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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione di mons. Giuseppe Merisi

Introduzione dell'Autore

6. LA "FAMA DI SANTITÀ" DI PADRE LEOPOLDO

Una delle condizioni previe indispensabili per poter iniziare una "causa di canonizzazione" è che il personaggio in questione goda, dopo la morte, della "fama di santità" fra coloro che l'hanno conosciuto. Siamo tutti convinti che i "santi" davanti a Dio sono immensamente più numerosi di quelli riconosciuti dalla Chiesa come tali. Ma la Chiesa può sceglierne solo alcuni da proporre come modelli di cristianesimo vissuto, poiché non è possibile iniziare e portare avanti il "processo canonico" per appurare la santità per milioni e milioni di santi. San Giovanni, nell' Apocalisse (7,9), parla della visione che ha avuto del Paradiso e scrive: "Ecco una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua, ritta davanti al trono e davanti all' Agnello, avvolti in vesti candide, portando palme nelle loro mani". Un'immagine di gioia e di gloria che esalta la nostra vita di fede e ci fa capire che i santi, anche nel nostro tempo, sono immensamente più numerosi di quelli riconosciuti e venerati come tali. Molti rimangono, in vita come in morte, nel nascondimento; altri, pochissimi, emergono per motivi misteriosi o per circostanze fortuite (1).

La Chiesa, da questa "moltitudine immensa che nessuno poteva contare", ne sceglie alcuni che godono della "fama di santità" e, dopo un lungo e rigoroso "processo" e dopo il segno dato da Dio di un "miracolo" compiuto per la loro intercessione, li propone come beati e santi. Le testimonianze raccolte su padre Leopoldo Pastori, subito dopo la sua morte il 26 maggio 1996 ma anche circa 9-10 anni dopo, ci dicono che questo nostro grande amico era ed è ricordato e venerato come un cristiano e un prete straordinario, nel cammino sulla via della santità. In questo capitolo pubblichiamo alcune di queste testimonianze, che arricchiscono la nostra conoscenza del personaggio.

Nel viaggio che ho fatto in Guinea-Bissau nel febbraio 1997, per rivedere la diocesi e fare interviste per produrre il volume Missione Bissau. 150 anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997) (Emi 1999, pagg. 460), Leopoldo era morto da pochi mesi. I confratelli missionari erano ammirati della sua vita di preghiera, ma parecchi non approvavano del tutto il modello di missionario che Leopoldo aveva in mente, altri dicevano che avesse una spiritualità ascetico-popolare e poco biblica; altri ancora, che desse una visione di missione non verificata con quella della diocesi e con le linee pastorali diocesane 2; che non tenesse conto, nei testi in criolo e nei canti che ha prodotto, dell' esperienza dei confratelli; che abbia avuto poca prudenza per la sua malferma salute. Debbo dire che a distanza di nove anni, interrogando ancora i confratelli del Pime che avevano conosciuto bene Leopoldo in Guinea, non ho più avuto conferma di queste critiche.

"Abbiamo perduto un santo!"

Il superiore regionale del Pime in Guinea, padre Pedro Zilli (oggi vescovo di Bafata la seconda diocesi della Guinea- Bissau), mi diceva nel gennaio 1997, pochi mesi dopo che Leopoldo era scomparso:

Quando è morto p. Leopoldo parecchie persone, soprattutto suore, volevano subito fare di lui un santo, perché aveva aiutato spiritualmente molti lasciando un'immagine forte di preghiera e di santità. Una settimana dopo la morte, sono venuti a dirmi che volevano dedicare una cappella a padre Leopoldo. lo ho detto: "Se volete dedicare una scuola, una squadra di calcio, sì, ma una cappella non si può. Non facciamo santi prima del tempo". 
Padre Leopoldo è stato veramente un prete straordinario, era padre spirituale e confessore di molti, orientava tantissime persone. Una volta al mese faceva un ritiro spirituale di una giornata per padri e suore. Aveva tanti che venivano fedelmente, specialmente fra le suore, tutti i mesi fino alla fine. Era impegnatissimo e alcuni dicono che questa è stata la causa prossima della sua motte. Prendeva troppi impegni, non aveva respiro. Ha anche fatto un libro di canti in criolo, l'ordinario della Messa in criolo, ecc.

Le testimonianze della sua santità sono molte. Ecco la prima, scritta un mese dopo la sua morte, il 28 giugno 1996 da don Andrea Gasparino, fondatore del "Movimento contemplativo missionario Padre De Foucauld" a Cuneo, a suor Rachele Recalcati, missionaria dell'Immacolata in Guinea- Bissau:

Cara Sorella, pace e gioia! Ho sperato fino all'ultimo momento che p. Leopoldo si riprendesse. Abbiamo perduto un santo! Sono andato a trovarlo a Piacenza [all'ospedale negli ultimi giorni prima della motte, n.d.c.], è stata una grande festa! Ha fatto uscire tutti per confessarsi. Era radioso! Eravamo grandi amici. Ogni due mesi mi mandava la sua relazione sulla fedeltà alle sue 5 ore di preghiera. Aveva fatto qui il deserto dei 40 giorni come un santo.

Lo stesso don Gasparino, il 15 settembre 2005, interrogato sulla sua amicizia con Leopoldo, mi ha mandato questa breve ma intensa dichiarazione intitolata "Ricordi di padre Leopoldo" :

Con p. Leopoldo ho avuto un legame profondo. Ho visto sbocciare in lui tutti gli ideali più alti della vita missionaria.
Veniva nella nostra Comunità ogni volta che rientrava in Italia e si fermava a lungo.
La nostra amicizia cominciò quando portò qui un gruppo di studenti del Pime di cui era incaricato come formatore.
Ma il ricordo più straordinario di p. Leopoldo fu il suo primo deserto dei 40 giorni. Si lanciò con tale fervore negli impegni che normalmente proponiamo al deserto che fui scosso. Solo i nostri fratelli più lanciati nella contemplazione gli potevano stare dietro.
 
