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LEOPOLDO PASTORI |
Prefazione di mons. Giuseppe Merisi |
6. LA "FAMA DI SANTITÀ" DI PADRE LEOPOLDO
Una delle condizioni previe indispensabili per poter iniziare una "causa di canonizzazione" è che il personaggio in questione goda, dopo la morte, della "fama di santità" fra coloro che l'hanno conosciuto. Siamo tutti convinti che i "santi" davanti a Dio sono immensamente più numerosi di quelli riconosciuti dalla Chiesa come tali. Ma la Chiesa può sceglierne solo alcuni da proporre come modelli di cristianesimo vissuto, poiché non è possibile iniziare e portare avanti il "processo canonico" per appurare la santità per milioni e milioni di santi. San Giovanni, nell' Apocalisse (7,9), parla della visione che ha avuto del Paradiso e scrive: "Ecco una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua, ritta davanti al trono e davanti all' Agnello, avvolti in vesti candide, portando palme nelle loro mani". Un'immagine di gioia e di gloria che esalta la nostra vita di fede e ci fa capire che i santi, anche nel nostro tempo, sono immensamente più numerosi di quelli riconosciuti e venerati come tali. Molti rimangono, in vita come in morte, nel nascondimento; altri, pochissimi, emergono per motivi misteriosi o per circostanze fortuite (1).
La Chiesa, da questa "moltitudine immensa che nessuno poteva contare", ne sceglie alcuni che godono della "fama di santità" e, dopo un lungo e rigoroso "processo" e dopo il segno dato da Dio di un "miracolo" compiuto per la loro intercessione, li propone come beati e santi. Le testimonianze raccolte su padre Leopoldo Pastori, subito dopo la sua morte il 26 maggio 1996 ma anche circa 9-10 anni dopo, ci dicono che questo nostro grande amico era ed è ricordato e venerato come un cristiano e un prete straordinario, nel cammino sulla via della santità. In questo capitolo pubblichiamo alcune di queste testimonianze, che arricchiscono la nostra conoscenza del personaggio.
Nel viaggio che ho fatto in Guinea-Bissau nel febbraio 1997, per rivedere la diocesi e fare interviste per produrre il volume Missione Bissau. 150 anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997) (Emi 1999, pagg. 460), Leopoldo era morto da pochi mesi. I confratelli missionari erano ammirati della sua vita di preghiera, ma parecchi non approvavano del tutto il modello di missionario che Leopoldo aveva in mente, altri dicevano che avesse una spiritualità ascetico-popolare e poco biblica; altri ancora, che desse una visione di missione non verificata con quella della diocesi e con le linee pastorali diocesane 2; che non tenesse conto, nei testi in criolo e nei canti che ha prodotto, dell' esperienza dei confratelli; che abbia avuto poca prudenza per la sua malferma salute. Debbo dire che a distanza di nove anni, interrogando ancora i confratelli del Pime che avevano conosciuto bene Leopoldo in Guinea, non ho più avuto conferma di queste critiche.
"Abbiamo perduto un santo!"
Il superiore regionale del Pime in Guinea, padre Pedro Zilli (oggi vescovo di Bafata la seconda diocesi della Guinea- Bissau), mi diceva nel gennaio 1997, pochi mesi dopo che Leopoldo era scomparso:
Quando è morto p. Leopoldo parecchie persone, soprattutto
suore, volevano subito fare di lui un santo, perché aveva aiutato
spiritualmente molti lasciando un'immagine forte di preghiera e di santità. Una
settimana dopo la morte, sono venuti a dirmi che volevano dedicare una cappella
a padre Leopoldo. lo ho detto: "Se volete dedicare una scuola, una squadra
di calcio, sì, ma una cappella non si può. Non facciamo santi prima del
tempo".
Padre Leopoldo è stato veramente un prete straordinario, era
padre spirituale e confessore di molti, orientava tantissime persone. Una volta
al mese faceva un ritiro spirituale di una giornata per padri e suore. Aveva
tanti che venivano fedelmente, specialmente fra le suore, tutti i mesi fino alla
fine. Era impegnatissimo e alcuni dicono che questa è stata la causa prossima
della sua motte. Prendeva troppi impegni, non aveva respiro. Ha anche fatto un
libro di canti in criolo, l'ordinario della Messa in criolo, ecc.
Le testimonianze della sua santità sono molte. Ecco la prima, scritta un mese dopo la sua morte, il 28 giugno 1996 da don Andrea Gasparino, fondatore del "Movimento contemplativo missionario Padre De Foucauld" a Cuneo, a suor Rachele Recalcati, missionaria dell'Immacolata in Guinea- Bissau:
Cara Sorella, pace e gioia! Ho sperato fino all'ultimo momento che p. Leopoldo si riprendesse. Abbiamo perduto un santo! Sono andato a trovarlo a Piacenza [all'ospedale negli ultimi giorni prima della motte, n.d.c.], è stata una grande festa! Ha fatto uscire tutti per confessarsi. Era radioso! Eravamo grandi amici. Ogni due mesi mi mandava la sua relazione sulla fedeltà alle sue 5 ore di preghiera. Aveva fatto qui il deserto dei 40 giorni come un santo.
Lo stesso don Gasparino, il 15 settembre 2005, interrogato sulla sua amicizia con Leopoldo, mi ha mandato questa breve ma intensa dichiarazione intitolata "Ricordi di padre Leopoldo" :
Con p. Leopoldo ho avuto un legame profondo. Ho visto sbocciare
in lui tutti gli ideali più alti della vita missionaria.
Veniva nella nostra Comunità ogni volta che rientrava in Italia
e si fermava a lungo.
La nostra amicizia cominciò quando portò qui un gruppo di
studenti del Pime di cui era incaricato come formatore.
Ma il ricordo più straordinario di p. Leopoldo fu il suo
primo deserto dei 40 giorni. Si lanciò con tale fervore negli impegni che
normalmente proponiamo al deserto che fui scosso. Solo i nostri fratelli più
lanciati nella contemplazione gli potevano stare dietro.
ANDREA GASPARINO
"E stato in mezzo a noi una presenza di Gesù"
Suor Edna Quixabeira, brasiliana, ha lavorato parecchi anni con padre Pastori nel Centro di spiritualità di Ndame. "Ecco come lo ha ricordato su "Il Vincolo", rivista interna del 'rime, del giugno 1996:
Ci sono creature che il Signore manda in questo mondo e
èlÌ~ sembra siano state create apposta per essere aperte e solo al servizio
degli altri: talmente dimentiche di sé e talmente proiettate sul prossimo che,
per loro, chiunque passa accanto, specialmente se piccolo, sofferente,
bisognoso, rifiutato, è Gesù da soccorrere, servire e amare sopra ogni cosa.
