PICCOLI GRANDI LIBRI  CARLO MARIA MARTINI
Cardinale  

IL SEGRETO DELLA PRIMA LETTERA DI PIETRO
Un corso di esercizi spirituali

Piemme, 2005

L'avventura degli Esercizi

Da sempre amati, per una speranza eterna Parola e Chiesa La malizia del nostro cuore «Non amate né il mondo, né le cose del mondo!» . Il segreto della prima lettera di Pietro
Premessa metodologica Rigenerati dalla Parola La Prima settimana degli Esercizi Il combattimento per la fede La Seconda settimana degli Esercizi
Il Principio e fondamento Sacerdozio santo Dodici atteggiamenti di peccato Inimicizie, divisioni, conflittualità I capitoli esortativi della prima lettera di Pietro
LECTIO E MEDITATIO
 1 Pt 1, 1-2
Frammenti penitenziali nella prima lettera di Pietro Una chiave per il ministero della Chiesa oggi Esortazioni
per l'ambito civile
LECTIO E MEDITATIO
 1 Pt 1, 3-12
Orazione e contemplazione La confessione sacramentale Il segreto della prima lettera di Pietro
Raccomandazioni per l'ambito familiare
«E finalmente
siate tutti concordi»
Conclusione
È grazia soffrire per amore di Cristo Discernimento spirituale Passione Esortazioni ai presbiteri Riconoscere la grazia di Dio (omelia)
La beatitudine della sofferenza Consolazione e desolazione Entrare nei sentimenti di Gesù 1. «Con-presbitero» «La vera grazia di Dio»
La prova della persecuzione Insegnamenti preziosi Predizioni della Passione 2. «Pascete il gregge» La forza rigeneratrice della Parola
Una rivelazione incomprensibile al mondo Le predizioni realizzate 3. Il premio finale L'amore per Gesù
La porta della Trinità Sulla croce Conclusione

 

DA SEMPRE AMATI, PER UNA SPERANZA ETERNA

Mi lascio ispirare per la preghiera iniziale dal testo della lettera agli Ebrei:

«Entrando nel mondo, Cristo dice: / Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, / un corpo invece mi hai preparato. / Non hai gradito / né olocausti né sacrifici per il peccato. / Allora ho detto: Ecco, io vengo / - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - / per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 4).

Signore Gesù, fa’ che queste parole siano nostre. Noi siamo qui per compiere, o Padre, la tua volontà nella quale sta la nostra pace. Donaci l’abbondanza dello Spirito affinché possiamo vivere secondo la tua volontà ora, momento per momento, e discernerla nella nostra vita. Spirito di amore e di santità, vieni in noi con i tuoi doni di sapienza, di intelletto, di consiglio. Illumina i nostri cuori e le nostre menti.

Premessa metodologica

Una domanda previa mi ha accompagnato e inquietato nei giorni scorsi: sarà proprio utile la prima lettera di Pietro per accompagnare un corso di esercizi?

È vero, e l'ho già accennato, che il carisma di sant'Ignazio è stato appunto di riassumere nel suo libro il dinamismo fondamentale delle Scritture.

Tuttavia non ogni pagina della Bibbia è ugualmente adatta per guidare il cammino degli esercizi. Io stesso ho preferito finora scegliere delle figure - Abramo, Mosè, Davide, Samuele, Geremia, Pietro, Paolo ecc. oppure le pagine narrative dei vangeli, perché è più facile cogliervi un processo dinamico simile a quello degli Esercizi.

Ma in una lettera parenetica, dove trovare tale dinamica? Siamo sicuri che ci aiuterà davvero e non sarà un impedimento? Ecco il dubbio che avevo. Tanto più che la 1 Pt è, in parecchie pagine, lontanissima dalla nostra cultura occidentale, è datata, per esempio dove parla delle autorità, degli schiavi, delle mogli e dei mariti.

D'altra parte la lettera, come ogni libro della Scrittura, ha un suo svolgimento, simile a quello degli Esercizi. Leggiamo nel c. 1 che i profeti

«cercarono di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle» (v. 11).

