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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione di mons. Giuseppe Merisi

Introduzione dell'Autore

4. "IN ESILIO": DIRETTORE SPIRITUALE IN SEMINARIO A MONZA (1982-1990)

Scrivere la biografia di padre Pastori è, nello stesso tempo, facile e difficile. Facile nel senso del suo cammino spirituale e della sua personalità cristiana e sacerdotale: ha scritto molto e, dopo la sua morte, le testimonianze su di lui e sulla sua santità di preghiera e di vita sono tante, segno che ha lasciato in tanti cuori e in tante anime un forte segno di umanità profonda e di santità autentica. Difficile in quanto per interi periodi della sua vita (per esempio, dal 1978 al 1990) lui stesso, che amava scrivere e scriveva bene, ha scritto poco, eccetto appunto testi di natura spirituale, ma pochissimo sulle sue vicende personali.
Interessante questo fatto. Parecchi missionari, dei quali ho esaminato la corrispondenza per scriverne la biografia, riferiscono in abbondanza date e notizie, ma scrivono poco sulla loro vita spirituale (che risulta da altre fonti e testimonianze). Per Leopoldo è vero il contrario: ha scritto poche date e pochi fatti concreti e moltissimo sulla sua vita intima, spirituale, sulle sue riflessioni e preghiere nelle varie circostanze. Naturalmente questo è spiegabile: Leopoldo, ostacolato nell' azione e quasi bloccato fin dall'inizio del suo sacerdozio da una gravissima malattia che gli toglieva le forze fisiche, concretamente ha realizzato poco e ha perciò orientato la sua esistenza al vivere in profondità la vita soprannaturale e spirituale. Tutto questo conferma che i santi, o almeno i grandi missionari (io ho lavorato in questo campo), sono diversissimi l'uno dall'altro. La santità vera la giudica solo il Signore, ma a noi rimane l'insegnamento che ciascun missionario è impegnato nel realizzare il piano per il quale il buon Dio (e i superiori) l'hanno preparato e orientato. Dio poi vede con quale retta intenzione e quale generosità hanno vissuto!

Un anno a Genova "in riposo assoluto" (1978-1979)

Giunto in Italia nel marzo 1978, dopo una permanenza nell'ospedale Policlinico a Milano per esami clinici e un breve periodo a casa sua a Lodi, padre Pastori viene portato nella casa del Pime a Genova-Nervi, dove incontra il rettore padre Benedetto Borgato che già aveva conosciuto come missionario a Bubaque nel 1972. Borgato era andato in Guinea nel 1958 ed era tornato in Italia nel 1976 per curarsi dell' ameba intestinale; è stato rettore a Genova fino al 1980. Nell'aprile 1978, Leopoldo va a Genova e Borgato ricorda (1):

Faceva riposo assoluto come gli era stato ordinato. Al mattino si alzava tardi e anche se non dormiva rimaneva a letto a riposare. Mangiava in modo molto regolato, evitando cibi pericolosi per il fegato, aveva una dieta precisa. Celebrava la Messa da solo durante il giorno. E poi leggeva, pregava, faceva passeggiate, scriveva lettere perché manteneva i contatti con la Guinea e gli amici in Italia. Venivano a volte a trovarlo parenti e amici, una volta è venuto anche il vescovo di Lodi. Non aveva nessuna attività di apostolato, si è rimesso a posto bene perché era rigoroso nell' osservare quanto gli avevano ordinato i medici. Andava ogni tanto a fare i controlli in ospedale a Milano. Voleva guarire per tornare in Guinea, era la sua massima aspirazione.

Quando Leopoldo ha contratto l'epatite virale? L'origine di questa malattia è incerta. Quando va in Africa nel 197 4, come dice la relazione del Policlinico di Milano riportata qui sotto, era già ammalato al fegato. Qualcuno afferma che l'epatite l'ha presa quando è stato un mese e mezzo in Guinea nel novembre-dicembre 1972, mentre era animatore missionario a Sotto il Monte. Ma la prof.ssa Luisa Conca 2 di Lodi racconta:

Nel 1972 mia mamma e mio papà hanno celebrato il 40° di matrimonio e abbiamo cercato padre Leopoldo per la Messa. il 20 giugno 1972 siamo andati a Sotto il Monte, i suoi seminaristi hanno cantato una bellissima Messa. Poi abbiamo portato fuori a cena padre Pastori, in un ristorante. Ma già allora diceva: "Questo non posso mangiarlo, questo nemmeno, devo stare attento...". Non mangiava il salame e aveva 33 anni: aveva già avuto al fegato una malattia precedente, prima di prendere l'epatite virale.

Nell'ottobre 1978 è ricoverato al Policlinico di Milano dove già era stato appena giunto dall' Africa nel marzo precedente, per fare esami approfonditi. Infatti, dopo una degenza durata 15 giorni (6-21 ottobre) viene rilasciato con una lunga cartella clinica densa di esami e di referti. Leopoldo ha portato certamente gli esami precedenti perché i medici del Policlinico ricostruiscono la storia della sua malattia, definita" epatopatia cronica" e anche "cirrosi micro-macronodulare con modesta attività". Da questo documento risulta (3):

Nel 1973, otto mesi dopo un soggiorno in Mrica, episodio febbrile (39°C), nausea, inappetenza e astenia, che consigliarono un ricovero all'Ospedale San Carlo. Gli furono riscontrate transaminasi mosse e presenza dell' Antigene Au: nella diagnosi si parlò di epatite pregressa. Nonostante che periodici controlli eseguiti nell' anno successivo dessero transaminasi costantemente elevate, nel 1974 il padre partì per 1'Africa. Le sue condizioni furono alternanti e dopo otto mesi si richiese il ricovero nell'ospedale di Dakar....
Due mesi dopo episodio di malaria, ripresosi dal quale sembra godere per due anni di relativo benessere. Nel 1977, dopo un episodio di parassitosi intestinale (Ascaridi e Tricomonas intestinalis),un nuovo controllo effettuato a Dakar dava... [Segue l'elenco particolareggiato dei risultati degli esami a Dakar; e gli esami eseguiti appena tornato in Italia e al Policlinico nell'ottobre 1978].
Si consiglia peraltro dieta opportuna, varia il più possibile, ma che escluda 'completamente cibi difficilmente digeribili e l'assunzione di alcool. Si raccomanda inoltre un moderato uso di sale e un ragionevole periodo di assoluto riposo [con l'assunzione di una medicina].

