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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione di mons. Giuseppe Merisi

Introduzione dell'Autore

7. COME LO RICORDANO OGGI IN GUINEA-BISSAU

Nel dicembre 2005 sono andato in Guinea-Bissau per raccogliere alcune testimonianze su padre Leopoldo Pastori, a nove anni dalla sua scomparsa. Diverse voci - come quella di padre Mario Faccioli del Pime che più ha conosciuto da vicino il missionario lodigiano, dei due vescovi, mons. José Camnate vescovo di Bissau dal 2000 e mons. Pedro Zilli, dal 2001 vescovo di Bafata (e dal 1993 al 1997 superiore regionale del Pime in Guinea), dell' attuale superiore regionale del Pime in Guinea, padre Marco Pifferi, e di altri confratelli e suore di varie congregazioni - sono già citate in tutto il racconto di questo volume. TI presente capitolo contiene alcune interviste raccolte nel dicembre 2005 in Guinea-Bissau e nel monastero benedettino di Keur Moussa presso Dakar in Senegal, dove Leopoldo si recava per riposare e riprendersi dalla sua epatite cronica.

"Il suo unico desiderio era far conoscere Gesù"

La prima testimonianza è di Fraba intervistato a Bissau il 13 dicembre 2005, un giovane cristiano guineano che è stato il più vicino a Leopoldo nei suoi ultimi anni di vita. Dopo un periodo di studi in Italia, poteva fermarsi nel nostro paese come tanti altri guineani, ma è tornato in Guinea, si è sposato ed è ancor oggi a servizio delle missioni. Lavora nella casa regionale del Pime a Bissau (Takir) e per altre missioni quando lo chiamano. Gli chiedo se e come ricorda Leopoldo.

Lo ricordo molto bene, perché mi ha tenuto come un figlio. Quando è tornato in Guinea nel 1990 ed è venuto a Ndame, io ero già là con padre Mario Faccioli: facevo da mangiare e pulivo la biancheria e la casa. Mario ha fatto fatica a trovare una cuoca e una donna di casa, perché il Centro di spititualità è un po' lontano dalla città. lo sono andato come cuoco e poi ho fatto tutto, mi hanno amato come un figlio, ho fatto la catechesi nel villaggio qui vicino e tutto il resto.
... Leopoldo mi ha mandato a studiare in Italia e gli avevo promesso di ritornare in Guinea per aiutare il mio popolo. Finito di studiare, Leopoldo era morto e c'erano tante possibilità di lavoro e di guadagno in Italia. Ma avevo promesso e mi sono sentito in dovere di rispettare la promessa. Sono tornato. In Italia nessuno ha bisogno di me, ma qui molti. Con mia moglie e le mie due femminucce (di tre e un anno! ) facciamo il possibile per aiutare la gente. Leopoldo diceva che dobbiamo mettere la vita a servizio dei più bisognosi e io cerco di fare come lui ha fatto.
È difficile definite padre Leopoldo. Voleva fare la volontà di Dio, parlava sempre di cose spitituali. Voleva conoscere le persone nel profondo e non obbligava nessuno, però aveva quell'unico desiderio di far conoscere e amare Gesù. lo gli dicevo: "Tu non puoi fare tutto, sei ammalato, devi riposare". Lui invece si dava tutto agli altri. Quando non ne poteva più mi diceva: "Adesso vado a riposare e non ci sono per nessuno".
Poi venivano a cercarlo e io dicevo: "Padre Leopoldo è andato a Bissau". Lui, che stava chiuso in casa e a letto, veniva fuori e diceva: "No, io sono qui" e ricominciava ad ascoltare le persone che venivano. lo dicevo: "Non puoi fare così! Allora se mi chiedono di te io dico che ci sei". Era un uomo fatto così: non riusciva a dite di no.
Era un grande uomo. La gente del villaggio di Ndame lo ricorda molto bene e dice: "Abbiamo perso un papà". lo non posso dire che, da quando lui non c'è più, ho perso Gesù, perché lui là in Cielo si arrabbia. Ma un po' è vero: vivere accanto a Leopoldo per lungo tempo, ti faceva proprio sentire la presenza del Signore. Mamma Lory, quando le parli di Leopoldo, subito comincia a piangere.
lo ritorno nel villaggio e dico sempre alla gente: "Voi dovete continuare come Leopoldo aveva fatto, continuare la scuola che lui vi ha lasciato, seguite i suoi esempi, fare come lui vi insegnava e come faceva". Questa settimana sono andato a Catio, ho trovato i miei
amici e questi, che erano giovani a quel tempo, ricordano ancora con entusiasmo Leopoldo e i suoi ritiri spirituali. Aveva un carisma per i giovani che era eccezionale e sapeva tirar fuori dai giovani quel che pensavano: anche i più chiusi con lui si aprivano.
Dovremmo andare assieme al villaggio di Ndame per parlare con i giovani di quel tempo e gli uomini adulti. Loro sono pagani e io traduco dal balanta quel che dicono, sono cose importanti che non devi perdere per una biografia e una causa di beatificazione. Pur come pagani, capivano che quello era un uomo di Dio e nella loro lingua esprimono un sentimento profondo per Leopoldo.

