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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione di mons. Giuseppe Merisi

Introduzione dell'Autore

5. GLI ULTIMI CINQUE ANNI E MEZZO IN GUINEA (1990-1996 )

Nel Congressi no missionario al Pime di Milano (23 settembre 1990), a51 anni compiuti, padre Pastori riceve per laseconda volta il Crocifisso dei missionari partenti e ritorna nella missione di Guinea dopo i primi quattro anni di missione nel 19741978. Questi sono i suoi anni migliori, ma purtroppo dureranno poco: dal 16 dicembre 1990 al 26 maggio 1996, cinque anni e mezzo. Sono gli anni conclusivi della sua vita, nei quali soprattutto lascerà il forte segno di santità che ancor oggi rimane fra chi l'ha conosciuto in Guinea. In questo breve periodo non c'è quasi storia da raccontare, nel senso che non c'è un prima e un dopo, con grandi fatti e avvenimenti da segnalare. Valgono di più, per questi anni, le sue lettere e le testimonianze di chi l'ha conosciuto, che illuminano sul suo spirito di preghiera e di donazione al popolo guineano. Per celebrare la sua partenza per le missioni, il settimanale diocesano di Lodi pubblica un articolo su di lui, nel quale promette preghiere a nome dei lodigiani e augura che Leopoldo,

rinvigorito nella salute, animato dal suo inveterato spirito di donazione, possa realizzare pienamente il suo primitivo programma: "Servire i poveri, vivere come africano tra gli africani, testimoniando fedelmente Cristo e condividendo gioie e dolori dei fratelli d'Africa".

Il 10 novembre 1996, nella parrocchia di Sant'Alberto a Lodi dov'è parroco il grande amico di Leopoldo don Giancarlo Marchesi, si svolge la cerimonia di saluto al missionario in partenza. Il direttore degli ex orfanotrofi, dottor Valerio Manfrini, gli dona due ricordi del rag. Giuseppe Camagni, dati dalla nipote prof.ssa Luisa Conca: un quadro di Santa Teresina del Bambino Gesù e una medaglia in bronzo raffigurante il Duomo di Lodi e San Bassiano, protettore della diocesi; gli amici e gli ex compagni dell' orfanotrofio offrono una notevole somma di denaro per la sua missione.

Il fuoco evangelico

Appena giunto in Guinea, Leopoldo va ad abitare a Ndame con padre Mario Faccioli. Riprende lo studio del portoghese e la pratica della lingua criolo, ma si mette subito all' opera. Alla famiglia scrive (lO gennaio 1991):

lo sto davvero bene. Il clima è buono, va dai 18 gradi di notte ai 3233 di giorno, con un buon venticello. Sto acclimatandomi bene in questa nuova casa, con una bellissima chiesa. Mi trovo bene. Per ora faccio la vita del missionario-monaco, attorniato da un silenzio profondo, cadenzato dal richiamo di tanti uccelli, cicale, grilli, e dai canti notturni dei villaggi vicini circa 500 metri, nel bosco. A poco a poco mi inserisco nel lavoro, che è soprattutto di animazione spirituale, approfondimento dei contenuti missionari alla gente.

In Quaresima - scrive il 5 aprile 1991 - sono passati da Ndame, per ritiri vari e giornate di preghiera, circa 50 padri, 80 suore e 300 laici (giovani e adulti): c'è fame di Dio e questo è davvero il prodigio del Signore.

Nei primi tempi anni passati in Guinea (1991-1994) si può dire che Leopoldo abbia goduto d'una buona salute anche quando, come nell'aprile-giugno 1991, non piove e il caldo diventa quasi insopportabile. In aprile scrive: "Sono 30-38 gradi in casa (di notte e di giorno) e 60-70 al sole!"

Le piogge ritardano - scrive il3 luglio 1991- è tutto secco, la gente soffre la sete perché i loro pozzi sono secchi. Tutto il giorno le donne con grossi catini di plastica vengono qui a prendere acqua e così fanno chilometri ogni giorno. lo sto bene davvero e il mio inserimento sta avvenendo ottimamente.

La prima lettera di Leopoldo da Ndame, conservata in archivio, è del 1 o maggio 1991 al superiore generale p. Franco Ca gnasso (1):

Con gioia ti scrivo queste due righe per dirti che. .. il miracolo continua. Sto proprio bene, anzi addirittura sto crescendo di peso (3 kg) perché... studio troppo! Sto ripassando (ristudiando) le due lingue base, portoghese e criolo, e mi dedico all'inserimento lento nella complessa realtà della Guinea. Qui seguo una comunità fondata sulla preghiera e l'accoglienza. .. Sono contento perché capisco che il buon Dio ha una pazienza oceanica e mi insegna a star calmo, quando vorrei. .. bruciare tutti i villaggi qui vicino (il fuoco evangelico, s'intende!).

Pochi mesi dopo il suo arrivo a Ndame, padre Leopoldo scrive ad una signora amica, mamma di un missionario del Pime (2), raccontandole la sua vita in Guinea e il lavoro che sta facendo. Le chiede di pregare per "la santità dei sacerdoti e dei missionari, perché solo un santo può portare il Signore e donarlo a chi lo aspetta". Interessante questa lettera, perché rivela la sua mentalità profonda informando delle sue visite al villaggio di Ndame e agli altri vicini al Centro di spiritualità:

Quando entro in questi villaggi poveri, miseri, tutti mi chiedono, dai bambini agli anziani, camicie, calzoni, scarpe, medicine, sapone... lo rimango triste perché anche se dessi tutte queste cose non servirebbe a niente: forse diventerebbero solo degli sfruttatori. E penso: nessuno mi chiede di conoscere Gesù, di insegnare a pregare Dio. Se fossi santo, allora forse il loro cuore si aprirebbe a Dio. È questo che vorrei: che questa casa di preghiera sia santuario di fede eucaristico-mariana! Per ora vengono pochi padri, poche suore e qualche laico, per pregare un po'. Mi aiuti a conoscere e a praticare fino in fondo la volontà di Dio, accettando ora il cammino della solitudine e di attesa dell' opera di Dio.
Quando vado nel villaggio - scrive in un'altra lettera, datata 9 settembre 1991 - due volte la settimana, è una gioia per me incontrarmi con tanti affettuosi bambini (da pochi mesi, anzi giorni, a dieci anni); ma è anche un dolore nel vedere la loro vita dura, povera, in situazioni per noi assurde, con molte malattie e niente igiene.

Il lavoro di evangelizzazione è immenso (lettera del 12 luglio 1992): questi miei villaggi sono lontani secoli dalla mentalità cristiana; ciononostante bisogna seminare sempre tanto amore, servizio, pazienza e Parola di Dio. Mi sforzo di fare questo e sento bisogno del vostro aiuto spirituale affinché io sia forte e generoso.
Mi accorgo con stupore che nei due villaggi di Ndame 3, io sono una presenza e un'azione dell'amore di Gesù, malgrado i miei difetti e le mie debolezze. Quante volte penso alle parole di san Paolo: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Cor 12,9).