In realtà gli Esercizi sono centrati sulla percezione delle sofferenze e della gloria di Cristo. La corrispondenza tra le Scritture e gli Esercizi è evidente.

E ancora, alla fine della lettera:

j «Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio» (5, 12).

Dunque lo scopo di Pietro, è di far riconoscere la volontà di Dio in ciò che stanno vivendo i destinata,ri della lettera, pur nelle sofferenze che li rendono simili a Cristo. E questo è molto consono alla ricerca della volontà di Dio, propria degli Esercizi.

Sono perciò fiducioso che la lettera ci aiuterà.

Da un punto di vista metodologico, dovremmo tenere presenti alcune domande: quale esperienza spirituale suggerisce il testo di Pietro che stiamo leggendo? Quali risonanze e affinità o resistenze trova in me? Quale relazione ha con la dinamica degli Esercizi? Oppure, specularmente: che cosa comporta a questo punto la dinamica degli Esercizi? Come la pagina che stiamo leggendo vi corrisponde e quali suggerimenti ne seguono per noi, per l'attualizzazione - è il momento della lectio e della meditatio -? Quali stimoli ne vengono per la preghiera e la contemplazione?

Il primo percorso va dalla 1 Pt agli Esercizi; il secondo dagli Esercizi alla 1 Pt.

Ciò che vorrei di nuovo sottolineare è che non intendo praticare la lectio divina della lettera, ma leggerla tenendo presente l'itinerario ignaziano.

Il Principio e fondamento

Riflettiamo sulla prima pagina degli Esercizi spirituali, chiamata Principio e fondamento.

È una sorta di premessa all'intero svolgimento del cammino, esprime la visione previa della vita dalla quale si parte per compiere l'itinerario di ricerca della volontà di Dio. «L'uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare, in questo modo, la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l'uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da qui segue che l'uomo deve servirsene, tanto quanto lo aiutino a conseguire il fine per cui è stato creato e tanto deve liberarsene quanto glielo impediscano. Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che è permesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito) in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l'onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve, e così tutto il resto, desiderando e scegliendo solo ciò che più ci porta al fine per cui siamo stati creati» (n. 23).

Questa pagina è Principio perché bisogna cominciare da Dio, Creatore, Signore e fine dell'uomo; ed è anche Fondamento, perché tutto ciò che si costruisce ha qui la sua radice: cercando anzitutto e solo la volontà di Dio, per la salvezza dell' anima.

Potremmo anche chiamarla una premessa teologica e metodologica degli Esercizi. Teologica, in quanto tutto parte da Dio; premessa metodologica in quanto tutto è subordinato alla ricerca del fine, cioè la volontà del Signore, e questo è a sua volta subordinato alla vita eterna e alla salvezza dell' anima.

Nella 1 Pt troviamo ugualmente un presupposto che può fare da principio e fondamento della lettera?

Parto da un' osservazione linguistica.

Ci sono molte proposizioni in forma indicativa, cioè affermativa e ci sono tante altre frasi esortative all'imperativo. Il testo è composto sempre come di due momenti: un momento affermativo, nel quale si asseriscono delle verità, e un momento esortativo nel quale si invita a vivere secondo tali verità.

Per esempio, momento affermativo: «Dio ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti per una speranza viva» (1 Pt 1, 3); oppure: «Venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (2, 5).

Momento esortativo: «Siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data» (1, 13); oppure: «A immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta» (v. 15); ancora: «Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale» (2, 2). È chiara anche sintatticamente la differenza tra l'indicativo e l'esortativo o imperativo.

Consideriamo dunque nella 1 Pt le pagine all'indicativo, che esprimono il principio e fondamento dell'esortazione, pagine che si trovano in particolare nei primi due capitoli, soprattutto da 1, 1 a 2, 10. Su di esse rifletteremo ora e nella prossima meditazione.