La paresi della mamma e due anni di cure e riposo (1979-1981)

Il 2 aprile 1979 Leopoldo scrive da Genova al superiore generale, p. Fedele Giannini 4, dicendogli che vuoI ritornate in Guinea appena guarito: padre Lorenzo Chiesa, assistente del superiore generale per i seminari del Pime, "con molta discrezione" gli ha fatto la proposta di entrare nella équipe fotmativa del seminario teologico a Milano; ma Leopoldo esprime il timore che buttandosi 

in un lavoro assai impegnativo, la mia salute, ancora in via di ristabilimento, non resista e mi conduca a bruciare tempi ed energie per la quarta volta, dato che sto rimettendomi lentamente dalla terza ricaduta di epatite virale (inizio di cirrosi epatica). Le dico subito che, conosciuta quale sia la volontà del Signore, non m'importa molto della salute da conservare o da offrire decisamente nel lavoro per le missioni. Ma, in concreto, penso pure che da parte dell'Istituto e da parte mia, le probabilità di perfetto ricupero della salute aumentano e quindi le possibilità di lavoro se ne avvantaggiano. Ora, dopo più d'un anno di assoluto riposo e dieta stretta, mi sento molto meglio; alla fine di aprile rientrerò al Policlinico per la seconda biopsia epatica. Dopo di che i dottori presenteranno la situazione in base a tutti i controlli, e mi daranno delle indicazioni. Spero in bene.

Nell'aprile 1979, "dopo più d'un anno di assoluto riposo e dieta stretta" si sente meglio, ma sarà destinato al seminario di Monza solo il 19 giugno 1981 5: passano ancora due anni di cure, riposo, qualche piccola attività, ma senza alcun impegno istituzionale. Dopo un anno a Genova, nel giugno 1979 Leopoldo va a Lodi dalla mamma, che viveva sola da molti anni essendosi gli altri due figli sposati molto tempo prima: Pino nelluglio 1962 e Maria Luisa nel settembre dello stesso anno. Ma in quel tempo mamma Cecchina non stava bene e in luglio lei e Leopoldo vanno in vacanza in una casa di Don Orione in collina a Centenaro (Piacenza), che ospitava fedeli provenienti dalla parrocchia di don Giancarlo Marchesi.
Una bella testimonianza di quel periodo è della signora Lory Marchesi, mamma di don Giancarlo parroco di Sant' Alberto a Borgo di Lodi, la parrocchia di padre Leopoldo. Dice la signora (6):

Padre Leopoldo è venuto in colonia con me vicino a Bobbio, dove ha passato la convalescenza quando è tornato dalla Guinea ammalato. E c'era anche sua mamma. Eravamo in una colonia di don Orione molto grande, noi eravamo in affitto: c'erano 150 ragazzi del Borgo e di Lodivecchio. lo facevo un po' di tutto, la cuoca, l'infermiera. Leopoldo impressionava tutti. Venivano i genitori dei bambini e quando parlava Leopoldo si sentiva silenzio e attenzione. Mi sembrava di vedere Nostro Signore quando parlava alla gente: erano tutti in silenzio, incantati, attratti da lui. Per me era un santo. In tutti i posti dove passava lui c'era qualche conversione. Quando si è ammalato mio marito, l'unica persona che lo faceva sorridere era lui. Mio marito aveva un tumore ed è morto dodici anni fa. Quando sentiva dolore, se atrivava padre Leopoldo si rasserenava, sorrideva.

 

Nell'agosto 1979, mamma Cecchina è colpita da un ictus e dalla paresi nella parte sinistra del corpo. La signora Maria Teresa Turrini, moglie di Pino Pastori fratello di Leopoldo, ricorda (7):

Mio padre è morto nel luglio 1979 e mia suocera e Leopoldo sono venuti al funerale, poi sono andati a Centenaro, in collina in provincia di Piacenza, dalle parti di Bobbio. Dopo un mese che era in vacanza, a mia suocera è venuta una paresi, in agosto è stata portata a Lodi in ospedale e Leopoldo è stato alcuni mesi a casa mia, credo fin dopo novembre, perché andava ad assistere sua mamma e farle fare due passi al pomeriggio. Mia suocera, quando è venuta fuori dall'ospedale, è andata da sua figlia Maria Luisa a San Donato. La paresi aveva lasciato la mamma di Leopoldo un po' offesa nel parlare e nel camminare, nella parte sinistra del corpo. È rimasta in casa della figlia fin che è morta nel 1986.

Angelo Ginelli 8, vedovo di Maria Luisa Pastori sorella di Leopoldo, che abita a San Donato Milanese, ricorda che

quando Leopoldo è tornato dalla Guinea nel 1978, è stato per un anno di riposo a Genova e con la mamma a Lodi. Nell'estate 1979 mamma Cecchina ha avuto un ictus e la paralisi e dopo qualche mese in ospedale a Lodi è venuta con la figlia Maria Luisa in casa nostra a San Donato Milanese. Leopoldo veniva spesso a trovarla, ma non ha mai abitato stabilmente da noi. Alla sera tornava a Milano nella casa madre del Pime. Quando veniva a San Donato andava in parrocchia dove è ancora ricordato, ma non mi pare che vi abbia abitato per lungo tempo.

