pastori va dalle autorità e con belle maniere riesce a scagionarli, assumendosi lui la responsabilità; ma si mantiene estraneo da ogni polemica, parla con tutti ed è amico di tutti, dicendo quel che pensa ma senza accusare nessuno, cercando di capire anche le idee dell'altro. Nelle sue lettere, in un periodo in cui era molto difficile vivere sereni in Guinea (lo dimostra la corrispondenza di altri missionari!), lui riesce a mantenersi tranquillo ed a continuare nei suoi ritmi di preghiera, di carità e di impegno apostolico. Il 24 marzo 1977, al superiore generale mons. Aristide Pirovano 14 scrive che è contento di essere a Bafata, dove ha trovato "famiglie d'oro che hanno l'unico desiderio di rianimare e vivere la loro fede di battezzati in Cristo" :
La sofferenza più grande è quella di accettare questa mia situazione: vorrei fare di più, vivere più poveramente, dato che qui nella missione penso stiamo meglio di tutti come vitto e alloggio, e soprattutto essere più fedele a Cristo nei fratelli. Cerco di essere prudente nella salute per durare qui il più possibile. Con questa idea forte, e bisognoso di immensa misericordia, ho cercato di dare tempo, anima e corpo alla preghiera.
Descrive poi al superiore generale le consolazioni di cui il Signore lo gratifica: quattro gruppi di circa 20 famiglie ciascuno si radunano tutti i sabati con a capo quattro papà di famiglia come animatori, per pregare e per la catechesi del primo annunzio apostolico, seguendo gli Atti degli Apostoli tradotti in criolo da padre Andreoletti e dal catechista cieco Domingos; agli incontri è presente anche Leopoldo con un gruppetto di giovani.
Questi incontri familiari sono una scoperta per la comunità, che si sente davvero infervorata e incoraggiata nello Spirito Santo a testimoniare la propria fede in Gesù, malgrado il clima di materialismo che ha invaso tutti i settori della vita pubblica. Devo dire con gioia che i musulmani (di cui la regione di Bafata è la roccaforte) hanno aiutato molto a porre una barriera di fede contro l'ondata di materialismo-marxismo. I musulmani sono molto più decisi nella loro religione e fede nel Dio unico che non la maggioranza dei cristiani, senza istruzione e fondamento culturale nei propri valori fondamentali. Però mi sembra di notare come i cristiani che riscoprono la loro fede sono molto più aperti a Dio e ai fratelli, molto più attenti ai bisogni degli altri che non i musulmani.
Ecco tutto Leopoldo: in una situazione esplosiva com' era quella della Guinea in quei primi anni del regime comunista (ispirato dai "consiglieri" sovietici e cubani e aiutato dai rispettivi regimi), quando le divisioni profonde prodottesi nella Chiesa e nel Pime erano gravissime e producevano lacerazioni profonde, lui cura anzitutto la preghiera e l'adorazione, la formazione cristiana delle famiglie e dei giovani, la lotta contro se stesso per convertirsi" a Cristo nei fratelli". N ella audio-cassetta del settembre 1977 già segnalata, descrive la situazione politica interna in modo positivo (15):
La situazione mi sembra abbastanza quieta, ("i compagni") ci rispettano come sempre, i posti di controllo per noi sono praticamente inesistenti, ma per la gente continuano: per i taxi, per tutto, per il controllo dei pacchi. Per noi invece non c'è nessun problema, andiamo, veniamo, forse anche perché ci sono moltissimi tecnici stranieri e hanno ricevuto l'ordine per i bianchi di lasciarli passare. Comunque non abbiamo nessuna noia, anzi, da parte mia, penso che ci sia a Bafata una stima per i padri anche da parte dei rappresentanti del partito e del commissario politico, per cui pare che le cose vadano avanti abbastanza bene.