LECTIO E MEDITATIO DI 1 Pt 1,1-2

Notiamo che la 1 Pt è un capolavoro letterario ed è scritta con uno stile scorrevole, in un greco elaborato, di eccellente qualità, con un vocabolario ricco e vario. È inoltre densissima, suppone un' esperienza spirituale molto profonda e condensata. Noi però la avviciniamo in maniera semplice, secondo le scansioni della lectio divina: la lectio, che consiste nel leggere e rileggere il testo, per metterne in rilievo le scansioni, la struttura, gli elementi portanti, le parole chiave; la meditatio, che consiste nel chieder ci quali sono i valori del testo, in relazione al momento degli esercizi spirituali che stiamo vivendo; infine la contemplatio, che ci mette davanti al Signore Gesù per entrare in colloquio con lui che ci ha parlato attraverso il brano biblico. È il tempo prezioso del vostro dialogo personale col Signore e mi limiterò ad offrirvi qualche spunto di preghiera, a modo di avvio.

Mittente, indirizzo, augurio

I primi due versetti - il cosiddetto praescriptum epistolare - tengono il luogo di quella che per noi è la busta, sulla quale scriviamo l'indirizzo e il mittente:

«Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia, eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue: grazia e pace a voi in abbondanza» (1 Pt 1) 1-2).

* Anzitutto il mittente, Pietro.

È un pescatore di Galilea diventato poi apostolo; come sappiamo dai vangeli, ha avuto la grazia di proclamare Gesù Cristo Figlio di Dio, Messia; è colui che l'ha rinnegato ed è stato perdonato; che ha seguito il cammino delle primitive comunità da Gerusalemme, a Giaffa, a Cesarea.

Come apparirà alla fine della lettera, Pietro è stato aiutato nella stesura da Silvano. Del resto gli esegeti sono scettici sulla paternità petrina e si domandano: come poteva un pescatore scrivere in modo tanto elaborato, con un linguaggio preciso, profondo, denso e incisivo? La lettera non è forse da addebitare alla primitiva comunità romana, dove c'erano persone di grande cultura?

Sta di fatto che l'epistola è messa sotto l'autorità di Pietro, «apostolo di Gesù Cristo». La sua missione è quella di inviato da Gesù e tutta la sua dignità è relativa appunto a lui.

* A chi scrive Pietro?

«Agli eletti dispersi». La traduzione CEI del testo parla prima di «fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia...», e aggiunge poi «eletti secondo la prescienza di Dio Padre...». Il testo greco, invece, più concisamente recita: «Pietro... agli eletti dispersi (eklektois parepidémois); ed è molto forte il collegamento.

«Eletti» richiama la grande dignità del popolo di Israele, il popolo eletto; propone la grande dignità di essere scelti da Dio, con amore, dall' eternità, per una missione. Mentre «dispersi» evoca povertà e fragilità, indica la sofferenza di gente che non ha una patria ed è messa ai margini della società. «Dispersi» vuol probabilmente dire che non abitano in modo stabile in un luogo e mancano dei diritti civili fondamentali. Costituiscono perciò la parte un po' disprezzata della popolazione, come lo sono oggi molti profughi e lavoratori stranieri che non hanno diritto di cittadinanza.

C'è forse (ma è difficile stabilirlo con certezza) anche una memoria del popolo ebraico in diaspora: come il popolo ebraico, anch' essi partecipano della dispersione tra le genti, che costituisce una particolare presenza salvifica di Dio pure in situazioni umili e povere.

Interessanti le indicazioni geografiche. «Dispersi»: nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell' Asia e nella Bitinia. Probabilmente si tratta di quattro e non di cinque regioni romane, perché il Ponto era unito alla Bitinia. Tutte e quattro er.ano regioni dell'odierna Turchia, allora lontane dai grandi centri di comunicazione.