Nel seminario teologico a Monza 0981-1990)

Il 19 giugno 1981 padre Pastori è nominato membro della comunità formativa della teologia del Pime a Monza, con p. Angelo Rusconi e p. Giulio Mariani rettore. In quel tempo, dice Giulio, tutti i membri dell'équipe avevano compiti formativi e direzionali. Più tardi, lui e Leopoldo sono rimasti soli e allora si è precisato meglio il compito di padre spirituale di Leopoldo. Padre Mariani ha finito di fare il rettore a Monza nel giugno 1984 ed è partito per le Filippine nel gennaio 1985: l'ha sostituito come rettore padre Quirico Martinelli, dal Bangladesh, e Leopoldo è rimasto con lui e nella comunità formativa del seminario di Monza fino al 1990. È vissuto dodici anni in Italia (1978-1990) pregando e sperando di poter tornare presto in missione: tutti quelli che l'hanno conosciuto in quel tempo ripetono questo ritornello, che la Guinea era la sua missione, il suo ideale. Intanto maturava, con la malattia e le cure a cui doveva sottostare, un' alternativa ad essere, in Guinea, missionario di parrocchia come nel 1974-1978. Non abbiamo sue lettere in questo senso, ma padre Dionisio Ferraro, superiore regionale del Pime in Guinea all'inizio degli anni Ottanta, risponde due volte a lettere di Leopoldo e accenna alla sua proposta di aprire a Bissau una casa di "accoglienza spirituale", dichiarandosi del tutto d'accordo.
Il 6 giugno 1982 scrive a Leopoldo (9), dicendogli che ha visitato tutte le missioni affidate al Pime in Guinea e ha trovato molte attività, ma

poca preghiera... Sarebbe bello poter comunicare un po' dell'esperienza di Dio alle molte persone che ormai riempiono le nostre chiese... La tua idea è ottima, la si potrebbe realizzare nel terreno della diocesi, verso Antula; non molto lontano da Bissau e comunque fuori dai rumori della capitale. Il vescovo qualche volta ne parla, manca solo chi voglia portare avanti l'iniziativa.

Nella seconda lettera (17 novembre 1982) aggiunge (10): "Una presenza di 'accoglienza spirituale' è ben vista qui in Guinea. Solo ci vogliono le persone ad hoc. Il vescovo è molto aperto a questo tipo di iniziative" . Come vedremo meglio nel capitolo V, questa iniziativa di una casa di spiritualità in diocesi è stata presa nel 1985 da padre Mario Faccioli che ha iniziato le costruzioni a Ndame, e poi continuata proprio dallo stesso Faccioli prima con padre Mario Baruffaldi e poi con padre Leopoldo dopo il 1990.
Molto bella e sentita la testimonianza scritta di padre Luciano Lazzeri 11, che ha conosciuto Leopoldo dal 1985 al 1990 e sintetizza bene quanto si può dire di lui come educatore di futuri missionari. Luciano faceva parte dell' équipe formativa del seminario teologico a Milano, Leopoldo era nel seminario preteologico di Monza. Si incontravano frequentemente, anche una volta la settimana, come padri spirituali:

La prima immagine che mi appare spontaneamente nella memoria di questo amatissimo confratello è quella di un uomo di preghiera. Leopoldo viveva costantemente alla presenza di Dio, o meglio viveva la presenza del Signore. Era edificante vederlo in posizione di adorazione in chiesa, immobile, gli occhi chiusi, incurante di ciò che si muoveva attorno, e si era invitati a una certa delicatezza e discrezione quando in quei momenti era necessario parlargli per comunicargli qualcosa, perché si aveva chiaramente la percezione che era immerso in contemplazione. Niente di banale permetteva di rompere quella sosta di unione con Dio. Quando usciva dai momenti di preghiera si poteva leggere nell'espressione del suo volto una pace che contaminava. La preghiera era per Leopoldo la risorsa principale per attingere luce e sapienza nel suo ministero di sacerdote missionario e di guida nel cammino spirituale degli studenti di teologia o di tante altre persone che si rivolgevano a lui per consiglio o accompagnamento sulla via di una fede più profonda. Il suo consiglio, la sua guida erano cercati e richiesti da molte persone. 
La sua parola era ben calibrata e adeguata alla situazione spirituale della persona che gli stava davanti. Posso dire che sapeva leggere con lucidità nell' animo delle persone, vedeva in profondità, proponeva cammini seri, nello stile di una radicalità evangelìca, senza paura di apparire rigido. A volte può aver dato la sensazione di pretendere troppo nella vita spirituale, come l'insistenza sua di dedicare quotidianamente spazi abbondanti di preghiera personale, uno stile di sobrietà e di povertà, superando le mezze misure in ogni campo, puntando sempre oltre lo "strettamente dovuto o imposto dalle regole". Questi valori che lui prima di tutti viveva e nei quali credeva, lo facevano apparire come un asceta di stampo monacale, sganciato dalla concretezza della vita.
 
Era cosciente che come guida spirituale doveva essere di esempio, ma non obbligava nessuno a imitare il suo esempio, piuttosto orientava a Cristo e alla serietà della sua proposta evangelica. Insieme alla figura di Cristo richiamava abbondantemente le figure di santi dei quali era informatissimo, per aver letto tante agiografie e approfondito forme di spiritualità. La devozione mariana occupava un posto privilegiato nella sua preghiera.' So che nel suo studio teneva una icona di Maria, in un angolo riservato dove presentava a Maria la sua vita, i suoi problemi e le preoccupazioni per le persone che inconttava e guidava.
Non era certo un "monaco fuori del mondo", no certamente, ma un uomo con i piedi per terra, ben inserito nella comunità del seminario e nell' ambiente sociale ed ecclesiale. Era sempre al corrente degli avvenimenti della storia che viveva, in sintonia con le gioie e i dolori, le angosce e le speranze del mondo: lo si intuiva dal contenuto della preghiera universale della Messa, quando interveniva invitando ad allargare lo sguardo oltre gli stretti confini e necessità dell' assemblea. Era anche appassionato di attività sportive e informato su campioni e campionati. Anche la dimensione artistica (la passione per la musica) contribuisce a pensare a lui come un uomo completo.
Posso dire, leggendo la storia dell'Istituto in questi ultimi vent'anni, che gli studenti da lui guidati hanno ricevuto molto da lui e che quella radicalità che a lui stava tanto a cuore ha prodotto belle figure di missionari che, oltretutto, gli devono essere riconoscenti. Sapeva di avere una salute precaria 'e sempre sul filo del rasoio, per cui era costretto a una dieta stretta ed a privarsi di alcuni alimenti. Non ha mai fatto pesare sugli altri questo suo limite, anzi lo viveva con spirito di fede e ne parlava con sapiente umorismo.
Ho viaggiato con lui in treno diverse volte e ho ammirato la sua naturalezza nel far scorrere la corona del rosario, davanti a passeggeri estranei, o le pagine della liturgia delle Ore. Alcuni lo guardavano con curiosità o forse con stupore. Facilmente apriva il discorso con le persone, interessandosi di loro, attento alla loro storia e spesso il discorso passava al piano religioso, alla sua esperienza missionaria, alla vita dell'istituto. Questa spontanea sintonia con il cuore degli altri faceva di lui un testimone appassionato di Gesù Cristo a tempo pieno, approfittando di ogni occasione.