Il mio compito era frenarlo un po' nel digiuno, nella preghiera notturna, nell' adorazione, ma stentavo a frenarlo.
Mi dava l'impressione che dentro di lui sentisse come una forza che lo travolgeva e che non riusciva lui stesso a comandare.
Quando arrivò alla conclusione dei 40 giorni, ciò che più mi colpì fu la sua decisione ferrea di arrivare a stabilire 5 ore di preghiera ogni giorno.
Ce la farai? Gli dicevo. Ma la sua decisione era ferrea.
Ogni due mesi mi mandava la sua relazione sulla fedeltà alle 5 ore di preghiera giornaliera. Mi dispiace che non ho conservato le sue lettere, spero che qualcuno abbia avuto cura dei suoi scritti.
Quando veniva qui partecipava con entusiasmo a tutte le attività coi giovani. Tutti attendevano che mettesse mano allo strumento musicale detto korà, ci affascinava tutti. E poi, nei momenti liturgici speciali metteva a nostro servizio la sua tromba. Incantava tutti i giovani quando suonava.
Tra me e p. Leopoldo c'era un legame profondissimo, era un' amicizia spirituale speciale pari, direi, alla direzione spirituale, ma non era una direzione spirituale vera e propria anche se tante sue decisioni dipendevano dalla mia approvazione.
Ho avuto la gioia di accompagnarlo fino alla morte. L'ultima confessione sul letto di morte a Piacenza non la dimenticherò facilmente.
La decisione delle 5 ore di preghiera al giorno fu un frutto del deserto dei 40 giorni: lui sentiva che per un missionario era indispensabile una seria vita di preghiera. Naturalmente in quelle 5 ore c'erano l'impegno di un aggiornamento teologico e la preparazione della Parola di Dio per i suoi.
Credo che l'idea di iniziare la sua causa di canonizzazione sia stupenda!
Abbiamo bisogno di missionari santi! Abbiamo bisogno di missionari di preghiera! Abbiamo bisogno di testimoni più che di maestri, perché ritengo che la piaga più grave di troppi missionari è che si prega poco e non si insegna a pregare. Ma chi non insegna a pregare trasmette Dio?
Per me il messaggio missionario di p. Leopoldo suona così: "TI vero missionario, la sua pastorale non la fa a tavolino, la fa in ginocchio".

ANDREA GASPARINO

"E stato in mezzo a noi una presenza di Gesù"

Suor Edna Quixabeira, brasiliana, ha lavorato parecchi anni con padre Pastori nel Centro di spiritualità di Ndame. "Ecco come lo ha ricordato su "Il Vincolo", rivista interna del 'rime, del giugno 1996: 

Ci sono creature che il Signore manda in questo mondo e èlÌ~ sembra siano state create apposta per essere aperte e solo al servizio degli altri: talmente dimentiche di sé e talmente proiettate sul prossimo che, per loro, chiunque passa accanto, specialmente se piccolo, sofferente, bisognoso, rifiutato, è Gesù da soccorrere, servire e amare sopra ogni cosa. Mi pare che padre Leopoldo sia stato una di queste creature. Così io l'ho conosciuto negli anni in cui ho avuto la fortuna e la gioia di averlo incontrato in Mrica: dispensatore di gioia e di serenità; e chiunque l'ha conosciuto può dire che la sua vita fu per tutti un dono di Dio. E allora, il primo sentimento che sgorga dal cuore è un grazie; grazie per quello che ci hai donato, grazie per quello che sei stato.
Parlare di padre Leopoldo è anche un po' imbarazzante perché si vorrebbe evidenziare tanti suoi aspetti positivi. Mi sembra di vedere in lui una figura poliedrica dalle molte sfaccettature, corrispondenti ai vari talenti e carismi (in Guinea, nell' ambiente ecclesiale, era chiamato "il carismatico"). E tutti questi doni erano unificati da una fede granitica e da una donazione agli altri, come dissi sopra, che non conosceva limiti.
La sua fede era sostenuta e alimentata da lunghe ore di preghiera eucaristica, passate davanti al Tabernacolo. In una delle sue ultime lettere, mi scriveva con un certo dispiacere che i vari impegni pastorali lo assorbivano un po' troppo; che si sentiva un po' stanco e faceva fatica a tenere il ritmo di almeno cinque ore di preghiera eucaristica giornaliera. Questo suo lungo e profondo rapporto con il Signore aveva un riscontro evidente nel suo stile di vita: era il suo abituale modo sereno e cordiale verso tutti e questo "tutti" lo dobbiamo prendere nel modo più assoluto, cioè, non solo per il sorriso gratificante dei bambini (verso i quali ha sempre avuto una predilezione speciale), ma anche verso coloro dai quali poteva aver ricevuto qualche amarezza.

Padre Mario Faccioli già lo conosciamo: è il missionario del Pime in Guinea che ha seguito più da vicino Leopoldo quando era in missione e si è incontrato con lui molte volte anche quando ambedue erano in Italia, nei due seminari del Pime di Monza (Leopoldo) e di Milano (Faccioli). Padre Mario è stato diverse volte superiore regionale del Pime in Guinea- Bissau e dal 1985 nel Centro di accoglienza e di spiritualità di Ndame. Ecco una breve sua testimonianza dopo la morte dell' amico Leopoldo, pubblicata da "TI Cittadino" di Lodi il 30 maggio 1996 (vedi anche quanto dice di lui al capitolo V):

Per la gente di Ndame è stato sacerdote, insegnante, medico, amico. Un dispensatore di gioia, sorretto anche nelle difficoltà da una fortissima dedizione alla preghiera, alla quale dedicava una media di 5 ore al giorno, rammaricandosi quando i numerosi impegni pastorali limitavano il tempo da riservare al raccoglimento.

Padre Ermanno Battisti è in Guinea dal 1969, anche lui grande amico di Leopoldo. Così lo ricorda in "Missionari del Pime" (agosto-settembre 1996):

In Guinea padre Leopoldo è stato stimato e amato e adesso è rimpianto e anche sinceramente pianto. Perché? Era un uomo dal sorriso amabile, dall'umorismo simpatico e dalla risata fragorosa e cordiale. Ti metteva subito a tuo agio. Ma tutto questo è poco: c'era molto di più.
Anzitutto era un uomo profondamente di Dio. Ogni giorno consacrava almeno cinque ore alla preghiera. Il suo essere uomo di Dio emergeva nella conversazione di ogni giorno: anche parlando di cose apparentemente poco importanti, era sempre l'uomo della fede sincera, coinvolgente e gioiosa. Una fede che diffondeva luce su tutte le cose, come una lampada accesa nella notte.
Era anche un uomo totalmente dedicato agli altri. Pur dando tutta l'importanza allo spirito, era ben cosciente che l'uomo possiede anche un corpo, impastato di sofferenza per malattia, per fame, per ignoranza e per solitudine. Anche in questo p. Leopoldo è stato grande in opere e iniziative. Un vero sacerdote, un credente serio, sincero, gioioso, sensibile, benevolo, cordialmente semplice e umile
nonostante le sue molte capacità e la simpatia di cui ovunque era circondato. Padre Leopoldo è stato in mezzo a noi una presenza di Gesù Maestto e Amico, testimone della tenerezza di Dio.

 

"Secondo me era un gigante dello spirito"

Suor Laurinda de Carvalho Moreira, altra sorella brasiliana in Guinea, è stata molto vicina a padre PastOri. Ha scritto su "Caminhos Africanos" (luglio 1996):

Padre Leopoldo più di ogni altto ha testimoniato l'amore di Cristo fra gli uomini. Ho pianto padre Leopoldo. Non piansi nemmeno quando mori mia madre! Apprezzavo dunque così tanto questo padre? Nessuno può immaginare. Nei pochi anni da quando lo conoscevo ho sentito che avevo molto da imparare dalla sua vita esemplare: era la freschezza di molte anime che andavano quasi in pellegrinaggio a N dame. Padre Leopoldo non pottemo più vederlo con gli occhi del corpo. Ma un giorno dovremo incontrarlo, se faremo quello che egli ci insegnò... Si è allontanato fisicamente da noi, ma la sua presenza benefica, il suo spirito attivo e la vivacità della sua fede rimarranno sempre nella nostta memoria e daranno luce al nostto cammino.