 

"La scuola è la chiave della promozione umana"

L'idea fissa di Leopoldo è sempre la stessa: portare Gesù a tutti, farli innamorare del Signore risorto! Nella "Lettera agli amici" del Natale 1992, parlando dei suoi Balanta di Ndame scrive:

Quante volte sogno di vedere davanti alle loro case di paglia la Croce di Gesù, al posto di quelle piccole capanne di fango e paglia dove offrono agli spiriti sangue di animali o vino di caju o di palma! lo non faccio grandi cose, non ne sono capace. A me ciò che importa è portare Gesù ad ogni persona e mostrare ad ognuno Gesù vivo e presente. E questo avviene facendo ogni cosa per amore: "Solo l'amore dà valore alle opere" (s. Teresa d'Avila).
Quando chiedo ai miei amici del villaggio: "Chi è Dio per te?", nessuno sa rispondermi. Allora chiedo: "Cos'è ciò che più ti preoccupa?". Spesso rispondono: "La paura degli iran (spiriti malefici), la
paura delle disgrazie-malocchio, la paura degli uomini cattivi che di notte si trasformano in lobo (iena)". Solo l'Amore può guarire da queste paure! E spiego che Dio è Padre che ci ama e Gesù è Figliodi Dio che salva dagli iran... Se entra l'amore di Gesù nelle case, scappa la paura e nasce la civiltà dell' amore.
In questo periodo la gente soffre la fame, mangia una volta al giorno quel poco riso e condimento che trova. Quando si è deboli, le
malattie colpiscono con più forza. La vita è molto precaria. Noi missionari siamo coinvolti, soffriamo con loro, ci facciamo prossimi in molti modi. Cerchiamo insieme la presenza di Gesù che crea fra noi tanta condivisione e un nuovo modo di vivere. Così gli anziani mi vedono con simpatia e mi accolgono come un figlio; i bambini mi corrono incontro e mi abbracciano come un papà; gli ammalati mi sorridono e mi ricevono come un fratello. È Gesù che nasce lentamente nei loro cuori! Scoprono un amore che non mette condizioni. Vorrei tanto amare Gesù, in modo che la gente si senta da Lui amata e possa vedere il Suo volto nei miei occhi!

La fisionomia spirituale di padre Pastori è stata profondamente influenzata dalla devozione a santa Teresina del Bambino Gesù e dalla sua" piccola via" alla santità (come lei stessa la chiamava). Anche l'origine della sua vocazione missionaria ci riporta a questa grande e piccola santa, morta a 24 anni e proclamata "dottore della Chiesa" da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 1997 (4). In una lettera alla signora Margherita Moriguchi di Milano (5), rivela questa fonte ispiratrice della sua vita spirituale:

Sono contento che anche lei segua la spiritualità di s. Teresa di Gesù Bambino. TI mio primo libro, letto a 17 anni, è stato "La storia di un'anima", proprio come è capitato a lei. E uno dei miei modelli missionari, che sento vicino e mi sforzo di praticare, è padre Charles de Foucauld, "uno dei più grandi missionari di questo secolo" (Paolo VI).

Sull'esempio di santa Teresa del Bambino Gesù, Leopoldo, nella sua piccolezza e debolezza anche fisica, nutre grandi aspirazioni in senso missionario: accendere il fuoco dell' amore a Cristo in tutti i villaggi e persone con cui viene in contatto. Per il momento si accontenta di soffrire perché "nessuno mi chiede di conoscere Gesù, di insegnare a pregare Dio": ma ritrova serenità pensando che "Dio ha una pazienza oceanica e mi insegna a star calmo".
Infatti nella sua vita era sereno ed equilibrato. Ha saputo combinare bene, con le non molte forze fisiche che l'epatite gli concedeva, la preghiera e la contemplazione con il lavoro pastorale di predicazione - direzione spirituale e le visite ai villaggi vicini a Ndame. La preghiera era il suo impegno prioritario, ma l'opera missionaria nei villaggi vicini era pure intensa e si estendeva a poco a poco: scuola, catechesi, orto (insegnare a coltivare le verdure), soprattutto assistenza medica e visite agli ammalati. "Qui ci sono tanti bambini dai 5 ai 10 anni che vivono una vita con le mucche nella savana" , frase che dice tutta la disumana situazione in cui vivevano i bambini di Ndame, dal mattino alla sera in giro nei prati o nei boschi con gli animali: "La scuola - si legge nella" Lettera agli amici" del Natale 1992 - è la chiave della promozione umana e della conoscenza di un mondo più grande del villaggio".
Nel Natale 1993 scrive alla sorella Maria Luisa e famiglia che il21 dicembre ha portato bambini e bambine a Bissau (non dice quanti) "per comperare un paio di sandali di plastica per ciascuno: 35.000 pesos, circa 7.000 lire, cioè una settimana di lavoro per un operaio!".
Nella diocesi di Bissau padre Pastori è anche incaricato di curare la liturgia e sta preparando l'ordinazione di due sacerdoti locali (il 19 maggio 1991): due-tre volte la settimana ci sono le prove di canto e di musica strumentale per la cerimonia. Gli
squilli argentini e stentorei della quasi preistorica tromba dell'Orfanotrofio di Lodi suscitavano, a quelle latitudini, stupore, eccitazione, commozione: quando Leopoldo entrava in un villaggio e si annunziava col suono della sua tromba, subito accorrevano da tutte le parti. Era un momento di gioia e di esaltazione comune, ma anche il coro che lui educa in cattedrale è di modello per tutte le parrocchie ed esalta i fedeli che, come tutti gli africani, hanno una sensibilità musicale ben superiore alla nostra, di gente del Nord.
Faccioli e Pastori iniziano a Ndame "una scuoletta incominciando con più di 80 alunni dai 7 ai 15 anni di prima elementare... Non c'è mai stata una scuola e il 98% è analfabeta... Spero
che questo apra le porte dei villaggi per lasciar entrare Gesù"; e presto partirà il cammino di catechesi anche per gli adulti: "Il missionario, come Gesù, portando il Vangelo valorizza tutto ciò che fa parte della vita perché l'uomo diventi più uomo, cioè più capace di amare e di capire il vero senso del vivere" (6). Ancora nella Lettera-meditazione del Natale 1991 Leopoldo parla dei due villaggi balanta di Ndame, vicini al Centro spirituale missionario:

Nella loro religione tradizionale credono in Dio, hanno diversi valori: ospitalità, solidarietà di villaggio, capacità di soffrire, vita semplice ed essenziale. Ma scopro anche molte zone d'ombra: ignoranza, superstizioni, credenze in un mondo magico, vita igienica insufficiente, vita dura e chiusa. Portare loro Gesù per me vuol dire aprire in loro cuori alla carità di Cristo e le loro menti per adorare Dio in spirito e verità.

"La nostra scuola non ha mai fatto sciopero"

Gli anni della seconda missione di padre Leopoldo in Guinea (1990-1996) sono i migliori della sua breve vita missionaria: ha potuto lavorare con un certo impegno senza ammalarsi. Il 2 febbraio 1992, con una lettera a Cagnasso (7) conferma il momento felice:

Qui a Ndame andiamo discretamente bene. TI padre Faccioli ha una grande volontà, buon senso ed esperienza... lo sto bene e veramente continuo a ringraziare il Signore. TI lav~ro aumenta e si presenta intenso di ritiri, comprese due settimane di esercizi spirituali in marzo per il personale missionario. Ieri e oggi si sta animando il ritiro dei seminaristi diocesani, con padre Baruffaldi che predica; p. Marco Pifferi assiste, io e il p. Faccioli animiamo con la liturgia e il canto. La scuoletta del villaggio prosegue bene, con ritmo guineense, abbastanza sull' "adagio senza brio". Si sta conversando molto con gli anziani-capi che stanno preparando pietre, sabbia e ghiaia per iniziare la costruzione di una sala entro la stagione delle piogge (per giugno).

