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LEOPOLDO PASTORI |
Prefazione di mons. Giuseppe Merisi |
7. COME LO RICORDANO OGGI IN GUINEA-BISSAU
Nel dicembre 2005 sono andato in Guinea-Bissau per raccogliere alcune testimonianze su padre Leopoldo Pastori, a nove anni dalla sua scomparsa. Diverse voci - come quella di padre Mario Faccioli del Pime che più ha conosciuto da vicino il missionario lodigiano, dei due vescovi, mons. José Camnate vescovo di Bissau dal 2000 e mons. Pedro Zilli, dal 2001 vescovo di Bafata (e dal 1993 al 1997 superiore regionale del Pime in Guinea), dell' attuale superiore regionale del Pime in Guinea, padre Marco Pifferi, e di altri confratelli e suore di varie congregazioni - sono già citate in tutto il racconto di questo volume. TI presente capitolo contiene alcune interviste raccolte nel dicembre 2005 in Guinea-Bissau e nel monastero benedettino di Keur Moussa presso Dakar in Senegal, dove Leopoldo si recava per riposare e riprendersi dalla sua epatite cronica.
"Il suo unico desiderio era far conoscere Gesù"
La prima testimonianza è di Fraba intervistato a Bissau il 13 dicembre 2005, un giovane cristiano guineano che è stato il più vicino a Leopoldo nei suoi ultimi anni di vita. Dopo un periodo di studi in Italia, poteva fermarsi nel nostro paese come tanti altri guineani, ma è tornato in Guinea, si è sposato ed è ancor oggi a servizio delle missioni. Lavora nella casa regionale del Pime a Bissau (Takir) e per altre missioni quando lo chiamano. Gli chiedo se e come ricorda Leopoldo.
Lo ricordo molto bene, perché mi ha tenuto come un figlio.
Quando è tornato in Guinea nel 1990 ed è venuto a Ndame, io ero già là con
padre Mario Faccioli: facevo da mangiare e pulivo la biancheria e la casa. Mario
ha fatto fatica a trovare una cuoca e una donna di casa, perché il Centro di
spititualità è un po' lontano dalla città. lo sono andato come cuoco e poi ho
fatto tutto, mi hanno amato come un figlio, ho fatto la catechesi nel villaggio
qui vicino e tutto il resto.
... Leopoldo mi ha mandato a studiare in Italia e gli avevo
promesso di ritornare in Guinea per aiutare il mio popolo. Finito di studiare,
Leopoldo era morto e c'erano tante possibilità di lavoro e di guadagno in
Italia. Ma avevo promesso e mi sono sentito in dovere di rispettare la promessa.
Sono tornato. In Italia nessuno ha bisogno di me, ma qui molti. Con mia moglie e
le mie due femminucce (di tre e un anno! ) facciamo il possibile per aiutare la
gente. Leopoldo diceva che dobbiamo mettere la vita a servizio dei più
bisognosi e io cerco di fare come lui ha fatto.
È difficile definite padre Leopoldo. Voleva fare la volontà
di Dio, parlava sempre di cose spitituali. Voleva conoscere le persone nel
profondo e non obbligava nessuno, però aveva quell'unico desiderio di far
conoscere e amare Gesù. lo gli dicevo: "Tu non puoi fare tutto, sei
ammalato, devi riposare". Lui invece si dava tutto agli altri. Quando non
ne poteva più mi diceva: "Adesso vado a riposare e non ci sono per
nessuno".
Poi venivano a cercarlo e io dicevo: "Padre Leopoldo è
andato a Bissau". Lui, che stava chiuso in casa e a letto, veniva fuori e
diceva: "No, io sono qui" e ricominciava ad ascoltare le persone che
venivano. lo dicevo: "Non puoi fare così! Allora se mi chiedono di te io
dico che ci sei". Era un uomo fatto così: non riusciva a dite di no.
Era un grande uomo. La gente del villaggio di Ndame lo
ricorda molto bene e dice: "Abbiamo perso un papà". lo non posso dire
che, da quando lui non c'è più, ho perso Gesù, perché lui là in Cielo si
arrabbia. Ma un po' è vero: vivere accanto a Leopoldo per lungo tempo, ti
faceva proprio sentire la presenza del Signore. Mamma Lory, quando le parli di
Leopoldo, subito comincia a piangere.
lo ritorno nel villaggio e dico sempre alla gente: "Voi
dovete continuare come Leopoldo aveva fatto, continuare la scuola che lui vi ha
lasciato, seguite i suoi esempi, fare come lui vi insegnava e come faceva".