 

Suor Rachele Recalcati, superiora delle Missionarie dell'Immacolata in Guinea quando Leopoldo era laggiù, è stata molto vicina per anni al missionario. Intervistata a Bissau il 24 febbraio 1997, ha detto:

È stato una meteora. Il Signore ce l'ha dato per troppo poco tempo. Era un uomo di Dio, ha fatto innamorare di sé i giovani e tutta la gente. Da tempo si vedeva che non stava bene, gli dicevamo di tornare in Italia per curarsi, ma lui diceva che se partiva non lo lasciavano più ritornare. Aveva un cakndario tutto pieno di incontti, ritiri, confessioni, direzioni spirituali, gruppi da incontrare... Quando è giunta la notizia della morte, ho visto uomini e giovani piangere: aveva conquistato la gente delle tabanche vicino a Ndame, conosceva tutti per nome. lo ero molto amica, andavo a trovarlo spesso. Mi impressionava come trattava affettuosamente la gente nei villaggi, sembravano tutti la sua famiglia, gli erano veramente affezionati. 
Secondo me era un gigante dello spirito. Tutti quelli che potevano andavano a confessarsi da lui. Da quando è tornato in Guinea nel 1990, è rimasto schiacciato dagli impegni: il lavoro era diventato troppo per una salute come la sua. Poi aveva un impegno forte di preghiera. Al mattino si alzava presto, alle sei era già in chiesa, apriva il tabernacolo e faceva mezz'ora di adorazione prima della Messa. Leopoldo è un modello per i giovani, per i preti e le suore che non hanno ancora modelli locali. Il nostro parroco, il p. Filisberto, un giovane prete angolano della Congregazione dello Spirito Santo, ha costruito una piccola cappella e voleva dedicarla a padre Leopoldo per andare incontro alla devozione della gente. Ma non ha potuto. Molti vorrebbero fosse già dichiarato santo. 

Alle Messe celebrate per la sua morte, una a Ndame (28 maggio 1996) e una in cattedrale (29 maggio), molta gente piangeva. A Ndame, che è fuori mano, io pensavo andassero un po' di preti e suore, invece la chiesa era piena. Così pure la cattedrale era piena. Ha celebrato il Vescovo che è venuto fuori a dire: "Padre Leopoldo era un , santo". Tutti possono confermare queste parole del Vescovo.

Padre Marco Pifferi del Pime (oggi superiore regionale in Guinea), così ricorda Leopoldo in questo articolo su "Djumna" (rivista del Pime in Guinea, giugno 1996):

Vorrei sottolineare due aspetti di padre Leopoldo che mi hanno colpito in questi anni. 
1) Il suo amore per Gesù eucaristico. Sono convinto che Leopoldo è stato conquistato dal fascino dell'Eucarestia. Le lunghe ore di adorazione (due ore tutti i giorni), il suo entusiasmo ed impegno di lavoro nella commissione diocesana di liturgia per rendere le celebrazioni più vive, la revisione e traduzione dei testi liturgici, i vari ritiri, la "lectio divina", i suoi incontri con gruppi e singoli, tutto era animato da questa fonte: il Tabernacolo. Aveva un grande obiettivo nella vita: vivere decisamente e intensamente il Sacramento eucaristico per essere" eucarestia umana" e ripetere nei fatti quotidiani ciòche celebrava, per farsi prossimo a tutti. Scrive nel Diario: "Voglio andare in Guinea-Bissau pieno di Gesù; voglio portare Gesù a tutti e tutti a Gesù... Questo fascino dell'Eucarestia che mi attira senza mai stancare mi sta rinnovando in un desiderio profondo di santità; quante volte ho chiesto al Signore di farmi diventare santo...". 
2) Un secondo aspetto è la sua "carità pura, semplice, gioiosa", come lui stesso diceva: soprattutto verso i poveri, "i miei fratelli balanta", come li chiamava. Diceva: "Il Signore mi ha dato tanto perché possa donare tutto... Devo far di tutto perché i poveri si sentano coinvolti con dignità e lavoro".

"Faceva delle prediche che si sentivano volentieri"

"Lei prega p. Leopoldo?" ho chiesto alla prof.ssa Luisa Conca di Lodi (più volte citata nei capitoli precedenti). Risposta: "Sì, lo prego parecchio e mi creda che è già intervenuto, mi ha dato serenità, mi ha risolto dei problemi. Era un uomo di fede, di fede eucaristica. Ha lasciato in tutti un grande ricordo di spiritualità" (Intervista del 24 ottobre 1997).
La sorella di padre Leopoldo, Maria Luisa (sposata Ginelli), dice:

Leopoldo era speciale e dolcissimo con tutti. Carattere felice, molto affabile, sempre pieno di gioia. Veniva spesso in casa mia, alle mie tre figlie era affezionatissimo. Anche in parrocchia a San Donato (Milano) era conosciuto e gli volevano bene tutti. Aveva iniziato un gruppo giovanile e i preti della parrocchia gli portavano i ragazzi a Monza per i ritiri da lui predicati. Ha lasciato un grande ricordo di bontà e di santità.

Don Giancarlo Marchesi, sacerdote di Lodi dal 1962 e parroco a Sant'Alberto (la "chiesa del Borgo"), è l'amico fraterno, il fratello di padre Leopoldo. A lui e alla sua parrocchia si debbono molte iniziative per tramandare il ricordo del missionario. Ecco la sua testimonianza (3):

