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LEOPOLDO PASTORI
missionario monaco
della Guinea- Bissau (1939-1996)


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione di mons. Giuseppe Merisi

Introduzione dell'Autore

8. LA SPIRITUALITÀ SACERDOTALE DI PADRE LEOPOLDO

Leggendo le lettere di molti missionari del passato per scrivere la storia dell'Istituto (e le biografie di alcuni), mi sono convinto di questo fatto: che proprio nella corrispondenza e nei diari si esprime a fondo l'anima di un uomo. Lo scritto è espressione dei sentimenti profondi e nel corso di una vita finisce per rivelare non solo i fatti esterni, le cose vissute e fatte, le imprese di successo e i fallimenti, ma i pensieri autentici, le aspirazioni, gli orientamenti di una vita. Nel ricordo di chi ha conosciuto un personaggio ci possono essere dimenticanze, esagerazioni, incomprensioni, pregiudizi, ma negli scritti di una vita si manifesta l'uomo, il prete, il santo; perché uno può fingere o ingannare anche senza volerlo i suoi contemporanei in senso positivo o negativo (per il suo carattere chiuso o non facile, oppure estroverso e comunicato re); ma gli scritti, soprattutto le lettere a parenti e amici, solitamente autentici, confermano o contraddicono quanto i contemporanei descrivono e ricordano.

La ricerca di Dio nella preghiera e nell' adorazione

Certo, questo non vale per coloro dei quali sono conservate solo poche paginette (1), ma se gli scritti sono numerosi e continuativi, finiscono inevitabilmente per descrivere la fisionomia anche spirituale di un prete. Questo giudizio, almeno, mi pare vero per padre Leopoldo Pastori e lo penso soprattutto mentre leggo il suo Diario diciamo "spirituale", nel senso che non ha segnato i fatti più importanti della sua vita ma ha espresso, ogni volta che ne sentiva il bisogno, le riflessioni spirituali e più ancora le aspirazioni del suo cuore, i pensieri, le preghiere che faceva personalmente a Dio; ha rivisto il percorso della sua esistenza e ringrazia continuamente il Signore che l'ha amato, aiutato, protetto, perdonato, illuminato, riscaldandogli il cuore.

Purtroppo, questo Diario non spazia per tutta la sua breve esistenza, ma è limitato agli anni 1983-1994, forse quelli della vera maturità umana e spirituale, con dei brevi flashback; cioè richiami ai momenti più significativi della sua vita passata, dei quali Leopoldo ringrazia il Signore. Era un uomo semplice e immediato, non aveva fatto studi specialistici in scienze sacre e nemmeno letture sistematiche e ampie in campo biblico e teologico. Scrive semplicemente, giorno per giorno, le sue piccole riflessioni e soprattutto aspirazioni e preghiere.

Da queste pagine esce un uomo molto equilibrato. Pieno di fede, generoso, ma anche equilibrato. Si propone un sostenuto ritmo di preghiera (cinque ore al giorno!) (2), ma quando non può mantenerlo, non se ne fa un problema; compensa con un piccolo digiuno. Veniva da una mamma veramente santa, che quando parte per la missione gli dice: "Va' e non tornare più indietro": aveva fatto la sua consacrazione a Dio, era disposta a perdere tutto per il Signore.

Un aspetto fondamentale nella ricerca che padre Leopoldo faceva di Dio è che si orienta soprattutto verso il silenzio, la preghiera silenziosa, l'adorazione; e il silenzio della 1V. Era partito da giovane con questa convinzione: il prete, il missionario dev' essere l'uomo di Dio, cioè della preghiera; un uomo che cerca Dio per conoscerlo, amarlo, testimoniarlo e trasmetterlo agli altri; un uomo che brucia per un solo ideale: la missione di Cristo; un uomo la cui vita è una dimostrazione pratica del Vangelo.

Era certamente un missionario attivo, compatibilmente con le scarse forze che gli lasciava l'epatite, ma nel Diario esprime il concetto che quel che caratterizza il prete, e lo rende efficace nella missione, non è l'attivismo esterno, ma la mistica che lo ispira. Se il prete non vive l'ideale dell' amore e dell'imitazione di Cristo, finisce per portare se stesso e non il Vangelo: e allora, qualunque cosa faccia, ha scarso valore per il Regno di Dio. Il prete quindi - ma anche la persona consacrata e il semplice cristiano - ha bisogno di una profonda esperienza di Dio e di Cristo nella propria vita, un' esperienza di preghiera, di contemplazione e di amore. Ecco perché Leopoldo pregava molto e aveva un' attenzione e una tensione costanti verso il mondo soprannaturale, pur vivendo e appassionandosi alle situazioni umane, alle misere condizioni di vita che vedeva nei villaggi intorno a Ndame. Per le quali, oltre che aiutare concretamente, puntava tutto sulla scuola e la catechesi, convinto che solo l'istruzione e la saggezza del Vangelo possono portare i poveri ad elevarsi umanamente, socialmente, economicamente.

Quando Leopoldo scrive (e parla) dei contrasti in comunità, non è che critichi o parli male degli altri. Dice semplicemente: non siamo capaci di capirci. Bella la testimonianza del dott. Riccardo Cascioli (vedi il capitolo IV), che era un alunno del Pime ed è stato due mesi con padre Leopoldo in Guinea- Bissau, nel periodo post-conciliare in cui anche quella comunità di missionari si era divisa. Ho chiesto a Cascioli come si comportava Leopoldo (che era piuttosto tradizionalista) riguardo alle divisioni e differenze che c'erano fra i missionari della Guinea. E lui risponde:

Trattava tutti allo stesso modo, non faceva differenze. C'era un padre che celebrava Messa solo la domenica, tutti i giorni non celebrava: allora questo era di moda, si diceva che la Messa andava celebrata solo con i fedeli, non da soli. Ebbene, questa era la cosa piùlontana possibile da Leopoldo, ma non lo sentivi mai criticare questo padre; anzi, ci ha mandati anche da lui in tre, per una settimana, in modo che lo conoscessimo e vivessimo con lui la sua esperienza, il suo metodo di fare missione. Poi stava a noi giudicare e semmai parlame con lui. In missione trovavi tipi diversi di missionari, ciascuno con la sua personalità, il suo stile: alcuni progressisti, altri tradizionalisti, altri ancora piuttosto strambi. Leopoldo ci orientava nelle cose di sostanza, ma poi ci lasciava liberi di vedere, sperimentare, conoscere: ci ha fatto incontrare tutti allo stesso modo. Noi sapevamo cosa pensava, il suo spirito e il suo metodo, ma dovevamo giudicare noi stessi le varie esperienze.