Naturalmente padre Leopoldo guarda avanti, ha tanti progetti per il Centro di spiritualità di Ndame, per renderlo sempre più il motore della missione in Guinea- Bissau anche con iniziative di consacrazione: comunica a Cagnasso che "la Celestina" (infermiera laica) vorrebbe iniziare una comunità di laici consacrati a servizio della Chiesa di Ndame. Nel Natale 1992 scrive (8):

L'arrivo di suor Giulia (9), suor Luisa e suor Miris, Oblate del Sacro Cuore di Gesù, ha fatto diventare più accogliente la nostra casa. Ora preparano per le donne del villaggio la catechesi, la scuola di cucito e ciò che lo Spirito ispirerà.

È quasi inevitabile che un missionario giovane come lui (nel 1993 aveva 54 anni) finché sta bene si butti a capofitto nel lavoro pregando Dio che lo mantenga in efficienza. TI 23 agosto 1993, due anni e mezzo dopo il secondo arrivo in Guinea, scrive (10):

lo sto davvero bene: finora niente malaria e solo qualche disturbo (bronchite) entrato subito nei canoni della salute. il lavoro è intenso, non dà requie, ma è proprio così che deve essere. Per ora (luglio-agosto) i ritiri si sono arrestati, ma con metà settembre riprenderanno a pieno ritmo settimanale. Continuo con l'aiuto sanitario (11), perché nei villaggi vicini non c'è nulla di assistenza e così continuo il lavoro di p. Faccioli prima, di Celestina e p. Baruffaldi poi; con l'aiuto di Dio la gente, soprattutto i bambini, guarisce, io sono soddisfatto e il villaggio contento. Visto che la salute tiene, non posso far altro che ringraziare il Signore di questo "miracolo" e lavorare volentieri fin che posso. Nel 1994 dovrei venire in Italia per le ferie ordinarie e così farò vari controlli nell' anima e nel corpo... in occasione dei 25 anni di Messa.

La vita a Ndame scorreva serena e impegnata. Dall'Italia arrivava ogni otto giorni il settimanale diocesano di Lodi "Il Cittadino", proprio "otto giorni dopo la data di pubblicazione: èdavvero un record!", scriveva ringraziando mamma Lory che l'aveva abbonato (12). Leopoldo era contento perché il giornale lo teneva "un po' unito a Lodi e alle sue attività" .
Fin dall'inizio della sua presenza in Guinea, Leopoldo si impegna nelle confessioni e direzione spirituale, nella predicazione di ritiri ed esercizi spirituali, sia a Ndame che nel seminario diocesano e nelle case di formazione di vari istituti femminili e maschili. In breve tempo si fa conoscere in modo positivo ed è sempre più richiesto. Ma non trascura la "missione ad gentes" che è il carisma particolare del Pime. Padre Mario Faccioli (13) è il testimone privilegiato delle virtù e della santità di padre Pastori; e anche del suo spirito missionario. Ricorda che lui e p. Leopoldo avevano

iniziato un contatto bellissimo con la "tabanca" (villaggio) di Ndame. Si facevano incontri, catechesi, scuola. Si incontravano tutti anche se non cristiani, anzi i cristiani erano pochissimi. Noi andavamo per tutti. La tabanca di Ndame si calcola che abbia 500-600 abitanti, poi c'è un altro villaggio un po' più lontano che ancora si chiama Ndame: noi andavamo soprattutto nel primo più vicino. La gente veniva nel Centro di spiritualità e noi andavamo da loro, c'era un rapporto di amicizia molto bello. Non avevano mai avuto scuola elementare né catechesi, qualche rarissimo giovane andava a piedi a scuola nel paese distante 4-5 km, andava e veniva tutti i giorni. Noi abbiamo fatto la scuola, che oggi ha 450-500 alunni e vengono anche da altri parti.
All'inizio abbiamo cominciato noi la scuola, poi è diventata statale, cioè gli insegnanti li stipendiava lo stato, ma potevamo sceglierli noi. E siccome lo stipendio era molto basso e non sempre lo stato lo pagava, allora davamo noi qualcosa. La nostra scuola non ha mai fatto sciopero, ha sempre funzionato anche quando il governo non pagava, perché pagavamo noi. Adesso ci sono l'asilo, le quattro classi elementari e poi le due medie. Responsabili sono le suore Oblate del Sacro Cuore di Roma, ma le insegnanti sono locali.

Gheddo - Che tipo di presenza avevate nel villaggio di Ndame e in altri vicini?

Faccioli - Leopoldo aveva un motorino e nel pomeriggio faceva un giro nella tabanca, i bambini gli correvano dietro. Poi insegnava il catechismo ai bambini e io agli "uomini grandi".

Gheddo - Anche se non erano cattolici, facevate la catechesi a tutti?

Faccioli - Sì, certo. Le conversioni venivano o non venivano, ma l'importante era che ascoltavano volentieri. TI nostro rapporto col villaggio era bellissimo, due-tre volte l'anno invitavamo gli anziani e le anziane a venire a Ndame per un pranzo assieme; altre volte invitavamo i giovani e i bambini. C'era una vera comunione fra di noi: se volevamo potevamo battezzarli tutti, ma era una loro libera scelta; aspettavamo che lo chiedessero loro.

"La preghiera era il suo impegno prioritario"

La missione di padre Leopoldo Pastori in Guinea-Bissau (e non solo) è stata ed è ancor oggi quella di richiamare a tutti i battezzati, specie ai sacerdoti, alle suore, ai seminaristi, ai laici impegnati, l'importanza fondamentale della preghiera, della contemplazione nella vita cristiana: la fede è un dono di Dio e senza preghiera a poco a poco svanisce, si dissolve, perde di significato. Nella "Lettera-meditazione per gli amici 1991" scrive:

Sto cercando di vivere il mio ideale: essere missionario-con templativo per annunziare Cristo in modo credibile ("Redemptoris missio", n. 91). Do molto tempo alla preghiera davanti all'Eucarestia, almeno cinque ore al giorno, come facevano i primi missionari del Pime. E sto provando, dato che Gesù vuole crescere e io diminuire, che la preghiera sta diventando continua, di giorno e, quando mi sveglio, di notte!

Padre Mario Paccioli 14 ricorda che, quando è stato nella équipe formativa del seminario teologico del Pime a Milano (dal 1977 al 1983), incontrava spesso padre Leopoldo che dal 1981 era a Monza; e già allora

aveva già la chiara impostazione di privilegiare la preghiera e la contemplazione. I nostri incontri erano in genere orientati a discutere il Centro di spiritualità a Ndame, che avevo ideato e proposto, e lui era completamente cotto per questa iniziativa perché era stato da padre Gasparino e la preghiera era il punto focale della sua spiritualità. Pregava molto, al mattino come alla sera e a volte passava parte della notte a pregare. La preghiera era il suo segreto.

"Il segreto di padre Pastori - dice p. Mario Faccioli - era la preghiera". Gli chiedo di precisarmi con fatti concreti questo giudizio, perché di per sé la preghiera è (o dovrebbe essere) l'impegno prioritario di tutti i sacerdoti. Dov'è la particolarità di padre Pastori? Mario sorride ad una domanda così volutamente "ingenua" e ricorda le lunghe ore passate con Leopoldo non solo a pregare, ma a ragionare sulla missione della Chiesa e del missionario, sul modo migliore per trasmettere la fede e l'amore a Cristo, per educare i seminaristi, le novizie nei conventi femminili, i giovani cristiani (15):

Era profondamente convinto che tutto viene da Dio e le anime le salva Dio. Quindi noi salviamo le anime anzitutto e soprattutto con la preghiera: poi c'è anche tutto il resto, ma se manca la preghiera tutto diventa inutile. La preghiera era il suo impegno prioritario. TI venerdì non veniva a cena, si ritirava in chiesa e poi prendeva un tè più tardi. Si alzava molto presto, alle cinque o quattro e mezza e a volte si alzava anche di notte per pregare e andava a letto tardi: al pomeriggio faceva un pisolino. Al mattino avevamo la Messa alle sei e lui era già in preghiera. Si proponeva di fare cinque ore di preghiera al giorno, tutto compreso, Messa, breviario, tre rosari, adorazione e tutto il resto. Voleva dare un segno forte della preghiera ai missionari, ai preti e suore. Era proprio un missionario-monaco, un tipo contemplativo e lo dice anche nel Diario che vuoI essere un monaco perché tutto viene dalla preghiera, da Dio.