Ho visto le testimonianze che hai raccolto su Leopoldo, che sono molte e belle. Non voglio ripetere quanto hanno già detto altri, aggiungo solo un' osservazione che ho fatto molte volte da quando ho conosciuto Leopoldo: la sua vita è stata un martirio, una "via crucis" dall'inizio alla fine. Orfano di padre a cinque anni, in orfanotrofio per 11 anni, con tutti i problemi connessi. In seminario nel Pime con alunni più giovani di lui. lo l'ho conosciuto quando ha celebrato la prima Messa nella chiesa del Borgo e da quando era sacerdote ha sofferto molto, sia in Italia che in missione. Abbiamo subito fatto amicizia e con me si confidava, ci confidavamo a vicenda le nostre pene.
Ricordo una notte a Bafata, mi parlava presentandomi le difficoltà di quella missione, le divisioni fra i preti, i caratteri non facili dei missionari con i quali doveva convivere e programmare e poi realizzare il lavoro . .. E lui, con quella benedetta epatite che gli toglieva le forze e doveva assolutamente riposare e limitare i suoi impegni, mentre avrebbe voluto buttarsi in pieno nel lavoro come facevano altri missionari giovani della sua età. Questo per lui era come un martirio: aveva poco più di trent'anni, tante qualità umane e di realizzatore, lo volevano in tanti, lo chiamavano da tutte le parti, ma doveva limitarsi perché sentiva che, altrimenti, andava incontro alla morte! Era una situazione tremenda, tanto più che non sempre era capito dagli altri.
L'ho sempre seguito e assistito nella malattia. Tutte le volte che veniva a Lodi, la mia casa era la sua, mamma Lory è come se fosse sua madre. Oltre alla sofferenza fisica e all'impotenza a cui era costretto, la sofferenza maggiore era, negli anni Ottanta, non poter tornare in Africa. L'ho sempre ammirato perché non l'ho mai sentito ribellarsi alla sua situazione di ammalato cronico. La sua pietà eucaristica lo portava a capire a fondo la via della croce che il Signore gli chiedeva di percorrere e la condivideva pienamente. Per me la sua santità è soprattutto in questa manifestazione di umile accettazione della volontà di Dio.
E poi la sua passione per l'Mrica, per la Guinea-Bissau: era un vero missionario. Ricordo che padre Franco Cagnasso, superiore generale del Pime, nel 1990 gli aveva fatto la proposta di andare in Brasile, perché lui insisteva nel voler tornare in missione. Anche questa per lui fu una prova e non lieve. Si confidava con me: voleva obbedire, ma sentiva che il suo posto era la Guinea-Bissau. Allora sono
andato da Cagnasso e gli ho detto: "Lo mandi in Guinea, non in Brasile. È vero che in Brasile potrebbe avere un cibo migliore, cure mediche e medicine, ma la fatica che dovrà fare per ambientarsi in un posto nuovo e adattare il suo portoghese a quello brasiliano, che mi dicono molto differenti, gli farà perdere i vantaggi che ha nel tornare in Guinea; dove sa che va per la casa di spiritualità di Ndame, a cui aspira da più di dieci anni, mentre del Brasile non sa ancora nulla". Si vede che Cagnasso si è informato anche da altri e l'ha rimandato in Guinea, dove ha passato solo sei anni prima di morire, ma ha realizzato molto per quel popolo e quella giovane Chiesa.

La signora Lory Marchesi di Lodi (mamma di don Giancarlo), intervistata il21 febbraio 1998 mi dice:

Era un tesoro che mi manca molto e lo prego. Non sono capace di dire un Requiem per lui, perché non ne ha bisogno. Dico solo un Gloria Padre. Per me era un santo. In tutti i posti dove passava lui c'era qualche conversione. Leopoldo impressionava tutti. .Quando parlava Leopoldo c'era silenzio e attenzione. Mi sembrava di vedere Nostro Signore quando parlava alla gente: erano tutti in silenzio, incantati, attratti da lui.
Quando mio marito si è ammalato, aveva un cancro e soffriva molto: l'unica persona che lo faceva sorridere era lui. Se arrivava padre Leopoldo si rasserenava, sorrideva.

Il settimanale diocesano di Lodi "Il Cittadino" ha pubblicato molti articoli e interviste su padre Leopoldo Pastori, specie dopo la sua scomparsa il 26 maggio 1996. Ogni anno, nel mese di maggio si celebra l'anniversario della sua morte nella parrocchia del Borgo di Lodi e da parte degli amici ex membri dell' orfanotrofio della cittadina lombarda uniti in associazione. Ecco l'articolo del 28 maggio 1998:

A volte i santi ci vivono accanto e non ne sappiamo cogliere la grandezza, forse equivocando sul significato stesso della santità e sulle espressioni con cui si manifesta. Anche in un' esistenza" del tutto nonnale, senza nessun segno straordinario, miracoli, visioni o guarigioni", come quella di padre Leopoldo Pastori. Eppure a distanza di due anni dalla scomparsa, attorno alla figura del missionario lodigiano si sta delineando un alone di santità sempre più definito. Legato certo all'istintivo e vivido entusiasmo con cui le popolazioni africane presso le quali ha svolto la sua opera di evangelizzazione ne serbano ricordo, ma anche a oggettivi elementi di riscontro. "Quando è morto - racconta padre Pedro Zilli, superiore del Pime in Guinea-Bissau - parecchie persone volevano subito fare di lui un santo, ma ho risposto che non ne facciamo prima del tempo". Un aspetto, quest'ultimo, sottolineato con vigore martedì sera da padre Piero Gheddo, invitato dal parroco di Sant'Alberto, don Giancarlo Marchesi, a presiedere la solenne concelebrazione in occasione del secondo anniversario della morte del "missionario monaco".
"La gente lo considera un santo - ha affermato il celebre giornalista e autore di libri - eppure è vissuto in missione pochi anni, non ha costruito edifici, non ha fondato nulla di grandioso. Cosa ha fatto? Ha testimoniato quotidianamente la chiamata universale alla santità". Dopo aver realizzato un agile "instant book" sulla vita del religioso lodigiano ("Ero partito per la Guinea-Bissau con l'intenzione di scrivere la storia dei primi 50 anni del Pime in quel Paese, ma il vescovo di Bissau mi disse: Scrivi prima di padre Leopoldo, sono molti che lo ricordano come un santo, un libro su di lui, diffuso fra la gente, soprattutto fra i giovani, farà del bene"), p. Gheddo sta per avviare il progetto di una vera e propria biografia. Martedì, al termine della funzione, ha esortato amici, parenti, conoscenti del sacerdote originario del Borgo a mettere a disposizione documenti, materiale fotografico e testimonianze verbali utili allo scopo. Oltre che alla preparazione di una eventuale causa di beatificazione, di cui p. Gheddo ritiene esistano fondati presupposti. Non a caso la monografia pubblicata come inserto speciale del periodico "Italia Missionaria" (tradotta anche in portoghese nella versione destinata alla Guinea) si chiude con una sezione su "le testimonianze della sua santità"; un repertorio dal quale emerge un ritratto di un "gigante dello spirito", instancabile nella preghiera, dedito ad una carità pura, semplice e gioiosa, "uomo dal sorriso amabile, dall'umorismo simpatico e dalla risata fragorosa e cordiale", con "un profondo rapporto con il Signore che aveva un riscontro evidente nel suo stile di vita, sereno anche verso coloro dai quali poteva aver ricevuto qualche amarezza". Pur con "i suoi bravi difetti, perché persino i santi non ne sono esenti (andava un po' per conto suo, non
rinunziava facilmente alle sue idee), era da tutti considerato ''l'uomo della fede sincera, che diffondeva luce su tutte le cose, come una lampada accesa nella notte".