Questa settimana sono andato a Catio, ho trovato i miei amici e questi, che erano giovani a quel tempo, ricordano
ancora con entusiasmo Leopoldo e i suoi ritiri spirituali. Aveva un carisma per
i giovani che era eccezionale e sapeva tirar fuori dai giovani quel che
pensavano: anche i più chiusi con lui si aprivano.
Dovremmo andare assieme al villaggio di Ndame per parlare con
i giovani di quel tempo e gli uomini adulti. Loro sono pagani e io traduco dal
balanta quel che dicono, sono cose importanti che non devi perdere per una
biografia e una causa di beatificazione. Pur come pagani, capivano che quello
era un uomo di Dio e nella loro lingua esprimono un sentimento profondo per
Leopoldo.
"Ci voleva bene come solo Dio può volerei bene"
Il pomeriggio del 26 dicembre 2005 Fraba mi porta al
villaggio di Ndame nel quale andava spesso padre Leopoldo, poco distante dalla
casa regionale del Pime e dal Centro spirituale omonimo. È un piccolo
villaggetto di qualche centinaio di persone, poverissimo, isolato, con capanne
di paglia, bambù e fango. Qui la gente nasce e muore senza che nessuno ne
registri il nome, la nascita e la morte. Sono villaggi sepolti nella campagna,
tra risaie primitive (le vedessero i miei vercellesi!) e boschi di piante
strane, che non si vedono in Italia; un villaggio collegato col mondo esterno da
un sentiero sterrato, pieno di buche, nel tempo delle piogge è quasi
impossibile arrivarci in auto o in jeep (Leopoldo ci andava a piedi). In villaggi
come questo, in cui abita il 35-40% della popolazione guineana, non succede mai
niente, non ci sono possibilità di sviluppo moderno, per mancanza di stato, di
educazione, di strade, di mercato: anche quando hanno abbondanza di frutti, ad
esempio manghi in certe stagioni, marciscono perché non sanno cosa fame; ma
mancano anche di strumenti di lavoro diversi da quelli della tradizione.
Soffrono la fame soprattutto perché cresce la popolazione, ma non sono educati
né messi in grado di produrre di più! I giovani, quelli che possono, scappano
verso la vicina città di Bissau per finire nelle baraccopoli.
Però, al centro del villaggio, ci sono una bella scuola in
muratura, un pozzo (ormai non più funzionante) e un campo da
pallone, costruiti da Leopoldo. Non solo, ma si vede che i giovani sono diversi
dagli anziani. Con un po' di scuola, di lavori a Bissau, di radioline e qualche
televisione (che vedono a Bissau), si sono svegliati, hanno magliette con
scritte in inglese o portoghese come da noi, qualcuno sfoggia anche un cappello,
un paio di scarpe o di sandali. Incominciano a darsi da fare, ma l'ambiente e la
cultura locale non favoriscono l'evoluzione. Soprattutto si lamentano del
governo che non aiuta e naturalmente hanno mille motivi per farlo! Ma in Guinea,
quando si parla di necessità locali, subito dicono che il governo non aiuta e
sperano tutto dagli aiuti esterni: una mentalità passiva che solo il mondo
moderno (pur con tutti i suoi aspetti negativi!) e il Vangelo possono evolvere.
Incontriamo anzitutto un anziano del villaggio nel cortile
della sua casa, il capo villaggio che ha conosciuto Leopoldo. Si chiama Sawaste,
non è cristiano ma va in chiesa nel santuario di Ndame perché Leopoldo gli ha
detto di andare a pregare. C'erano altri anziani che però sono morti. Gli
chiedo che ricordo ha di Leopoldo.
Sawaste - lo penso qu
el che pensano anche gli altri del villaggio, che in Italia non si può trovare un prete buono come lui, non solo perché ha fatto molto per noi, ma perché quando veniva lui noi sentivamo che Dio era presente. Era attento a tutte le persone, anche le più piccole, povere, anziane.Gheddo - La ringrazio, io sono stato molto amico di Leopoldo e mi fa piacere sentire parlare di lui.