Mi pare che padre Leopoldo sia stato una di queste creature. Così io l'ho
conosciuto negli anni in cui ho avuto la fortuna e la gioia di averlo incontrato
in Mrica: dispensatore di gioia e di serenità; e chiunque l'ha conosciuto può
dire che la sua vita fu per tutti un dono di Dio. E allora, il primo sentimento
che sgorga dal cuore è un grazie; grazie per quello che ci hai donato, grazie
per quello che sei stato.
Parlare di padre Leopoldo è anche un po' imbarazzante
perché si vorrebbe evidenziare tanti suoi aspetti positivi. Mi sembra di vedere
in lui una figura poliedrica dalle molte sfaccettature, corrispondenti ai vari
talenti e carismi (in Guinea, nell' ambiente ecclesiale, era chiamato "il
carismatico"). E tutti questi doni erano unificati da una fede granitica e
da una donazione agli altri, come dissi sopra, che non conosceva limiti.
La sua fede era sostenuta e alimentata da lunghe ore di
preghiera eucaristica, passate davanti al Tabernacolo. In una delle sue ultime
lettere, mi scriveva con un certo dispiacere che i vari impegni pastorali lo
assorbivano un po' troppo; che si sentiva un po' stanco e faceva fatica a tenere
il ritmo di almeno cinque ore di preghiera eucaristica giornaliera. Questo suo
lungo e profondo rapporto con il Signore aveva un riscontro evidente nel suo
stile di vita: era il suo abituale modo sereno e cordiale verso tutti e questo
"tutti" lo dobbiamo prendere nel modo più assoluto, cioè, non solo
per il sorriso gratificante dei bambini (verso i quali ha sempre avuto una
predilezione speciale), ma anche verso coloro dai quali poteva aver ricevuto
qualche amarezza.
Padre Mario Faccioli già lo conosciamo: è il missionario del Pime in Guinea che ha seguito più da vicino Leopoldo quando era in missione e si è incontrato con lui molte volte anche quando ambedue erano in Italia, nei due seminari del Pime di Monza (Leopoldo) e di Milano (Faccioli). Padre Mario è stato diverse volte superiore regionale del Pime in Guinea- Bissau e dal 1985 nel Centro di accoglienza e di spiritualità di Ndame. Ecco una breve sua testimonianza dopo la morte dell' amico Leopoldo, pubblicata da "TI Cittadino" di Lodi il 30 maggio 1996 (vedi anche quanto dice di lui al capitolo V):
Per la gente di Ndame è stato sacerdote, insegnante, medico, amico. Un dispensatore di gioia, sorretto anche nelle difficoltà da una fortissima dedizione alla preghiera, alla quale dedicava una media di 5 ore al giorno, rammaricandosi quando i numerosi impegni pastorali limitavano il tempo da riservare al raccoglimento.
Padre Ermanno Battisti è in Guinea dal 1969, anche lui grande amico di Leopoldo. Così lo ricorda in "Missionari del Pime" (agosto-settembre 1996):
In Guinea padre Leopoldo è stato stimato e amato e adesso è
rimpianto e anche sinceramente pianto. Perché? Era un uomo dal sorriso amabile,
dall'umorismo simpatico e dalla risata fragorosa e cordiale. Ti metteva subito a
tuo agio. Ma tutto questo è poco: c'era molto di più.
Anzitutto era un uomo profondamente di Dio. Ogni giorno
consacrava almeno cinque ore alla preghiera. Il suo essere uomo di Dio emergeva
nella conversazione di ogni giorno: anche parlando di cose apparentemente poco
importanti, era sempre l'uomo della fede sincera, coinvolgente e gioiosa. Una
fede che diffondeva luce su tutte le cose, come una lampada accesa nella notte.
Era anche un uomo totalmente dedicato agli altri. Pur dando
tutta l'importanza allo spirito, era ben cosciente che l'uomo possiede anche un
corpo, impastato di sofferenza per malattia, per fame, per ignoranza e per
solitudine. Anche in questo p. Leopoldo è stato grande in opere e iniziative.
Un vero sacerdote, un credente serio, sincero, gioioso, sensibile, benevolo,
cordialmente semplice e umile nonostante le sue molte capacità e la simpatia di cui
ovunque era circondato. Padre Leopoldo è stato in mezzo a noi una presenza di
Gesù Maestto e Amico, testimone della tenerezza di Dio.
"Secondo me era un gigante dello spirito"
Suor Laurinda de Carvalho Moreira, altra sorella brasiliana in Guinea, è stata molto vicina a padre PastOri. Ha scritto su "Caminhos Africanos" (luglio 1996):
Padre Leopoldo più di ogni altto ha testimoniato l'amore di Cristo fra gli uomini. Ho pianto padre Leopoldo. Non piansi nemmeno quando mori mia madre! Apprezzavo dunque così tanto questo padre? Nessuno può immaginare. Nei pochi anni da quando lo conoscevo ho sentito che avevo molto da imparare dalla sua vita esemplare: era la freschezza di molte anime che andavano quasi in pellegrinaggio a N dame. Padre Leopoldo non pottemo più vederlo con gli occhi del corpo. Ma un giorno dovremo incontrarlo, se faremo quello che egli ci insegnò... Si è allontanato fisicamente da noi, ma la sua presenza benefica, il suo spirito attivo e la vivacità della sua fede rimarranno sempre nella nostta memoria e daranno luce al nostto cammino.
Suor Rachele Recalcati, superiora delle Missionarie dell'Immacolata in Guinea quando Leopoldo era laggiù, è stata molto vicina per anni al missionario. Intervistata a Bissau il 24 febbraio 1997, ha detto:
È stato una meteora. Il Signore ce l'ha dato per troppo poco
tempo. Era un uomo di Dio, ha fatto innamorare di sé i giovani e tutta la
gente. Da tempo si vedeva che non stava bene, gli dicevamo di tornare in Italia
per curarsi, ma lui diceva che se partiva non lo lasciavano più ritornare.
Aveva un cakndario tutto pieno di incontti, ritiri, confessioni, direzioni
spirituali, gruppi da incontrare... Quando è giunta la notizia della morte, ho
visto uomini e giovani piangere: aveva conquistato la gente delle tabanche
vicino a Ndame, conosceva tutti per nome. lo ero molto amica, andavo a trovarlo
spesso. Mi
impressionava come trattava affettuosamente la gente nei villaggi, sembravano
tutti la sua famiglia, gli erano veramente affezionati.
Secondo me era un gigante dello spirito. Tutti quelli che
potevano andavano a confessarsi da lui. Da quando è tornato in Guinea nel 1990,
è rimasto schiacciato dagli impegni: il lavoro era diventato troppo per una
salute come la sua. Poi aveva un impegno forte di preghiera. Al mattino si
alzava presto, alle sei era già in chiesa, apriva il tabernacolo e faceva
mezz'ora di adorazione prima della Messa. Leopoldo è un modello per i giovani,
per i preti e le suore che non hanno ancora modelli locali. Il nostro parroco,
il p. Filisberto, un giovane prete angolano della Congregazione dello Spirito
Santo, ha costruito una piccola cappella e voleva dedicarla a padre Leopoldo per
andare incontro alla devozione della gente. Ma non ha potuto. Molti vorrebbero
fosse già dichiarato santo.