CLAUDIO GAZZOLA

Mentre stavo preparando questa biografia di padre Pastori, è venuta a trovarmi la signora Lidia Manfrin in Avesani che abita a Monza. Ha avuto i suoi due figli (Francesco e Benedetta) a scuola dalle Canossiane di Monza negli anni Ottanta, mentre padre Leopoldo era nel seminario del Pime e andava a parlare e confessare nella scuola delle Canossiane. La signora Lidia viene spontaneamente a darmi la sua testimonianza di quando ha conosciuto Leopoldo in quegli anni:

I miei figli lo ricordano perché confessava i ragazzini e ragazzine: aveva un modo di confessare con una tenerezza che non è comune. Francesco, che ha 28 anni, dice: "Era una persona un po' eccezionale, mi ha sempre colpito. Eravamo piccoli (Francesco è del 1977 e Benedetta del 1979), ma lo ricordiamo bene e con affetto". Leopoldo è stato molte volte a casa nostra a mangiare, suonava il nostro pianoforte e siamo poi andati a vederlo anche al Cimitero dei missionari a Villa Grugana... Mi scusi se mi commuovo, ma vedere làradunati tanti missionari che sono vissuti in Cina, in India, in Mrica, in Amazzonia... è una cosa che commuove. Il prossimo anno, dopo dieci anni che è motto Leopoldo, vorremmo fare qualcosa a Monza dalle Canossiane per ricordarlo. 
Sono contenta che a Lodi si inizi la sua causa di canonizzazione, lo merita proprio! lo voglio testimoniare il mio ricordo di un prete fuori del comune, che parlava in modo che tutti lo capissero, cordialmente e senza dire grandi cose teologiche, ma inserendosi nella nostra vita. Erano delle prediche che si ascoltavano volentieri e facevano riflettere. E poi la cordialità con cui parlava, gli esempi che raccontava, come il ricordo continuo della sua mamma: aveva sempre in mente la mamma e ne parlava spesso. Parlava col cuore, in modo semplice e cordiale. Insomma sapeva commuovere perché parlava della vita; non di idee astratte o teologie, ma del Vangelo che toccava la nostra vita. Si vedeva che quelle cose che diceva le viveva lui per primo.

"Non sono solo, perché ho con me Gesù"

"Il Vincolo", rivista interna del Pime, così ricorda padre Pastori un anno dopo la sua scomparsa (dicembre 1997, pag. 77).

Il 26 maggio 1996, in occasione della morte di padre Leopoldo Pastori, la Chiesa della Guinea-Bissau con tanta altra gente ha saputo manifestare tutta la sua stima per lui e per tutti i missionari del Pime che qui lavorano. Il 26 maggio 1997, giorno del primo anniversario della sua scomparsa, è stata celebrata una Eucarestia per la sua anima. La chiesa del Centro di spiritualità era piena e ancora una volta si è potuto capire che tutti gli volevano bene e vedevano in lui un grande uomo, un grande cristiano e un grande sacerdote.

La moglie del dotto Riccardo Cascioli (vedi il capitolo IV), Patrizia, intervistata a Genova il 20 luglio 2005, così ricorda padre Leopoldo:

Ho conosciuto poco Leopoldo, ma la prima cosa che colpiva di lui era l'attenzione alla persona, capivi che ti voleva bene come persona; e poi una grande serenità e gioia di vivere. Quando l'ho incontrato, era molto impegnato perché c'era tanta gente che lo aspettava e lui andava a incontrarla, ma in quel momento sembrava non avesse altro da fare che incontrare me. Riccardo gli ha raccontato che io suono il piano e lui mi ha subito detto: "Vieni a provare questo strumento africano, la korà". Voleva condividere con me la gioia della musica.

Padre Mariano Ponzinibbi, già missionario in Bangladesh e ora superiore della missione del Pime in Cambogia, scrive (7 settembre 2005):

Nel marzo 1979, ero da pochi mesi al Pime di Busto Arsizio per iniziare il periodo di formazione. Il rettore, p. Giancarlo Villa, mi parla di un mio condiocesano, p. Leopoldo Pastori, rientrato dalla Guinea-Bissau seriamente ammalato ed ora in convalescenza al Pime di Genova-Nervi. Vado a visitarlo. Erano tante le ore che doveva trascorrere a letto, anche di giorno. Ho un ricordo nitido di quei momenti di particolare intensità. Mi ha parlato della Guinea, della sua attività missionaria, mi ha mostrato foto e la immancabile "korà" che accompagnava i suoi canti in criolo.
Poi mi ha detto parole che ancora ricordo con affetto e nostalgia: "Non sono solo, perché ho con me Gesù". Capivo il valore di questa espressione, ma non a tal punto da immaginare la piccola teca con l'Eucaristia che aveva nel taschino del pigiama! Aveva veramente Gesù sul suo cuore.
P. Leopoldo l'ho ritrovato tre anni dopo nel seminario di Monza, quando iniziava il suo servizio nella équipe formativa. Ricordo l'impulso dato alla liturgia, ai canti, all' adorazione, al rosario, al silenzio. Diremmo: un suo aiuto a concepire la vocazione missionaria dentro una visione più monastica. Esagerato? Forse, lo pensavo anch'io. Ma dopo alcuni anni di vita in missione, prima in Bangladesh e ora in Cambogia, sono ancora dello stesso parere definendo "esagerata" la sua proposta formativa? Credo di no. E dico così con un poco di nostalgia.
Era un uomo dal sorriso accattivante, una simpatia immediata, la passione sportiva rimasta: chiedeva il "foglio rosa" da leggere, cioé la "Gazzetta dello Sport". La domenica sera avevo un appuntamento fisso con lui: commentare il risultato calcistico del Fanfulla squadra di Lodi, con un bicchierino 'di liquore, alle erbe ovviamente, vista la situazione del suo fegato.
La sera di Pentecoste del 1996 mi telefona in Bangladesh p. Zanchi, allora vicario generale, per comunicare la partenza di p. Leopoldo per la casa del Padre. La parrocchia di Sant' Alberto a Lodi ha ogni anno due appuntamenti precisi per ricordare padre Pastori, così mi ha detto don Giancarlo Marchesi, un fratello per lui: una Messa per l'anniversario della sua morte e una visita al cimitero del Pime a Villa Grugana per un momento di preghiera, di ringraziamento al Signore per il dono della sua vita.
Rimane, credo, il suo invito ad una sottolinea tura maggiormente contemplativa dell' opera missionaria. Un aspetto delicato che chiede interiorizzazione. Non è solo p. Leopoldo a dare questa accentuazione, gli stessi interventi del papa Giovanni Paolo II e altri documenti della Chiesa sottolineano questo itinerario possibile.
Tutto questo chiede coraggio e convinzione profonda: dire di sì ad una visione della vocazione missionaria in modo più contemplativo, significa rinnovare, cambiare, correggere lo stesso cammino formativo nei nostri seminari. Significa interpellare maggionnente le Chiese di missione, seguirne le evoluzioni, mettere al centro della vita missionaria parole diverse, che p. Leopoldo non ha solo pronunciato, ma ha vissuto. Fare memoria dei lO anni dalla sua morte è una opportunità, e una grazia per tutti, di riprendere alcune sue intuizioni o percorsi missionari come aiuto al nostro Istituto del Pime.