"Con i musulmani è facile parlare di Dio unico e grande"
N ella Pasqua 1977 padre Pastori manda un' altra lettera agli amici, quattro pagine fitte ciclostilate 16 in cui racconta la situazione del paese, della Chiesa e della sua parrocchia di Bafata: è l'ultima lettera circolare di questO periodo che c'è di lui in archivio, le altre sono degli anni Novanta o sono andate disperse. La Guinea- Bissau avrebbe in tuttO 800.000 abitanti, ma le cifre sono sempre aleatOrie in assenza di un vero censimento. Nella "parrocchia" (o distretto missionario) di Bafata circa 1'80% della popolazione è formato da musulmani. I villaggi dove i missionari vanno a curare vecchi e bambini sono in "ottime relazioni" con la missione; Leopoldo aggiunge queste note interessanti:
Con i musulmani è facile parlare di Dio, unico e grande: hanno una fede incrollabile che qualsiasi ideologia politica non sfiora che lievemente. Una fede "collettiva" direi, guidata dal capo villaggio e dal sacerdote che insegna le preghiere in una lingua araba incomprensibile alla gente. Sentirete più facilmente dire da un cristiano (quasi tutti senza istruzione religiosa) che "Dio non esiste", ma non sentirete mai dire questo da un musulmano. È una religione ancora troppo poco attenta alle esigenze sociali dei fratelli e abbastanza retrograda nei riguardi della donna musulmana.
La Chiesa in Guinea, secondo Leopoldo, "è ancora molto embrionale e confusa". I cristiani sono circa il3 % della popolazione, ma "mancano di istruzione, di interessi cristiani: vivono senza pratica religiosa, se non quella naturale legata alle religioni tradizionali molto radicate nel loro animo fortemente religioso": sono i battezzati nel periodo portoghese (terminato solo da due anni), senza preparazione e aderenti alla programmazione del governo coloniale, che voleva aumentare il numero dei "civilizzati" battezzati. Invece, a Bafata c'è un buon gruppo di famiglie e di giovani che stanno crescendo nella formazione cristiana:
La catechesi e la preghiera familiare risvegliano la comunità missionaria: oltre che alla pratica più intensa della vita della Chiesa, le famiglie stanno organizzandosi per soccorrere le famiglie più bisognose che soffrono la fame, la malattia o subiscono disgrazie. Ogni famiglia si tassa di dieci pesos al mese (circa 350 lire) per fare un fondo di solidarietà cristiana. Questo desiderio di carità, rivolto ad ogni famiglia di qualsiasi religione, penso sia la genuina espressione della presenza dello Spirito Santo che fa crescere la sua Chiesa in questo momento difficile. Così ogni famiglia si scopre "Chiesa domestica" nel seno della quale deve nascere e crescere la fede in Gesù Cristo... è un po' l'ambiente della Chiesa primitiva che viene narrato da san Luca negli Atti degli Apostoli.
In questa relazione della Pasqua 1977 sul lavoro che soprattutto Leopoldo Pastori e Angelo Bianchi svolgono a Bafata, una parte importante è riservata all' attività pastorale con i giovani. Padre Angelo insegna l'inglese nella scuola pubblica superiore e ha organizzato un laboratorio di doposcuola, con mezzi e strumenti venuti dall'America, per l'apprendimento moderno dell'inglese. È una collaborazione alle strutture educative dello stato gradita alle autorità, che permette alla missione di inserirsi nella formazione dei giovani con un richiamo evangelico. Nella missione si è formato, soprattutto attraverso la musica,
un gruppo di un centinaio di giovani e ragazze impegnati a formare una comunità cristiana di gioia e di speranza. Il gruppo, chiamato "Libertason", sta vivendo con entusiasmo la sua ripresa cristiana: cantano il Vangelo nelle celebrazioni comunitarie, nella catechesi, negli incontri giovanili, negli spettacoli di fraternità e amicizia verso tutti, dando così testimonianza coraggiosa del loro battesimo.
Leopoldo ha comperato vari strumenti locali
- balafon, korà, tamburi, bombol6n, flauti, pifferi
- per sviluppare il gusto e l'espressione musicale locale anche nella liturgia;
e si propone, "non appena le risorse economiche lo permetteranno, di
dare a tutti i ragazzi e ragazze del gruppo una divisa stile
africano "che sia espressione di unità e di allegria del gruppo
stesso" . I giovani hanno cominciato a dare spettacoli o organizzare
"giornate d'amicizia" con giovani di altri paesi come Mansoa e Farim.