Gheddo - Tutti i confratelli lo approvavano?

Faccioli - Qualcuno lo criticava perché diceva che il missionario deve agire, fare, predicare, costruire. Ma Leopoldo predicava, faceva ritiri, confessioni, non era chiuso in se stesso, andava nei villaggi vicini a Ndame; però chiaramente il motore della sua vita era la preghiera, la contemplazione, anche perché doveva misurare le sue forze per la salute. Non avrebbe potuto fare tutte le attività che facevano altri missionari. A volte invece sembrava un po' estraneo ai problemi della comunità, immerso nel suo mondo di spiritualità a cui era ridotto anche a causa della malattia. 

Gheddo - Quindi alcuni confratelli lo criticavano? 

Faccioli - Tutti lo ammiravano, ma anche dicevano che il missionario deve fare molte cose, dare la sua vita al prossimo, fare delle opere quando sono necessarie: cose che capitano nel Pime, dove ciascun missionario fa la missione un po' a modo suo. lo lo ammiravo e cercavo di imitarlo, sebbene non ci riuscissi che lontanamente. Ma l'ho sempre apprezzato anche come missionario dedito agli altri. Però è pur vero che se manca la preghiera, manca tutto. Abbiamo fatto il Centro di spiritualità proprio per questo scopo. L'idea mi è venuta dopo vent'anni di Guinea, di fronte alle grandi difficoltà che incontrava la missione e l'ho proposta al vescovo, che infatti quando sono tornato in Guinea nel 1983 mi ha invitato a realizzare il progetto.

 

"L'Italia mi è apparsa in uno stato di confusione"

Nella "Lettera-meditazione per i miei amici" del Natale 1993 Leopoldo torna sul tema della missione nei villaggi di Ndame. Ringraziando parenti, amici e benefattori per le preghiere e gli aiuti che gli mandano, vuoI comunicare loro i risultati conseguiti in circa tre anni di apostolato e di promozione umana. Scrive che il suo "quasi eremo non è un'isola cristiana in mezzo a villaggi di religioni tradizionali. È piuttosto un fermento di vita nuova. L' op~ra dell' evangelizzazione è misteriosa, ma si vede, o meglio si percepisce l'opera del Signore". E nota i "tanti segni dello Spirito Santo", cioè i cambiamenti avvenuti a Ndame in pochi anni:

I cuori si aprono alla preghiera cristiana, una vera "scoperta" per il villaggio. È la gioia della prima S. Messa celebrata con loro; del Padre Nostro e dell' Ave Maria pregati per la prima volta; del primo segno di Croce e genuflessione; del primo e unico Battesimo amministrato nel villaggio. Tutto è nuovo per loro e per me. È così che Gesù nasce nell'umanità.
Gli uomini non picchiano più le loro varie mogli, le rispettano. Le donne non gridano più offendendo i loro mariti. Si perdonano, anche se è sempre faticoso il farlo.
La scuola del villaggio continua a crescere: 174 alunni dai 7 ai 16 anni, che frequentano le prime tre classi elementari.
È completato l'orto del villaggio. Gli otto gruppi di famiglie hanno un loro pezzo di terreno con banane, papaie, mandioca, patate dolci, ecc.
L'ambulatorio è ben avviato. TI dotto Paulo Albino con l'infermiera Nicolacia viene due mattine la settimana e visita 60-80 ammalati. Le medicine costano 5.000 pesos, pari a mezza giornata di lavoro (circa 700 lire).
Le suore Oblate del Sacro Cuore hanno iniziato la scuola di cucito con tutte le donne del villaggio; con loro si porta avanti la catechesi.

Nel 1994 Leopoldo ritorna in Italia alcuni mesi e da Ndame gli scrivono le suore e anche alcuni fedeli dei villaggi vicini: lettere semplici e commoventi, queste ultime, di persone che conoscono poco il portoghese e non hanno l'uso della penna fra le loro abitudini quotidiane. Ma rivelano 1'amore di queste persone umili ("i prediletti di Dio" li definiva Leopoldo) che pregano per il loro prete e gli augurano di tornare fra loro pienamente ristabilito in salute.
Il 17 agosto 1994 Leopoldo scrive da Centenaro in provincia di Piacenza, dov' è andato a fare un po' di vacanza, a suor Rachele Recalcati missionaria dell'Immacolata, dando buone notizie della sua salute: "Sto riposando in montagna; gli esami e l'ecografia al fegato sono risultati buoni; risulta l'epatopatia cronica ma non peggiorata. Ringrazio di tutto il Signore: ha fatto molto più di quanto sperassi. Ora, se Dio vuole ritornerò alla fine di ottobre (in Guinea) per incominciare il lavoro, molto, già prenotato" .
Il 24 dicembre 1994, il settimanale cattolico di Lodi "TI Cittadino" pubblica un lungo ani colo di padre Leopoldo Pastori
intitolato "Italia nella nebbia spirituale"; è un saluto accorato, quasi un testamento, un'ultima testimonianza ai suoi amici 10digiani e in genere a tutti gli italiani. Un documento da leggere e meditare, anche perché esprime bene quello che molti missionari italiani pensano e dicono, quando ritornano in patria per vacanza; un breve testo anche di valore letterario che commuove e invita a riflettere sulla crisi esistenziale del nostro "modello di vita e di sviluppo", che noi consideriamo moderno ed evoluto e proponiamo con ogni mezzo ai popoli poveri. Cosa manca alla nostra civiltà del benessere? Leopoldo non lo dice con chiarezza, ma non è dubbio quel che pensa: manca la fede, manca Dio, manca Gesù Cristo! Ecco un brano dello scritto di Leopoldo:

Sono tornato nella mia missione dopo quattro mesi di attività varie e di quasi riposo in Italia. Ora, nella luce del Natale, voglio ripensare ad ogni incontro che ho avuto, per stare ancora un po' insieme. Come ho visto la mia Italia dopo quattro anni di Guinea-Bissau? La differenza tra la vita italiana e quella guineense è immensa. L'Italia mi è apparsa in uno stato di confusione non solo politico-sociale, ma anche, mi sembra, in uno stato di nebbia spirituale. Spesso ciò che si cerca non è il valore della vita, della persona, della presenza di Dio che.ci avvolge del suo amore di Padre. Molti sono sempre in movimento perché vogliono arrivare dovunque, ma senza sapere dove vanno. In genere gli italiani hanno molto, ma sembra che manchino di tutto. Nei miei villaggi africani la gente ha pochissimo, vive nella povertà e spesso nella miseria, ma è serena come se avesse tutto.
I bambini italiani mi hanno impressionato. Difficilmente ho trovato un bambino contento per mezz'ora; vogliono tutto e subito, spesso senza sapere cosa vogliono, e soprattutto non si meravigliano più di niente, nemmeno se incontrassero un "merlo d'oro". A differenza dei miei bambini di Ndame, che gridano di gioia quando sentono una bambolina che canta, ridono a crepapelle quando vedono una statuina che cammina da sola e sono felici quando alla domenica ricevono una caramella.
Ciò che più mi ha colpito è che in Italia si prega poco. Anche nelle case di tanti miei amici non c'è mai tempo per stare insieme e per
pregare un po'. Spesso tra genitori e figli l'incontro si fa difficile perché non c'è più la preghiera che unisce i cuori. Farebbe tanto bene a tutti mettersi insieme davanti al Signore e concludere ogni giornata nella serenità della fede che si affida a Dio. Ho incontrato tante persone buone, ho scoperto tante cose belle, che non fanno rumore ma sono tesori di umanità. Ho trovato varie parrocchie e comunità sensibili alla vita missionaria, pronte a dare una mano in tutto. Ringrazio proprio di cuore.