In Guinea-Bissau con i seminaristi del Pime (1985)

Fra i molti alunni che ha avuto Leopoldo nel seminario preteologico del Pime a Monza, ne ho intervistato uno che parla volentieri di lui, suo padre spirituale dal 1982 al 1986, il dotto Riccardo Cascioli, oggi redattore capo-servizio di "Avvenire" 12. La sua testimonianza mi pare molto interessante per un periodo della vita di padre Pastori del quale non abbiamo molte altre testimonianze.

Cascioli - Sono entrato in seminario nel Pime a Monza nel 1982 e vi sono rimasto fino al 1986 quando sono entrato in I teologia a Milano. Ero laureato in scienze politiche e padre Pastori è stato subito il mio padre spirituale fino in III teologia, quando ha guidato il periodo di spiritualità, che preparava alla promessa iniziale nel Pime. Nel 1985, col programma Otp 13 siamo andati con lui in Guinea; aveva scelto la Guinea perché voleva provare se resisteva al clima e tornare in missione. Per lui era importante ritornare in Mrica: in quegli anni viveva per questo.
Siamo stati in Guinea due mesi: un mese a Ndame dove Faccioli preparava il Centro di spiritualità, poi abbiamo girato diverse mis
sioni. Eravamo in sette, era la stagione delle piogge, ma non pioveva: un clima bestiale. Leopoldo era contento perché ha resistito bene e si convinceva che era guarito dalla sua malattia. Quando siamo andati nella sua Bafata, a sette anni dalla sua assenza in quella cittadina, gli hanno fatto una festa incredibile: sono venuti in massa a festeggiarlo e gli hanno offerto un pranzo con una tavolata di più di cento persone; un pranzo che in quell' ambiente povero non credevi possibile. Si vedeva che si erano impegnati tutti al massimo.

Gheddo - Quelli erano anni difficili in Guinea, per motivi politici e anche per contrasti nella Chiesa sulle linee da seguire in campo pastorale. Leopoldo era piuttosto tradizionalista. Come si comportava riguardo alle divisioni e differenze che c'erano fra i missionari della Guinea?

Cascioli - Trattava tutti allo stesso modo, non faceva differenze. C'era un padre che celebrava Messa solo la domenica, tutti i giorni non celebrava: allora questo era di moda, si diceva che la Messa andava celebrata solo con i fedeli, non da soli. Ebbene, questa era la cosa più lontana possibile da Leopoldo, ma non lo sentivi mai criticare questo padre; anzi, ci ha mandati anche da lui in tre, per una settimana, in modo che lo conoscessimo e vivessimo con lui la sua esperienza, il suo metodo di fare missione. Poi stava a noi giudicare e casomai parlarne con lui. In missione trovavi tipi diversi di missionari, ciascuno con la sua personalità, il suo stile: alcuni progressisti, altri tradizionalisti, altri ancora piuttosto strambi. Leopoldo ci orientava nelle cose di sostanza, ma poi ci lasciava liberi di vedere, sperimentare, conoscere: ci ha fatto incontrare tutti allo stesso modo. Noi sapevamo il suo modo di pensare, il suo spirito e il suo metodo, ma dovevamo giudicare noi le varie esperienze.
Aveva fascino con la gente, ma il suo carisma era la capacità di stare con i bambini: li amava e i bambini lo amavano. Anche con i giovani aveva fascino, ma con i piccoli era eccezionale. Godeva di stare con loro, perché era rimasto anche lui un bambino: aveva conservato, pur nella maturità di adulto, la semplicità e l'ingenuità di un bambino. Aveva anche un forte senso dell'umorismo, gli piaceva la compagnia, scherzava, rideva facilmente come un bambino.
Ricordo che una volta, eravamo a Monza, siamo andati a cena dalla famiglia di Aleandro Castrese (oggi missionario in Brasile); sua mamma continuava a chiamarlo "padre Leopardo" e nessuno le diceva che sbagliava. Ma Leopoldo si divertiva da matti, rideva
come un bambino. Un' altra volta, a Genova, siamo andati a fare una giornata di ritiro dalle suore di clausura Clarisse Cappuccine: siamo rimasti tutto il giorno e dopo cena io mettevo i piatti vuoti nella ruota e dall' altra patte una suora li ritirava. lo le dicevo: "Grazie per la cena"; ma io sono umbro e pronunzio la "c" quasi come se fosse "sc". Lei mi dice: "Ma quale scena? Noi non facciamo nessuna scena!". lo le ripetevo: "Sorella, grazie non della scena, ma della cena"; e ancora, senza volerlo, per la mia pronunzia umbro-toscana, a lei lombarda sembrava che io dicessi: "Grazie per la scena" ... e si spazientiva. Leopoldo si spanciava dal ridere. Aveva la semplicità e la capacità di piangere e di ridere dei bambini. Però era anche capace di battute, di prendere in giro amabilmente. Il suo non era uno spiritualismo distaccato dalla vita, ma proprio di un giovane come noi, con la nostra stessa sensibilità e voglia di scherzare, di appassionarci. Ad esempio, a lui piaceva molto il calcio, aveva giocato e anche bene nelle squadre giovanili di Lodi, nominava spesso la squadra di Lodi, il "Fanfulla", e gli sarebbe piaciuto giocare con noi perché giocava veramente bene; non poteva per la salute, ma si appassionava. Non era uno che viveva di preghiera e basta, si interessava molto anche delle cose umane. 

Gheddo - Come prete lo ricordi in modo positivo?