Non è facile spiegare l'ordine in cui sono menzionate. Si parte dal Ponto, al nord della Turchia, si scende verso il centro con la Galazia e la Cappadocia, ci si sposta verso l'ovest con l'Asia, provincia visitata pure da san Paolo, e si ritorna al nord con la Bitinia. Gli esegeti si chiedono il perché di tale ordine e ritengono che ci si debba riferire all'itinerario che seguirà Silvano, per portare la missiva. Possiamo dunque seguire il percorso di questa lettera che, notiamo, è circolare, rivolta cioè non a una comunità, ma a molte, a cristiani sparsi in mezzo ai pagani, abbandonati a se stessi e quindi privi di una forte esperienza comunitana.

È bello notare l'amore con cui un apostolo da lontano, cioè da Roma, vuole essere vicino a questi cristiani nella loro situazione storica, geografica e culturale.

Osserviamo ancora che l'elezione, l'essere amati da Dio, viene subito specificata trinitariamente, ed è molto importante perché sta a dire che il pensiero, della Trinità riempiva il cuore dei primi cristiani: «eletti» «secondo la prescienza di Dio Padre» (cioè Dio Padre da sempre vi ha amato e vi ha scelto); «mediante la santificazione dello Spirito» (lo Spirito opera in voi, siete lavorati, santificati, mossi dallo Spirito); «grazie all'obbedienza e al sangue di Gesù». Distaccandomi dalla traduzione CEI, «per obbedire a Gesù Cristo», preferisco allinearmi con l'esegeta Elliott: «grazie all'obbedienza che Gesù ha fatto al Padre». È l'obbedienza che Gesù ha vissuto rispetto al Padre che ci rende eletti. «Grazie all'aspersione del suo sangue»: come l'aspersione del sangue consacrava l'arca dell' alleanza e indicava l'elezione di Israele.

Non abbiamo tempo di scrutare tutte le radici veterotestamentarie delle parole di Pietro; possiamo però capire come sono dense di richiami, in particola re all'aspersione del sangue che Mosè fa nel c. 24 dell'Esodo, aspersione del popolo e dell' altare:

«Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l'altra metà sull'altare. C..) Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell' alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!» (vv. 6.8).

Mi piace infine ricordare che il termine «prescienza» (prognosis) occorre solo due volte nel Nuovo Testamento, qui e in At 2, 23:

«Dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e lo avete ucciso»

dove indica la preveggenza di Dio per le sofferenze di Gesù. Tuttavia si trova anche altrove il verbo progignoskein, per esempio in Rm 8,29 (proégno), dove Paolo descrive la conoscenza e l'amore di Dio, che dall' eternità ha conosciuto e poi scelto.

Vedete come questa lettera è densa fin dalle sue prime righe.

* A conclusione dei primi due versetti, l'augurio: «grazia e pace a voi in abbondanza».

Un augurio abbastanza raro nel Nuovo Testamento, perché di solito troviamo «grazia e pace a voi». Qui si aggiunge il verbo plethyntheie: abbondi, si riempia in pienezza in voi la grazia e la pace di Gesù.

Questo augurio di grazia e pace in abbondanza si trova pure nell'indirizzo (1,2) della 2 Pt. È una caratteristica delle due epistole petrine.

Coscienza battesimale

Ora, nel momento della meditatio, ci domandiamo: a quale esperienza spirituale rispondono queste parole? Certamente sono frutto di una profondissima e ricchissima esperienza.

A me sembra che rispondano, sia in Pietro che scrive, sia nei cristiani dispersi che leggono, a una forte coscienza di un Dio che ci ha amato per primo, opera in noi per mezzo dello Spirito e ci salva grazie all'obbedienza di Gesù. Potremmo dire, una straordinaria coscienza battesimale: Dio ci ha amati per primo, lo Spirito santo ci santifica nel battesimo, Gesù ci redime donando la sua vita per no!.

Ci chiediamo: che cosa corrisponde in me, in noi cristiani di oggi, a tale esperienza spirituale? Abbiamo davvero una profonda coscienza battesimale del nostro legame con la Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo?

Oggi purtroppo abbiamo spesso di noi una visione ristretta, un po' grigia e rassegnata. Il nostro cristianesimo consiste nel fare certe cose, nel compiere certi obblighi, nel portare certi pesi, nell' eseguire certe osservanze; e ci consideriamo una piccola e povera realtà rispetto alla potenza mondana. Tutto questo lo viviamo con smarrimento e non con la coscienza della grazia di Dio.