 

"Ci voleva bene come solo Dio può volerei bene"

Il pomeriggio del 26 dicembre 2005 Fraba mi porta al villaggio di Ndame nel quale andava spesso padre Leopoldo, poco distante dalla casa regionale del Pime e dal Centro spirituale omonimo. È un piccolo villaggetto di qualche centinaio di persone, poverissimo, isolato, con capanne di paglia, bambù e fango. Qui la gente nasce e muore senza che nessuno ne registri il nome, la nascita e la morte. Sono villaggi sepolti nella campagna, tra risaie primitive (le vedessero i miei vercellesi!) e boschi di piante strane, che non si vedono in Italia; un villaggio collegato col mondo esterno da un sentiero sterrato, pieno di buche, nel tempo delle piogge è quasi impossibile arrivarci in auto o in jeep (Leopoldo ci andava a piedi). In villaggi come questo, in cui abita il 35-40% della popolazione guineana, non succede mai niente, non ci sono possibilità di sviluppo moderno, per mancanza di stato, di educazione, di strade, di mercato: anche quando hanno abbondanza di frutti, ad esempio manghi in certe stagioni, marciscono perché non sanno cosa fame; ma mancano anche di strumenti di lavoro diversi da quelli della tradizione. Soffrono la fame soprattutto perché cresce la popolazione, ma non sono educati né messi in grado di produrre di più! I giovani, quelli che possono, scappano verso la vicina città di Bissau per finire nelle baraccopoli.
Però, al centro del villaggio, ci sono una bella scuola in muratura, un pozzo (ormai non più funzionante) e un campo da pallone, costruiti da Leopoldo. Non solo, ma si vede che i giovani sono diversi dagli anziani. Con un po' di scuola, di lavori a Bissau, di radioline e qualche televisione (che vedono a Bissau), si sono svegliati, hanno magliette con scritte in inglese o portoghese come da noi, qualcuno sfoggia anche un cappello, un paio di scarpe o di sandali. Incominciano a darsi da fare, ma l'ambiente e la cultura locale non favoriscono l'evoluzione. Soprattutto si lamentano del governo che non aiuta e naturalmente hanno mille motivi per farlo! Ma in Guinea, quando si parla di necessità locali, subito dicono che il governo non aiuta e sperano tutto dagli aiuti esterni: una mentalità passiva che solo il mondo moderno (pur con tutti i suoi aspetti negativi!) e il Vangelo possono evolvere.
Incontriamo anzitutto un anziano del villaggio nel cortile della sua casa, il capo villaggio che ha conosciuto Leopoldo. Si chiama Sawaste, non è cristiano ma va in chiesa nel santuario di Ndame perché Leopoldo gli ha detto di andare a pregare. C'erano altri anziani che però sono morti. Gli chiedo che ricordo ha di Leopoldo.