Parlando della carità, Leopoldo dice che nell'ultimo anno si
sono aiutate parecchie famiglie: costruzioni di case distrutte dal fuoco, scavi
di pozzi, coperte, zanzariere, zucchero, riso e latte per lebbrosi, bambini e
ammalati: il tutto per circa due milioni di lire. Nell'elemosina ai poveri, ai
lebbrosi e agli anziani che vengono a chiedere aiuto in parrocchia si sono spese
circa 700.000 lire. Padre Pastori ringrazia gli amici per gli aiuti che gli
mandano e dà loro una bella notizia: sono stati da lui don Giancarlo Marchesi,
sua mamma Lory e il gruppo missionario di Lodivecchio che sono andati nelle
famiglie a pregare, hanno lavorato nella missione o nel dispensario medico, sono
stati un segno di unità e di fraternità fra Bafata e Lodi.
La consacrazione del primo vescovo di Bissau (1977)
Quando il 19 giugno 1977 c'è a Bissau la consacrazione del primo vescovo della Guinea, mons. Settimio Ferrazzetta, Leopoldo è assieme ad altri l'artefice di quella grande celebrazione: aveva preparato la liturgia, i canti, le manifestazioni giovanili e popolari per il vescovo, uno spettacolo di musica e di folcIore a Bissau, alla sera, per le autorità e per il corpo diplomatico. Padre Antonio Clari (17) racconta:
Da tutta questa preparazione, che ha fatto incontrare per
mesi i giovani di Bafata con quelli di altre parrocchie, è nato il movimento
giovanile cattolico. I giovani, conoscendosi nella corale e nella preparazione
delle feste per il vescovo, avevano saputo da quelli di Bafata cosa facevano con
Leopoldo in quella parrocchia: i ritiri mensili, gli incontri di catechismo, lo Spott, i canti, ecc.
Da allora Leopoldo era chiamato in varie parrocchie e andava qua e là
per incontrare i giovani, sempre entusiasta e capace di
galvanizzare la gioventù. È stato anche un po' per questi impegni faticosi
che è peggiorato nella sua malattia, ha avuto il crollo e, dopo un
lungo periodo in ospedale a Dakar, nel febbraio 1978 è stato costretto
a tornare in Italia.
In quel tempo io ero nella casa regionale e mi ricordo che
l'ho accompagnato da Bafata a Dakar, perché quasi non ce la
faceva a stare in piedi da solo. Ricordo che quando siamo arrivati a
Dakar nell'ospedale dove c'erano medici francesi, un medico giovane
l'ha esaminato, ha visto che aveva il fegato sfasciato e ha detto
che non doveva più tornare in Guinea. È stato lì a Dakar tre mesi,
si è ripreso ed è tornato in Guinea. Sono ancora andato io a
prenderlo, è stato alcuni mesi in casa regionale, poi è tornato a Bafata, ma
non ce la faceva più. Lui voleva a tutti i costi rimanere in Guinea e ricordo la sua amarezza quando capì che doveva tornare in Italia,
dove per due e più anni è stato obbedientissimo agli ordini dei
medici, a Milano e a Genova. Pur tenendo dentro di sé il dramma di
restare quasi inattivo, però offriva tutto al Signore e si manteneva
calmo e obbediente.
Quindici giorni dopo la consacrazione di mons. Ferrazzetta, cioè il 4luglio 1977, da Dakar Leopoldo scrive una dramma tica lettera a padre Faccioli, superiore regionale del Pime in Guinea 18. È andato a Dakar con p. Vincenzo Carbone e sarà ricoverato nella "Clinique internationale" il giorno stesso in cui scrive la lettera, dove c'è un dottore francese specialista in malattie tropicali e in epatiti: ha già fatto gli esami generali, da cui risulta che "il 60% del fegato è infettato con bilirubina 21 mg, che indica l'infezione in cammino"; seguono altre notizie gravi sul fegato e sul "calo fisico" (perdita di 8 kg) a causa di parassiti. Leopoldo prevede di stare in Senegal dei mesi (21 giorni di cure, poi convalescenza e controlli), ospite anche dei Benedettini. In un'altra lettera a p. Faccioli del 12 luglio 1977 19 sulle cure che gli fanno, aggiunge:
Cosa faccio? Passo la mia giornata pregando, pensando alla Guinea e leggendo. Questa solitudine mi fa bene, mi riempie della presenza dello Spirito Santo. Tutto il giorno prego, cercando l'unione col Cristo che è vicinissimo anche realmente nell'Eucarestia e con lui supplico la volontà del Padre, perché mi illumini e mi indichi il cammino di Bafata! Tu sai che è la preoccupazione più forte e urgente per me.