Sawaste - Noi pensiamo che Leopoldo era veramente mandato da Dio per il nostro e altri villaggi come questo, perché ei voleva bene come solo Dio può volerei bene. Quando parlava della bontà di Dio, non c'era bisogno che spiegasse come e perché, noi guardavamo a lui e credevamo a quel che diceva. Quando era Natale, organizzava tutto per il nostro e gli altri villaggi vicini, dava da mangiare e dava da bere, insegnava i canti, faceva festa assieme a noi, andavamo al santuario per cdebrare con lui il Natale. Quando viene il tempo di Natale ci ricordiamo sempre di lui. Se adesso continuo a parlare di Leopoldo mi metto a piangere. Ci siamo abituati troppo bene, perché ei pare che i preti e le suore dopo di lui non ei trasmettono più la bontà e la fede che Leopoldo aveva. Forse sbagliamo, ma ci siamo abituati troppo bene con lui.
"Lo preghiamo come un santo protettore"
Gheddo - Vengono ancora dal santuario di Ndame al villaggio, o non vengono più?
Sawaste - Vengono, ma sono diversi. I preti e le suore hanno paura di sporcarsi, non stanno con noi. Leopoldo prendeva in braccio i bambini, si sedevano sulle sue ginocchia. Adesso no, le suore scappano.
Fraba - A Ndame, la donna che lavava la biancheria nella casa dd Pime si lamentava perché i vestiti di Leopoldo erano difficili da lavare. Lui prendeva in braccio i bambini e si sporcava molto. lo gli dicevo di non fare più così anche per evitare infezioni e lui mi diceva di sì, ma poi lo faceva lo stesso.
Gheddo - Leopoldo era molto conosciuto in Italia, sapeva farsi voler bene e gli amici gli mandavano molti soldi. Non tutti i missionari hanno tanti amici e quindi diminuiscono gli aiuti e non possono fare tutto quel che faceva Leopoldo.
Sawaste - lo non so quello che tu dici, ma sappiamo che qui sono venuti in molti e nessuno è come Leopoldo e penso che in Italia ci sono altri come Leopoldo, ma noi non li abbiamo visti. Dio lo sa, era una persona diversa e a volte a noi capita di sognarlo, di immaginare che torni fra noi.
Gheddo - La mamma di Leopoldo era una santa donna e Leopoldo viene da quella mamma. Quindi adesso voi dovete far nascere nelle vostre famiglie un altro Leopoldo che continui quello che lui ha fatto. Non aspettatene un altro dall'Italia, ma createlo ed educatelo voi.
Un giovane entra nella sua capanna vicina e ne esce con la foto di Leopoldo. Me la mostra e mi dice: "Questa foto l'abbiamo in tutte le famiglie e lo preghiamo come un santo protettore".
Sawaste - Leopoldo sapeva che sarebbe morto in breve tempo, perché quel giorno si è chiuso in casa, cosa che non succedeva mai, si era chiuso perché scriveva tante cose che doveva lasciare ad altri. I villaggi sapevano che Leopoldo era vicino alla morte e quel giorno sono andati a trovarlo. Quando Leopoldo è uscito e ha visto tutta quella gente, li ha salutati e loro si sono messi a piangere.
Gheddo - La gente di questi villaggi è cristiana?
Sawaste - È vero, speriamo che Dio ce lo mandi. Ma come Leopoldo è quasi impossibile. Pensa che, in occasione di un Natale, lui aveva comperato per tutti i bambini e le bambine di questo e degli altri villaggi i vestiti, le scarpette, le collane. Un uomo così può venire solo da Dio.
Gheddo - Bisogna pregare che Dio ne mandi altri e che nascano nelle vostre famiglie, cioè da genitori secondo il cuore di Dio.
Sawaste - Hai detto una grande cosa e ti ringraziamo. Quando è morto Leopoldo, nel nostro e nei villaggi vicini abbiamo fatto pianto e lamenti e poi ucciso una mucca e tre maiali grossi, perché Leopoldo ha meritato questo sacrificio a Dio. Da noi, ammazzare una mucca per la morte di un uomo vuol dire che quell'uomo era molto importante e Leopoldo lo era. Noi siamo un po' arrabbiati con i padri e le suore di Ndame, perché una volta, se c'era una bambina ammalata, Leopoldo la portava in auto in ospedale, adesso dobbiamo portarla in braccio dal medico più vicino o in ospedale, a volte muore prima. Perché le suore non fanno come faceva Leopoldo?
Gheddo - Perché le suore visitano molti villaggi, mentre Leopoldo, per la grave malattia che aveva, visitava quasi solo il vostro e gli altri vicini. Tutti i villaggi qui intorno hanno la foto di Leopoldo nelle case?