"Non mi è mai capitato di vederlo irritato"

Dal Brasile, ecco la testimonianza scritta di padre Giuseppe Negri, farmatore di missionari nel seminario filosofico e dell'"anno di spiritualità" del Pime a Brusque (Stato di Santa Caterina). Dal 5 marzo 2006 è vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Florianopolis (Santa Caterina). 1'8 settembre 2005 scrive:

Ho conosciuto Leopoldo quando ero in seminario (2' teologia) a Monza. Lui arrivava dopo anni "caldi" del seminario che credo non sia bene ricordare. In ogni caso la sua presenza ha portato a noi seminaristi una vitalità e uno spirito nuovi. Ricordo che a causa del suo problema di salute (aveva il fegato a pezzi) doveva riposare parecchio ed era in seminario a Monza come padre spirituale.
Ecco cosa ricordo di lui.
La vita di preghiera. Leopoldo non solo insisteva molto sulla preghiera, ma dava una testimonianza bellissima a noi tutti seminaristi. Lo si vedeva spesso pregare nella cappellina davanti alla sua camera, e riteneva che l'essenziale della vita sacerdotale e missionaria fosse l'unione con Dio. Era responsabile dell'anno di spiritualità e durante quest'anno ho avuto la possibilità di conoscerlo in profondità. Ci ha fatto incontrare persone e luoghi che erano a lui cari, vari monasteri e case di spiritualità, e così ho potuto vedere quale grande stima le persone avevano per lui, per il suo modo di essere prete. Era ricercatissimo, ricordo che molte volte i nostri colloqui erano interrotti dalle telefonate che riceveva, molte persone lo cercavano, avevano bisogno di consigli, di preghiere, e lui con calma e pazienza cercava di attendere a tutti con amore.
Un uomo equilibrato. Non mi è mai capitato di vederlo irritato o di rispondere in maniera inadeguata a provocazioni. Una delle sue caratteristiche era l'equilibrio, era evidente in lui la capacità diaffrontare le situazioni, anche le più difficili, con una certa saggezza e controllo che sicuramente gli venivano da una bella spiritualitàvissuta e coltivata. Era difficile trovarlo in situazioni di conflitto, ma ricordo che in alcune assemblee di seminario, quando la temperatura si alzava e gli animi pure, Leopoldo cercava sempre di rappacificare o di condire con un po' di umorismo la situazione.
L'amore per la missione. Leopoldo oltre ad essere un ottimo fonnatore era anche un animatore missionario e vocazionale. Negli anni vissuti con lui, quante volte nei suoi discorsi lasciava trasparire il suo amore per l'Mrica, per la Guinea-Bissau dove aveva dato gli anni più belli della sua vita. Andava molto nelle scuole e chiedeva materiale per la Guinea, noi seminaristi lo aiutavamo a preparare pacchi da spedire in missione. Poteva essere un gesto "paternalista", ma in realtà lui credeva che anche una goccia nell' oceano dell' Amore fosse nece.ssaria. La cosa interessante, poi, era che chi preparava i pacchi finiva per innamorarsi della missione, e questo era capitato anche a me. Sognavo l'Mrica come missione, tanto ne avevo sentito parlare. Raccontava a tutti come era iniziata la sua malattia, con il riposo forzato in un monastero benedettino in Senegal. Là nei giorni di riposo dove era costretto solo a pregare e a riposare, imparò a suonare la korà (una specie di arpa africana del Senegal) e iniziò a comporre musiche e canti. Quello strumento riuscì ad attrarre tante persone e ad innamorarle alla missione. Quello che aveva imparato durante la croce della malattia sarebbe diventato un aiuto preziosissimo di animazione.
L'amore ai santi. In questa passione per la missione si lasciava guidare dai santi: ci parlava spesso di s. Teresina di Gesù Bambino, diceva con orgoglio che arrivò in Guinea per la sua prima destinazione il lOdi ottobre festa di S. Teresina, patrona delle missioni. Dagli scritti di s. Teresa aveva appreso che era possibile, come missionario, avere una sorella spirituale e quando era prete novello fu al Cannelo di Milano per chiedere una sorella monaca che donasse la sua vita per lui: si chiama suor Anna del Cuore di Gesù che ora si trova a Crotone (Catanzaro). In seguito, prima di essere ordinato sacerdote, chiesi a Leopoldo che mi facesse conoscere qualche suora cannelitana che potesse dare la sua vita per la mia missione. Ricordo che Leopoldo mi accompagnò al Cannelo di Milano e il caso volle che la stessa suor Anna mi fosse donata come sorella spirituale e fino ad oggi esiste una bella relazione spirituale tra noi due.
Nel Cannelo di Crotone, dove suor Anna è rimasta per sei anni priora, la S. Messa per Leopoldo è celebrata regolannente, e il ricordo rimane vivo fra le mura del monastero. L'amico Leopoldo. La mia amicizia con lui divenne sempre più profonda con l'avvicinarsi del mio sacerdozio, tanto che gli chiesi di predicare alla mia prima Messa; era un amico di casa, tutti i miei familiari gli volevano bene, e ha aiutato mia sorella nelle difficoltà del matrimonio che stava passando. In seguito io fui destinato al Brasile, ho continuato a corrispondere con lui, ci scrivevamo frequentemente. Nel 1990 accompagnai alcuni seminaristi brasiliani in Guinea per fare l'Otp: per un dono della Provvidenza, ci incontrammo nell' aeroporto di Lisbona e viaggiammo nello stesso aereo con destino Bissau. La croce di Leopoldo. Ricordo quella notte in aereo come se fosse oggi: quanta gioia per averlo rincontrato dopo tanto tempo! Ci siamo confessati l'un l'altro e ci siamo raccontati gli anni trascorsi. Si era creato, nella regione nord Italia del Pime, un movimento d'opinione che lo accusava, perché diceva che la contemplazione è la dimensione fondamentale per il missionario. Ma questa mi pare sia anche la proposta che papa Giovanni Paolo II fa a noi missionari nella "Redemptoris missio" (capitolo VIII). Credo che le invidie e gelosie dei confratelli hanno travisato, e di molto, la proposta che lui faceva ai seminaristi. In ogni caso, lui discretamente mi disse solo che soffrì molto negli ultimi anni di seminario, ma non volle farmi nomi né citare delle situazioni. Questa, dopo la malattia, deve essere stata la croce più grande che ha dovuto portare. D'altra parte io mi chiedo se le accuse che gli furono rivolte erano plausibili, visto che il beato Padre Paolo Manna, nelle sue "Virtù apostoliche", ha speso molto inchiostro per far capire ai suoi missionari l'importanza della preghiera. Inoltre, dopo parecchi anni di lavoro nella formazione degli aspiranti al sacerdozio, mi trovo perfettamente in sintonia con le sue parole quando diceva che "non è vera vocazione quella che non è stata ispirata e maturata da Dio nell'intimità dell'orazione".
Assieme in Guinea. Una volta arrivati in Guinea, io ho accompagnato i seminaristi e lui si è inserito nella missione di N'Dame. Prima del mio ritorno in Brasile ho vissuto una decina di giorni con lui, e in questi giorni ho potuto percepire il suo ideale di missionario. Si alzava alle 5 del mattino e andava subito in cappella, anch'io volli
accompagnare il suo orario perché mi sembrava di poter imparare ancora qualcosa dal suo modo di pregare. Dopo la preghiera del mattino e dopo la "lectio", usciva nei villaggi a visitare i poveri.
Dopo solo pochi mesi dal suo ritorno in Guinea aveva in cuore il progetto di poter costruire scuole e piccoli centri sanitari nei villaggi vicini. Ecco dove finiva tutta quell' energia coltivata davanti all'Eucaristia.
Quando rientrò in Italia nel 1996, io mi trovavo a Roma per studi di psicologia religiosa all'Università Gregoriana, e quando seppi che era ricoverato a Piacenza corsi per incontrarlo almeno per l'ultima volta. Era il giorno dell'Ascensione, lui era steso sul letto, io e p. Clari gli abbiamo messo la stola bianca e con noi ha celebrato l'ultima sua Messa. Era molto compenetrato nel mistero che stava celebrando, in certi momenti gli scendevano le lacrime dagli occhi. Terminata la Messa, aveva ancora le forze per ridere e scherzare con noi. Ci ha lasciati col sorriso sulle labbra. Prima di uscire dalla porta gli ho chiesto che mi benedicesse.
In questo mio ricordo di Leopoldo, avrei voluto mettere a fuoco anche i limiti di quest'uomo. Ma non sono riuscito a trovare dei difetti così evidenti, e questo è proprio strano perché anche come psicologo, dico il vero, certe cose mi sobbalzano subito all' occhio. Rivedendo per esempio il mio rapporto con altri superiori e fonnatori coi quali ho convissuto, ricordo che era abbastanza spontaneo notare difetti della personalità o del comportamento. Con Leopoldo questo non mi è capitato, forse perché ha lasciato in me delle impronte vere e credibili di santità.