Cascioli - Di lui ricordo soprattutto la sua spiritualità. Come padre spirituale a me ha fatto tanto bene, mi ha dato un metodo, un approfondimento della vita spirituale radicato nella preghiera. Per me è stato un grandissimo sostegno e orientamento spirituale e umano. Un' altra cosa molto importante per lui era il canto. In seminario a poco a poco ha cambiato il modo di cantare, i canti, con calma, con pazienza. Quando io sono entrato nel seminario del Pime i canti erano una pena. lo venivo da "Comunione e Liberazione", ed era l'unica esperienza di chiesa che avevo fatto perché mi sono convertito da studente universitario e sono entrato qualche anno dopo nel Pime. In CL ero stato educato ad una liturgia e ai canti in modo serio, adulto, col gregoriano e altri canti tradizionali: si cantava e pregava assieme anche nei gruppi studenteschi con un certo ritmo e rigore. A Monza si cantava assieme, ma ciascuno andava per conto suo.
Leopoldo ci ha educati e poi ha rinnovato i canti liturgici. Non ha mai preso di petto questo problema, col rischio di suscitare opposizione, non ha mai demonizzato il passato oppure azzerato quel che facevano; ma pian piano ha cambiato le cose. Ad esempio, ha introdotto le prove di canto che prima non si facevano e insegnava a tutti a cantare. Poi introduceva canti nuovi, ad esempio cantavamo la Messa degli Angeli e canti tradizionali seri, canti natalizi e, fuori di chiesa, canti alpini: aveva la sua korà che usava per accompagnare. Valorizzava quello che c'era, ma faceva cose nuove e pian piano ci portava dove voleva arrivare. 

Gheddo - Un altro dei suoi ex alunni mi ha detto che Leopoldo imponeva un po' la sua spiritualità di tipo monastico, che non è quella del Pime. 

Cascioli - Certo, come padre spirituale privilegiava l'aspetto della spiritualità rispetto a quello che era l'impegno sociale, la militanza. Ma devi tener conto di com' era l'ambiente del seminario, anzi dei seminari, in quel tempo. lo sono entrato quando ero già adulto e il primo discorso che mi sono sentito fare è stato questo: tutto quello che hai fatto fino ad oggi devi dimenticarlo, non vale più nulla; volevano si troncasse qualsiasi rapporto con i movimenti e si vivesse l'impegno sociale di un certo tipo, diciamo sessantottino.
Leopoldo privilegiava la vita di preghiera, contemplativa. In quell'ambiente era necessario per richiamare i fondamenti del missionario, mentre allora si poneva spesso la domanda: come sarà la missione del Duemila? Poi si diceva: "Oggi la missione è..." e si davano prospettive a senso unico: aiutare i poveri, liberare i poveri, l'opzione per gli ultimi, la scelta dei poveri, la Chiesa dei poveri... In questo ambiente c'era Leopoldo che dava un orientamento spirituale, richiamava il valore della preghiera e dell' adorazione. Come padre spirituale era forte, ma non in contrasto con la mia esperienza precedente in CL: mi ha sempre visto bene e io l'ho accolto bene come padre spirituale. Personalmente ero e sono molto coinvolto nel sociale, ma in senso diverso da quello di tipo ideologico dominante a quel tempo. 

Gheddo - C'era qualche aspetto di lui che non approvavi?

Cascioli - All'inizio a me dava fastidio il suo insistere sulla devozione mariana. Naturalmente anch'io amavo la Madonna e la pregavo, ma lui metteva la mamma in tutte le cose, in tutti i discorsi; la sua esperienza di orfano influiva anche sulla sua spiritualità. Poi mi è
capitato di andare per due settimane a fare volontariato da fratel Ettore e con lui questo amore alla Madonna era ancora più marcato.

Gheddo - Perché facevi fatica ad amare la Madonna?

Cascioli - No, tieni conto che io sono entrato in seminario a 25 anni e avevo incontrato CL a vent'anni all'Università di Perugia: li incomincia la mia educazione cristiana che era fortemente centrata su Cristo, perché allora il problema era Cristo e la Chiesa, che erano contestati; e mi pare che don Giussani, in seguito, sia cambiato un po' anche lui. lo non ho avuto una famiglia credente, in cui si recitasse il rosario tutte le sere come hai avuto tu.

La morte di mamma Cecchina (2 novembre 1986)

Il 2 novembre 1986 padre Leopoldo ha una concreta esperienza di dolore per la morte di una persona cara, la mamma Francesca, che è stata il suo principale punto di riferimento e modello per quanto riguardava la fede, la preghiera, la vita cristiana. Luisa Conca (14) racconta:

La mamma di Leopoldo era una donna buonissima. Quando ha avuto una paralisi, con lo zio Giuseppe Camagni siamo andati a San Donato Milanese a trovarla: era in casa della figlia, in carrozzella. Ci ha detto: "Offro tutto al Signore purché padre Leopoldo possa tornare in Guinea".

Quello stesso 2 novembre 1986, quando muore la mamma, Leopoldo scrive nel suo Diario:

Sei venuto a prendere, Signore mio Dio, il dono preziosissimo della mia vita: sii benedetto e lodato con profonda gratitudine per la morte orante e dolce della mamma. 
Si fa luce in me un modo nuovo di presenza materna: sei invisibile, o mamma, ma interiore realtà che mi spinge alla preghiera, alla fedeltà con Gesù.
Hai sempre pregato il Signore perché mi faccia un santo missionario: ora ancora di più, e sento che la tua preghiera per me è viva, esaudita da Gesù che mi attira a sé.
Vergine Maria, tenerissima Madre, nel tuo Cuore Immacolato riposa la mamma: ascolta la sua preghiera per noi, esaudisci la mia povera preghiera perché lei sia eternamente felice a gloria di Dio. Amen.

Il 5 novembre 1986 Leopoldo scrive al superiore generale, padre Fernando Galbiati, e alla direzione generale del Pime (15):

Grazie per la vostra partecipazione al nostro dolore per la scomparsa della cara mamma Francesca. Come ricordo vi lasciamo il messaggio che la sua vita di fede ha trasmesso a noi. Ci ha insegnato a credere all' amore di Dio, anche quando la vita le ha chiesto un duro lavoro, il dolore per la morte del giovane marito e della figlia diciottenne, la prova della malattia che le ha tolto ogni energia. Ci ha donato l'esempio di una preghiera incessante e missionaria, delle lunghe ore passate davanti al Santissimo e gli ultimi suoi gesti sono stati il segno di Croce e lo sgranare il Rosario.