 

"Il primo governo democratico nella storia del paese"

Quando ritorna in Guinea, nell' ottobre 1994, padre Leopoldo visita la sua missione e nella lettera del Natale 1994 racconta agli amici che laggiù c'è il colera. È già morta, nel villaggio di Ndame, una bambina di otto anni: "Molti sono i morti (si parla di 200-300 morti), moltissimi i colpiti. Le cifre ufficiali dicono circa 8-9.000, ma nessuno sa con precisione. Stiamo facendo di tutto per arrestare l'epidemia nei nostri villaggi". E poi una nota di ottimismo:

Il nuovo governo uscito dalle nuove elezioni di luglio-agosto dà molta speranza! È il primo governo delle prime elezioni nella storia del paese. Speriamo tanto, perché la situazione è penosa! Non ho mai avuto così tanta gente che bussa alla porta perché ha fame, è ammalata e non ha nemmeno un' aspirina; fa freddo, di notte la temperatura scende da 30-33 a 18-15 gradi, e non hanno da coprirsi; i bambini vanno a scuola ma non hanno un quaderno.
Cerco di aiutare come posso e quanto posso: così per avere un quaderno mi portano del letame; per avere un po' di zucchero mi portano arachidi che stanno raccogliendo... Ognuno dà ciò che può, l'importante è che imparino a dare e non solo a ricevere.
La scuola continua: 230 aunni delle elementari in sette classi, con insegnanti che sono anche catechisti. L'orto del villaggio sta producendo. La gente raccoglie per la prima volta banane, patate, mandioca, pomodori, peperoncini, bagio, jacatu... È bello vedere come lavorano e migliorano il loro modo di vivere.
Le suore Oblate svolgono un ottimo lavoro di accoglienza nella
nostra casa di spiritualità: tutti i fine settimana abbiamo ritiri, giorni di preghiera per tutti i livelli e le età. Le suore gestiscono la casa, io predico la Parola di Dio, sforzandomi di calarla nella loro realtà che scopro e imparo nei villaggi. Le suore portano avanti la scuola di cucito e la scuola di alfabetizzazione per le donne. Continuo a curare gli ammalati, specie i bambini, nei casi di malaria o infezioni varie, lasciando poi all' amico dotto Paulo Albino le visite mediche nei due giorni settimanali.

 

Dal 24 maggio 1995 in avanti, Leopoldo scrive molte lettere: morirà un anno dopo. È il periodo più produttivo, come corrispondenza, almeno quella conservata in archivio. Lettera da Ndame 24 maggio 1995 a p. Antonio Clari (16):

Qui è incominciato il gran caldo, ma grazie a Dio la salute è buona e continuo a lavorare a pieno ritmo con i ritiri e la prima evangelizzazione nelle tabanche (villaggi) di Ndame. Oggi ho fatto il ritiro agli adulti della cattedrale, erano circa 150 persone, le loro testimonianze sono state commoventi. Domani sarà una giornata campale perché si prevedono circa 460 giovani del settore di Bissau per il ritiro pasquale. Ogni volta che vengono c'è un aumento e questo indica che è molto sentito il desiderio di pregare e di fare una buona esperienza spirituale cristiana.

Il 10 giugno 1995 al fratello Pino comunica che sta bene e che un buon lodigiano non si spaventa per il "caldo bestiale" (17):

In salute me la cavo malgrado un attacco in maggio dell' ameba intestinale: ora sto benino e non ho conseguenze all'intestino. Ringrazio il Signore. TI caldo è bestiale, ma non mi lamento visto che all'inferno si sta peggio, a quanto sembra. Il termometro oscilla dai 35 ai 40 gradi di giorno, ma all'ombra si respira, in casa si suda giorno e notte. Fratello caldo picchia duro ma un buon lodigiano non si spaventa e "tira innanz". Stiamo aspettando la prima pioggia.

Da Ndame a don Giancarlo Marchesi l'11 giugno 1995 (18): una lettera di affari e richieste al sacerdote lodigiano che sentiva come un fratello e lo aiutava. Informa che ha fatto mettere i pannelli solari di una ditta italiana per il refettorio e la cucina, oltre a frigo e freezer. Le lettere di Leopoldo da N dame agli amici di Lodi danno un'idea concreta delle situazioni che il missionario deve affrontare e della povertà dell' ambiente in cui vive. Chiede, per portare qualche esempio, un orologio da polso che resista all'umidità, un tubo di gomma lungo 30 e più metri, "un calendario murale 1996 anche senza figure ma con lo spazio per ogni giorno per poterei scrivere gli impegni dei ritiri alla data giusta", un microfono guasto senza fili da lui riparato con il suo impiantino elettronico, un piccolo trasformatore per il suo computer 19, due cariche di inchiostro per la stampante del computer, tre lampadine di scorta per la torcia elettrica notturna: in Italia tutto, questo si può comperare nel vicino negozio di materiale elettrico, in Guinea bisogna farlo venire dall'Italia! Inoltre chiede prosciutto e formaggio grana sottovuoto; caramelle per i bambini; medicine italiane o svizzere introvabili in Guinea; frutta candita e anche fresca, ma solo mele perché l'altra frutta marcisce: "Qui fa caldo, abbiamo sempre sui 33-35 gradi" .

"Siamo nell' Antico Testamento ancor più antico"

Il lettore che vive in Italia non si rende conto, normalmente, delle differenze abissali che esistono fra la vita nel nostro paese e in un paese africano ancora ai primi passi nel mondo moderno, come la Guinea- Bissau; fra la nostra mentalità di popolo tecnicizzato, laicizzato ed erede di 2000 anni di cristianesimo e un popolo uscito da poco dalla preistoria (con lingue senza scrittura) e ancora immerso in una visione del cosmo e dell'uomo caratteristica della religione tradizionale africana. Padre Pastori racconta in alcune lettere fatti concreti delle sue visite e ministeri nei villaggi balanta (i Balanta sono l'etnia maggioritaria in Guinea). A volte insiste sul fatto che il Vangelo migliora la vita delle persone e delle famiglie e comunità. In una lettera alla sig.na Luisa Conca di Lodi scrive (20):

Sto lottando, pacificamente ma decisamente, per togliere alcune tradizioni balanta, alcuni modi di fare che sono solo egoismo istintivo. Non è facile, nemmeno per noi cristiani, lasciare certi usi e costumi inveterati che portano solo superstizione, inganno e tensioni gli uni verso gli altri. Così cerco di convincere alcuni genitori a curare meglio i loro bambini: per esempio, ieri volevo portare in ospedale a Bissau un bambino molto grave. È vero che l'ospedale nella capitale non ha quasi niente, ma almeno tentare, altrimenti la gente si siede in veranda e aspetta che d bambino muoia. Sul momento ho convinto d papà, venuto da un altro villaggio, ad andare insieme all'ospedale per fare subito una trasfusione o almeno una flebo. Mi ha detto di sì, mi ha lasciato ritornare a casa e poi all'ora convenuta non è venuto. E così d bambino, novanta su cento, in questi giorni morirà in un altro villaggio dove d papà abita e l'ha portato.
Di questi fatti ogni giorno me ne capitano tanti. Grazie a Dio, i Balanta dei miei due villaggi mi ascoltano e così ho la gioia di aver salvato moltissimi bambini da morte quasi certa. Ora mi credono, mi ascoltano, perché vedono: ma da questi fatti all'adesione al Vangelo e alla Parola di Dio ci passa ancora un mondo misterioso e incomprensibile.