Fraba - Leopoldo ne ha battezzati tanti, ma la maggioranza non è cristiana, adorano i loro spiriti l. Ma sono cristiani perché vanno in chiesa e sempre chiedono a Dio la grazia di un riposo in cielo con Leopoldo.
Gheddo - Il 26 maggio 2006 nella sua parrocchia di S. Alberto a Lodi si celebrerà una messa solenne per ricordare i dieci anni dalla morte di Leopoldo. La diocesi di Lodi inizierà le ricerche dei documenti e dei testimoni sulla vita di Leopoldo, per decidere eventualmente l'inizio del processo informativo diocesano per la sua beatificazione.
Sawaste - Noi siamo contenti che !'Italia ricordi Leopoldo e possiamo testimoniare la verità di quanto ho detto. Tu interroga altri che l'hanno conosciuto in questo villaggio e vedrai che è vero. Era veramente un uomo grande che aiutava molto. Aveva promesso, se viveva ancora, di coprire con lamiere il tetto di tutte le case degli uomini grandi, noi speravamo ma poi è morto e ora siamo convinti che nessun altro ci farà questo dono.
"Leopoldo ci ha liberati dalla paura degli spiriti"
Fraba mi dice che il villaggio di Ndame è vicinissimo al santuario omonimo, si viene a piedi facendo una scorciatoia in dieci minuti. Leopoldo veniva sempre a piedi. Incontriamo un gruppetto di cinque-sei giovani nel campo da pallone: "Sono tutti battezzati da Leopoldo", dice Fraba, mentre altri missionari affermano che li hanno battezzati i missionari dopo di lui. Anche a loro chiedo se hanno conosciuto Leopoldo e cosa pensano di lui. Ecco le loro testimonianze.
Quando c'era Leopoldo nessuno conosceva le scarpe, lui a poco
a poco ha comperato scarpe e sandali per tutti in questi villaggi. Adesso tutti
hanno le scarpe, che non usano sempre nella vita quotidiana, però le hanno.
Se qualcuno oggi dicesse che Leopoldo non è morto, ma
risuscitato, molta gente di questi villaggi correrebbe a Ndame per vedere se è
vero. Credono che Dio può riportarlo in vita. Tutti sanno che è morto, ma non
ci credono perché non hanno visto dove è sepolto.
lo ho in casa quel libretto a colori che tu hai scritto su
Leopoldo e ogni tanto lo guardo e lo faccio vedere agli amici, perché ci sono
parecchie foto di lui. Sono contento che anche tu sei un padre come Leopoldo. Se
stai qui con noi ti vorremo bene. Leopoldo ha avuto la fortuna di avere padre
Mario Faccioli che gli voleva bene e l'ha aiutato. Quando c'erano loro due noi
eravamo contenti.
Belmiro è il capo della piccola comunità cristiana del villaggio di Ndame. Uotno giovane e vigoroso, che incontriamo nel cortile della sua "palhota" (capanna), circondato da uomini, donne e tanti bambini. Visitando i villaggi della Guinea (come di altri paesi africani) si vede subito che questi popoli credono nella vita, forse sono pieni di gioia e di speranza anche per questo, oltre che per un profondo senso religioso che li accompagna sempre.
Belmiro - Fra noi del villaggio, quando facciamo una riunione, il primo pensiero è sempre rivolto a Leopoldo, lo ricordiamo e ringraziamo Dio di avercelo dato. Lui voleva molto bene ai giovani e ha costruito la scuola del villaggio, senza di lui non avremmo niente. Lui ha costruito la scuola per i primi sei anni di elementari e poi, dopo di quel grado, voleva fare scuole per alunni più maturi perché non scappassimo in città. Pensava di arrivare fino al liceo. Anche per i malati ha fatto tanto: se uno era ammalato e lo chiamavi anche a mezzanotte, lui veniva, cercava di curarlo e se era necessario lo portava in ospedale a Bissau. Aveva dei dottori amici nella città e li faceva venire qui per visitare i malati.
Gheddo - Lo pregate, padre Leopoldo?
Belmiro - Abbiamo già sentito che la Chiesa vuoI proclamarlo santo. Lo preghiamo convinti che ci ascolta e ottiene da Dio le grazie di cui abbiamo bisogno. Vogliamo che diventi santo.
Gheddo - lo scrivo il libro per farlo conoscere e pregare. Pubblicherò anche le vostre testimonianze, che leggerete.