"Sapeva mettere la pace in tutti"

Per concludere questo capitolo dedicato alle testimonianze sulla fama di santità di Leopoldo, ecco cosa scrive don Gianpiero Marchesini, parroco di Cavenago d'Adda nella diocesi e provincia di Lodi, nel novembre 2005, con l'aggiunta di quanto mi ha detto nel corso di una breve mia telefonata-intervista registrata il 25 novembre 2005, rispondendo ad alcune mie domande.

Ho 55 anni ed ero della parrocchia del Borgo a Lodi. Leopoldo aveva dieci anni più di me, era già sacerdote e io ancora seminarista: a me ragazzo appariva come uno dell'altro mondo, cioè un santo. Ad esempio pregava molto, era spesso in chiesa e si faceva voler bene da tutti. Per noi dd Borgo è sempre stato una figura di santo.
L'ho conosciuto molto bene. Ricordo con precisione a distanza di ben 45 anni (credo che fossimo nel 1960) le parole che mi disse in un incontro fortuito davanti alla mia casa natale: "Ciao, come stai? Sono don Leopoldo e voglio farmi missionario. Forse il Signore chiama anche te. Ti aspetto all'oratorio". In qud momento non seppi rispondere, ma rimasi colpito da tanta cordialità e gioia interiore. Sentiva forte il bisogno di correre, di saltare, di giocare, ma doveva rimanere seduto in un piccolo banco, lui già adulto, insieme a compagni di diversi anni più giovani di lui.
Finalmente, sabato 28 giugno 1969 l'allora vescovo di Lodi mons. Tarcisio Benedetti lo consacrò sacerdote, insieme ad altri quattro giovani del nostro seminario. Padre Leopoldo divenne prete in un momento assai difficile per il mondo, per la Chiesa ed anche per il sacerdozio cattolico. Il mondo e la Chiesa erano squassati dalla contestazione globale: non esisteva più alcun valore sicuro e certo, tutto doveva appunto essere contestato. Il sacerdozio cattolico subiva continue critiche e denigrazioni, e molti sacerdoti lasciarono il ministero per sposarsi. Anche due compagni di ordinazione di padre Leopoldo, sacerdoti della nostra diocesi di Lodi, seguirono questa via. In lui, invece, non si notava alcuna perplessità o dubbio, ma grande fermezza, convinzione e fede nel valore soprannaturale del ministero sacerdotale.
Dopo la celebrazione della prima messa, iniziò per Leopoldo la fervorosa attesa di partire al più presto per la missione. I superiori dell'Istituto non volevano esaudirlo, perché trovavano in lui delle ottime qualità di padre spirituale e di educatore di vocazioni sacerdotali e missionarie. Per questo fu mandato nel nuovo seminario di Sotto il Monte, voluto da Giovanni XXIII e che don Leopoldo fece fiorire in modo straordinario.
A quel tempo, Leopoldo ha dato un grande esempio quando il nostro parroco aveva avuto un fortissimo contrasto con la gente e lui era a Sotto il Monte già sacerdote. Siamo arrivati al punto che il parroco era quasi odiato e Leopoldo è stato veramente la persona che ha tranquillizzato gli animi. Il parroco si vedeva circondato da
nemici, soffriva di un complesso di persecuzione, riusciva ad andare d'accordo solo con pochissimi. Una volta, nel febbraio 1972, io e don Giancarlo siamo scappati dalla parrocchia per tre-quattro giorni perché non ce la facevamo più a sopportare la tensione che si era creata. Siamo andati a Sotto il Monte e Leopoldo ci ha tranquillizzati. Lui era amicissimo nostro e anche profondamente legato al parroco. Aveva un modo di fare così amorevole, dolce, caritatevole, che non si poteva non volergli bene; non che facesse il ruffiano, anzi era sincero, ma insomma, quel che diceva Leopoldo era vangelo, tutti lo accettavano. Sapeva mettere la pace in tutti e in quella circostanza fu veramente provvidenziale per la parrocchia. 
Venne anche il giorno della destinazione per la missione. Partì il 30 settembre 1974 per la Guinea-Bissau, un piccolo e poverissimo paese dell' Mrica occidentale da poco reso si indipendente dal Portogallo. Prima di salire sull'aereo mi abbracciò e mi disse: "Quando tornerò, tra cinque anni, tu sarai già prete da un anno; pertanto non ci sarò alla tua prima messa, ma ti manderò ugualmente un dono, e quando tornerò celebreremo una messa solenne insieme. Mi raccomando, prega tanto e impegnati nella strada che hai intrapreso". Non seppi trattenere le lacrime e anche lui era molto commosso e fuggì sull' aereo senza più salutare nessuno.
Arrivato a destinazione, incominciò a lavorare nell' attività missionaria con un impegno senza sosta e senza riguardo per la propria salute. Questo lavoro così intenso gli fu fatale. Contrasse la malaria e una pericolosa forma di epatite. All'inizio del 1978 dovette tornare in Italia con suo sommo dispiacere, più morto che vivo e quasi distrutto dall'epatite. lo sono diventato prete nel 1978 ed ero nato al Borgo di Lodi. Leopoldo è venuto alla mia ordinazione sacerdotale (24 giugno 1978). Non ha potuto con celebrare perché era gravemente ammalato, ma volle partecipare nonostante le gravi condizioni di salute ed era seduto in fondo alla chiesa piena. Quando il vescovo ha imposto le mani agli ordinandi, io ho abbracciato lui e il vicario generale, poi sono andato in fondo alla chiesa, mi sono inginocchiato davanti a Leopoldo e mi sono fatto imporre le mani da lui, che era stato veramente il mio maestro ed esempio da imitare.
Segui una lenta ripresa che vide padre Leopoldo sempre più impegnato nell'animazione missionaria in varie parrocchie in Italia e nella formazione di nuovi missionari come direttore spirituale ed insegnante. TI suo cuore però era in Mrica, nella sua Guinea, dove aveva lasciato tanti amici e dove aveva iniziato a costruire un centro di spiritualità, che permetteva a persone di vario genere (sacerdoti, religiosi, suore, catechisti, coppie di sposi) di passare qualche giorno nel silenzio e nella preghiera, in una zona bella e solitaria. Padre Leopoldo, infatti, era convinto che solo da un incontro profondo con Cristo nasce una vera fecondità missionaria.
Con una incessante preghiera ottenne alla fine degli anni Ottanta, dai suoi superiori, il permesso di ritornare in Africa, in Guinea. Considerava ciò una vera conquista. Nella messa di saluto così si rivolse ai presenti, parafrasando le parole di un salmo che era stato proclamato in quella celebrazione: "La tua grazia, o Signore, vale più della mia vita". Con questo richiamo biblico intendeva dare una risposta più che soddisfacente a quanti (compreso il sottoscritto) lo invitavano ad avere prudenza e, in ultima analisi, a non partire più per l' Mrica, nel timore che si ripetesse la situazione di un decennio prima.
Ritornato nella missione, riprese con grande vigore la sua attività, questa volta conferendole un taglio più contemplativo, al punto che qualcuno l'ha definito "missionario-monaco". Intanto crescono in Guinea, intorno a padre Leopoldo, grande consenso e simpatia. È di questi anni la ricca produzione di canti in lingua locale (criolo) con musica tipica del luogo, composta da lui stesso con l'accompagnamento della sua inseparabile "korà". Purtroppo, dopo alcuni anni in discreta salute, riprende in forma grave l'epatite e quando verrà mandato d'urgenza in Italia (13 maggio 1996) ormai è troppo tardi, la malattia non è più curabile. Si spegne il 26 maggio 1996,
festa di Pentecoste e giorno della Madonna di Caravaggio, alla quale era molto devoto.
In Italia come in Guinea, molti sono convinti che sia morto un santo che aveva una grande passione per la missione alle genti. Il suo povero corpo viene deposto, per sua precisa volontà, nel piccolo Cimitero dei missionari del Pime a Villa Grugana di Calco in provincia di Lecco, dove molti anni prima, durante l'anno di formazione, aveva scelto di essere solo ed esclusivamente di Cristo. Mi ritengo fortunato di averlo avuto come fratello spirituale e modello di vita sacerdotale qui in terra ed ora ancor più in cielo.