Alle Messe celebrate per la sua morte, una a Ndame (28 maggio
1996) e una in cattedrale (29 maggio), molta gente piangeva. A Ndame, che è
fuori mano, io pensavo andassero un po' di preti e suore, invece la chiesa era
piena. Così pure la cattedrale era piena. Ha celebrato
il Vescovo che è venuto fuori a dire: "Padre Leopoldo era un , santo". Tutti possono
confermare queste parole del Vescovo.
Padre Marco Pifferi del Pime (oggi superiore regionale in Guinea), così ricorda Leopoldo in questo articolo su "Djumna" (rivista del Pime in Guinea, giugno 1996):
Vorrei sottolineare due aspetti di padre Leopoldo che mi
hanno colpito in questi anni.
1) Il suo amore per Gesù eucaristico. Sono convinto che
Leopoldo è stato conquistato dal fascino dell'Eucarestia. Le lunghe ore di
adorazione (due ore tutti i giorni), il suo entusiasmo ed impegno di lavoro
nella commissione diocesana di liturgia per rendere le celebrazioni più vive,
la revisione e traduzione dei testi liturgici, i vari ritiri, la "lectio
divina", i suoi incontri con gruppi e singoli, tutto era animato da questa
fonte: il Tabernacolo. Aveva un grande obiettivo nella vita: vivere decisamente
e intensamente il Sacramento eucaristico per essere" eucarestia umana"
e ripetere nei fatti quotidiani ciòche celebrava, per farsi prossimo a tutti.
Scrive nel Diario: "Voglio andare in Guinea-Bissau pieno di Gesù; voglio
portare Gesù a tutti e tutti a Gesù... Questo fascino dell'Eucarestia che mi
attira senza mai stancare mi sta rinnovando in un desiderio profondo di
santità; quante volte ho chiesto al Signore di farmi diventare santo...".
2) Un secondo aspetto è la sua "carità pura, semplice, gioiosa",
come lui stesso diceva: soprattutto verso i poveri, "i miei fratelli
balanta", come li chiamava. Diceva: "Il Signore mi ha dato tanto
perché possa donare tutto... Devo far di tutto perché i poveri si sentano
coinvolti con dignità e lavoro".
"Faceva delle prediche che si sentivano volentieri"
"Lei prega p. Leopoldo?" ho chiesto alla prof.ssa
Luisa Conca di Lodi (più volte citata nei capitoli precedenti). Risposta:
"Sì, lo prego parecchio e mi creda che è già intervenuto, mi ha dato
serenità, mi ha risolto dei problemi. Era un uomo di fede, di fede eucaristica.
Ha lasciato in tutti un grande ricordo di spiritualità" (Intervista del 24
ottobre 1997).
La sorella di padre Leopoldo, Maria Luisa (sposata Ginelli),
dice:
Leopoldo era speciale e dolcissimo con tutti. Carattere felice, molto affabile, sempre pieno di gioia. Veniva spesso in casa mia, alle mie tre figlie era affezionatissimo. Anche in parrocchia a San Donato (Milano) era conosciuto e gli volevano bene tutti. Aveva iniziato un gruppo giovanile e i preti della parrocchia gli portavano i ragazzi a Monza per i ritiri da lui predicati. Ha lasciato un grande ricordo di bontà e di santità.
Don Giancarlo Marchesi, sacerdote di Lodi dal 1962 e parroco a Sant'Alberto (la "chiesa del Borgo"), è l'amico fraterno, il fratello di padre Leopoldo. A lui e alla sua parrocchia si debbono molte iniziative per tramandare il ricordo del missionario. Ecco la sua testimonianza (3):
Ho visto le testimonianze che hai raccolto su Leopoldo, che
sono molte e belle. Non voglio ripetere quanto hanno già detto altri, aggiungo
solo un' osservazione che ho fatto molte volte da quando ho conosciuto Leopoldo:
la sua vita è stata un martirio, una "via crucis" dall'inizio alla
fine. Orfano di padre a cinque anni, in orfanotrofio per 11 anni, con tutti i
problemi connessi. In seminario nel Pime con alunni più giovani di lui. lo l'ho
conosciuto quando ha celebrato la prima Messa nella chiesa del Borgo e da quando
era sacerdote ha sofferto molto, sia in Italia che in missione. Abbiamo subito
fatto amicizia e con me si confidava, ci confidavamo a vicenda le nostre pene.
Ricordo una notte a Bafata, mi parlava presentandomi le
difficoltà di quella missione, le divisioni fra i preti, i caratteri non facili
dei missionari con i quali doveva convivere e programmare e poi realizzare il
lavoro . .. E lui, con quella benedetta epatite che gli toglieva le forze e
doveva assolutamente riposare e limitare i suoi impegni, mentre avrebbe voluto
buttarsi in pieno nel lavoro come facevano altri missionari giovani della sua
età. Questo per lui era come un martirio: aveva poco più di trent'anni, tante
qualità umane e di realizzatore, lo volevano in tanti, lo chiamavano da tutte
le parti, ma doveva limitarsi perché sentiva che, altrimenti, andava incontro
alla morte! Era una situazione tremenda, tanto più che non sempre era capito
dagli altri.
L'ho sempre seguito e assistito nella malattia. Tutte le
volte che veniva a Lodi, la mia casa era la sua, mamma Lory è come se fosse sua
madre. Oltre alla sofferenza fisica e all'impotenza a cui era costretto, la
sofferenza maggiore era, negli anni Ottanta, non poter tornare in Africa. L'ho
sempre ammirato perché non l'ho mai sentito ribellarsi alla sua situazione di
ammalato cronico. La sua pietà eucaristica lo portava a capire a fondo la via
della croce che il Signore gli chiedeva di percorrere e la condivideva
pienamente. Per me la sua santità è soprattutto in questa manifestazione di
umile accettazione della volontà di Dio.
E poi la sua passione per l'Mrica, per la Guinea-Bissau: era
un vero missionario. Ricordo che padre Franco Cagnasso, superiore generale del
Pime, nel 1990 gli aveva fatto la proposta di andare in Brasile, perché lui
insisteva nel voler tornare in missione. Anche questa per lui fu una prova e non
lieve. Si confidava con me: voleva obbedire, ma sentiva che il suo posto era la
Guinea-Bissau. Allora sono andato da Cagnasso e gli ho detto: "Lo mandi in Guinea,
non in Brasile. È vero che in Brasile potrebbe avere un cibo migliore, cure
mediche e medicine, ma la fatica che dovrà fare per ambientarsi in un posto
nuovo e adattare il suo portoghese a quello brasiliano, che mi dicono molto
differenti, gli farà perdere i vantaggi che ha nel tornare in Guinea; dove sa
che va per la casa di spiritualità di Ndame, a cui aspira da più di dieci
anni, mentre del Brasile non sa ancora nulla". Si vede che Cagnasso si è
informato anche da altri e l'ha rimandato in Guinea, dove ha passato solo sei
anni prima di morire, ma ha realizzato molto per quel popolo e quella giovane
Chiesa.