Quella di Leopoldo in ospedale a Dakar nell' estate 1977 dev'essere stata un'agonia (una delle tante!) che l'ha fatto fortemente soffrire perché l'epatite che toglie le forze l'ha colpito nel pieno sviluppo dell' apostolato a Bafat~i Lo dice in una lettera del 24 luglio 1977 a p. Mario Faccioli (20), scritta in un pomeriggio domenicale tranquillo ma pieno di pensieri per i suoi cristiani. Sente
una voglia immensa di riprendere il lavoro di annunzio del Vangelo in ogni famiglia. Queste tre settimane di silenzio e preghiera mi hanno ancor più scavato nel cuore il bisogno di vivere a fondo la mia vocazione missionaria: annunziare il Cristo Signore senza mezzi termini, senza aspettare la luna buona (verrà?), senza pensare che gli altri siano pronti o no a capire l'annunzio (ci pensa lo Spirito Santo, a questo). Sento un bisogno urgente di questo lavoro in me, dato che mi par di capire che non avrò molto tempo e molte forze, vorrei arrivare al necessario, cioè all'annunzio del Regno del Padre.
Leopoldo dà ancora notizie del fegato: l'infezione da virus è bloccata, i parassiti sono defunti. Deve fare ancora un mese di convalescenza a Cap des Biches (con i Benedettini) e poi un' altra settimana in clinica per i controlli finali:
Poi tornerò alla mia amata Bafata. Dopo Natale (il medico) mi vuole ancora in clinica per controlli. Veramente ora sto bene, non ho mai sentito da tre anni in qua un appetito sano come adesso. Sono tornati i colori, le forze... davvero mi sembra di rinascere! Non smetto di ringraziare il Signore che mi vuole a lavorare ancora un po' a Bafatà.
Alla fine di luglio Leopoldo può comunicare a padre Carbone (21) di aver fatto" quattro settimane di clinica: il dottore mi ha curato veramente con competenza e amicizia", la situazione attuale è buona, stanno ritornando l'appetito e le forze, riacquista il peso perduto. Gli hanno dato un mese di convalescenza, che passa in una comunità di sacerdoti dedicati alla predicazione dei ritiri a 20 km da Dakar in riva al mare; poi andrà al monastero dei Benedettini un po' di giorni. Infine, ritornerà a fare gli esami di controllo
e se tutto va bene il dottore mi darà via libera per ritornare a Bafat~i Spero proprio che questa sia la volta buona per una definitiva guarigione, dato che il dottore ha detto che da diversi anni il fegato è stato sottoposto a dura prova, non avendo mai curato e guarito bene l'epatite. Sono sereno e questo tempo di ospedale, nella solitudine e nella preghiera, mi ha fatto tanto bene: ho pregato. giorno e notte, ho pensato e riveduto il mio lavoro, la situazione di Bafata, l'evangelizzazione fatta e da farsi, e mi sono messo completamente nelle mani del Signore, invocando frequentemente lo Spirito Santo. .. Se tutto va normalmente, ritornerò in Guinea nella prima settimana di settembre.
Invece, nel settembre 1977 Leopoldo è ancora a Dakar, fra ospedale, luogo di convalescenza e parrocchia dei padri Sacramentini italiani; prevede che potrà tornare a Bafata in novembre, ma poi verso Natale lo vogliono ancora indietro per dei controlli! Sa che a Bafata c'è bisogno urgente di lui, ma teme di poter fare poco e questo lo fa soffrire (22).