DON GIAMPIERO MARCHESINI

NOTE

[1] Una nota esplicativa che riguarda mia madre Rosetta Franzi (1902-1934) e mio padre Giovanni Gheddo (1900-1942). In famiglia e nel mio paese di Tronzano (Vercelli) erano già venerati e pregati come santi fin dal tempo della loro morte, ma nessuno aveva mai pensato di iniziare la loro causa di canonizzazione: allora beati e santi erano personaggi di altri tempi, specialmente vescovi, preti e suore. Nel 2002, cinquant'anni dopo la morte di papà Giovanni, per puro caso ho avuto la sollecitazione, soprattutto da parte del giornalista Giorgio Torelli (a cui le avevo date da leggere), di pubblicare le lettere di mio papà dall'Urss durante l'ultima guerra mondiale, alla sua famiglia e ai tre figli minorenni e orfani della mamma. Ci conosciamo da trenta e più anni, ma solo per caso ho avuto l'occasione di farle leggere ad un amico. Il quale ha subito insistito perché le pubblicassi: "Se non le pubblichi tradisci il ricordo di tuo padre che era un santo. Sono lettere che faranno del bene", mi diceva. Così è nato il volume Il testamento del capitano (San Paolo 2003, pagg. 210) che ha suscitato un'ondata di lettere, telefonate, inviti a presentare il libro. Parecchi dicevano che mamma Rosetta e papà Giovanni erano dei santi, io chiedevo al Signore che mi desse un segno se dovevo mandare queste lettere all'arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni. Il 14 gennaio 2004 sono andato, dietro loro pressante invito, a visitare le suore Redentoriste di clausura di Magliano Sabina (Rieti), che mai avevo visto né conosciuto, ma loro sapevano chi ero poiché da venti e più anni mando tutti i miei libri in omaggio ai 545 conventi femminili di clausura italiani e ai circa 300 vescovi italiani anche emeriti. Mi presentano una pergamena firmata da tutte le 26 suore con la richiesta ufficiale all'arcivescovo di Vercelli di iniziare la causa di canonizzazione dei miei genitori, ambedue membri attivi dell'Azione Cattolica. Allora ho mandato all'amico vescovo la documentazione raccolta; lui mi ha subito risposto per telefono di essere entusiasta della proposta e mi ha incaricato di raccogliere la prima documentazione tra parenti e amici, a Tronzano e Crova (i paesi natali dei due). Così è uscito, nel marzo 2005, il secondo volume Questi santi genitori (San Paolo 2005, pagg. 183), con le testimonianze raccolte e firmate, che non c'erano in Il testamento del capitano. Il processo informativo diocesano è iniziato a Tronzano (Vercelli) il 18 febbraio 2006. Ho raccontato questo fatto, di cui sono parte in causa, solo per dire che tra milioni di santi autentici la Chiesa ne sceglie solo alcuni come i miei genitori che, scrive l'arcivescovo di Vercelli nella prefazione al mio secondo libro, "sono modelli esemplari di innumerevoli altre coppie di genitori cristiani".
[2] Questa critica è riconosciuta vera da parecchi confratelli. Leopoldo andava un po' per conto suo, la sua spiritualità era molto personale, forse non apprezzava come la pastorale diocesana andava avanti (tante costruzioni, poca riflessione teologica sul come fare la missione, molti nuovi battesimi senza la necessaria preparazione, tanti gruppi nuovi di preti e suore che apprezzavano poco la cultura locale); ma, allo stesso tempo, non si sentiva in grado di dare nuovi orientamenti, per cui si affidava a quanto lui stesso poteva dare come esempio e preghiera, senza prendere apertamente posizione contro nessuno.
[3] Intervista registrata al Pime di Milano il 25 ottobre 2005 da p. Piero Gheddo.