La signora Lory Marchesi di Lodi (mamma di don Giancarlo), intervistata il21 febbraio 1998 mi dice:
Era un tesoro che mi manca molto e lo prego. Non sono capace
di dire un Requiem per lui, perché non ne ha bisogno. Dico solo un Gloria
Padre. Per me era un santo. In tutti i posti dove passava lui c'era qualche
conversione. Leopoldo impressionava tutti. .Quando parlava Leopoldo c'era
silenzio e attenzione. Mi sembrava di vedere Nostro Signore quando parlava alla
gente: erano tutti in silenzio, incantati, attratti da lui.
Quando mio marito si è ammalato, aveva un cancro e soffriva
molto: l'unica persona che lo faceva sorridere era lui. Se arrivava padre
Leopoldo si rasserenava, sorrideva.
Il settimanale diocesano di Lodi "Il Cittadino" ha pubblicato molti articoli e interviste su padre Leopoldo Pastori, specie dopo la sua scomparsa il 26 maggio 1996. Ogni anno, nel mese di maggio si celebra l'anniversario della sua morte nella parrocchia del Borgo di Lodi e da parte degli amici ex membri dell' orfanotrofio della cittadina lombarda uniti in associazione. Ecco l'articolo del 28 maggio 1998:
A volte i santi ci vivono accanto e non ne sappiamo cogliere
la grandezza, forse equivocando sul significato stesso della santità e sulle
espressioni con cui si manifesta. Anche in un' esistenza" del tutto nonnale,
senza nessun segno straordinario, miracoli, visioni o guarigioni", come
quella di padre Leopoldo Pastori. Eppure a distanza di due anni dalla scomparsa, attorno alla figura del
missionario lodigiano si sta delineando un alone di santità sempre più
definito. Legato certo all'istintivo e vivido entusiasmo con cui le popolazioni
africane presso le quali ha svolto la sua opera di evangelizzazione ne serbano
ricordo, ma anche a oggettivi elementi di riscontro. "Quando è morto -
racconta padre Pedro Zilli, superiore del Pime in Guinea-Bissau - parecchie
persone volevano subito fare di lui un santo, ma ho risposto che non ne facciamo
prima del tempo". Un aspetto, quest'ultimo, sottolineato con vigore martedì
sera da padre Piero Gheddo, invitato dal parroco di Sant'Alberto, don Giancarlo
Marchesi, a presiedere la solenne concelebrazione in occasione del secondo
anniversario della morte del "missionario monaco".
"La gente lo considera un santo - ha affermato il
celebre giornalista e autore di libri - eppure è vissuto in missione pochi
anni, non ha costruito edifici, non ha fondato nulla di grandioso. Cosa ha
fatto? Ha testimoniato quotidianamente la chiamata universale alla
santità". Dopo aver realizzato un agile "instant book" sulla
vita del religioso lodigiano ("Ero partito per la Guinea-Bissau con
l'intenzione di scrivere la storia dei primi 50 anni del Pime in quel Paese, ma
il vescovo di Bissau mi disse: Scrivi prima di padre Leopoldo, sono molti che lo
ricordano come un santo, un libro su di lui, diffuso fra la gente, soprattutto
fra i giovani, farà del bene"), p. Gheddo sta per avviare il progetto di
una vera e propria biografia. Martedì, al termine della funzione, ha esortato
amici, parenti, conoscenti del sacerdote originario del Borgo a mettere a
disposizione documenti, materiale fotografico e testimonianze verbali utili allo
scopo. Oltre che alla preparazione di una eventuale causa di beatificazione, di
cui p. Gheddo ritiene esistano fondati presupposti. Non a caso la monografia
pubblicata come inserto speciale del periodico "Italia Missionaria"
(tradotta anche in portoghese nella versione destinata alla Guinea) si chiude
con una sezione su "le testimonianze della sua santità"; un
repertorio dal quale emerge un ritratto di un "gigante dello spirito",
instancabile nella preghiera, dedito ad una carità pura, semplice e gioiosa,
"uomo dal sorriso amabile, dall'umorismo simpatico e dalla risata fragorosa
e cordiale", con "un profondo rapporto con il Signore che aveva un
riscontro evidente nel suo stile di vita, sereno anche verso coloro dai quali
poteva aver ricevuto qualche amarezza". Pur con "i suoi bravi difetti,
perché persino i santi non ne sono esenti (andava un po' per conto suo, non rinunziava facilmente alle sue idee), era da tutti
considerato ''l'uomo della fede sincera, che diffondeva luce su tutte le cose,
come una lampada accesa nella notte".
CLAUDIO GAZZOLA
Mentre stavo preparando questa biografia di padre Pastori, è venuta a trovarmi la signora Lidia Manfrin in Avesani che abita a Monza. Ha avuto i suoi due figli (Francesco e Benedetta) a scuola dalle Canossiane di Monza negli anni Ottanta, mentre padre Leopoldo era nel seminario del Pime e andava a parlare e confessare nella scuola delle Canossiane. La signora Lidia viene spontaneamente a darmi la sua testimonianza di quando ha conosciuto Leopoldo in quegli anni:
I miei figli lo ricordano perché confessava i ragazzini e
ragazzine: aveva un modo di confessare con una tenerezza che non è comune.
Francesco, che ha 28 anni, dice: "Era una persona un po' eccezionale, mi ha
sempre colpito. Eravamo piccoli (Francesco è del 1977 e Benedetta del 1979), ma
lo ricordiamo bene e con affetto". Leopoldo è stato molte volte a casa
nostra a mangiare, suonava il nostro pianoforte e siamo poi andati a vederlo
anche al Cimitero dei missionari a Villa Grugana... Mi scusi se mi commuovo, ma
vedere làradunati tanti missionari che sono vissuti in Cina, in India, in Mrica,
in Amazzonia... è una cosa che commuove. Il prossimo anno, dopo dieci anni che
è motto Leopoldo, vorremmo fare qualcosa a Monza dalle Canossiane per
ricordarlo.