Esempio veramente significativo che si ripete più volte nella sua vita, sia in Italia che in Guinea. Non prendeva mai di petto le situazioni sbagliate o chi sembrava andare fuori strada. Sapeva non suscitare opposizione in chi la pensava o agiva diversamente, diceva il suo parere ma non offendeva nessuno; e questo può essere il massimo della carità e del modo di mantenere l'unità nella Chiesa, nelle comunità religiose, nelle famiglie.

Non è mai scoraggiato, depresso, triste, pessimista

Un aspetto del Diario veramente bello è che Leopoldo ricorda i molti benefici che Dio gli ha fatto nella vita e lo ringrazia continuamente. Lo ringrazia anche della malattia perché gli ha fatto capire in profondità le cose della vita e gli ammalati ("Sono i prediletti di Gesù", diceva) e l'amore di Cristo che è morto per noi sulla Croce.
Cosa rivelano il suo Diario e, più ancora, la sua vita? Anzitutto aveva un fortissimo desiderio del divino, di incontrare Dio, di innamorarsi di Gesù e di Maria.
La visione della santità a cui aspirava non era centrata sulla sua ascesi e volontà umana, ma sull'iniziativa di Dio. Per lui la santità consiste nel lasciarsi prendere tutto da Dio, dal suo amore, da quel che Dio opera in noi: non è una conquista umana, ma l'iniziativa di Dio, perché Lui solo è santo, Lui solo sa quello di cui noi abbiamo bisogno, Lui solo può trasformare la nostra piccola esistenza, la nostra debolezza con la sua Grazia, il suo Santo Spirito.
Leopoldo, alla luce della fede, legge tutta la sua vita come lo svilupparsi del piano di Dio. Ripensa al suo passato anche tragico e ringrazia Dio per tutto quello che ha ricevuto: non solo le cose positive, ma anche quelle negative, la morte del papà e della sorella, la sua interminabile malattia, più di undici anni di orfanotrofio. Voleva realizzare il piano che Dio aveva su di lui e sa che, se è disponibile, ci pensa Lui a orientarlo verso la meta.
Ecco perché non è mai scoraggiato, depresso, triste, pessimista. Sa che Dio gli vuoI bene e lo sostiene, lo perdona, lo orienta. Ci pensa Lui! Anche quando si accorge di aver sbagliato o di fronte alle sue colpe non si tormenta, non si abbatte: non dice che tutto è inutile. .. Semplicemente dice che da chi è povero e peccatore come lui non ci si possono aspettare grandi cose. Bisogna ricominciare da capo, fidando nel perdono di Dio e nella sua Provvidenza.
Leggendo tutto di seguito questo Diario, all'inizio si è presi da un pensiero spontaneo: è ripetitivo, più o meno dice sempre le stesse cose. In realtà Leopoldo dice al suo Signore di renderlo disponibile alla sua Grazia; la sua ascesi e mortificazione non erano una conquista umana, ma un rendersi disponibile alla chiamata di Dio.
La frase centrale è "Fare la volontà di Dio", ma il suo (e nostro) problema è che Dio non lo vediamo, non lo sentiamo e quindi possiamo facilmente illuderci, andare fuori strada. Allora, come gli apostoli dicevano a Gesù "Insegnaci a pregare", Leopoldo dice a Dio: "Fammi capire la tua volontà", "Signore, cosa vuoi che io faccia?", "Signore, rivelami il Tuo Volto".
Chiede a Dio il dono della santità, cioè dell'intimità con Lui, per poter riflettere il suo Volto, per poter essere missionario autentico, portare ai popoli non se stesso ma Gesù Cristo. La santità a cui aspirava non era fine a se stessa, ma finalizzata al popolo della Guinea-Bissau che lui doveva evangelizzare. Compito difficile, specie nelle sue condizioni di debolezza fisica e malattia. Leopoldo si sente strumento di Dio per il suo popolo. Si vede circondato dalle miserie spirituali e morali di un popolo pagano e aspira a diventare santo per poter diffondere la luce di Cristo.
La vita di Leopoldo ci dà un grande insegnamento: Dio solo è il protagonista della nostra vita e del nostro faticoso ma gioioso cammino verso la santità; a noi spetta metterci umilmente nel solco della sua volontà, essere disponibili alla sua volontà, prendere tutti i fatti della vita come un richiamo di Dio, un orientamento della nostra esistenza a Lui che solo è santo!
lo penso che l'esempio di Leopoldo ci insegni a rivedere il nostro concetto di santità come un qualcosa di personale: non è uno sforzo nostro per trovare Dio, ma innamorarci di Dio e questo ci basta! Noi tutti siamo persone consacrate a Dio per gli altri. Ecco perché anche le suore di clausura sono missionarie, devono avere un cuore e una mente grandi come il mondo, portare le gioie e le sofferenze di tutte le persone, di tutti i popoli. "Nulla di quanto è umano ci è estraneo", diceva Paolo VI.
Penso in questi giorni al destino di questo giovane uomo, Leopoldo Pastori. Aveva grandi qualità umane, intelligenza, volontà, fascino, carisma soprattutto con i giovani. Nella sua prima esperienza di missione a Bafata (1974-1978), in pochi anni dimostra grandi capacità realizzative: ammalato com' era, crea dal nulla un movimento giovanile che con la musica, lo
sport, i teatri e altre iniziative anima la gioventù di una cittadina molto conservatrice (in maggioranza islamica); e questo in tempi molto difficili perché in Guinea si era affermato con la violenza un regime marxista-leninista-comunista, dichiaratamente ateo, sul modello dell'Unione Sovietica e di Cuba, i cui "consiglieri" ispiravano e orientavano il partito unico al potere. Con queste premesse, Leopoldo avrebbe potuto fare un immenso bene a quei giovani e a quel popolo, se la sua attività non fosse stata bloccata dall' epatite virale. Ma Dio permette che cada nella peggior malattia che si possa augurare ad uno come lui!
Dai 35 ai 40 anni, nel tempo della maturità fisica e umana, Leopoldo vede azzerato, distrutto, tutto quello che ha creato, non c'è nessuno in grado di sostituirlo e lui stesso deve andare in esilio in Italia per curarsi e salvare la vita. Non si lamenta, non si sente un missionario sconfitto e inutile, non diventa triste o pessimista. Vive profondamente questo pensiero di fede: Dio ci pensa Lui! lo sono un piccolo e povero lavoratore della vigna del Signore, debbo realizzare il piano di Dio, non il mio, fare la volontà di Dio, non la mia!
Nel settembre 1977 Leopoldo è ancora a Dakar, fra ospedale, luogo di convalescenza e parrocchia dei Padri Sacramentini italiani; prevede che potrà tornare a Bafatà in novembre, ma poi verso Natale lo vogliono ancora indietro per dei controlli! A Bafatà, in soli tre anni di permanenza, ha avuto con padre Angelo Bianchi un successo travolgente fra i giovani e sa che c'è ancora bisogno urgente di lui, ma teme di poter fare poco e questo lo fa soffrire (3).