Belmiro - Scrivi anche che per portare l'acqua nel villaggio
ha fatto lavorare noi. Lui ha comperato i tubi, ma noi abbiamo scavato la terra
per mettere i tubi e siamo contenti che questo è anche opera nostra. Leopoldo
diceva che non dava niente senza farci lavorare, a meno che si trattasse di vita
o di morte. Se fosse ancora vivo noi saremmo più sviluppati. Prima, quasi
nessuno sapeva leggere e scrivere, adesso quasi tutti lo fanno. Poi lui voleva
mandare avanti quelli che più riuscivano negli studi e li avrebbe fatti
studiare.
Leopoldo non solo ci ha parlato di Gesù e di Maria, ma ha
anche combattuto le nostre credenze superstiziose. Una volta doveva esserci una
eclisse tra il sole e la luna. Alla radio hanno detto che, secondo la nostra
tradizione, chi vedeva quella eclisse doveva morire: tutti dovevano andare a
dormire e non guardare l'eclisse. Leopoldo ha visitato i villaggi dicendo:
questa notte nessuno vada a dormire, state su con me, vediamo assieme l'eclisse
e non vi succederàniente di male, perché solo Dio comanda il sole e la luna,
non gli spiriti. Allora nei villaggi si sono fatte riunioni e hanno deciso che
dovevano fidarsi di Leopoldo. Tutti sono stati svegli e abbiamo visto l'incrocio
fra il sole e la luna, la luna che ha oscurato il sole, e non ci è capitato
niente di male. Allora si è incominciato a discutere su Dio e gli spiriti, Dio
è più forte di tutti e ci vuole bene: ci siamo liberati dalla paura degli
spiriti. Per noi questo è stato un grande insegnamento e lo ricordiamo ancora
ai più giovani.
"Non mi meraviglia che sia beatificato, era di una bontà eccezionale"
Il 14 dicembre sono
andato da Dakar al monastero benedettino
di Keur Moussa (40 km dalla metropoli africana capitale del Senegal), dove ci
sono sei monaci francesi (quasi tutti anziani) e 22 giovani africani. TI priore
della comunità è padre Thomas, della Guinea-Bissau. TI monastero è quello in
cui si è rifugiato più volte padre Leopoldo per ricuperare forze, quando
l'epatite cronica l'aveva portato ad un estremo stato di spossatezza (da Bissau
a Dakar 45 minuti di aereo), è stato fondato nel 1963. In Senegal e nell'Africa
occidentale si è affermato come un luogo privilegiato di preghiera, di
contemplazione, di ritiri spirituali. Non molto lontano anche il monastero delle
Benedettine, fondato alcuni anni dopo, e il seminario maggiore delle diocesi del
Senegal, Mauritania, Togo, Mali e Guinea Conakry.
Il posto, non lontano dal mare, è incantevole. Il monastero
è formato da un corpo centrale con la chiesa e la casa dei padri e tutt'
attorno, in una vasta tenuta coltivata dai monaci e dai loro aiutanti, le
casette con le stanze per gli ospiti, la portineria, le sale per gli incontri,
il negozio di vendita delle produzioni del monastero, di cartoline, libri,
oggetti d'arte e di artigianato africano, ecc. Come i monasteri benedettini del
Medioevo, anche questo di Keur Moussa è diventato un centro di promozione
umana, di studi, di spiritualità. Padre Domenico Catta (nato in Corsica) è uno
dei primi sei monaci francesi venuti qui nel 1963 per fondare il monastero. Ecco
la sua testimonianza.
Padre Leopoldo è venuto da noi diverse volte e si è fatto subito voler bene. Cordiale, attento, con una forte carica spirituale, pur nella menomazione della malattia. Era soprattutto un grande apostolo. Non aveva altro scopo nella vita che di essere un vero missionario, di dedicarsi totalmente alla sua missione, e la malattia grave che aveva non lo ostacolava in questo, anzi diceva che il Signore voleva da lui sia l'attività esterna, che la capacità di soffrire per il suo male che gli impediva di avere tutte le energie che aveva naturalmente.
Padre Luca (benedettino francese più giovane che ha pure lui conosciuto Leopoldo), così lo ricorda:
Era un uomo buono, profondamente buono, simpatico, il tipo del vero missionario, dedicato a Dio e agli altri, attento ai poveri. lo non ho fatti specifici da raccontare, perché non l'ho visto nel suo ambiente di lavoro apostolico in Guinea. La cosa che più ricordo di lui è la sua dolcezza, una dolcezza incredibile, spontanea, con tutti, segno della sua grande dedizione a Dio e agli altri. Non mi meraviglia che sia beatificato perché era di una bontà eccezionale anche in un prete e in un missionario. Se incontrava una persona nuova non si preoccupava di mettere in primo piano se stesso, ma di mettere l'altro a suo agio, di capire l'altro, di amarlo e di condudo a Gesù. Questa l'impressione che dava a noi.