Il 12 luglio 1995 Leopoldo invia una lettera a don Francesco da Ndame, nella quale dà alcune informazioni dei lavori nei quali era impegnato (21):

Continuo a fare l'infermiere: anche oggi ho curato in villaggio dodici bambini da uno a dieci anni, con febbre alta, vomito e diarrea, per la malaria. Con l'aiuto di Dio riescono a guarire. Mentre curo, prego e prima di fare iniezioni di chinino (perché vomitando non possono ingoiare niente) faccio d segno della croce perché la gente sappia che chi cura prima di tutto è Dio e poi la medicina.
Continuo a fare l'idraulico per portare l'acqua nei villaggi, preziosissima più dell'oro. Faccio pure il geometra costruttore: si sta finendo la costruzione della terza parte della scuoletta di Ndame, che oltre a 230 alunni adesso può ospitare anche la scuola di cucito e ricamo per le donne e ragazze. Mi tocca fare l'ortolano, perché così, producendo un po' di frutta e verdura nei villaggi, i miei Balanta arricchiscono la loro poverissima alimentazione, che quando va bene mangiano riso con scarso condimento e contorno quasi nulla. Ma soprattutto continuo a fare il sacerdote, in mezzo ai miei fratelli ancora lontani dal Vangelo: non sanno nulla della Parola di Dio, nulla della Chiesa, nulla di Gesù. Almeno ora dicono che Gesù è il Figlio di Dio ed è più forte di ogni spirito cattivo e porta l'amore di Dio perché tutti possiamo amarci come veri fratelli senza più invidie (ce n'è moltissima), vendette (è normale), violenza: nel villaggio non si picchia più, specie gli uomini non picchiano più le loro donne, cosa che prima era all' ordine del giorno.

Il 20 settembre 1995 a don Giancarlo Marchesi e amici vari a Lodi (22):

Questo è il periodo della fame: tutti i momenti vengono i bambini a chiedermi un po' di riso o pane secco (quello che alcuni amici mi mandano per "container") con latte in polvere e un po' di zucchero, perché hanno fame e sono spesso ammalati di malaria, tosse, diarrea, ecc. È un momento difficile perché non c'è riso 23, non ci sono soldi per comprarlo (bisogna lavorare due mesi per comprare un sacco di riso di 50 chili), non ci sono medicine. lo mi trovo tutti i momenti ad ascoltare lamenti e richieste di aiuto e faccio quel che posso, molte volte col cuore gonfio di tristezza. Finora il Signore mi ha aiutato e così posso aiutare loro: mi dona forza, salute, anche possibilità economiche col vostro aiuto e così per loro sono la sola ancora di salvezza e di speranza.

Gli ultimi mesi di vita, a partire dall' ottobre 1995, padre Pastori li aveva programmati con molti impegni. All'amica madre Maria Donata di Rapallo scrive che ha due compiti (24):

Il primo è di animare con ritiri e giorni di preghiera tutti i livelli ecclesiali della Guinea-Bissau: padri, suore, catechisti, giovani, famiglie, catecumeni, ecc. Ogni settimana, fino a fine giugno, devo predicare ritiri: circa due o tre ogni settimana. Questo mi impegna a cercare il Signore ed a presentargli ogni volta la mia impotenza affinché si manifesti la sua forza.
Il secondo campo d'azione non ha limiti e spero nel mistero e nella pazienza. È il primo annunzio ai fratelli delle religioni tradizionali africane (attorno alla mia casa ci sono una dozzina di villaggi). Qui siamo nell' Antico Testamento, ancor più antico: paure degli spiriti, oracoli e cerimonie non si sa bene a chi, vendette e superstizioni, poligamia e tante altre cose. Lentamente, nei miei due villaggi vicini, la Parola di Dio entra e opera. Ci sono cambiamenti grandi, dopo secoli di "status quo" nella tradizione senza rivelazione.

 

"Quanta misericordia Dio semina nel mondo!"

Le lettere di padre Leopoldo, che a volte sembrano ingenue nel suo costante ottimismo 25, non hanno nulla di nuovo rispetto alla corrispondenza di altri missionari. Racconta, come fanno tutti, i fatti che gli capitano, le opere e gli incontri che realizza, i progetti che coltiva e le delusioni che patisce. Le sue lettere sono però straordinarie in questo senso: di qualunque cosa scriva, lui finisce inevitabilmente per riferirsi a Dio, a Gesù, allo Spirito Santo, a Maria, insomma alla vita soprannaturale, che è poi "la vera vita".
Le sue lettere sono una dimostrazione chiara e anche commovente di un prete che viveva a contatto intimo con Dio attraverso la "preghiera continua" e la "donazione totale" alla missione e al suo popolo, che aveva una "visione di fede" di quel che succede nel mondo e di quel che capitava anche a lui, nel bene o nel male. Da qui vengono la sua serenità e gioia di vivere, le virtù umane che lo rendevano così amato e venerato da tutti: pazienza, sacrificio di sé e generosità verso gli altri, cordialità e amore ai più piccoli e umili, misericordia verso chi sbaglia, senso di speranza e di ottimismo in ogni circostanza, ecc. Leopoldo non era per nulla un ingenuo o un awentato utopista, nel senso che non si rendesse conto della realtà; anzi era un realista, perché la fede stessa è realismo, cioè salva dalle sbandate delle ideologie e dalle assolutizzazioni delle utopie; teneva conto più di chiunque altro dei fatti e delle persone; solo che trasfigurava tutto con una "visione di fede" che gli faceva vedere Dio anche dove un altro, con una fede meno forte e viva, avrebbe visto solo gli aspetti negativi.
Nella "Lettera agli amici e benefattori" del Natale 1995, l'ultima che scrive perché muore il 26 maggio 1996, descrive l'anno trascorso 1995 dando allo stesso un titolo: "Esperienza della misericordia di Dio". Incomincia col dire che" se riesce a fare
qualcosa è perché Dio mi sostiene con la sua pazienza". E continua:

Quanta misericordia Dio semina nel mondo! Nei ritiri settimanali quante persone ritrovano la pace del cuore perché si sentono amate e perdonate da Dio!
Nei villaggi di Ndame ogni "palhota" (capanna) è luogo in cui Dio rivela la sua misericordia infinita. Vorrei raccontarvi tante storie vive della misericordia del Signore. L'altro giorno mi viene portata una bambina di sette anni, Findeian, che per un attacco di febbre malarica è rimasta con la gola bloccata e in preda a convulsioni. Abbiamo invocato il Signore, l'abbiamo assistita come potevamo ed ora sta giocando sotto gli alberi di cajù.
Le donne balanta sono forti e coraggiose. Da sole, nel bosco o nelle capanne, sulla nuda terra, danno alla luce i loro figli. Mi avvisano perché vada a pregare, a portare aiuto e dare il nome al bambino. Ora ci sono bambini e bambine che si chiamano: Dio è grande (Nhala ndan), Dio è bello (Nhala bontche), Dio è buono (Nhala iambon), Dio è contento (Nhala sfunane), Dio è ringraziato (Nhala abeni), Dio può tutto (Nhala mada). È la più bella catechesi fatta dai neonati, che testimoniano il "dito paterno" di Dio.
Anche la morte improvvisa della mia superiora suor Giulia, di 61 anni, è stato un momento intenso della misericordia di Dio. La gente dei villaggi ha pregato, ha pianto, ha danzato i canti di lutto. TI Vangelo testimoniato da suor Giulia è penetrato nei cuori colpiti da un dolore sincero, perché la "mamma di tutti" non c'è più.
Caro amico, anche la tua vita è intessuta di tanta misericordia divina. Ringraziamo sempre Dio! Ora ti chiedo di aiutarmi ad essere ancora uno' strumento della misericordia divina per tutti coloro che vengono alla missione col cuore pesante e il corpo sofferente. Mi puoi dare una mano con la tua preghiera e con il tuo aiuto concreto. Ti ringrazio davvero e ti auguro tanto bene in Gesù che ti ama e ti avvolge di misericordia.