Ho pensato a lungo, pregato, scritto al vescovo: ho detto che sono pronto a restare a Bafata anche con tutti i rischi inerenti alla mia salute, perché ho offerto la mia vita per Bafata e con l'aiuto della Vergine non ho nessuna intenzione di ritirare la mia vita missionaria. Ma sento che devo essere sincero e accettare la realtà di una salute precaria, sempre bisognosa di una dieta che in Guinea trovo difficile e in una comunità dove il peso non sia il solo a portarlo. . . Sento di ringraziare il Signore di avermi donato la malattia, perché attraverso essa mi apre gli occhi a realtà più profonde e vere, che s'imprimono profondamente nel cuore e diventano esperienze di vita e di fede. Ti dico quello che sento in cuore: al pensiero di dover lasciare Bafatà fra non molti mesi e l'aver lavorato quasi invano, mi si approfondisce il pensiero della mia necessaria inutilità perché solo Dio sia il necessario.

Tutta la vita spirituale di Leopoldo va letta tenendo presente questo scenario di fondo: è un ammalato cronico, con qualche breve periodo di incerta vitalità, ma del tutto cosciente che non sarà più, mai più un uomo normale! L'epatite gli toglie le forze, gli impedisce di lavorare, lo indebolisce in tutti i modi. La sua vita missionaria è segnata: Dio lo orienta fin da giovane al mondo soprannaturale, spirituale; la santità a cui aspira non è quella dell' operatore pastorale, dell' organizzatore e costruttore, dell' animatore con molti giovani che lo seguono, ma .la santità del "missionario-monaco".

La menomazione fisica l'ha vissuta come una grazia

Bisogna aggiungere che i santi non vanno imitati pedestremente. Sono persone che hanno realizzato il piano che Dio ha stabilito per loro e in questo sono modello per tutti i battezzati. Ma ciascuno di noi ha un piano di Dio e deve realizzare quello, non tentare di ripetere quel che faceva un santo a cui si può ispirare. Leopoldo dedicava cinque ore di preghiera al giorno. Ma, come dicono diversi che l'hanno conosciuto, non è che ogni giorno, infallibilmente, stesse cinque ore in chiesa o in preghiera. Era il tempo che riservava alla Messa e alle altre preghiere sacerdotali e del buon cristiano, compresa l'adorazione silenziosa; e poi ai pensieri e riflessioni su Dio e il mondo soprannaturale, anche preparando gli incontri che faceva con molte categorie di persone. Padre Marco Pifferi dice:

Era molto equilibrato e se in certi giorni non riusciva a realizzare il suo programma di dialogo con Dio, non è che perdeva il sonno necessario. Però manteneva fede, anche con sacrificio, a quanto si era proposto di fare.