Sono contenta che a Lodi si inizi la sua causa di
canonizzazione, lo merita proprio! lo voglio testimoniare il mio ricordo di un
prete fuori del comune, che parlava in modo che tutti lo capissero, cordialmente
e senza dire grandi cose teologiche, ma inserendosi nella nostra vita. Erano
delle prediche che si ascoltavano volentieri e facevano riflettere. E poi la
cordialità con cui parlava, gli esempi che raccontava, come il ricordo continuo
della sua mamma: aveva sempre in mente la mamma e ne parlava spesso. Parlava col
cuore, in modo semplice e cordiale. Insomma sapeva commuovere perché parlava
della vita; non di idee astratte o teologie, ma del Vangelo che toccava la
nostra vita. Si vedeva che quelle cose che diceva le viveva lui per primo.
"Non sono solo, perché ho con me Gesù"
"Il Vincolo", rivista interna del Pime, così ricorda padre Pastori un anno dopo la sua scomparsa (dicembre 1997, pag. 77).
Il 26 maggio 1996, in occasione della morte di padre Leopoldo Pastori, la Chiesa della Guinea-Bissau con tanta altra gente ha saputo manifestare tutta la sua stima per lui e per tutti i missionari del Pime che qui lavorano. Il 26 maggio 1997, giorno del primo anniversario della sua scomparsa, è stata celebrata una Eucarestia per la sua anima. La chiesa del Centro di spiritualità era piena e ancora una volta si è potuto capire che tutti gli volevano bene e vedevano in lui un grande uomo, un grande cristiano e un grande sacerdote.
La moglie del dotto Riccardo Cascioli (vedi il capitolo IV), Patrizia, intervistata a Genova il 20 luglio 2005, così ricorda padre Leopoldo:
Ho conosciuto poco Leopoldo, ma la prima cosa che colpiva di lui era l'attenzione alla persona, capivi che ti voleva bene come persona; e poi una grande serenità e gioia di vivere. Quando l'ho incontrato, era molto impegnato perché c'era tanta gente che lo aspettava e lui andava a incontrarla, ma in quel momento sembrava non avesse altro da fare che incontrare me. Riccardo gli ha raccontato che io suono il piano e lui mi ha subito detto: "Vieni a provare questo strumento africano, la korà". Voleva condividere con me la gioia della musica.
Padre Mariano Ponzinibbi, già missionario in Bangladesh e ora superiore della missione del Pime in Cambogia, scrive (7 settembre 2005):
Nel marzo 1979, ero da pochi mesi al Pime di Busto Arsizio
per iniziare il periodo di formazione. Il rettore, p. Giancarlo Villa, mi parla
di un mio condiocesano, p. Leopoldo Pastori, rientrato dalla Guinea-Bissau
seriamente ammalato ed ora in convalescenza al Pime di Genova-Nervi. Vado a
visitarlo. Erano tante le ore che doveva trascorrere a letto, anche di giorno. Ho un ricordo nitido di
quei momenti di particolare intensità. Mi ha parlato della Guinea, della sua
attività missionaria, mi ha mostrato foto e la immancabile "korà"
che accompagnava i suoi canti in criolo.
Poi mi ha detto parole che ancora ricordo con affetto e
nostalgia: "Non sono solo, perché ho con me Gesù". Capivo il valore
di questa espressione, ma non a tal punto da immaginare la piccola teca con
l'Eucaristia che aveva nel taschino del pigiama! Aveva veramente Gesù sul suo
cuore.
P. Leopoldo l'ho ritrovato tre anni dopo nel seminario di
Monza, quando iniziava il suo servizio nella équipe formativa. Ricordo
l'impulso dato alla liturgia, ai canti, all' adorazione, al rosario, al
silenzio. Diremmo: un suo aiuto a concepire la vocazione missionaria dentro una
visione più monastica. Esagerato? Forse, lo pensavo anch'io. Ma dopo alcuni
anni di vita in missione, prima in Bangladesh e ora in Cambogia, sono ancora
dello stesso parere definendo "esagerata" la sua proposta formativa?
Credo di no. E dico così con un poco di nostalgia.
Era un uomo dal sorriso accattivante, una simpatia immediata,
la passione sportiva rimasta: chiedeva il "foglio rosa" da leggere,
cioé la "Gazzetta dello Sport". La domenica sera avevo un
appuntamento fisso con lui: commentare il risultato calcistico del Fanfulla
squadra di Lodi, con un bicchierino 'di liquore, alle erbe ovviamente, vista la
situazione del suo fegato.
La sera di Pentecoste del 1996 mi telefona in Bangladesh p.
Zanchi, allora vicario generale, per comunicare la partenza di p. Leopoldo per
la casa del Padre. La parrocchia di Sant' Alberto a Lodi ha ogni anno due
appuntamenti precisi per ricordare padre Pastori, così mi ha detto don
Giancarlo Marchesi, un fratello per lui: una Messa per l'anniversario della sua
morte e una visita al cimitero del Pime a Villa Grugana per un momento di
preghiera, di ringraziamento al Signore per il dono della sua vita.
Rimane, credo, il suo invito ad una sottolinea tura
maggiormente contemplativa dell' opera missionaria. Un aspetto delicato che
chiede interiorizzazione. Non è solo p. Leopoldo a dare questa accentuazione,
gli stessi interventi del papa Giovanni Paolo II e altri documenti della Chiesa
sottolineano questo itinerario possibile.
Tutto questo chiede coraggio e convinzione profonda: dire di
sì ad una visione della vocazione missionaria in modo più contemplativo,
significa rinnovare, cambiare, correggere lo stesso cammino formativo nei nostri
seminari. Significa interpellare maggionnente le Chiese di missione, seguirne le
evoluzioni, mettere al centro della vita missionaria parole diverse, che p.
Leopoldo non ha solo pronunciato, ma ha vissuto. Fare memoria dei lO anni dalla
sua morte è una opportunità, e una grazia per tutti, di riprendere alcune sue
intuizioni o percorsi missionari come aiuto al nostro Istituto del Pime.
"Non mi è mai capitato di vederlo irritato"
Dal Brasile, ecco la testimonianza scritta di padre Giuseppe Negri, farmatore di missionari nel seminario filosofico e dell'"anno di spiritualità" del Pime a Brusque (Stato di Santa Caterina). Dal 5 marzo 2006 è vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Florianopolis (Santa Caterina). 1'8 settembre 2005 scrive:
Ho conosciuto Leopoldo quando ero in seminario (2' teologia)
a Monza. Lui arrivava dopo anni "caldi" del seminario che credo non
sia bene ricordare. In ogni caso la sua presenza ha portato a noi seminaristi
una vitalità e uno spirito nuovi. Ricordo che a causa del suo problema di
salute (aveva il fegato a pezzi) doveva riposare parecchio ed era in seminario a
Monza come padre spirituale.
Ecco cosa ricordo di lui.