Il pellegrinaggio a Fatima e la corsa verso la morte

Nel febbraio 1996 padre Pastori è a Fatima, in un pellegrinaggio offertogli da sacerdoti portoghesi con i quali partecipa ad un corso di esercizi (26). Ma ritorna subito in Guinea "con piùforza nell'anima e nel corpo, per il periodo intenso di Quaresima". È l'ultima Quaresima della sua vita! Il 28 febbraio 1996 già scrive da Ndame a don Giancarlo e amici lodigiani. In aprile (senza data), circa un mese prima della morte, Leopoldo scrive a suor Gianna, dando notizie della situazione (27):

Il tempo qui punta decisamente sul gran caldo. Maggio, col suo caldo, preannuncia la stagione delle piogge, che speriamo incominci presto, dopo otto-nove mesi che non si vede scendere dal cielo una goccia d'acqua. Malgrado il caldo, sopporto bene la fatica e di questo ogni giorno sento il bisogno di ringraziare molto il Signore che mi dona forza e salute, soprattutto la sua misericordia nel mantenermi questa vocazione missionaria che è sempre più bella. Fino a fine giugno avrò ancora molti ritiri, tutti i fine settimana: vengono da tutte le parti della Guinea-Bissau, per poter pregare e imparare la Parola di Dio. Così passano da questa casa centinaia di persone, giovani e famiglie, e anche missionari e suore missionarie.

Nell'ultimo anno di vita padre Pastori ritorna a volte nelle sue lettere sull'ipotesi di dover presto abbandonare Ndame, "per passare ad altri campi di servizio missionario". TI Centro di spiritualità è stato fondato e animato da p. Faccioli e da p. Baruffaldi e animato da lui stesso, ma rimane un'istituzione diocesana e il vescovo di Bissau (a quel tempo mons. Settimio Ferrazzetta dei Francescani) sta cercando un istituto maschile dedicato alla preghiera e alla contemplazione, che possa assumere la direzione del Centro. TI contratto fra diocesi e Pime sulla gestione del Centro di Ndame è già scaduto e Leopoldo chiede preghiere alle Carmelitane di Rapallo, la cui superiora era l'amica madre Maria Donata di Gesù (anche lei veniva dall'Orfanotrofio di Lodi) (28):

Con le vostre preghiere, chiediamo insieme al Signore che mandi una comunità contemplativo-attiva secondo il Suo Cuore, che possa annunziare e testimoniare la preghiera eucaristica, la presenza dello Spirito Santo e la devozione a Maria, in una parola, che questa casa possa diventare un santuario eucaristico-mariano per la Guinea - Bissau.

Gli ultimi giorni di Leopoldo in Guinea sono descritti da padre Ermanno Battisti (29). Nella primavera del 1996 padre Ermanno doveva tornare in Italia e aveva già prenotato l'aereo da Bissau a Milano per il lunedì 13 maggio, facendo scalo e cambiando aereo a Lisbona. Quattro giorni prima gli telefona suor Rachele Recalcati, missionaria dell'Immacolata in Guinea, affezionata a padre Leopoldo. Gli dice che è grave: era programmato che sarebbe tornato in Italia dopo una decina di giorni, ma può essere troppo tardi, la partenza dev' essere anticipata; e chiede a Battisti di accompagnarlo.
Padre Ermanno le dice di aver visto Leopoldo quella mattina stessa e, sebbene provato dopo un attacco di malaria ormai superato come lui stesso pensava, non sembrava tanto grave. Suor Rachele insiste e, in accordo col superiore regionale del Pime, prenotano il posto in aereo. Battisti scrive: "Ho avuto il privilegio di averlo vicino a me sull' aereo da Bissau a Milano. Abbiamo parlato di cose che stavano a cuore ad entrambi: la santificazione del personale missionario e, in modo particolare, l'aiuto che in questo senso ciascuno di noi può ricevere ed è
chiamato a dare a chi ha compiuto la stessa scelta di fede e di vita; e aggiunge:

Grazie, suor Rachele perché, sapendo che Leopoldo non stava bene, hai affrettato quella strada così disagevole per portargli, a nome della sua santa mamma in cielo (e chissà, forse mandata da lei), con cuore materno e fraterno, un po' di sollievo. Grazie perché ti sei accorta di come stava e mi hai telefonato, rendendo possibile il suo viaggio anticipato, anche se ormai era troppo tardi. Ma se non fosse partito e fosse morto in Guinea avremmo avuto per sempre il rimorso di non aver fatto tutto quello che potevamo per salvarlo. Dio ti ricompensi per questo gesto nei confronti di un confratello tanto stimato e amato!

Quando i due missionari arrivano all'aeroporto di Linate a Milano il 13 maggio, trovano ad attenderli il padre Alessandro Bauducci, già missionario nelle Filippine e incaricato dei missionari ammalati a Milano; con lui la dott.ssa Giuliana Rapacioli di Piacenza, sorella del medico del Pime padre Francesco, missionario in Bangladesh e oggi superiore regionale dell'Istituto in quel paese asiatico. Padre Leopoldo è subito accompagnato da Bauducci e dalla dott.ssa Rapacioli all'Ospedale per le malattie tropicali di Negrar (Verona), dove Bauducci ritorna il giorno dopo, parla col primario e si sente dire che "la situazione di padre Pastori è molto seria, disperata". E parlava di trapianto del fegato.
Gli esami eseguiti nei giorni seguenti rilevano la totale assenza di tracce di malaria; il problema era soltanto nel fegato: epatopatia acuta. Nel reparto Malattie tropicali dell'ospedale di Negrar il paziente non può ricevere cure adeguate. La dott.ssa Rapacioli propone di portarlo al reparto di Gastroenterologia dell'ospedale di Piacenza, molto valido e dove lei ha amici nel gruppo dei medici. Ricevuta risposta telefonica positiva, il trasferimento del paziente avviene il mattino del 17 maggio 1996 (30). Ecco il ricordo di Giuliana Rapacioli (31):