Sawaste - lo penso quel che pensano anche gli altri del villaggio, che in Italia non si può trovare un prete buono come lui, non solo perché ha fatto molto per noi, ma perché quando veniva lui noi sentivamo che Dio era presente. Era attento a tutte le persone, anche le più piccole, povere, anziane.
Se non ci fosse stato Leopoldo, non avremmo questa scuola e anche nelle tabanche vicine non avremmo il nostro o
rto di banane che dava molte banane per noi. Da quando è morto Leopoldo, nessuno più ci aiuta a curare le nostre banane e altra frutta: Leopoldo aveva portato l'acqua con dei tubi dal santuario al villaggio di Ndame e in altri villaggi vicini, ma dopo di lui l'acqua ce la danno solo alcune ore al giorno, non possiamo più irrigare.
Quando abbiamo saputo che Leopoldo è morto, qui tutti piangevano e anche nei villaggi vicini. Leopoldo ci parlava di Gesù Cristo e di Maria, era commosso lui e commuoveva anche noi; e poi, quando qualcuno era ammalato e andavamo a chiamarlo, veniva e ci dava
le medicine necessarie oppure ei portava in ospedale, faceva lui l'autista. Quando è morto, alcune persone sono mone di dolore nel sapere che non c'era più, altre si sono sentite male; e dopo di lui sono mone più persone di prima perché non siamo più stati curati. Se continuo a parlare di Leopoldo ti stancherò, perché vado avanti fino a questa sera.

Gheddo - La ringrazio, io sono stato molto amico di Leopoldo e mi fa piacere sentire parlare di lui.

Sawaste - Noi pensiamo che Leopoldo era veramente mandato da Dio per il nostro e altri villaggi come questo, perché ei voleva bene come solo Dio può volerei bene. Quando parlava della bontà di Dio, non c'era bisogno che spiegasse come e perché, noi guardavamo a lui e credevamo a quel che diceva. Quando era Natale, organizzava tutto per il nostro e gli altri villaggi vicini, dava da mangiare e dava da bere, insegnava i canti, faceva festa assieme a noi, andavamo al santuario per cdebrare con lui il Natale. Quando viene il tempo di Natale ci ricordiamo sempre di lui. Se adesso continuo a parlare di Leopoldo mi metto a piangere. Ci siamo abituati troppo bene, perché ei pare che i preti e le suore dopo di lui non ei trasmettono più la bontà e la fede che Leopoldo aveva. Forse sbagliamo, ma ci siamo abituati troppo bene con lui.

"Lo preghiamo come un santo protettore"

Gheddo - Vengono ancora dal santuario di Ndame al villaggio, o non vengono più?

Sawaste - Vengono, ma sono diversi. I preti e le suore hanno paura di sporcarsi, non stanno con noi. Leopoldo prendeva in braccio i bambini, si sedevano sulle sue ginocchia. Adesso no, le suore scappano.

Fraba - A Ndame, la donna che lavava la biancheria nella casa dd Pime si lamentava perché i vestiti di Leopoldo erano difficili da lavare. Lui prendeva in braccio i bambini e si sporcava molto. lo gli dicevo di non fare più così anche per evitare infezioni e lui mi diceva di sì, ma poi lo faceva lo stesso.

Gheddo - Leopoldo era molto conosciuto in Italia, sapeva farsi voler bene e gli amici gli mandavano molti soldi. Non tutti i missionari hanno tanti amici e quindi diminuiscono gli aiuti e non possono fare tutto quel che faceva Leopoldo.

Sawaste - lo non so quello che tu dici, ma sappiamo che qui sono venuti in molti e nessuno è come Leopoldo e penso che in Italia ci sono altri come Leopoldo, ma noi non li abbiamo visti. Dio lo sa, era una persona diversa e a volte a noi capita di sognarlo, di immaginare che torni fra noi.

Gheddo - La mamma di Leopoldo era una santa donna e Leopoldo viene da quella mamma. Quindi adesso voi dovete far nascere nelle vostre famiglie un altro Leopoldo che continui quello che lui ha fatto. Non aspettatene un altro dall'Italia, ma createlo ed educatelo voi.

Un giovane entra nella sua capanna vicina e ne esce con la foto di Leopoldo. Me la mostra e mi dice: "Questa foto l'abbiamo in tutte le famiglie e lo preghiamo come un santo protettore".