La vita di Leopoldo Pastori dimostra una grande verità che la storia del Pime e dei suoi santi e beati ci tramanda: il missionario autentico, quello che porta frutti di Vangelo, è chi fa nella sua vita una profonda esperienza di Dio, di preghiera e di contemplazione, di vita secondo i Comandamenti e le Beatitudini; e la trasmette ai suoi fedeli. Tutto il resto conta, ma senza questo dono spirituale la missione rischia di perdere significato e valore perché i popoli cercano soprattutto la Parola che salva, cercano uomini e donne che incarnano nella loro vita questa Presenza del divino e la trasmettono con la loro stessa vita. Ma per fare questo dobbiamo essere convinti che la missione stessa è fonte di contemplazione: il missionario, quando cerca con sincerità il piano di Dio nella sua vita e con l'aiuto dello Spirito tenta di realizzarlo pur nelle fatiche e distrazioni e debolezze della vita apostolica, è già in un cammino di contemplazione e di esperienza profonda di Dio.
Per raggiungere Dio l'uomo deve perdere tutto quello che ha, annientare se stesso, la sua logica, la sua volontà, le sue idee, i suoi piani: allora è vuoto di se stesso e Dio lo riempie. Ecco, il missionario è nella condizione migliore per realizzare tutto questo. Mai come oggi la missione ad gentes può essere deludente per il giovane che va in missione: la poesia dell'incontro con popoli nuovi e culture diverse passa presto e il missionario si trova di fronte alla cruda realtà, molto diversa da quella che ha sognato. Tutto lo delude, lo respinge, gli fa rimpiangere le certezze e sicurezze della vita in Italia: clima, cibo, lingue, assistenza.per la salute, mentalità e sensibilità diverse, isolamento. Oggi la missione alle genti fa vivere il missionario nel provvisorio, nell'incertezza del futuro: non si sa mai se il governo locale ti rinnova il visto o ti rimanda in patria, se i preti e la Chiesa locale ti vogliono o no, ecc.
Leopoldo ha sperimentato tutto questo. Poteva vivere la sua menomazione fisica come una disgrazia, invece l'ha vissuta come una grazia, vedeva Dio anche nelle situazioni più negative. Ecco il segreto: leggere i fatti della vita alla luce della fede e della volontà di Dio, che non conosciamo né comprendiamo. Nella S. Messa di suffragio, il3 giugno 1996 nella chiesa pubblica del Pime a Roma, p. Franco Cagnasso, allora superiore generale, ha così riassunto la spiritualità di padre Pastori, suo compagno di classe nel seminario teologico del Pime:

Ricerca intensa di Dio nella preghiera, con una intensità e severità(mai triste però) con se stesso che lo portava sempre a cercare il piùe il meglio: a N'Dame cinque ore al giorno di preghiera.
Attenzione viva alla missione, fatta di cose semplici, di contatti personali, di molta umanità (i bimbi, le mamme, chi lavora.. .). Questo sia in Italia, dove non si è mai chiuso in seminario, sia in Guinea.
Spiritualità semplice, anche affettiva, fiduciosa, con grande devozione alla Madonna. Non voleva intellettualismi e forse a volte esagerava nella sua radicalità su questo punto, ma leggeva, studiava: non era contro i libri, era contro la scienza che gonfia e ammira se stessa, che non ha una finalità contemplativa e missionaria.

Quale messaggio lascia padre Leopoldo alla Chiesa della Guinea-Bissau? La sua vita a Ndame era molto semplice, dedicata alla preghiera e ~la carità. Si possono distinguere vari aspetti:

1) Monaco-missionario

Il missionario ha spesso una vita travolgente, molte attività da svolgere, e rischia di presentare la Chiesa come una società benefica, impegnata in campo assistenziale-caritativo e di promozione dell'uomo e della donna, di costruzioni e mantenimento di strutture indispensabili, ma che da sole non danno senso alla missione. Il fine primo della Chiesa invece, e del missionario, è portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. L'attività principale del missionario deve essere la preghiera, l'unione con Dio, l'amore e l'imitazione di Cristo, da cui viene tutto il resto. Leopoldo ha dato questo messaggio: lo scopo della sua vita a Ndame era la preghiera, l'adorazione eucaristica, i ritiri e la direzione spirituale, la devozione a Maria e ai santi (specie a santa Teresa di Gesù Bambino).

2) Chiamato alla santità

L'esistenza di padre Leopoldo è stata del tutto normale, senza nessun segno straordinario (miracoli, visioni, guarigioni): ma ha testimoniato la chiamata universale alla santità.
La gente lo considera un santo, eppure è vissuto in missione pochi anni, non ha costruito grandi edifici, non ha fondato nulla di grandioso. Cosa ha fatto? Ha combattuto contro se stesso, mortificato le tendenze al peccato che tutti portiamo nella nostra natura umana, ha voluto bene al suo popolo, al quale la Chiesa lo aveva mandato. Tutto questo con l'aiuto di Dio. La preghiera era parte essenziale della sua vita, non un qualcosa di passeggero, di staccato dall' esistenza quotidiana.

3) Non era senza difetti

Leopoldo è considerato un uomo spirituale, eppure aveva i suoi bravi difetti. I santi non sono senza difetti e senza peccati. A volte era poco simpatico ai confratelli perché andava un po' per conto suo, non rinunziava facilmente alle sue idee. Un missionario mi ha detto: "Era un tipo come molti di noi del Pime: nel suo lavoro ha fatto quel che ha voluto fino alla fine".
Ma in tutta la vita ha desiderato e ha chiesto a Dio la grazia della santità. Fin dai tempi della fanciullezza e giovinezza chiedeva questa grazia. La sorella Maria Luisa ha conservato un suo piccolo diario di quando, ragazzo, ricevette l'Eucarestia e la Cresima e poi entrò in seminario: la sua meta era già chiara, voleva amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso, desiderava spendere la vita per Gesù, rispondere con generosità alla vocazione sacerdotale e missionaria, combattere contro le proprie tendenze cattive.

4) Quale l'itinerario di Leopoldo all'unione con Dio?