La vita di preghiera. Leopoldo non solo insisteva molto sulla
preghiera, ma dava una testimonianza bellissima a noi tutti seminaristi. Lo si
vedeva spesso pregare nella cappellina davanti alla sua camera, e riteneva che
l'essenziale della vita sacerdotale e missionaria fosse l'unione con Dio. Era
responsabile dell'anno di spiritualità e durante quest'anno ho avuto la
possibilità di conoscerlo in profondità. Ci ha fatto incontrare persone e
luoghi che erano a lui cari, vari monasteri e case di spiritualità, e così ho
potuto vedere quale grande stima le persone avevano per lui, per il suo modo di
essere prete. Era ricercatissimo, ricordo che molte volte i nostri colloqui
erano interrotti dalle telefonate che riceveva, molte persone lo cercavano,
avevano bisogno di consigli, di preghiere, e lui con calma e pazienza cercava di
attendere a tutti con amore.
Un uomo equilibrato. Non mi è mai capitato di vederlo
irritato o di rispondere in maniera inadeguata a provocazioni. Una delle sue
caratteristiche era l'equilibrio, era evidente in lui la capacità diaffrontare le situazioni, anche le più difficili, con una
certa saggezza e controllo che sicuramente gli venivano da una bella
spiritualitàvissuta e coltivata. Era difficile trovarlo in situazioni di
conflitto, ma ricordo che in alcune assemblee di seminario, quando la
temperatura si alzava e gli animi pure, Leopoldo cercava sempre di rappacificare
o di condire con un po' di umorismo la situazione.
L'amore per la missione. Leopoldo oltre ad essere un ottimo
fonnatore era anche un animatore missionario e vocazionale. Negli anni vissuti
con lui, quante volte nei suoi discorsi lasciava trasparire il suo amore per l'Mrica,
per la Guinea-Bissau dove aveva dato gli anni più belli della sua vita. Andava
molto nelle scuole e chiedeva materiale per la Guinea, noi seminaristi lo
aiutavamo a preparare pacchi da spedire in missione. Poteva essere un gesto
"paternalista", ma in realtà lui credeva che anche una goccia nell'
oceano dell' Amore fosse nece.ssaria. La cosa interessante, poi, era che chi
preparava i pacchi finiva per innamorarsi della missione, e questo era capitato
anche a me. Sognavo l'Mrica come missione, tanto ne avevo sentito parlare.
Raccontava a tutti come era iniziata la sua malattia, con il riposo forzato in
un monastero benedettino in Senegal. Là nei giorni di riposo dove era costretto
solo a pregare e a riposare, imparò a suonare la korà (una specie di arpa
africana del Senegal) e iniziò a comporre musiche e canti. Quello strumento
riuscì ad attrarre tante persone e ad innamorarle alla missione. Quello che
aveva imparato durante la croce della malattia sarebbe diventato un aiuto
preziosissimo di animazione.
L'amore ai santi. In questa passione per la missione si
lasciava guidare dai santi: ci parlava spesso di s. Teresina di Gesù Bambino,
diceva con orgoglio che arrivò in Guinea per la sua prima destinazione il lOdi
ottobre festa di S. Teresina, patrona delle missioni. Dagli scritti di s. Teresa
aveva appreso che era possibile, come missionario, avere una sorella spirituale
e quando era prete novello fu al Cannelo di Milano per chiedere una sorella
monaca che donasse la sua vita per lui: si chiama suor Anna del Cuore di Gesù
che ora si trova a Crotone (Catanzaro). In seguito, prima di essere ordinato
sacerdote, chiesi a Leopoldo che mi facesse conoscere qualche suora cannelitana
che potesse dare la sua vita per la mia missione. Ricordo che Leopoldo mi
accompagnò al Cannelo di Milano e il caso volle che la stessa suor Anna mi
fosse donata come sorella spirituale e fino ad oggi esiste una bella relazione
spirituale tra noi due. Nel Cannelo di Crotone, dove suor Anna è rimasta per sei
anni priora, la S. Messa per Leopoldo è celebrata regolannente, e il ricordo
rimane vivo fra le mura del monastero. L'amico Leopoldo. La mia amicizia con lui divenne sempre più
profonda con l'avvicinarsi del mio sacerdozio, tanto che gli chiesi di predicare
alla mia prima Messa; era un amico di casa, tutti i miei familiari gli volevano
bene, e ha aiutato mia sorella nelle difficoltà del matrimonio che stava
passando. In seguito io fui destinato al Brasile, ho continuato a corrispondere
con lui, ci scrivevamo frequentemente. Nel 1990 accompagnai alcuni seminaristi
brasiliani in Guinea per fare l'Otp: per un dono della Provvidenza, ci
incontrammo nell' aeroporto di Lisbona e viaggiammo nello stesso aereo con
destino Bissau. La croce di Leopoldo. Ricordo quella notte in aereo come se
fosse oggi: quanta gioia per averlo rincontrato dopo tanto tempo! Ci siamo
confessati l'un l'altro e ci siamo raccontati gli anni trascorsi. Si era creato,
nella regione nord Italia del Pime, un movimento d'opinione che lo accusava,
perché diceva che la contemplazione è la dimensione fondamentale per il
missionario. Ma questa mi pare sia anche la proposta che papa Giovanni Paolo II
fa a noi missionari nella "Redemptoris missio" (capitolo VIII). Credo
che le invidie e gelosie dei confratelli hanno travisato, e di molto, la
proposta che lui faceva ai seminaristi. In ogni caso, lui discretamente mi disse
solo che soffrì molto negli ultimi anni di seminario, ma non volle farmi nomi
né citare delle situazioni. Questa, dopo la malattia, deve essere stata la
croce più grande che ha dovuto portare. D'altra parte io mi chiedo se le accuse
che gli furono rivolte erano plausibili, visto che il beato Padre Paolo Manna,
nelle sue "Virtù apostoliche", ha speso molto inchiostro per far
capire ai suoi missionari l'importanza della preghiera. Inoltre, dopo parecchi
anni di lavoro nella formazione degli aspiranti al sacerdozio, mi trovo
perfettamente in sintonia con le sue parole quando diceva che "non è vera
vocazione quella che non è stata ispirata e maturata da Dio nell'intimità
dell'orazione".
Assieme in Guinea. Una volta arrivati in Guinea, io ho
accompagnato i seminaristi e lui si è inserito nella missione di N'Dame. Prima
del mio ritorno in Brasile ho vissuto una decina di giorni con lui, e in questi
giorni ho potuto percepire il suo ideale di missionario. Si alzava alle 5 del
mattino e andava subito in cappella, anch'io volli accompagnare il suo orario perché mi sembrava di poter
imparare ancora qualcosa dal suo modo di pregare. Dopo la preghiera del mattino
e dopo la "lectio", usciva nei villaggi a visitare i poveri.
Dopo solo pochi mesi dal suo ritorno in Guinea aveva in cuore
il progetto di poter costruire scuole e piccoli centri sanitari nei villaggi
vicini. Ecco dove finiva tutta quell' energia coltivata davanti all'Eucaristia.