Sawaste - Leopoldo sapeva che sarebbe morto in breve tempo, perché quel giorno si è chiuso in casa, cosa che non succedeva mai, si era chiuso perché scriveva tante cose che doveva lasciare ad altri. I villaggi sapevano che Leopoldo era vicino alla morte e quel giorno sono andati a trovarlo. Quando Leopoldo è uscito e ha visto tutta quella gente, li ha salutati e loro si sono messi a piangere.

Gheddo - La gente di questi villaggi è cristiana?

Sawaste - È vero, speriamo che Dio ce lo mandi. Ma come Leopoldo è quasi impossibile. Pensa che, in occasione di un Natale, lui aveva comperato per tutti i bambini e le bambine di questo e degli altri villaggi i vestiti, le scarpette, le collane. Un uomo così può venire solo da Dio.

Gheddo - Bisogna pregare che Dio ne mandi altri e che nascano nelle vostre famiglie, cioè da genitori secondo il cuore di Dio.

Sawaste - Hai detto una grande cosa e ti ringraziamo. Quando è morto Leopoldo, nel nostro e nei villaggi vicini abbiamo fatto pianto e lamenti e poi ucciso una mucca e tre maiali grossi, perché Leopoldo ha meritato questo sacrificio a Dio. Da noi, ammazzare una mucca per la morte di un uomo vuol dire che quell'uomo era molto importante e Leopoldo lo era. Noi siamo un po' arrabbiati con i padri e le suore di Ndame, perché una volta, se c'era una bambina ammalata, Leopoldo la portava in auto in ospedale, adesso dobbiamo portarla in braccio dal medico più vicino o in ospedale, a volte muore prima. Perché le suore non fanno come faceva Leopoldo?

Gheddo - Perché le suore visitano molti villaggi, mentre Leopoldo, per la grave malattia che aveva, visitava quasi solo il vostro e gli altri vicini. Tutti i villaggi qui intorno hanno la foto di Leopoldo nelle case?

Fraba - Leopoldo ne ha battezzati tanti, ma la maggioranza non è cristiana, adorano i loro spiriti l. Ma sono cristiani perché vanno in chiesa e sempre chiedono a Dio la grazia di un riposo in cielo con Leopoldo.

Gheddo - Il 26 maggio 2006 nella sua parrocchia di S. Alberto a Lodi si celebrerà una messa solenne per ricordare i dieci anni dalla morte di Leopoldo. La diocesi di Lodi inizierà le ricerche dei documenti e dei testimoni sulla vita di Leopoldo, per decidere eventualmente l'inizio del processo informativo diocesano per la sua beatificazione.

Sawaste - Noi siamo contenti che !'Italia ricordi Leopoldo e possiamo testimoniare la verità di quanto ho detto. Tu interroga altri che l'hanno conosciuto in questo villaggio e vedrai che è vero. Era veramente un uomo grande che aiutava molto. Aveva promesso, se viveva ancora, di coprire con lamiere il tetto di tutte le case degli uomini grandi, noi speravamo ma poi è morto e ora siamo convinti che nessun altro ci farà questo dono.

"Leopoldo ci ha liberati dalla paura degli spiriti"

Fraba mi dice che il villaggio di Ndame è vicinissimo al santuario omonimo, si viene a piedi facendo una scorciatoia in dieci minuti. Leopoldo veniva sempre a piedi. Incontriamo un gruppetto di cinque-sei giovani nel campo da pallone: "Sono tutti battezzati da Leopoldo", dice Fraba, mentre altri missionari affermano che li hanno battezzati i missionari dopo di lui. Anche a loro chiedo se hanno conosciuto Leopoldo e cosa pensano di lui. Ecco le loro testimonianze.

Quando c'era Leopoldo nessuno conosceva le scarpe, lui a poco a poco ha comperato scarpe e sandali per tutti in questi villaggi. Adesso tutti hanno le scarpe, che non usano sempre nella vita quotidiana, però le hanno.
Se qualcuno oggi dicesse che Leopoldo non è morto, ma risuscitato, molta gente di questi villaggi correrebbe a Ndame per vedere se è vero. Credono che Dio può riportarlo in vita. Tutti sanno che è morto, ma non ci credono perché non hanno visto dove è sepolto.
lo ho in casa quel libretto a colori che tu hai scritto su Leopoldo e ogni tanto lo guardo e lo faccio vedere agli amici, perché ci sono parecchie foto di lui. Sono contento che anche tu sei un padre come Leopoldo. Se stai qui con noi ti vorremo bene. Leopoldo ha avuto la fortuna di avere padre Mario Faccioli che gli voleva bene e l'ha aiutato. Quando c'erano loro due noi eravamo contenti.