Il bollettino della parrocchia del Borgo a Lodi (Sant'Alberto) ha pubblicato un breve resoconto del funerale di mamma Cecchina (9 novembre 1986):

I funerali di mamma Cecchina Scotti, vedova Pastori, si sono svolti nella chiesa parrocchiale di S. Donato Milanese, dove risiedeva in famiglia con la figlia Maria Luisa. Visti dall'esterno, non avevano l'aria di funerali, ma di gioiosa presenza di una persona conosciuta, apprezzata, amata, con la quale ci si accompagna per i viali di S. Donato e con la quale, nella lode di Dio, ci si accomuna in chiesa assieme a pregare e cantare. Tanta gente veramente, da ogni parte, senz' altro in deferenza e amicizia a padre Leopoldo, ma anche perché lo Spirito del Signore diffonde in modo misterioso il profumo del bene che una persona ha compiuto, la sua bontà comunicata, i suoi doni corrisposti per la docilità della sua azione. 
Sono le nostre mamme che con coraggio hanno sempre detto di sì alla volontà di Dio, hanno cresciuto la famiglia nel suo amore, hanno preteso contare poco per sé pur di consumarsi nel silenzio operoso per un po' di bene agli altri. Mamma Cecchina 1'abbiamo conosciuta così, quando era tra noi in Borgo e così 1'avrà conosciuta chi le è passato accanto.

Il 1º gennaio 1987 Leopoldo è a Medjugorie, dove si ferma per otto giorni. La devozione a Maria era intensa e centrale nella sua vita. Nel Diario trascrive alcune raccomandazioni della Madonna e poi (12 gennaio) ringrazia il Signore,

pieno di gratitudine, di pace e di fervore per tutto ciò che mi hai fatto vedere, udire e sentire a Medjugorie. Grazie, mio Dio, infinito e vicino, per tutti questi doni stupendi, per la tenerezza e la presenza della Vergine Maria, che voglio amare e seguire con più fedeltà e oblazione. Benedici, o Maria, la mia mamma e ottienimi di vivere la santità che tu, dolcissima Madre, vuoi da me, per la gloria del Signore. Grazie infinite. Amen (16).

"Molto importante per me un ritorno in missione"

Nel tempo della permanenza a Monza va notata la data del 10 gennaio 1984, quando Leopoldo scrive il suo testamento (che poi rifarà nel 1990). Ha 45 anni, sta bene, vuoI tornare in Guinea, ma il dato rilevante di questo breve abbozzo di testamento è che scrive:

Accetto e consacro fin da ora la chiamata ultima di Dio, il dono della morte, come offerta sofferta in espiazione dei miei peccati in unione alla morte di Gesù, con Maria ai piedi della Croce: ogni giorno sia benedetto, mio Dio, specie quando avrò da soffrire e morire.

È vero che aveva l'epatite e non era del tutto guarito, ma pensieri di questo genere, in un uomo di 45 anni, sono fuori dell' ordinario. Ma diventano abituali per chi vive con la testa e il cuore nel mondo soprannaturale. Naturalmente Leopoldo si impegnava al massimo in quel che faceva nel quotidiano, nel lavoro, nello sport, nelle amicizie, nello studio, come abbiamo visto e come vedremo negli ultimi anni in Guinea, ma questo non gli impediva di avere continuamente "la mente e il cuore fissi in Dio".
L'8 febbraio 1987 mons. Settimio Ferrazzetta scrive al superiore generale del Pime, p. Fernando Galbiati, dicendogli 17 che il Centro di spiritualità di Ndame già funziona ed "è stato pensato per essere iniziato da due persone carismatiche, che devono dare l'impronta esatta della carica di tensione ad alto livello del dialogo con Dio, negli incontri-ritiri che a Ndame si svolgeranno. Queste due persone lei può subito immaginare chi sono: p. Mario Faccioli e p. Leopoldo Pastori"; e gli chiede di rimandare Leopoldo in Guinea. Galbiati risponde 18 che il Pime è disposto a mandare anche subito p. Pastori e lui

non aspetta altro che questo, ma purtroppo il Signore non pare sia dello stesso parere in questo momento. Infatti una recente visita medica ci ha messo un po' in allarme per il suo stato di salute. Egli stesso ne è al corrente ed è rassegnato: non vorrei che p. Leopoldo venisse a mancare per tutti e lei sa bene che con le malattie del fegato non si scherza!

 

Il 1987 va ricordato perché si celebrava nella Chiesa l'Anno mariano voluto da Giovanni Paolo II, che trova in Leopoldo Pastori un giovane prete (aveva 48 anni) particolarmente sensibile al richiamo della devozione a Maria. Nel suo Diario di quell'anno spesso richiama la protezione della Madonna e al termine degli esercizi spirituali annuali stila un testo, "Orientamenti di vita per l'Anno Mariano" (19), in cui si legge:

Pregare sempre senza stancarmi mai, "Per Maria". E meditare un po' ogni giorno sui documenti e libri di spiritualità mariana. Oggi "Gesù mi ama e dà se stesso per me" (Gal2,20). Oggi voglio amarlo, farlo amare e dare me stesso per Lui (1Gv 3,16).
"Quae placita sunt ei, facio semper" (Quel che piace a Lui io faccio sempre). Evitare ogni dispiacere a Gesù e Maria. Gesù è tutto, io nulla: questo è ciò che conta.
La confessione-digiuno più frequente (dai 10 ai 15 giorni al massimo): "Cammina umilmente con il tuo Dio" (Mi 6,8): chiedere l'umiltà e la compunzione continua del cuore.
Per intercessione di Maria "fissare gli occhi su e in Gesù" (Eb 3 e 12). Sviluppare gli occhi del cuore e della mente, "distogliendo gli occhi dalle cose vane" (Sal 118).
Vedere la storia sacra che continua, si sviluppa, in un continuo-fedele progetto di amore del Padre.
Vedere come le cose, i fatti cominciano e come la mano potente di Dio li porta avanti.
Vedere il Signore che crea, lavora, è presente nella Chiesa e nella comunità e nella persona.
Vedere ogni persona, fatto o cosa, come un dono-stimolo che Dio suscita per far crescere il Regno: "È il Signore!" (Gv 21,7).
Fa', o Signore, che io sia retto, integro, assimilato a Gesù, per essere gradito ai tuoi occhi.