Se la nostra coscienza battesimale è scarsa, è dunque urgente chiedere la grazia che venga ravvivata. Di fatto tocchiamo qui l'esperienza del Principio e fondamento, quella di essere creature di Dio, da lui amate e chiamate a una grande missione.

Avvio alla «contemplatio»

Vi invito a pregare contemplando la Trinità che è in noi e la chiamata di Dio per ciascuno, con gratitudine e con gioia, con fierezza e con orgoglio. Possiamo essere i più disperati o disgraziati uomini della terra, non contare niente politicamente o economicamente, e però siamo amati da Dio dall' eternità e lo Spirito opera in noi per una grande missione.

Pietro vuole indicarci appunto le conseguenze della straordinaria elezione trinitaria del semplice cristiano, che vive in condizioni di solitudine o di debolezza: l'altissima dignità del cristiano che gli permette di essere fiero, gioioso, contento, ottimista, anche in situazioni di marginalità sociale e culturale, e addirittura nell'umiliazione e nella sofferenza. .

È la nostra coscienza battesimale e vocazionale, che dobbiamo coltivare quale principio e fondamento di tutto il nostro esistere e operare cristiano. La 1 Pt ci invita ad avere una grande idea di noi.

O Dio Padre nostro, Tu ci hai tanto amato fin dall'eternità e hai previsto tutte le situazioni nelle quali ci saremmo trovati nei diversi tempi della nostra vita. Tu ci hai riempito dello Spirito santo, perché ci desse la forza, il discernimento per vivere in verità ogni nostro giorno. Tu ci hai santificato e ci santifichi con l’obbedienza di Gesù fino alla morte e con l'aspersione del suo sangue, che vengono continuamente rinnovate in noi nell’Eucaristia. Ti chiediamo, per intercessione di Maria, di riconoscere con gioia i tuoi grandi doni, per poterli mettere a frutto nella vita quotidiana, a servizio della tua Chiesa.

LECTIO E MEDITATIO DI 1 Pt 1, 3-12

Passiamo ora alla lettura dei versetti successivi:

«Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell' oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo; voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle. E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il vangelo nello Spirito santo mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1 Pt 1, 3-12).

È una pagina ricca di prospettive teologiche, piena di entusiasmo e di speranza.

Cerchiamo anzitutto, nel momento della lectio, di cogliere la struttura del testo, che si compone di tre parti: la coscienza escatologica del cristiano (vv. 3-5), la gioia nella prova (vv. 6-9), la coscienza messianica del cristiano (vv. 10-12). Sono per così dire tre elementi di principio e fondamento.

La coscienza escatologica del cristiano

«Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo». Inizia con quella che in ebraico si chiama berakah, una benedizione, che conosciamo da altre lettere del Nuovo Testamento, per esempio 2 Cor: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (1, 3).

Alla benedizione seguono delle proposizioni affermative, che indicano il principio e fondamento dell'esortazione della lettera: «Dio nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

La parola chiave è speranza: «Dio ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva», speranza che viene poi specificata in tre modi: è un'eredità che «non si corrompe» (a-phtharton), «non si macchia» (a-mianton), «non marcisce» (a-maranton). L’alfa privativo indica come questa speranza è assolutamente intoccabile e ha un carattere di definitività. È l'esperienza di una apertura eterna, non limitata a piccoli tempi della vita e all'esistenza terrena. E benediciamo Dio che ci ha donato una prospettiva che va ben al di là della morte, per raggiungere la pienezza stessa di Dio, la sua felicità.

Speranza viva che «è conservata nei cieli per voi». Pietro, dopo aver detto: «Dio ci ha rigenerati», passa subito al «voi»: «Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi».

Siamo ammirati di come la primitiva comunità cristiana riusciva a esprimere in maniera così profonda il dogma. Noi non saremmo capaci oggi di scrivere una frase tanto densa come questa.