Primo: la famiglia. Papà e mamma erano due veri cristiani, che hanno educato i figli nell' amore e nel timore di Dio. Due anni dopo la morte di mamma Cecchina, Leopoldo scrive nel Diario: "L'impronta della presenza della mamma in me cresce sempre più. Il suo messaggio di vita mi aiuta moltissimo a confidare nella sua intercessione presso Gesù e Maria, perché io sia davvero un santo missionario". Papà e mamme, se volete bene ai vostri figli dovete diventare santi voi, perché così li educherete cristianamente!
Secondo: Leopoldo fin da ragazzo ha avuto educatori cristiani convinti, sacerdoti e suore che l'hanno orientato bene. Così diceva del rag. Giuseppe Camagni, direttore dell'Orfanotrofio di Lodi: "Molti di noi ex orfani lo ricordiamo con profonda stima e gratitudine, perché è stato nostro padre ed educatore. Lo ricordo pronto ad ogni fatica per dare ai suoi orfani tutto il necessario. Un giorno l'abbiamo visto accasciarsi a terra sfinito. N ellavoro non si risparmiava mai e ci dava l'esempio del sacrificio vissuto per il bene di tutti".
"Devo molto a lui: come direttore tenne in considerazione la formazione umana basata sul senso del proprio impegno vissuto con onestà e costanza. Quando mi accompagnò al mio primo lavoro mi disse: 'Questo è il tuo nuovo lavoro, metticela tutta e sarai contento!'. Una sola fu la passione della sua vita: non si sposò, ma fece degli orfani e delle orfane la sua famiglia
e ci trattò veramente come un padre, unendo la severità alla tenerezza. Ma questa dedizione agli orfani non fu unica. Per tutta la vita, fino a quando la salute glielo permise, visitava il carcere di Lodi, e con molta discrezione incontrava i carcerati, profondendo i suoi valori umani e cristiani e molti aiuti concreti. Nemmeno i suoi cari sapevano quanto faceva e quanto donava ai suoi amici carcerati".
Tutti i giovani hanno grandi possibilità di bene e di santità: ecco la responsabilità dei loro educatori, di dare buona testimonianza con le parole e la vita!
Terzo: il ministero della gioia. Leopoldo esprimeva la santità nella gioia, nella serenità, nel dare a tutti il suo spirito cordiale, affettuoso, espansivo, giovanile, capace di amare rimanendo tutto di Dio. Chiunque l'ha incontrato può dire con verità: "Era un uomo sereno, realizzato, sempre contento".
E questo evidentemente non perché "fortunato" nella vita secondo i nostri criteri umani: di famiglia molto povera con cinque figli, è orfano di padre a quattro anni, entra in orfanotrofio a sei e vi rimane sino a 18 anni! Riceve da Dio la chiamata al sacerdozio e alla missione; ma quando finalmente, a 35 anni, riesce ad andare in Africa e si fa subito notare per le molte qualità umane che aveva, un'epatite quasi lo annulla come uomo. Rimane menomato per tutta la vita: doveva essere sempre in cura, non aveva il gusto di impegnarsi a fondo nei lavori che faceva perché l'epatite toglie le forze, doveva stare attento al cibo e alle bevande (non tollerava assolutamente l'alcool), non riesce a portare a termine per un po' di tempo i lavori che ha iniziato...
Poteva diventare un peso per sé e per gli altri. Invece Dio lo ispira sulla via della santità e dieci anni dopo la morte è ancora ricordato, venerato, pregato in Italia e in Africa! Un uomo dimezzato come Leopoldo Pastori era sempre sereno, ottimista, contento, cordiale con tutti, sorridente...

5) Il messaggio di Leopoldo ai cristiani della Guinea

Dio viene prima di tutto! Padre Pastori leggeva i fatti della vita con gli occhi di Dio. Anche nei casi negativi, la malattia ad esempio, è sempre tranquillo e sereno, vede in tutto la volontà di Dio, sa che Dio può trarre il bene anche dai fatti che sembrano negativi. La malattia l'ha portato ad affinare la sua sensibilità spirituale. Quando è a Dakar per lunghi mesi di cure e convalescenza, cosa fa? "Prego tutto il giorno". Un altro si sarebbe distratto, disperso, concesso divertimenti. Lui pregava.
L'Eucarestia. Era un innamorato di Gesù eucaristico. Ogni giorno passava ore in adorazione silenziosa, chiedeva a Gesù di renderlo simile a Lui per poter riflettere la luce, il perdono e l'amore di Dio.
L'obiezione che diversi confratelli facevano a Leopoldo era questa: il missionario deve predicare, evangelizzare, costruire, fondare comunità e la Chiesa. Giusto l'accento sulla preghiera, ma non in modo eccessivo come voleva Leopoldo, c'è il rischio quasi di dimenticare le opere di carità e di educazione cristiana. Leopoldo partiva da un principio opposto a questo: stiamo attenti, diceva, che se perdiamo il desiderio e la pratica della preghiera eucaristica e della contemplazione, non orientiamo più la vita alla verità di Dio e allora incomincia la nostra decadenza nella fede e nella trasparenza della vita.
Leopoldo aveva una fitta corrispondenza con parecchie persone anche fuori della sua missione, che aveva conosciuto in Italia. A suor Sonia Sala, giovane missionaria dell'Immacolata da poco giunta in Brasile, scrive (4):

Ti penso bene, disponibile a tutto per amore, e questo è ciò che conta. Anche qui, nell' eremo, se non fossi convinto che un atto di amore profondo e vero vale più di tutte le opere messe assieme (san Giovanni della Croce), non starei molto, non ce la farei!
Per questo, rafforzati nella carità vera (1Cor 13,1-13), così che ovunque sia e qualunque cosa faccia, è l'amore che conta; soprattutto, le radici dell'amore siano pulite e nascoste solo per Lui! Ti chiedo di continuare la tua preghiera d'intercessione per me, perché comprenda e viva fino in fondo ciò che Gesù vuole da me, qui e adesso! lo ti ricordo perché conservi il tuo fervore interiore e la tua gioia, sapendo che la gioia vera viene sempre dal saper soffrire per amore (Gv 16,20-23).

A sei giovani missionarie dell'Immacolata andate in Brasile, anch' esse conosciute in Italia, scrive (5):

Qui, dove nel silenzio profondo Dio mi invita ad una preghiera più intensa, voglio ricordarvi ad una ad una e chiedere che il suo Spirito di Amore vi riempia, là dove siete. So che troverete difficoltà e che sperimenterete come amare non sia facile. Cominciate bene la vostra nuova vita, con gioia sponsale, con entusiasmo rinnovato ogni giorno nell'Eucarestia. Siate amore in ogni vostra comunità, amando senza condizioni, perché le vostre consorelle più vi conoscono e più vedano in voi il volto di Cristo. Questo è il mio augurio pasquale.