Quando rientrò in Italia nel 1996, io mi trovavo a Roma per
studi di psicologia religiosa all'Università Gregoriana, e quando seppi che era
ricoverato a Piacenza corsi per incontrarlo almeno per l'ultima volta. Era il
giorno dell'Ascensione, lui era steso sul letto, io e p. Clari gli abbiamo messo
la stola bianca e con noi ha celebrato l'ultima sua Messa. Era molto
compenetrato nel mistero che stava celebrando, in certi momenti gli scendevano
le lacrime dagli occhi. Terminata la Messa, aveva ancora le forze per ridere e
scherzare con noi. Ci ha lasciati col sorriso sulle labbra. Prima di uscire
dalla porta gli ho chiesto che mi benedicesse.
In questo mio ricordo di Leopoldo, avrei voluto mettere a
fuoco anche i limiti di quest'uomo. Ma non sono riuscito a trovare dei difetti
così evidenti, e questo è proprio strano perché anche come psicologo, dico il
vero, certe cose mi sobbalzano subito all' occhio. Rivedendo per esempio il mio
rapporto con altri superiori e fonnatori coi quali ho convissuto, ricordo che
era abbastanza spontaneo notare difetti della personalità o del comportamento.
Con Leopoldo questo non mi è capitato, forse perché ha lasciato in me delle
impronte vere e credibili di santità.
"Sapeva mettere la pace in tutti"
Per concludere questo capitolo dedicato alle testimonianze sulla fama di santità di Leopoldo, ecco cosa scrive don Gianpiero Marchesini, parroco di Cavenago d'Adda nella diocesi e provincia di Lodi, nel novembre 2005, con l'aggiunta di quanto mi ha detto nel corso di una breve mia telefonata-intervista registrata il 25 novembre 2005, rispondendo ad alcune mie domande.
Ho 55 anni ed ero della parrocchia
del Borgo a Lodi. Leopoldo
aveva dieci anni più di me, era già sacerdote e io ancora seminarista: a me
ragazzo appariva come uno dell'altro mondo, cioè un santo. Ad esempio pregava
molto, era spesso in chiesa e si faceva voler bene da tutti. Per noi dd Borgo è
sempre stato una figura di santo.
L'ho conosciuto molto bene. Ricordo con precisione a distanza
di ben 45 anni (credo che fossimo nel 1960) le parole che mi disse in un incontro
fortuito davanti alla mia casa natale: "Ciao, come stai? Sono don Leopoldo
e voglio farmi missionario. Forse il Signore chiama anche te. Ti aspetto
all'oratorio". In qud momento non seppi rispondere, ma rimasi colpito da
tanta cordialità e gioia interiore. Sentiva forte il bisogno di correre, di
saltare, di giocare, ma doveva rimanere seduto in un piccolo banco, lui già
adulto, insieme a compagni di diversi anni più giovani di lui.
Finalmente, sabato 28 giugno 1969 l'allora vescovo di Lodi
mons. Tarcisio Benedetti lo consacrò sacerdote, insieme ad altri quattro
giovani del nostro seminario. Padre Leopoldo divenne prete in un momento assai
difficile per il mondo, per la Chiesa ed anche per il sacerdozio cattolico. Il
mondo e la Chiesa erano squassati dalla contestazione globale: non esisteva più
alcun valore sicuro e certo, tutto doveva appunto essere contestato. Il
sacerdozio cattolico subiva continue critiche e denigrazioni, e molti sacerdoti
lasciarono il ministero per sposarsi. Anche due compagni di ordinazione di padre
Leopoldo, sacerdoti della nostra diocesi di Lodi, seguirono questa via. In lui,
invece, non si notava alcuna perplessità o dubbio, ma grande fermezza,
convinzione e fede nel valore soprannaturale del ministero sacerdotale.
Dopo la celebrazione della prima messa, iniziò per Leopoldo
la fervorosa attesa di partire al più presto per la missione. I superiori dell'Istituto
non volevano esaudirlo, perché trovavano in lui delle ottime qualità di padre
spirituale e di educatore di vocazioni sacerdotali e missionarie. Per questo fu
mandato nel nuovo seminario di Sotto il Monte, voluto da Giovanni XXIII e che
don Leopoldo fece fiorire in modo straordinario.
A quel tempo, Leopoldo ha dato un grande esempio quando il
nostro parroco aveva avuto un fortissimo contrasto con la gente e lui era a
Sotto il Monte già sacerdote. Siamo arrivati al punto che il parroco era quasi
odiato e Leopoldo è stato veramente la persona che ha tranquillizzato gli
animi. Il parroco si vedeva circondato da nemici, soffriva di un complesso di persecuzione, riusciva ad
andare d'accordo solo con pochissimi. Una volta, nel febbraio 1972, io e don
Giancarlo siamo scappati dalla parrocchia per tre-quattro giorni perché non ce
la facevamo più a sopportare la tensione che si era creata. Siamo andati a
Sotto il Monte e Leopoldo ci ha tranquillizzati. Lui era amicissimo nostro e
anche profondamente legato al parroco. Aveva un modo di fare così amorevole,
dolce, caritatevole, che non si poteva non volergli bene; non che facesse il
ruffiano, anzi era sincero, ma insomma, quel che diceva Leopoldo era vangelo,
tutti lo accettavano. Sapeva mettere la pace in tutti e in quella circostanza fu
veramente provvidenziale per la parrocchia.
Venne anche il giorno della destinazione per la missione.
Partì il 30 settembre 1974 per la Guinea-Bissau, un piccolo e poverissimo paese
dell' Mrica occidentale da poco reso si indipendente dal Portogallo. Prima di
salire sull'aereo mi abbracciò e mi disse: "Quando tornerò, tra cinque
anni, tu sarai già prete da un anno; pertanto non ci sarò alla tua prima
messa, ma ti manderò ugualmente un dono, e quando tornerò celebreremo una
messa solenne insieme. Mi raccomando, prega tanto e impegnati nella strada che
hai intrapreso". Non seppi trattenere le lacrime e anche lui era molto
commosso e fuggì sull' aereo senza più salutare nessuno.
Arrivato a destinazione, incominciò a lavorare nell'
attività missionaria con un impegno senza sosta e senza riguardo per la propria
salute. Questo lavoro così intenso gli fu fatale. Contrasse la malaria e una
pericolosa forma di epatite. All'inizio del 1978 dovette tornare in Italia con
suo sommo dispiacere, più morto che vivo e quasi distrutto dall'epatite. lo
sono diventato prete nel 1978 ed ero nato al Borgo di Lodi. Leopoldo è venuto
alla mia ordinazione sacerdotale (24 giugno 1978). Non ha potuto con celebrare
perché era gravemente ammalato, ma volle partecipare nonostante le gravi
condizioni di salute ed era seduto in fondo alla chiesa piena. Quando il vescovo
ha imposto le mani agli ordinandi, io ho abbracciato lui e il vicario generale,
poi sono andato in fondo alla chiesa, mi sono inginocchiato davanti a Leopoldo e
mi sono fatto imporre le mani da lui, che era stato veramente il mio maestro ed
esempio da imitare.