Nel Natale 1989, un anno prima di ripartire per la Guinea, Leopoldo sentendosi in forze scrive una lunga lettera a padre Franco Cagnasso, eletto superiore generale del Pime nell' Assemblea generale (capitolo) di Tagaytay (Filippine) dall'8 settembre al21 ottobre 1989, e suo antico compagno di classe nel seminario teologico del Pime, per chiedergli di lasciarlo tornare in missione. Esprime con passione idee che ha coltivato per anni, ora sente il bisogno di farlo perché capisce che torna in missione adesso o, forse, mai più. Incomincia dicendo che ha già trascorso 17 anni di servizio al Pime in Italia e solo quattro di missione in Guinea e continua:

Credo che per me sia molto importante un ritorno in missione, ora che godo la salute e che l'età può ancora permettermi di inserirmi sufficientemente dove sarò mandato. Non posso dimenticare la Guinea-Bissau, che rimane sempre il mio primo e più vivo desiderio. Potrei ancora inserirmi e lavorare secondo quelle esigenze che la comunità riterrà opportuno affidarmi. È vero che la salute potrebbe dare qualche difficoltà, ma è pur vero che il mio essere missionario del Signore mi rende fiducioso nel compiere sereno questo rischio. A Dio tutto è possibile e non sarei certo io il primo a dimostrarlo.

Poi padre Pastori accenna alle due ipotesi alternative sul suo futuro: andare missionario in Brasile, dove sarebbero più facili la dieta e i controlli sulla sua epatite; ci andrebbe volentieri, ma lui preferisce la Guinea. E poi la possibilità, che Cagnasso gli aveva proposto, di un impegno nei seminari diocesani italiani come animatore della Pontificia Unione Missionaria del Clero, fondata dal beato padre Paolo Manna nel 1917 . Questa proposta lo mette in difficoltà, perché non si sente portato ad un ministero da "nomade", itinerante da un seminario all'altro; ha sempre lavorato nella" continuità formativa" in comunità stabili e si trova a disagio nei viaggi, per la stanchezza che causano e il cambiare continuamente cibo, letto, situazioni, ecc. Però conclude dicendo:

Non mi sento però, in questo cammino di "sequela Christi", di rifiutare niente e nessuno. Ho pregato e fatto pregare: ora mi metto nelle mani del Signore, sospinto dalla Vergine Madre: Lei mi aiuterà a ricevere dalla tua decisione la volontà che più amo fare, quella di Gesù (Gv 2,5). Grazie per avermi ascoltato. Sta sereno, perché sono sicuro che il Signore ti illuminerà sul da farsi e così mi aiuterai a vivere con i fatti l'obbedienza della fede.

"Quaranta giorni di deserto" con padre Gasparino (1990)

Nel settembre-ottobre 1990 padre Pastori trascorre "quaranta giorni di silenzio e preghiera" presso la "Comunità contemplativo-missionaria Charles de Foucauld" di don Andrea Gasparino a Cuneo; esperienza che, dice in una lettera agli amici scritta nel novembre 1990, "consiglierei volentieri ad ogni confratello, missionario o sacerdote, che inizia una nuova tappa nella sua vita apostolica. Anch'io inizio una 'vita nuova' ripartendo per la Guinea- Bissau". In una lettera alla sorella Maria Luisa e alla sua famiglia rapidamente descrive quell' esperienza spirituale (20):

I giorni sono molto intensi, dal mattino alle 5 fin verso le 21.30-22, con la maggior parte delle ore in preghiera-adorazione. Tre ore di lavoro (sto verniciando molte porte) mi sgranchiscono un po'. Sono sempre solo - esternamente s'intende - tranne il sabato. Prego continuamente la mamma come protettrice di questo deserto, perché interceda per me.

"Quali sono i doni dello Spirito Santo in queste quattro settimane?" si chiede Leopoldo il20 ottobre 1990 (nel suo Diario) e risponde che, nel deserto di quei giorni, lo Spirito fa emergere i desideri della sua vita: "Nel deserto i desideri si purificano e lentamente il cuore, guidato dall'amore paziente di Dio, si attacca ai desideri che valgono e che ci danno un po' la nostalgia di Dio". Conclude scrivendo che 40 giorni di preghiera-silenzio-adorazione, poco prima di partire per la Guinea-Bissau, hanno chiarificato in lui la risposta alla domanda: cosa voglio dalla mia vita? Cosa vuole Dio da me? E scrive i tre "desideripreghiera" che nutre in quei giorni (21):

Primo grande desiderio-preghiera: essere una Eucarestiaumana: don Mazzolari chiamava così il prete, cioè un uomo quotidianamente trasformato dall'Eucarestia. lo sento che sarò felice solo quando diventerò Lui ("Noi diventiamo Lui", san Gregario Nazianzeno). Preghiera e amore ottengono l'impossibile: io ci credo! "Tutto posso in Colui che mi dà la forza".

Secondo grande desiderio-preghiera: questo fascino dell'Eucarestia che attira senza mai stancare, mi sta rinnovando in un desiderio profondo di santità (sono sempre nel campo dell'impossibile per me, ma possibile a Dio). Quanti giorni ho pregato il Signore di farmi santo. .. durano due giorni e poi naufragano nella palude della mia mediocrità... e quante sere ho sentito l'amaro della tiepidezza e mi dicevo: Gesù, io così non servo a nessuno, né a te, né a me, né agli altri. Sono solo buono per essere vomitato dalla tua bocca (Apocalisse). L'Eucarestia è sorgente quotidiana di santità e come missionario ho bisogno di tendere alla santità. Un grande missionario del Pime, il venerabile [beato dal 1991, n.d.r.] padre Paolo Manna scriveva: se non siete missionari santi, non andate in missione.

Terzo grande desiderio-preghiera: nella solitudine del cuore sto riscoprendo e amando l'abbandono al Padre. Quando sto bene, tutto va bene, ma quando la mia salute fragile fa cilecca, allora le cose non girano come vorrei. E in quei due-tre giorni e notti, quanti pensieri di paura, di debolezza, di dar fastidio agli altri: il pensiero si impantanava dentro di me. Nella celebrazione dell'Eucarestia mi sono sentito risuonare dentro le parole che Gesù ha detto a santa Caterina da Siena: "Caterina, smetti di pensare a te stessa. Tu pensa a me che a te ci penso io". Mi sono sentito più tranquillo e la calma dell'Eucarestia è venuta in me. Tutto è passato. L'abbandono è un grande dono da chiedere con umiltà a Dio, come prega il Salmo 130 e come vive la Vergine Madre: "Eccomi, fa' di me quello che vuoi".