"La gente che l'ha conosciuto in Guinea lo stima un santo"
Il 23 dicembre, a Bissau, ho intervistato padre Guerino Vitali, in Guinea dal 1978, già rettore del seminario diocesano, attualmente parroco a Bubaque nelle isole Bijagos. Potevo intervistarne tanti altri, in Guinea e anche in Italia, tra padri, suore e laici, ma temevo di appesantire troppo questa biografia, che deve rimanere in una dimensione adatta ad essere letta da tutti e tradotta in portoghese per il popolo guineano. Padre Guerino ha avuto questa particolarità: negli anni Cinquanta del Novecento è stato con Leopoldo in seminario a Vigarolo (Lodi), poi da padre animatore missionario e vicerettore del seminario del Pime a Sotto il Monte; infine, in Guinea-Bissau, è andato nelle due missioni in cui era appena stato Leopoldo e ha potuto conoscere le reazioni della gente dopo la sua partenza: Bafata prima e Ndame poi. Ecco cosa mi ha detto.
Ho conosciuto Leopoldo nel 1957 a Vigarolo, io facevo le
medie e lui era una vocazione adulta. Noi piccolini vedevamo Leopoldo come un
modello per il suo comportamento, di bontà, di pietà e anche a livello della
comunità.
Quando poi è ritornato in Italia nel 1978 perché ammalato,
io sono partito allora per la Guinea e sono andato a sostituirlo a Bafata.
Arrivato a Bafara e lavorando tra i giovani, ho visto che aveva lasciato un
grande ricordo e nostalgia. Anche lì ho visto, come già a Vigarolo e poi a
Sotto il Monte, che Leopoldo era un educatore ideale perché aveva pazienza,
bontà, attenzione alla persona. E poi, il suo sorriso. Era difficile trovare
Leopoldo arrabbiato o triste. Sapeva controllarsi ed era un uomo di Dio. Ricordo
che a Sotto il Monte le famiglie degli alunni avevano fiducia in lui, capivano
che per i loro figli era come un padre e una madre, si sentivano sostituite
da lui. Sapeva anche dire di no, ma in belle maniere, spiegando i motivi e con
dolcezza; aveva la dolcezza della mamma- e la fermezza del papà.
Mentre lui era in Italia e io in Guinea, ci siamo sempre
scritti, siamo rimasti amici. Quando poi è tornato in missione nel 1990,
colpiva la sua capacità di accogliere le persone, anche le più povere e
misere, in modo cordiale. Aveva un'attenzione speciale per gli ammalati, gli
anziani e i bambini. lo ho lavorato a Ndame dopo di lui, quando era già morto
(dal 2003 al 2005), e ho sentito dalla gente questa nostalgia di Leopoldo che
avevo sentito a Bafata più di vent'anni prima. Eppure ha fatto pochi anni a
Ndame e pochi anni a Bafata. In totale avrà fatto dieci anni di missione, ma
ovunque ha lasciato un bel ricordo.
Era un uomo di molta preghiera, aveva una grande devozione
all'Eucarestia, un forte amore alla Madonna e grande rispetto per la gente.
Queste le tre qualità spirituali di lui. E poi la capacità di controllarsi, di
essere sempre se stesso. Anche quando aveva motivo per essere arrabbiato o
triste, lo trovavi sereno e gioioso. Non ho mai visto Leopoldo avere non dico
odio, ma nemmeno rancore o antipatie.
lo sono molto favorevole alla sua beatificazione e la gente
che l'ha conosciuto in Guinea lo stima un santo. L'ho visto io stesso prima a
Bafata, dove sono stato sette anni, e poi a Ndame nei miei due anni dopo di lui.
NOTE
[1] Altri affermano che Leopoldo ha battezzato pochissime
persone e che i battesimi sono venuti dopo di lui.
[2] Strumento musicale africano a corde che Leopoldo portava
anche in Italia e suonava con grande maestria, accompagnando i canti e la sua
voce forte ma dolce. La sua korà originale è nella chiesa della casa regionale
del Pime a Takir (Bissau), come ricordo e reliquia di questo grande missionario.