Leopoldo veniva spesso a casa nostra a mangiare, quando era padre spirituale a Monza e Francesco seminarista. Francesco è stato quattro anni a Monza, di cui due con Leopoldo. Quando Leopoldo è ripartito per la Guinea, Cagnasso (superiore generale del Pime) mi ha detto: "lo gli do l'OK per partire, purché tu lo tenga monitorato". Tant'è che l'anno dopo che è ripartito, nel 1991, sono andata in Guinea per controllarlo, perché temevo non stesse bene, anche se lui diceva che tutto andava bene. Invece l'ho trovato bene. È andato improvvisamente verso la fine perché, penso, da buon Pimino ha avuto un attacco di malaria che non ha detto a nessuno e che l'ha indebolito e forse non s'è ripreso dalla malaria. Ad un certo punto mi arriva una chiamata da padre Mario Baruffaldi che mi dice: "Sta male, lo rimpatriamo". Sono andata il pomeriggio di martedì a prenderlo con p. Bauducci e l'abbiamo portato a Negrar. Pochi giorni dopo eravamo a Piacenza dove l'abbiamo assistito con Bauducci, che si faceva in quattro. Alla fine era stravolto. Sono rimasta con lui a Verona fin che l'abbiamo portato a Piacenza. Quando l'ho visto in aeroporto era giallo e verde trifoglio, proprio itterico. Al Negrar hanno fatto tutti gli esami, poi l'ho portato a Piacenza. In tutto l'ospedale è stato un segno perché era di una semplicità incredibile, sereno, cordiale, come non avesse niente. Di per sé era lucidissimo, nonostante la situazione disastrata degli esami. Rispondeva perfettamente a tutto quello di cui parlavi. 
È arrivato a Piacenza il giovedì ed è morto di domenica una settimana e mezza dopo. Mia figlia che adesso ha vent'anni e allora ne aveva 11, era una bimbetta, le aveva insegnato a suonare il flauto, erano proprio amici. La bambina voleva rivederlo, li ho lasciati in camera loro due e se la raccontavano, come in un gioco. Un medico mi dice: "Ma tu lasci la tua bambina con uno che sta morendo?". Ma i due se la intendevano così bene che Benedetta non era per nulla scossa o turbata dalle sue drammatiche condizioni. Un'infermiera dell'ospedale che lo seguiva da vicino mi ha detto: "Non so come faccia a non lamentarsi mai". 

Pochi giorni prima che morisse è venuto da Cuneo padre Gasparino che l'ha confessato ed era commosso di quell'ultimo incontro. 

La domenica era con noi p. Faccioli e c'era anche Fraba, il guineano molto suo amico, che aveva mandato in Italia a studiare. L'unica cosa che lo sollevava era quando padre F accioli gli parlava. Alla fine io gli dicevo: "Adesso arriva la tua mamma". E lui mi ha detto: "Sì, assieme alla mamma del Cielo, mi prendono in braccio".

Pochi mesi dopo la sua morte, nel gennaio 1997, il Comune di Lodi assegna la Medaglia d'Oro per benemerenze civiche alla memoria di Leopoldo Pastori, con questa motivazione (32):

Mirabile esempio di dedizione incondizionata alla Chiesa e a Cristo, totalmente dedito alla cura e al servizio degli altri.
Questo amore incondizionato per il suo prossimo lo porta a donare la sua vita per le missioni, lavorando instancabilmente per lo spirito e la promozione umana di quelle popolazioni.
La sua cristianità era un perfetto connubio tra la cura dell' anima alimentata quotidianamente da lunghe ore di preghiera - e quella del corpo, passata nei villaggi ad ascoltare, consigliare, dare conforto a quanti si rivolgevano a lui, con la sua abituale serenità e cordialità.

NOTE

[1] AGPIME 100, 1288 VI, 576.
[2] Lettera del 19 agosto 1991 alla signora giapponese Margherita Moriguchi a Milano, madre di padre Hisayoshi, missionario ad Hong Kong.
[3] "Lettera-meditazione per i miei amici", S. Natale 1992.
[4] È una delle pochissime donne "dottore della Chiesa" insieme a Caterina da Siena, Teresa d'Avila e Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). I "dottori" dei tempi moderni, proclamati dal 1720 ad oggi (cioè oltre agli otto grandidei primi quattro secoli), sono 22.
[5] Lettera del 9 aprile 1992.
[6] AGPIME 100, 1288, VI, 578; lettera alla famiglia della sorella Maria Luisa del 15 novembre 1991; e "Lettera-meditazione agli amici", S. Natale 1991.
[7] AGPIME 100, 1288, VI, 579.
[8] "Lettera-meditazione per i miei amici" dd Natale 1992.
[9] Suor Giulia Dell'Accio, superiora delle Oblate dd Sacro Cuore a Ndame, motta a 61 anni il 15 luglio 1995 a Ndame e sepolta nd cottile del Centro di spiritualità, in una cappellina in stile africano solo per lei. Secondo molte testimonianze era una donna eccezionale, considerata con padre Leopoldo "i nostri due pilastri di Ndame": uno dei tanti casi di santità nascosta che solo Dio vede, ma che lasciano un profondo segno di spiritualità in chi li ha conosciuti.
[10] Lettera a p. Franco Cagnasso, AGPIME 100, 1288, VI, 580.
[11] Nella "Lettera-meditazione per i miei amici" del Natale 1992, Leopoldo scrive: "Tre pomeriggi alla settimana curo gli ammalati. Vengono tutti dai due villaggi, ma soprattutto sono i bambini che soffrono. Quest'anno il Signore ha fatto meraviglie e la gente guarisce. Quando ricevono le medicine hanno imparato a dire: "N'hala Abene" (Sia ringraziato Dio!)".
[12] Lettera del 1 o febbraio 1991 a "mamma Lory", che viveva con il figlio don Giancarlo Marchesi fin dall'inizio del suo sacerdozio e che anche Leopoldo chiamava "mamma".
[13] Intervistato a Milano il 4 agosto 2005.
[14] Intervistato a Milano il 4 agosto 2005.
[15] Intervista a padre Mario Faccioli a Milano il 4 agosto 2005.
[16] AGPIME 100, 1288, VI, 597. 
[17] AGPlME 100, 1288, VI, 599.
[18] AGPIME 100, 1288, VI, 600.
[19] Fino al 1995 Leopoldo scriveva tutte le lettere a mano (pochissime a macchina); in seguito quasi tutte sono al computer.
[20] Lettera del 22 maggio 1995 da Ndame. 
[21] AGPIME 100, 1288, VI, 601.
[22] AGPIME 100, 1288, VI, 603.
[23] il raccolto avviene tra fine novembre e dicembre. In altra lettera del 22 ottobre 1995 a padre Antonio Clari, Leopoldo dice che ha smesso improvvisamente di piovere e stanno facendo preghiere organizzate perché, se non piove più, il riso "sarà tutto bruciato" (AGPIME 100, 1288, VI, 607).
[24] Lettera del 24 ottobre 1995 da Ndame.
[25] Vedi ad esempio la "Lettera agli amici 1994" riprodotta poco sopra, con le grandi speranze che gli suscita il nuovo governo, il primo uscito da libere elezioni nel paese; ma anche questo governo non migliora la situazione del popolo, anzi finisce nella guerra civile del 1998-1999, che distrugge quel poco che c'era in Bissau e riporta indietro di decenni la Guinea! E questo non perché i governanti eletti fossero peggiori di altri p«,;cedenti, ma perché, nel mondo moderno, un paese con circa il 50% degli abitanti analfabeti (e l'altro 50% non si sa quanto alfabetizzati e coscienti dei propri diritti) è quasi impossibile che possa avere un governo che agisce veramente per il bene del popolo! Non si può fondare la democrazia sull'ignoranza del popolo.
[26] Lettera del 17 febbraio 1996 da Fatima a p. Franco Cagnasso, AGPIME 100, 1288, VI, 612.2.
[27] AGPIME 100, 1288, VI, 616.
[28] Lettera da Ndame del 29 febbraio 1996.
[29] In "Missionari del Pime", agosto-settembre 1996, pag. 3.
[30] Lettera di p. A. Bauducci a p. Pedro Zilli, superiore regionale del Pime in Guinea-Bissau, del 17 maggio 1996.
[31] Intervistata per telefono il 9 ottobre 2005.
[32] "Il Cittadino", 18 gennaio 1997. La Medaglia d'Oro è stata data su proposta dell'l1 novembre 1996 degli ex allievi dell'Orfanotrofio di Lodi.