Ho pensato a lungo, pregato, scritto al vescovo: ho detto che sono pronto a restare a Bafatà anche con tutti i rischi inerenti alla mia salute, perché ho offerto la mia vita per Bafatà e con l'aiuto della Vergine non ho nessuna intenzione di ritirare la mia vita missionaria. Ma sento che devo essere sincero e accettare la realtà di una salute precaria, sempre bisognosa di una dieta che in Guinea trovo difficile e in una comunità dove il peso non. sia il solo a portarlo... Sento di ringraziare il Signore di avermi donato la malattia, perché attraverso essa mi apre gli occhi a realtà più profonde e vere, che s'imprimono profondamente nel cuore e diventano esperienze di vita e di fede. Ti dico quello che sento in cuore: al pensiero di dover lasciare Bafatii fra non molti mesi e l'aver lavorato quasi invano, mi si approfondisce il pensiero della mia necessaria inutilità perché solo Dio sia il necessario.
Leopoldo incomincia a pensare ad un rimpatrio anticipato
nella primavera del 1978, invece che l'anno seguente come previsto.
Infatti, il6 maggio 1977 aveva ricevuto una lettera da padre Vincenzo Carbone da
Roma, nella quale gli viene detto che la direzione generale ha programmato il
suo ritorno in Italia nella primavera 1979 per un servizio temporaneo a Sotto il
Monte: sostituire come rettore del seminario padre Gino Malvestio che ritorna in
Amazzonia (23). Nella lettera a Faccioli appena citata (17 settembre 1977),
Leopoldo prevede di poter essere in Guinea a novembre e, in attesa di tornare in
Italia a Pasqua 1978, pensa sia meglio andare a Bafata a sistemare diversi
problemi pendenti, invece che fare alcuni mesi nel seminario diocesano di Bissau e poi dover ripartire (come gli
era stato proposto).
All'inizio del marzo 1978 padre Leopoldo sbarca a Linate: è
tornato in Italia dove rimarrà fino al 1990, prima in ospedale e a casa sua con
la mamma, poi a riposo per più d'un anno nella casa del Pime di Genova-Nervi,
infine padre spirituale nel seminario filosofico di Monza. È un animatore di
giovani con la parola e la musica, ma soprattutto con la preghiera e il buon
esempio: potrà fare ancora tanto bene, pur sentendosi sempre "in
esilio". Il Signore Gesù gli concederà di ritornare nella sua patria
d'adozione il 15 dicembre 1990 e lo chiama a sé il 26 maggio 1996.
L'ultima lettera dall' Africa, prima di tornare in Italia,
padre Leopoldo la scrive da Dakar il4 febbraio 1978 a p. Mario Faccioli (24):
accenna brevemente alla sua partenza da Bafad in aereo, col tecnico italiano
Franzetti che abita a Dakar ed è venuto a Bafatà a prenderlo "col suo
aereo personale" (25). Dice che gli racconterà a voce questa despedida (partenza)
da Bafata, quando Faccioli tornerà in Italia; vuole "assolutamente"
vederlo per parlargli di molte cose e consegnargli varie lettere, compresa una
personale del vescovo Ferrazzetta indirizzata a lui come superiore regionale. La
lettera continua:
Se tutto va normale negli esami di coiurollo del fegato, sabato 11 febbraio arriverò a Linate. Poi starò a casa mia, con mia mamma, per riposare e fare le cure che il dottore di Dakar mi darà. Sento bisogno di riposo assoluto per poter una volta per sempre curarmi seriamente, se no faccio la fine di strascicarmi sempre come uno straccio. Il mio cuore è rimasto là a Bafatà, dove mi sono ancor più accorto, attraverso le lacrime dei miei fratelli, che veramente formiamo una sola famiglia. Prego sempre che il Signore, dopo questo forzato "esilio", mi dia la grazia di ritornare ancora in Guinea. Il vescovo mi aspetta.
Leopoldo dà a Faccioli il numero di telefono della sorella a San Donato Milanese e delle suore dell'asilo che abitano "a trenta passi dalla mia casa" di Lodi, dove padre Mario può chiamarlo. Caro Leopoldo, ti illudevi di andare subito a casa tua! Invece, appena arrivato all'aeroporto di Linate, ti aspettano con un' ambulanza e ti portano in ospedale, al Policlinico di Milano, per tutti gli esami e le prime cure.