Dopo un anno di Guinea- Bissau, sempre nel Diario al giorno 9 febbraio 1991 Leopoldo aggiunge un quarto "desiderio" ai tre precedenti, nel giorno del suo 52° compleanno:

Voglio essere missionario-monaco, che nella preghiera e carità testimoni la tenerezza di Dio, la compassione di Gesù. Vivrò intensamente ogni momento per l'evangelizzazione della Guinea e di Ndame. Anche se nel silenzio dell'inutilità dei miei giorni, cercherò difare ogni cosa profondamente unito a Gesù per Maria. Più sarò unito a Lui, più sarò missionario: il poco con Gesù è molto, il molto senza Gesù è niente!

Dopo i 40 giorni passati da padre Gasparino nella preghiera-silenzio-adorazione, nel novembre 1990 padre Pastori scrive una "Lettera agli amici" (già citata poco sopra), quasi una continuazione dei tre "desideri-preghiera" appena riportati, nello stesso spirito di grande concentrazione sulle certezze e le gioie della fede. Così manifesta il suo animo prima di abbandonare l'Italia per l'avventura missionaria in Africa che -lui ancora non lo sa - durerà solo cinque anni e mezzo:

Sono veramente felice di ritornare in Guinea e mi sembra un atto di amicizia confidenziale spiegarvi il perché.
Parto perché è grande l'amore di Gesù per me.
È Lui che per primo mi ha tanto amato. Penso al suo amore meraviglioso. Mi ha dato una mamma santa e un fratello e una sorella carissimi. Mi ha educato dandomi sacerdoti ed educatori saggi e paterni, sia nel Collegio degli Orfani a Lodi, sia nel seminario missionario del Pime.
Mi ha consacrato sacerdote nel Pime, riempiendomi di tante gioie in Africa e in Italia. Mi ha dato la croce proporzionata alle mie forze e fragilità, quando ho dovuto soffrire da bambino (morte del papà e di una sorella di diciannove anni) e nella malattia quando ero in missione (vari anni di cure e di letto!).
Mi ha dato tante comunità e persone come voi, che ritengo vero dono di Dio, perché mi avete aiutato con la vostra vicinanza a vivere bene la mia vocazione sacerdotale e missionaria. In breve, ogni battito del mio cuore può testimoniare che Gesù è buono e mi ama e anch'io vorrei amarlo sempre di più. Parto per rispondere all'amore immenso di Gesù con la mia goccia d'amore.
Parto perché voglio amare e fare amare Gesù.
È un bisogno del cuore amare chi ci ama e il modo più maturo di amare è donare se stessi. lo non sarò mai felice se non darò questo amore di Gesù che mi porto dentro. E lo dono dando la mia vita nella Guinea-Bissau. È Gesù che lo dice: "GratUitamente avete ricevuto, gratuitamente date... Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici".
Nei miei ventun anni di prete missionario ho constatato molte volte che un uomo, venendo a scoprire Cristo, riscopre anche un senso nuovo della vita e vede con occhi più umani e giusti la realtà e gli uomini. Sono convinto che per ogni uomo non è la stessa cosa conoscere o non conoscere Cristo. Perché chi conosce e segue Gesù - uomo perfetto e Figlio di Dio - diventa più uomo e più capace di amare.
Non hai paura di ammalarti di nuovo?
Certamente, un po' di paura c'è sempre. Soffrire non è facile, né piacevole. Ma la Parola di Dio mi dà coraggio: "Nell'amore non c'è timore, al contrario, l'amore vero scaccia il timore" (1 Gv 4,18). L'amore di Dio vale più della vita e della mia salute (Sal 62).
Mi metto nelle mani del Padre che mi ama, e lavorerò finché avrò forza per testimoniare l'amore di Cristo verso ognuno che incontrerò. Parto sereno, avendo nel cuore le parole di mia mamma: "Quando il Signore vuole una cosa, dà tutto il necessario per farla bene, e se dà una croce, dà le spalle per portarla". Fraternamente uniti. Padre Leopoldo.

 

NOTE

[1] Intervista a padre Borgato il 9 giugno 2005 a Saronno (Milano).
[2] Intervistata a Milano il 24 ottobre 1997. 
[ 3] AGPlME 100, 1288, I, 054.
[4] AGPIME 100, 1288, VI, 561.
[5] Vedi "Il Vincolo" (bollettino interno ufficiale del Pime), n. 133, giugno-settembre 1981, pago 43.
[6] Intervista telefonica registrata da Roma a Lodi il21 febbraio 1998.
[7] Intervista telefonica registrata da Milano a San Donato Milanese il 13 agosto 2005.
[8] Intervistato telefonicamente il 14 agosto 2005.
[9] AGPIME 100, 1288, VI, 562. 
[10] AGPIME 100, 1288, VI, 563.
[11] Consegnatami a Genova, dove padre Lazzeri è rettore ddla casa dd Pime, il 25 luglio 2005.
[12] Intervistato a Genova il 20 luglio 2005. Riccardo, uscito dal Pime in I teologia nel 1986, è sposato con due figli.
[13] Otp: Overseas Training Programme, un corso di formazione alla vita missionaria nelle terre d'oltremare, con i missionari del Pime: erano due-tre mesi estivi che gli studenti del periodo di formazione (o anno di formazione) facevano in missione, sorto la guida del padre spirituale e di un missionario pratico del paese in cui l'Otp si svolgeva.
[14] Intervistata a Milano il 24 ottobre 1997.
[15] AGPIME 100, 1288, VI, 569.
[16] Quest'ultima frase l'ho aggiustata grammaticalmente perché nell'originale a mano è certamente scorretta in lingua italiana: questa la dizione logica.
[17] AGPlME, XXXV-8, Cart. 1, n. 10. 
[ 18] AGPlME, XXXV-8, Cart. 1, n. 12. 
[ 19] Vedi Diario, 29 giugno 1987.
[20] Lettera del 7 ottobre 1990.
[21] Nel riportare dal Diario i tre desideri di Leopoldo nel partire per l'Africa, mi permetto di riprendere solo le frasi essenziali di ciascun punto per non far perdere al lettore la visione d'assieme di questa pagina molto intensa. Leopoldo si dilunga nello spiegare e nel confortare con citazioni i singoli punti.