Belmiro è il capo della piccola comunità cristiana del villaggio di Ndame. Uotno giovane e vigoroso, che incontriamo nel cortile della sua "palhota" (capanna), circondato da uomini, donne e tanti bambini. Visitando i villaggi della Guinea (come di altri paesi africani) si vede subito che questi popoli credono nella vita, forse sono pieni di gioia e di speranza anche per questo, oltre che per un profondo senso religioso che li accompagna sempre.

Belmiro - Fra noi del villaggio, quando facciamo una riunione, il primo pensiero è sempre rivolto a Leopoldo, lo ricordiamo e ringraziamo Dio di avercelo dato. Lui voleva molto bene ai giovani e ha costruito la scuola del villaggio, senza di lui non avremmo niente. Lui ha costruito la scuola per i primi sei anni di elementari e poi, dopo di quel grado, voleva fare scuole per alunni più maturi perché non scappassimo in città. Pensava di arrivare fino al liceo. Anche per i malati ha fatto tanto: se uno era ammalato e lo chiamavi anche a mezzanotte, lui veniva, cercava di curarlo e se era necessario lo portava in ospedale a Bissau. Aveva dei dottori amici nella città e li faceva venire qui per visitare i malati.

Gheddo - Lo pregate, padre Leopoldo?

Belmiro - Abbiamo già sentito che la Chiesa vuoI proclamarlo santo. Lo preghiamo convinti che ci ascolta e ottiene da Dio le grazie di cui abbiamo bisogno. Vogliamo che diventi santo.

Gheddo - lo scrivo il libro per farlo conoscere e pregare. Pubblicherò anche le vostre testimonianze, che leggerete.

Belmiro - Scrivi anche che per portare l'acqua nel villaggio ha fatto lavorare noi. Lui ha comperato i tubi, ma noi abbiamo scavato la terra per mettere i tubi e siamo contenti che questo è anche opera nostra. Leopoldo diceva che non dava niente senza farci lavorare, a meno che si trattasse di vita o di morte. Se fosse ancora vivo noi saremmo più sviluppati. Prima, quasi nessuno sapeva leggere e scrivere, adesso quasi tutti lo fanno. Poi lui voleva mandare avanti quelli che più riuscivano negli studi e li avrebbe fatti studiare.
Leopoldo non solo ci ha parlato di Gesù e di Maria, ma ha anche combattuto le nostre credenze superstiziose. Una volta doveva esserci una eclisse tra il sole e la luna. Alla radio hanno detto che, secondo la nostra tradizione, chi vedeva quella eclisse doveva morire: tutti dovevano andare a dormire e non guardare l'eclisse. Leopoldo ha visitato i villaggi dicendo: questa notte nessuno vada a dormire, state su con me, vediamo assieme l'eclisse e non vi succederàniente di male, perché solo Dio comanda il sole e la luna, non gli spiriti. Allora nei villaggi si sono fatte riunioni e hanno deciso che dovevano fidarsi di Leopoldo. Tutti sono stati svegli e abbiamo visto l'incrocio fra il sole e la luna, la luna che ha oscurato il sole, e non ci è capitato niente di male. Allora si è incominciato a discutere su Dio e gli spiriti, Dio è più forte di tutti e ci vuole bene: ci siamo liberati dalla paura degli spiriti. Per noi questo è stato un grande insegnamento e lo ricordiamo ancora ai più giovani.