Il nuovo cammino delle missioni (6)

Ecco la lettera circolare che padre Leopoldo scrive a parenti, amici e benefattori nell' ottobre 1975, un anno dopo che è arrivato in missione:

Con l'indipendenza nel 1975, anche in Guinea-Bissau si è giunti, come nelle altre missioni, a dover cambiare stile e pastorale. È un momento molto difficile: si comprende come ciò che è stato fatto in passato è moltissimo, ma ora non è più sufficiente; e ancora non si riesce a vedere cosa bisogna fare per l'avvenire. Si dice spesso: "Nuova situazione, nuova missione". D'accordo, ma come? Lo sforzo delle nostre comunità (parlo del Pime, ma questo vale per moltissime altre comunità!), con sofferenza e a volte incomprensioni, è tutto teso a scoprire ciò che il popolo ora esige come servizio da noi missionari. È chiaro che non possiamo vivere di rendita del passato, né stare con le mani in mano. TI mondo, anche qui in Mrica, cammina e in pochi anni l'africano viene a conoscere e ad attuare un'evoluzione della vita che in un millennio non mai potuto, perché "bloccato" da una storia avversa e a volte crudele. E i missionari, o camminano nella nuova visione, cioè che l'africano ora è il padrone della sua terra e il missionario è lo straniero che deve aiutare solo servendo, oppure essi sono inutili e il Vangelo non è capito. Anche in questo sta la conversione! È arrivato il momento in cui noi missionari dobbiamo dare sapendo ricevere. Accogliere i loro valori dimenticando un po' i nostri schemi; ricevere la loro iniziativa, mettendo in secondo ordine le nostre pianificazioni; accettare che loro animino se stessi, che si sentano più responsabili (e come lo desiderano!); insomma accettare il loro modo di essere Chiesa. Questo per me significa "perdere la propria vita in nome di Cristo": e anche questo si chiama convertirsi.

Nella lettera circolare da Bafatà della Pasqua 1976, intitolata "Il nostro cammino in Cristo", si legge (7):

Chi ci spinge a questa continua conversione è il Signore Gesù! Noi vogliamo essere i "suoi piedi" che camminano per le strade povere della Guinea, perché Lui sia presente, conosciuto e amato, come noi stessi profondamente lo desideriamo. Le incomprensioni, il caldo, la tensione ad una vita più povera - perché noi siamo sempre ricchi in confronto alla loro povertà -, le malattie, gli sforzi, tutto riceve motivo di speranza missionaria: perché se c'è la Croce c'è anche la Risurrezione. Carissimi amici e carissime famiglie, proprio nella Risurrezione del Signore Gesù noi siamo felici di poter servire i nostri fratelli ed anche di restare uniti a voi, vi auguriamo ogni bene e gioia, ringraziandovi del vostro continuo interessamento che si sta manifestando per noi come incoraggiamento fraterno. Tutto ciò che vai fate, sia in parole che soprattutto in opere, Dia lo ricompensi, secondo la promessa di Cristo, col "centuplo quaggiù e la vita eterna".

Frasi scelte dal Diario di padre Leopoldo

Il Diario che padre Pastori ci ha lasciato 8, come ho già scritto, è più che un diario quotidiano, una raccolta di suoi pensieri, riflessioni, preghiere, aspirazioni in riferimento ai fatti che viveva giorno per giorno. Ha un gran valore perché esprime, nella continuità di certe idee e preghiere, la sua anima profonda, che mi pare possa essere esemplare specialmente per i sacerdoti. Dopo le citazioni che ho già fatto nel corso di questa biografia, è opportuno concludere l'ultimo capitolo con ampie citazioni dal suo Diario, per far capire meglio il suo animo e dare quasi una sintesi della sua linea di spiritualità.

Voglio piacere a Gesù prima che a me stessa. Vaglia compiere la sua volontà dal profondo del cuore e dei pensieri. Carne sana lantana dalla purezza di cuore! Come potrò piacere a Dia se non ha il cuore puro? (30 giugno. 1983)

Grazie, Signore mia Dia, del dono dei 45 anni! Mia Dia, ti ama, ti ringrazia, ti chieda tanto perdano. per tutto quello che ho fatto di male e che è stato offesa al tuo Amore per me. (9 febbraio. 1984)

Offrirmi continuamente in ogni occasione al Signore, essere offerta a Lui gradita, per la sua misericordia. È questa il vero spirito missionario. Essere santo e con la sua grazia formare dei santi: è opera di Dio, è la vera missione, è impegno sublime e immenso, che solo Dia può fare in me e negli altri. In noi i giovani devono specchiarsi. (6 febbraio. 1988)

Madre mia, fiducia mia, io non sono capace, ma tu che metti nel mio cuore questo desiderio di Gesù, rendimi fedele nel compierlo con amore, senza venir meno, ogni giorno, per crescere con Lui. Grazie. Amen. (13 settembre 1988)

Per le tentazioni impure, ascolterò il consiglio dei santi: fuggi subito, fuggi sempre, fuggi contento per amore di più Gesù! (13 settembre 1988)

Una vita sobria per me, generosa nel servizio. degli altri (evitare i comodi). Silenzio totale della TV, impegnando quel tempo (telegiornale) per elevare lo spirito mio e degli altri. (12 febbraio. 1989)

L'impronta della presenza della mamma in me cresce sempre più. Il suo messaggio di vita mi aiuta moltissimo a confidare nella sua intercessione presso Gesù e Maria perché sia davvero un santo missionario, nella volontà di Dia cercata e amata e per sua purissima misericordia rinnovata ad ogni mia miseria. (2 novembre 1989, III anniversario della morte della mamma)

La preghiera è lavoro: il primo lavoro è il più impartante per noi consacrati. Quindi la preghiera è cosa seria, è fatica, è sforzo, è sacrificio, è sofferenza, come ogni lavoro serio e impegnativo. (30 settembre 1990)