Il termine è dunque la speranza viva, che è eterna, che viene conservata nei cieli dalla potenza di Dio e che si rivelerà negli ultimi tempi. È una speranza escatologica. E il principio e fondamento è questa speranza del cristiano, resaci certa da Dio e donataci mediante la risurrezione di Gesù dai morti.

La gioia nelle prove

Ne deriva un secondo principio e fondamento ed è la gioia nelle afflizioni (vv. 6-7): «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo». Il cristiano, attendendo la manifestazione escatologica di Gesù Cristo, sperimenta la gioia pur nelle prove del presente.

Dopo la menzione di Gesù Cristo alla fine del v. 7, leggiamo un' effusione d'amore molto bella nei vv. 8 e 9: «Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime».

È un approfondimento del pensiero fondamentale. Dal momento che tutto è giocato sulla speranza di ciò che verrà e la speranza riempie di gioia il momento presente, vi riempie di gioia anche l'amare Gesù, pur senza averlo visto. È la beatitudine che sgorga dalla speranza, dall' amore e dalla fede, e si manifesterà alla fine nella salvezza delle anime.

Osserviamo come quella che è stata proclamata speranza viva nel v. 3 viene poi ripresa come fede nei vv. 7 e 9: «il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro», «mentre conseguite la mèta della vostra fede».

Notiamo inoltre che ambedue le parti terminano con la menzione della salvezza escatologica. Il v. 5 recita: «Dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi»; e il v. 9: «mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime».

Questi versetti sono dunque una grande contemplazione mistica della salvezza escatologica del cristiano ed esprimono la coscienza della gioia che essa suscita fin da ora, nel presente.

Coscienza messianica

I vv. 10-12 offrono un terzo principio e fondamento: il riconoscersi l'oggetto ultimo del disegno di salvezza proclamato dai profeti nel Primo Testamento. Tutto ciò che è avvenuto riguarda noi: «Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti che profetizzarono sulla grazia a voi destinata» (v. 10).

Il v. 11 è considerato una lente ermeneutica per la lettura dell'intera Bibbia: «cercando di indagare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle».

Viene alla mente il discorso di Gesù ai discepoli di Emmaus: i profeti avevano previsto le sofferenze e le glorie del Cristo che si sono avverate oggi per voi (cfr. Le 24) 25-27).

Ciò viene detto più chiaramente nel v. 12: «E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, erano ministri di quelle cose che ora vi sono state annunziate da coloro che vi hanno predicato il Vangelo nello Spirito santo mandato dal cielo; cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo».

Siamo di fronte a una profonda intuizione profetica sul signicato di tutto il Primo Testamento, che ora si adempie nei cristiani.

Concludendo: al principio e fondamento costituito dalla coscienza battesimale (vv. 1-2), la 1 Pt aggiunge il principio e fondamento costituito dalla coscienza escatologica, dalla coscienza potremmo dire gioiosa delle sofferenze di fronte alla pienezza eterna, e della coscienza messianica di essere il punto di arrivo della storia di salvezza.

Prima di passare alla meditatio, sottolineo due parole chiave del testo.

Speranza e salvezza

La prima parola chiave l'ho già accennata: è speranza (v. 3): «per una speranza viva», che ritornerà in 1, 13: «Fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data»; e ancora concluderà l'esortazione dal c. 1: «Così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio» (v. 21).

La speranza è il leit-motiv presente in tutto il capitolo 1.

Un'altra parola chiave è salvezza: «Dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza» (v. 5). Ritorna al v. 9: «Mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime», e all'inizio della terza parte: «Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti».

Ci accorgiamo perciò che non senza motivo sant'Ignazio pone salvezza come parola chiave del suo Principio e fondamento: «L'uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare in questo modo la propria anima» (n. 23).

È un'espressione che ritorna al n. 177, dove si parla dell' elezione, che è il cuore degli Esercizi e si può fare in una situazione di tranquillità, «tenendo presente perché l'uomo è nato, cioè per lodare Dio nostro Signore e per salvare la propria anima». E di nuovo al n. 179, quando dice che occorre scegliere «ciò che mi sembri meglio per la gloria di Dio nostro Signore e per la salvezza della mia anima».