 

"Non mi meraviglia che sia beatificato, era di una bontà eccezionale"

Il 14 dicembre sono andato da Dakar al monastero benedettino di Keur Moussa (40 km dalla metropoli africana capitale del Senegal), dove ci sono sei monaci francesi (quasi tutti anziani) e 22 giovani africani. TI priore della comunità è padre Thomas, della Guinea-Bissau. TI monastero è quello in cui si è rifugiato più volte padre Leopoldo per ricuperare forze, quando l'epatite cronica l'aveva portato ad un estremo stato di spossatezza (da Bissau a Dakar 45 minuti di aereo), è stato fondato nel 1963. In Senegal e nell'Africa occidentale si è affermato come un luogo privilegiato di preghiera, di contemplazione, di ritiri spirituali. Non molto lontano anche il monastero delle Benedettine, fondato alcuni anni dopo, e il seminario maggiore delle diocesi del Senegal, Mauritania, Togo, Mali e Guinea Conakry.
Il posto, non lontano dal mare, è incantevole. Il monastero è formato da un corpo centrale con la chiesa e la casa dei padri e tutt' attorno, in una vasta tenuta coltivata dai monaci e dai loro aiutanti, le casette con le stanze per gli ospiti, la portineria, le sale per gli incontri, il negozio di vendita delle produzioni del monastero, di cartoline, libri, oggetti d'arte e di artigianato africano, ecc. Come i monasteri benedettini del Medioevo, anche questo di Keur Moussa è diventato un centro di promozione umana, di studi, di spiritualità. Padre Domenico Catta (nato in Corsica) è uno dei primi sei monaci francesi venuti qui nel 1963 per fondare il monastero. Ecco la sua testimonianza.

Padre Leopoldo è venuto da noi diverse volte e si è fatto subito voler bene. Cordiale, attento, con una forte carica spirituale, pur nella menomazione della malattia. Era soprattutto un grande apostolo. Non aveva altro scopo nella vita che di essere un vero missionario, di dedicarsi totalmente alla sua missione, e la malattia grave che aveva non lo ostacolava in questo, anzi diceva che il Signore voleva da lui sia l'attività esterna, che la capacità di soffrire per il suo male che gli impediva di avere tutte le energie che aveva naturalmente.
Appena arrivato qui da noi ha voluto imparare il francese, che ha studiato anche nel seminario maggiore del Senegal qui vicino. Poi è riuscito a parlar bene il francese, mentre all'inizio non lo conosceva: stando con noi ed essendo giovane di buona memoria l'ha imparato rapidamente, applicandosi nello studio. Ha comperato una korà (2), ha imparato a suonarla perché suonava già la tromba ed era appassionato di musica. Voleva fin dall'inizio inculturare la liturgia e la musica in Guinea-Bissau.
È stato da noi sempre per convalescenza dalla sua epatite. Quando passava da Dakar andava dai padri Sacramentini italiani che hanno una parrocchia in città, ma poi veniva da noi a riposarsi e stava anche alcuni mesi. Se verrà beatificato ne saremo contentissimi e anche noi siamo convinti che era un missionario eccezionale per bontà, preghiera, impegno di contemplazione e penitenza. Si confessava da me, si confidava e vedevo la sua passione per Cristo e la missione in Africa. lo lo prego e credo mi faccia qualche grazia.
Veniva qui da noi per riposarsi fisicamente, ma anche per ritrovare la forza spirituale della preghiera e dell' adorazione. Viveva con noi nel monastero, era come uno di noi, partecipava alle nostre pratiche di pietà e faceva i suoi ritiri spirituali. Lo ammiravamo molto. Seguiva la nostra stessa regola fin dove poteva, nei limiti che gli erano concessi dalla sua malattia, dalla quale voleva rifarsi per tornare nella Guinea-Bissau.

Padre Luca (benedettino francese più giovane che ha pure lui conosciuto Leopoldo), così lo ricorda:

Era un uomo buono, profondamente buono, simpatico, il tipo del vero missionario, dedicato a Dio e agli altri, attento ai poveri. lo non ho fatti specifici da raccontare, perché non l'ho visto nel suo ambiente di lavoro apostolico in Guinea. La cosa che più ricordo di lui è la sua dolcezza, una dolcezza incredibile, spontanea, con tutti, segno della sua grande dedizione a Dio e agli altri. Non mi meraviglia che sia beatificato perché era di una bontà eccezionale anche in un prete e in un missionario. Se incontrava una persona nuova non si preoccupava di mettere in primo piano se stesso, ma di mettere l'altro a suo agio, di capire l'altro, di amarlo e di condudo a Gesù. Questa l'impressione che dava a noi.