È incerta la data del viaggio da Dakar a Milano. Certamente dopo 1'11 febbraio previsto da Leopoldo stesso nella lettera citata del 4 febbraio. Infatti, nel Diario trovato dopo la sua morte
(26) scrive che nel febbraio 1978 va per la terza volta in clinica a Dakar "per tutto il mese. Mi preparo a ritornare in Italia". E subito dopo aggiunge (27):18 marzo 1978: arrivo a casa (a Lodi), con mamma, sono sfinito ma non deluso. Mi abbandono serenamente alla volontà di Dio. Chi viene a trovarmi (soprattutto sacerdoti e padri) scuote la testa... Con la mamma prego molto.
NOTE
[1] AGPIME 100, 1288, VI, 624 (testo scritto a macchina e
ciclostilato), in data 1º ottobre 1975.
[2] Intervistato il 15 luglio 2005 nella casa del Pime a
Genova.
[3] Questa la generosa ma nefasta utopia dominante fra i
giovani missionari di quel tempo, chiaramente assurda specialmente per chi, come
Leopoldo, aveva contratto l'epatite. L'ideale, certamente positivo, di
condividere con i locali, veniva a volte interpretato "vivere come
loro", cioè nella loro stessa miseria e indigenza del necessario.
[4] Lettera a padre Ilario Trobbiani, vicario generale del Pime,
del 24 marzo 1975, AME 100, 1288, 530.
[5] Circolare dello ottobre 1975, AME
100, 1288, 624.
[6] AGPIME, 100, 1288, VI, 537.
[7] AGPIME 100, 1288, VI, 540 (lettera a
p. Giuseppe Ronchi, in vacanza in Italia, del 20 giugno 1976 da Bafata).
[8] Lettera circolare da Bafata della Pasqua 1976, firmata da
Leopoldo con Angelo Bianchi.
[9] AGPIME 100, 1288,542.
[10] Registrata da Leopoldo stesso a Bafata nel settembre 1977
e mandata a p. Benedetto Borgata allora in Italia. Il testo, trascritto dallo
stesso Borgata (11 pagine al computer) è nell'Archivio Pime.
[11] In una audio-cassetta registrata nd settembre 1977 a
Bafara e mandata a p. Borgato che è in Italia, trascritta da Borgato stesso in
Il pagine al computer (in Archivio Pime, citazione alle pagg. 9-10).
[12] AGPIME 100, 1288, VI, 538.
[13] Lo scudo (chiamato anche peso) nd 1976 valeva 30 lire
italiane.
[14] AGPIME 100, 1288, VI, 548.
[15] Audio-cassetta registrata da padre Leopoldo a Bafata nel
settembre 1977 per padre Benedetto Borgata che allora era in Italia, con notizie
della missione. Testo trascritto da Borgato stesso in Il pagine al computer, in
Archivio Pime.
[16] AGPIME 100, 1288, VI, 628.
[17] Intervistato a Genova il 15 luglio 2005.
[18] AGPIME 100, 1288, VI, 550.
[19] AGPIME 100, 1288, VI, 552.
[ 20] AGPIME 100,1288, VI, 556.
[21] Lettera del 31 luglio 1977, AGPIME 100, 1288, VI, 554.
[22] Lettera a p. Mario Faccioli, 17 settembre 1977, AGPIME
100, 1288, VI, 558. Al termine di questa lunga lettera scrive a Faccioli che
nella prossima gli scriverà delle "spese astronomiche sostenute", e
aggiunge: "per fortuna sono assicurato". In altre lettere dice che
paga tutto l'assicurazione Emi (che non è la casa editrice di questo libro!).
[23] AGPIME 100, 1288, VI, 549.
[24] AGPIME 100, 1288, VI, 559.
[25] Non ci sono altre notizie su questo "tecnico"
Franzetti che aveva un piccolo aereo personale. Forse è andato in Guinea anche
per motivi di lavoro, probabilmente ha conosciuto Leopoldo a Dakar ed è andato
a prenderlo a Bafata.
[26] Ne parleremo ampiamente più avanti. È un "diario
spirituale" nel quale si ritrovano date di fatti del passato che Leopoldo ricorda.
[27] Diario di padre Leopoldo trascritto e stampato al computer:
alla pagina 26, in data 8 ottobre 1990, egli scrive questi ricordi del 1978.
L'originale, una agenda del 1983, è in AGPIME 100, 1288, III,
300.