Segui una lenta ripresa che vide padre Leopoldo sempre più
impegnato nell'animazione missionaria in varie parrocchie in Italia e nella
formazione di nuovi missionari come direttore spirituale ed insegnante. TI suo cuore però era in Mrica, nella sua Guinea,
dove aveva lasciato tanti amici e dove aveva iniziato a costruire un centro di
spiritualità, che permetteva a persone di vario genere (sacerdoti, religiosi,
suore, catechisti, coppie di sposi) di passare qualche giorno nel silenzio e
nella preghiera, in una zona bella e solitaria. Padre Leopoldo, infatti, era
convinto che solo da un incontro profondo con Cristo nasce una vera fecondità
missionaria.
Con una incessante preghiera ottenne alla fine degli anni
Ottanta, dai suoi superiori, il permesso di ritornare in Africa, in Guinea.
Considerava ciò una vera conquista. Nella messa di saluto così si rivolse ai
presenti, parafrasando le parole di un salmo che era stato proclamato in quella
celebrazione: "La tua grazia, o Signore, vale più della mia vita".
Con questo richiamo biblico intendeva dare una risposta più che soddisfacente a
quanti (compreso il sottoscritto) lo invitavano ad avere prudenza e, in ultima
analisi, a non partire più per l' Mrica, nel timore che si ripetesse la
situazione di un decennio prima.
Ritornato nella missione, riprese con grande vigore la sua
attività, questa volta conferendole un taglio più contemplativo, al punto che
qualcuno l'ha definito "missionario-monaco". Intanto crescono in
Guinea, intorno a padre Leopoldo, grande consenso e simpatia. È di questi anni
la ricca produzione di canti in lingua locale (criolo) con musica tipica del
luogo, composta da lui stesso con l'accompagnamento della sua inseparabile
"korà". Purtroppo, dopo alcuni anni in discreta salute, riprende in
forma grave l'epatite e quando verrà mandato d'urgenza in Italia (13 maggio
1996) ormai è troppo tardi, la malattia non è più curabile. Si spegne il 26
maggio 1996,
festa di Pentecoste e giorno della Madonna di Caravaggio,
alla quale era molto devoto.
In Italia come in Guinea, molti sono convinti che sia morto
un santo che aveva una grande passione per la missione alle genti. Il suo povero corpo viene deposto, per sua precisa volontà, nel piccolo Cimitero dei
missionari del Pime a Villa Grugana di Calco in provincia di Lecco, dove molti
anni prima, durante l'anno di formazione, aveva scelto di essere solo ed
esclusivamente di Cristo. Mi ritengo fortunato di averlo avuto come fratello
spirituale e modello di vita sacerdotale qui in terra ed ora ancor più in
cielo.
DON GIAMPIERO MARCHESINI
NOTE
[1] Una nota esplicativa che riguarda mia madre Rosetta Franzi
(1902-1934) e mio padre Giovanni Gheddo (1900-1942). In famiglia e nel mio paese
di Tronzano (Vercelli) erano già venerati e pregati come santi fin dal tempo
della loro morte, ma nessuno aveva mai pensato di iniziare la loro causa di
canonizzazione: allora beati e santi erano personaggi di altri tempi,
specialmente vescovi, preti e suore. Nel 2002, cinquant'anni dopo la morte di
papà Giovanni, per puro caso ho avuto la sollecitazione, soprattutto da parte
del giornalista Giorgio Torelli (a cui le avevo date da leggere), di pubblicare
le lettere di mio papà dall'Urss durante l'ultima guerra mondiale, alla sua
famiglia e ai tre figli minorenni e orfani della mamma. Ci conosciamo da trenta e più anni,
ma solo per caso ho avuto l'occasione di farle leggere ad un amico. Il quale ha
subito insistito perché le pubblicassi: "Se non le pubblichi tradisci il
ricordo di tuo padre che era un santo. Sono lettere che faranno del bene",
mi diceva. Così è nato il volume Il testamento del capitano (San Paolo
2003, pagg. 210) che ha suscitato un'ondata di lettere, telefonate, inviti a
presentare il libro. Parecchi dicevano che mamma Rosetta e papà Giovanni erano
dei santi, io chiedevo al Signore che mi desse un segno se dovevo mandare queste
lettere all'arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni. Il 14 gennaio 2004
sono andato, dietro loro pressante invito, a visitare le suore Redentoriste di
clausura di Magliano Sabina (Rieti), che mai avevo visto né conosciuto, ma loro
sapevano chi ero poiché da venti e più anni mando tutti i miei libri in
omaggio ai 545 conventi femminili di clausura italiani e ai circa 300 vescovi
italiani anche emeriti. Mi presentano una pergamena firmata da tutte le 26 suore
con la richiesta ufficiale all'arcivescovo di Vercelli di iniziare la causa di
canonizzazione dei miei genitori, ambedue membri attivi dell'Azione Cattolica.
Allora ho mandato all'amico vescovo la documentazione raccolta; lui mi ha subito
risposto per telefono di essere entusiasta della proposta e mi ha incaricato di
raccogliere la prima documentazione tra parenti e amici, a Tronzano e Crova (i
paesi natali dei due). Così è uscito, nel marzo 2005, il secondo volume Questi santi genitori (San Paolo
2005, pagg. 183), con le testimonianze raccolte e firmate, che non c'erano in Il
testamento del capitano. Il processo informativo diocesano è iniziato a
Tronzano (Vercelli) il 18 febbraio 2006. Ho raccontato questo fatto, di cui sono
parte in causa, solo per dire che tra milioni di santi autentici la Chiesa ne
sceglie solo alcuni come i miei genitori che, scrive l'arcivescovo di Vercelli
nella prefazione al mio secondo libro, "sono modelli esemplari di
innumerevoli altre coppie di genitori cristiani".
[2] Questa critica è riconosciuta vera da parecchi
confratelli. Leopoldo andava un po' per conto suo, la sua spiritualità era
molto personale, forse non apprezzava come la pastorale diocesana andava avanti
(tante costruzioni, poca riflessione teologica sul come fare la missione, molti
nuovi battesimi senza la necessaria preparazione, tanti gruppi nuovi di preti e
suore che apprezzavano poco la cultura locale); ma, allo stesso tempo, non si
sentiva in grado di dare nuovi orientamenti, per cui si affidava a quanto lui
stesso poteva dare come esempio e preghiera, senza prendere apertamente
posizione contro nessuno.
[3] Intervista registrata al Pime di Milano il 25 ottobre 2005
da p. Piero Gheddo.