"La gente che l'ha conosciuto in Guinea lo stima un santo"

Il 23 dicembre, a Bissau, ho intervistato padre Guerino Vitali, in Guinea dal 1978, già rettore del seminario diocesano, attualmente parroco a Bubaque nelle isole Bijagos. Potevo intervistarne tanti altri, in Guinea e anche in Italia, tra padri, suore e laici, ma temevo di appesantire troppo questa biografia, che deve rimanere in una dimensione adatta ad essere letta da tutti e tradotta in portoghese per il popolo guineano. Padre Guerino ha avuto questa particolarità: negli anni Cinquanta del Novecento è stato con Leopoldo in seminario a Vigarolo (Lodi), poi da padre animatore missionario e vicerettore del seminario del Pime a Sotto il Monte; infine, in Guinea-Bissau, è andato nelle due missioni in cui era appena stato Leopoldo e ha potuto conoscere le reazioni della gente dopo la sua partenza: Bafata prima e Ndame poi. Ecco cosa mi ha detto.

Ho conosciuto Leopoldo nel 1957 a Vigarolo, io facevo le medie e lui era una vocazione adulta. Noi piccolini vedevamo Leopoldo come un modello per il suo comportamento, di bontà, di pietà e anche a livello della comunità.
Quando poi è ritornato in Italia nel 1978 perché ammalato, io sono partito allora per la Guinea e sono andato a sostituirlo a Bafata. Arrivato a Bafara e lavorando tra i giovani, ho visto che aveva lasciato un grande ricordo e nostalgia. Anche lì ho visto, come già a Vigarolo e poi a Sotto il Monte, che Leopoldo era un educatore ideale perché aveva pazienza, bontà, attenzione alla persona. E poi, il suo sorriso. Era difficile trovare Leopoldo arrabbiato o triste. Sapeva controllarsi ed era un uomo di Dio. Ricordo che a Sotto il Monte le famiglie degli alunni avevano fiducia in lui, capivano che per i loro figli era come un padre e una madre, si sentivano sostituite da lui. Sapeva anche dire di no, ma in belle maniere, spiegando i motivi e con dolcezza; aveva la dolcezza della mamma- e la fermezza del papà.
Mentre lui era in Italia e io in Guinea, ci siamo sempre scritti, siamo rimasti amici. Quando poi è tornato in missione nel 1990, colpiva la sua capacità di accogliere le persone, anche le più povere e misere, in modo cordiale. Aveva un'attenzione speciale per gli ammalati, gli anziani e i bambini. lo ho lavorato a Ndame dopo di lui, quando era già morto (dal 2003 al 2005), e ho sentito dalla gente questa nostalgia di Leopoldo che avevo sentito a Bafata più di vent'anni prima. Eppure ha fatto pochi anni a Ndame e pochi anni a Bafata. In totale avrà fatto dieci anni di missione, ma ovunque ha lasciato un bel ricordo.
Era un uomo di molta preghiera, aveva una grande devozione all'Eucarestia, un forte amore alla Madonna e grande rispetto per la gente. Queste le tre qualità spirituali di lui. E poi la capacità di controllarsi, di essere sempre se stesso. Anche quando aveva motivo per essere arrabbiato o triste, lo trovavi sereno e gioioso. Non ho mai visto Leopoldo avere non dico odio, ma nemmeno rancore o antipatie.
lo sono molto favorevole alla sua beatificazione e la gente che l'ha conosciuto in Guinea lo stima un santo. L'ho visto io stesso prima a Bafata, dove sono stato sette anni, e poi a Ndame nei miei due anni dopo di lui.

NOTE

[1] Altri affermano che Leopoldo ha battezzato pochissime persone e che i battesimi sono venuti dopo di lui.
[2] Strumento musicale africano a corde che Leopoldo portava anche in Italia e suonava con grande maestria, accompagnando i canti e la sua voce forte ma dolce. La sua korà originale è nella chiesa della casa regionale del Pime a Takir (Bissau), come ricordo e reliquia di questo grande missionario.