Preghiera notturna e digiuno: non credere ingenuamente ad una mentalità che sacralizzi troppo sonno e mangiare. Chiedi allo Spirito l'aiuto e segui il tuo ritmo naturale del sonno: quando ti svegli spontaneamente, puoi abbandonarti un po' alla preghiera di notte... e poi riposarti ... senza paure e remore: la preghiera di notte è una grande forza. (7 ottobre 1990)

Questa fascino dell'Eucarestia, che attira senza mai stancare, mi sta rinnovando in un desiderio profondo di santità. Quante volte ha pregato il Signore di farmi santo... durano due giorni e poi naufragano nella palude della mia mediocrità... e quante sere ha sentito l'amaro della tiepidezza e mi dicevo: Gesù, io così non servo a nessuno: né a Te, né a me, né agli altri... sono solo buono per essere vomitato dalla tua bocca (cfr. Ap 3.16). Con l'Eucarestia amata e celebrata cresce l'amore alla santità. (20 ottobre 1990)

Di tutto il bene che, con la grazia di Dio, noi facciamo, dobbiamo sempre domandare perdono al Signore, perché in esso mettiamo tanta tara. Siamo come una botte guasta che rovina anche il buon vino con il quale viene riempita. Dobbiamo quindi pentirci e umiliarci dinnanzi al Padrone Iddio anche nel bene che compiamo. Noi siamo soltanto dei poveri uomini tanto peccatori. Solo del peccato noi siamo veri autori. (22 ottobre 1990)

Partire pieno di Gesù: essenziale al missionario è portare Gesù. Per portare bisogna avere-essere Gesù, presenza viva. Lo so che è uno "sproposito temerario" voler diventare Gesù o essere pieno di Gesù, ma non vedo diversamente una vita più missionaria. (27 ottobre 1990)

La missione vera la fanno i santi; la missione ha bisogno soprattutto di santi. (31 ottobre 1990)

Voglio essere missionario-monaco che nella preghiera e nella carità testimoni la tenerezza di Dio, la compassione di Gesù. Vivrò intensamente ogni momento per l'evangelizzazione della Guinea e di Ndame. Anche se nel silenzio dell'inutilità dei miei giorni, cercherò di fare ogni cosa profondamente unito a Gesù per Maria. Più sarò unito con Lui, più sarò missionario: il poco con Gesù è molto, il molto senza di Lui è niente! "TI nostro Dio ricompenserà magnificamente non solo le azioni brillanti compiute per Lui, ma anche il semplice desiderio di servirlo e di amarlo!" (s. Teresa di Gesù Bambino). (9 febbraio 1991, quando compie i 52 anni)

"Se non si parla prima con il Signore, si avrà poco da dire agli uomini" (Bachelet). (19 febbraio 1991)

Intensificare lo spirito di preghiera con una più prolungata meditazione della Parola di Dio. (Alzata alle 5.00) (Quaresima 1991)

Vieni Spirito creatore, ti amo! Manda nel mio cuore, nella mia mente, nei miei sensi il tuo fuoco divino, perché ami ogni creatura come Gesù ama, perché veda ogni persona come la vede Gesù, e per questo possa donarmi a lei per donarmi al Padre, con il cuore di Gesù, che in me ancora vuol amare tutti.

Vieni Spirito creatore, ti amo! Insegnami ad adorare il Padre con tutta la verità del mio essere. Spingimi a celebrare amando e servendo Gesù Eucarestia, per aumentare la sua presenza. Lui che prega e si consuma per amore e per salvare ogni uomo del mondo e di Ndame. Opera in me ciò che vuoi fare di me. Come Maria ti amo, con Maria ti obbedisco, per Maria ti supplico, tutto con lei ti offro.

Ora sono tutto tuo, sempre tuo, per diventare Gesù, per la gloria del Padre. Con Maria! (19 maggio 1991, Pentecoste)

Il 23 agosto 1991 Leopoldo sente che non è come vorrebbe e come il Signore lo chiama ad essere. In preparazione alla confessione, nota suoi sentimenti non puri:

Lo spirito di abbandono all' amore del Padre: lo dico a parole, poi mi preoccupo sempre di cosa faccio in questo posto solitario, che comunità salta fuori. Non sono come Gesù mi vuole.

Servire all'ultimo posto: sono arrivato qui per ultimo e devo essere più contento di amare Dio e i fratelli senza essere considerato o apprezzato o di scoprirmi molto limitato nella pratica di molte cose. Libero dalle persone e dalle cose per potermi dare, come Gesù, tutto a tutti.

Cerco autogratificazione in modo sottile: quando vado in tabanca, nell'affetto dei bambini e nei risultati dell'apostolato.

Rimango male se devo dare o imprestare alcune cose.

Sono attaccato al "mio" tempo e faccio un po' fatica quando qualcuno viene e mi chiede tempo, soprattutto per cose quasi inutili. Impegni per seguire Gesù povero, dipendendo di più dallo Spirito Santo.

Il Signore mi ha condotto qui, in modo imprevisto e prodigioso: qui mi abbandono ogni giorno di nuovo, sperando tutto da Lui, dipendendo in tutto e volentieri, anche se non "vedo", non capisco, mi sembra di perdere tempo e di essere inutile, non sono adatto...

Accetto e offro all'Eucarestia la mia povertà di persona, con tutti i limiti e miserie, ringraziando tutti e sempre, specie delle cose che mi pungono.