Non siamo più abituati oggi a parlare di salvezza dell'anima, ma comprendiamo che è un termine tradizionale nella Scrittura e negli Esercizi, e indica il fine dell'uomo quale liberazione dal pericolo della morte eterna.

Attualizzazione

Dopo la lectio vi suggerisco qualche riflessione per il momento della meditatio.

* Se ci domandiamo in quale misura la speranza escatologica è viva e presente oggi nella Chiesa, dobbiamo purtroppo rispondere che è piuttosto dimenticata.

Dalle inchieste sociologiche si ha l'impressione che oltre il 50% di coloro che si ritengono cristiani non credono nella vita eterna o comunque la considerano un' appendice possibile: dobbiamo vivere bene in questa vita, tanto meglio se ce ne sarà un'altra! Non è affatto una prospettiva sull' orizzonte eterno che illumina il presente. In realtà il presente viene illuminato da principi buoni, ma non è letto in quell'ampiezza senza limiti che è l'eternità.

Forse ci siamo lasciati contagiare dall'atmosfera creata dal marxismo nel secolo scorso, che poneva ogni speranza di giustizia su questa terra.

A mio parere la caduta dell' orizzonte escatologico è una delle carenze più gravi della Chiesa in Occidente. Basta confrontare le iscrizioni dei cimiteri dei secoli passati, dove sempre ci si riferiva all' aldilà, con le iscrizioni di oggi dove al massimo si legge: visse una vita buona, fu un buon cristiano, un uomo onesto, leale. Nessuna apertura alla speranza escatologica.

La lettera di Pietro ci ricorda dunque un grave

deficit della nostra Chiesa.

E notiamo che la speranza della vita eterna non è di per sé soltanto speranza della mia salvezza personale, di andare in paradiso, ma speranza che si manifesti il Regno, che venga il giudizio finale sulla storia a mostrare la glorificazione del Cristo risorto, che venga il momento in cui l'umanità intera riconoscerà la regalità di Cristo.

È una speranza che muove tutto il nostro operare perché comincia a realizzarsi fin da ora e, a partire dai suoi segni premonitori, noi dirigiamo il nostro lavoro anche pastorale e apostolico. Soprattutto il Vescovo è chiamato a custodire la grande speranza della venuta del Regno e a indirizzare i cammini della Chiesa nel quadro di questa visione globale.

Mi piace citare una frase di san Paolo:

«Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 8).

Mi colpisce l'espressione «che attendono con amore la sua manifestazione», cioè non solo l'aspettano come fine di tutto, ma la amano, la desiderano, la prevengono, la pongono in opera fin da ora.

* La seconda linea di meditazione che suggerisco è presente nei versetti centrali (vv. 6-8).

Quando si ha la visuale del regno di Dio che viene e che noi attendiamo, è più facile considerare le difficoltà e le sofferenze come prove purificanti che preparano il Regno. Tali prove non sono incidenti di percorso o momenti difficili per i quali prima o poi è necessario passare, bensì vere preparazioni alla glorificazione totale del nome di Gesù nel mondo.

Non a caso Pietro scrive: voi attraverso queste sofferenze già «conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (v. 9). La mèta della fede è conseguita da voi fin da questo momento se vivete con una visuale grandiosa della fine della storia.

Signore, tu vedi come la tua Chiesa è spesso oppressa dalle fatiche di ogni giorno e rischia di perdere la speranza e la gioia della vita eterna. Viviamo talvolta rassegnati, portando la nostra croce, ma senza renderei conto che questa croce è fonte di gioia e di purificazione per un ideale in vista del quale vale la pena di spendere tutta la nostra vita. Allarga il nostro cuore e quello di tutti i cristiani, perché possiamo conoscere la speranza a cui siamo chiamati. E concedi che ogni Eucaristia sia esperienza e pregustazione della pienezza che tu ci prepari.