Non accettare e trasformare in preghiera e sacrificio ogni istintivo tentativo di possessività. Maria, mi sei madre, aiutami. (23 agosto 1991, venerdì, preparazione alla confessione sulla povertà)

Comincia sempre dalle tue mancanze: perché il Signore abbia pietà di me, mi purifichi nel più profondo da ogni attaccamento e convivenza col male; perché non mi scoraggi mai delle brutte sorprese del mio cuore. Ma più mi scopro "stolto", più mi abbandono alla misericordia di Gesù. (27 settembre 1991) 

Il disagio che provo:
- mi sembra che (Ndame) sia una casa isolata in diocesi e tra i missionari;
- (noi di Ndame) non ci sentiamo in sintonia sulla conduzione e sul futuro della casa, senza nessuna cattiveria, ma è così;
- qui mi sento un missionario a metà: manca l'azione missionaria che alimenti lo spirito contemplativo quasi inutile;
- dove stiamo andando così?
- tutti e tre stiamo soffrendo e vogliamo fare la volontà di Dio;
- ci accettiamo umilmente, anche se non ci sentiamo in sintonia, perché così diversi in tante vedute. (4 ottobre 1991)
I miei desideri non sono autentici, perché anche a fin di bene cerco me stesso e vorrei essere utile, fare tanto per il Signore (o per me?! !) e qui mi sento a disagio perché faccio molto poco e non conto nulla in concreto.
Gesù mi svela la sua volontà: "Non così dev'essere tra voi...". Devo cambiare, convertirmi al suo pensiero: ciò che conta per il Signore è servire e consegnarsi alla volontà del Padre, sapendo ciò che questo vuol dire.
"Il Figlio dell'uomo è venuto per servire e dare la vita". Gesù ha scelto di dimenticarsi, perdersi morire, rinnegarsi, umiliarsi...
Signore Gesù, purificami con il tuo sangue, nutrimi col tuo corpo: qui e adesso desidero ciò che tu vuoi per me: la solitudine, l'inutilità o quasi, l'incapacità di servirti nella comunità, perdutamente dimenticarmi. A me è impossibile, a Te tutto è possibile. Pietà, per Maria. (18 ottobre 1991)
L'essenziale è abbandonarmi al Padre, per portare a tutti Gesù, dipendendo di più dallo Spirito Santo come Maria. (25 ottobre 1991)
Il silenzio fa bene all'anima! (s. Teresa di Gesù Bambino). Comincio adesso! (31 gennaio 1992)
La preghiera e il sacrificio sono le armi invincibili e so per esperienza che, più delle persone, possono muovere i cuori (s. Teresa di Gesù Bambino). (11 febbraio 1992)
Bisogna arrivare a sentirsi deboli e incapaci e inutili; a prendere atto della propria reale povertà per potersi mettere in ginocchio davanti a Dio e consegnarsi a Lui che tutto può e che manifesta la sua potenza proprio nella nostra debolezza (2 Cor 7-10). (22 maggio 1992)
Godere della gioia di Dio! Nella preghiera dare tempo al sostare, respirare la gioia di Dio che emana, che prega in me, che mi spinge al bene per amarlo. Ogni istante, giorno e notte, posso entrare in comunione con Dio, posso essere in preghiera sempre e subito, in ogni situazione: con ogni persona, posso dialogare con il Signore ed esprimere tutto in Lui. Amicizia adorante con Dio. Via via che cresce l'amore, subentra la gioia della preghiera (D. Barsotti). (17 novembre 1992)
"Rimanere piccoli vuol dire riconoscere il proprio nulla, tutto aspettare da Dio, non inquietarsi di nulla" (s. Teresa di Gesù Bambino). (18 novembre 1992)
Vivere seriamente la conversione e questa lotta deve far soffrire, se è autentica! (16 febbraio 1994)

NOTE

[1] Questo lo dico perché quando nd 1977 è morto in concetto di santità padre Ferdinando Sozzi, missionario in Bengala per 44 anni, ancor oggi ricordato da vescovi, preti e fedeli (persino dai con fratelli e questo è il massimo!) come un autentico e grande santo, mi ero subito proposto di scriverne la biografia. Ma non ho nemmeno incominciato a scrivere, perché sia negli Archivi del Pime a Roma e in Bangladesh, come tra i suoi parenti e amici a Saronno (Milano), non ho trovato che scarsissime lettere e materiale scritto! Scriveva poco e poi, come mi hanno detto, bruciava le lettere ricevute e i suoi scritti. Una vita esemplare che non può più essere di esempio ai missionari e ai bengalesi. L'unico vero ricordo di padre Sozzi è la lunga e commovente intervista sulla sua vita missionaria, che gli abbiamo fatto l'unica volta che è tornato in Italia nd 1974. Chiacchierando, ha risposto volentieri alle domande, ma poi non voleva che il servizio, da lui rivisto e corretto, fosse pubblicato. Ha accettato solo dopo l'intervento dei superiori che l'hanno convinto! (P. Gheddo e S. Bordignon, "I miei 44 anni di missione in Bengala - Intervista a p. Ferdinando Sozzi", in "Mondo e Missione", ottobre 1974, pagg. 501-522).
[2] Che comprendevano anche "l'impegno di un aggiornamento teologico e la preparazione ddla Parola di Dio per i suoi", come ha testimoniato padre Andrea Gasparino (vedi il capitolo VI).
[3] Lettera a p. Mario Faccioli, 17 settembre 1977, AGPIME 100, 1288, VI, 558. Al termine di questa lunga lettera scrive a Faccioli che nella prossima gli scriverà delle "spese astronomiche sostenute", e aggiunge: "per fortuna sono assicurato", ma paga tutto l'assicurazione Emi (che non è l'editrice di questo libro!) .
[4] Lettera da Ndame del 2 agosto 1991.
[5] Laura, Annalisa, Sonia, Rosanna, Silvia, Marilena. Lettera del 15 marzo 1991.
[6] Lettera circolare da Bissau, 10 ottobre 1975, AGPIME 100, 1288, VI, 625.
[7] AGPIME 100, 1288, VI, 626.
[8] Una semplice agenda da tavolo dell'anno 1983 scritta a mano dal 1983 fino all'anno 1994, ritrovata nel suo confessionale a Ndame dopo la sua morte.