PICCOLI GRANDI LIBRI  DALMAZIO MONGILLO
PER LO SPIRITO
IN CRISTO
AL PADRE

Meditazione sulla comunione con le Persone divine

EDIZIONI QIQAJON - 2003 - COMUNITÀ DI BOSE

TRINITÀ AMORE

LA COMUNIONE CON LE PERSONE DIVINE: VOCAZIONE DEL CRISTIANO NEL POPOLO IN CAMMINO VERSO IL REGNO DOCILI E OBBEDIENTI ALLO SPIRITO AMICI DI GESÙ TESTIMONI DELLA MISERICORDIA
DEL PADRE
1. Figli nel Figlio 1. Unica è l'esistenza terrena. 1. Cristo effonde lo Spirito 1. Non vi chiamo servi ma amici (Gv 15,15) 1. Immagini della gloria del Padre
2. Le vergini sagge (Mt 25,1-13), specchio di esistenza fedele Il tempo della crescita in Cristo La Pentecoste Gesù invita a volersi suoi amici La gioia di scoprirsi figli e figlie
3. La santità è vocazione e possibilità universale 2. "Invaghimento" dell'invisibile Nella chiesa lo Spirito prepara la Parusia Gli appuntamenti di Gesù amico Nella volontà del Padre è pace
Amarsi e amare nell'amore del Padre La docilità allo Spirito L'amicizia di Gesù stile e norma di vita La trepidazione di chi ama
Il riconoscimento di Dio fine ultimo 2. "Vieni, santo Spirito" 2. In Gesù, via alla verità e alla vita 2. Il Padre educa all'affidamento e alla responsabilità
Rendere ragione della speranza (1Pt 3,15) Le due mani del Padre Gesù remissione dei peccati e via al Padre La pace di sorgente
3. La dimensione escatologica della fede L'azione invisibile dello Spirito Gesù partecipa la conoscenza della verità del Padre Onnipotenza e "impotenza" del Padre
L'attesa della Parusia Lo Spirito rende capaci di amare Gesù vivifica nella sua eucaristia Il Padre conforma nella sua misericordia
Amare nella compassione di Gesù 3. Lo Spirito, la sequela di Gesù e la crescita della chiesa 3. Gesù dona alla chiesa Maria per madre 3. Il Padre è fedele al suo amore
La santità
In ascolto di Gesù
I doni per la crescita della chiesa
LE PRIMIZIE DELLA BEATITUDINE
O TRINITÀ BEATA

NEL POPOLO IN CAMMINO VERSO IL REGNO

1. Unica è l'esistenza terrena. Il tempo della crescita in Cristo

Gesù nella sua umanità ha svelato all'umanità il senso ultimo della persona corpo, anima e spirito, delle tendenze e inclinazioni di cui è dotata, della grazia che si innesta in esse e le abilita ad assecondare la vocazione alla pienezza della propria identità. Nessuna persona disattende impunemente la luce che questa rivelazione proietta sull'umanità e sulla storia. Tutte sono chiamate a volersi cooperatrici della propria perfezione finale per la via nella quale è possibile volerla in verità, e cioè nel consenso al Padre giusto e misericordioso.

La persona che si libera dalla schiavitù del peccato, dalla prigione del sensibile, si protende verso l'unione prefigurata e implorata dal segno dell' acqua nel vino prima dell' offerta: "per questa unione dell' acqua e del vino possiamo essere uniti alla divinità di Colui che ha preso in sé la nostra umanità" (Liturgia eucaristica). Colui che ci ha creati senza noi, non ci porta alla perfezione senza la nostra cooperazione.

L'umanità e le persone che la compongono sono protese al compimento, sono chiamate a essere "perfette" come il Padre (Mt 5,48), il Santo (Lv 19,2; 1Pt 1,15), e a diventarlo facendo fruttificare i talenti (cf. Mt 25,14 ss.), portando frutto nella vite che è Cristo (cf. Gv 15,1 ss.), che fa diventare simili al Padre (cf. 1Gv 3,2).

Tutto ciò nel tempo del pellegrinaggio (cf. 1Pt 2,11), il solo donato per crescere nella fedeltà all'invisibile (cf. 1Pt 1,8).

La docilità a questo disegno è contrastata, si sviluppa in un mondo di conflitti resi acuti dalla presenza del maligno che insidia le opere di Dio (cf. 1Pt 5,8) e ha alleati potenti nell'instabilità della volontà e nella divisione interna della persona (cf. Rm 7,14ss.). Amministrare con saggezza e fedeltà le proprie responsabilità è consentire all' attrazione di Dio unitrino, è vivere nell' attesa che essa suscita.

Il caso serio, la cosa necessaria in modo unico (cf. Lc 10,42), per chi crede nella vita del mondo che verrà, è perseverare fino alla fine (cf. Mt 10,22; 24,13) nell'amare, nell'operare, nel contrastare il disordine antico e universale, che rende arduo e faticoso il rispetto della dimensione "sacramentale" del vivere in Cristo. In lui nascere non è solo cominciare a morire e il tempo non è solo avanzare verso la fine. È soprattutto presenza al Padre, preparazione della manifestazione del Regno, crescita nella docilità allo Spirito, nella coerenza con il nome con cui saremo per sempre chiamati nella comunione dei santi.

Amare in Cristo è crescere nella disponibilità a essere uno in lui, a coltivarsi in comunione, e per ciò stesso sottrarsi alla dissociazione, all'indifferenza, al rifiuto, ai nemici dell'aspirazione alla felicità piena, totale, senza fine. Tutti vogliono essere felici, nessuno vuole essere infelice, neppure coloro che desistono dall' attuare le premesse per diventarlo. Questo desiderio di perfezione, di pienezza, è di tutta l'umanità ma è assecondato dalle persone che sono operatrici di pace e si vogliono responsabili delle realtà del cosmo.

L'aspirazione, però, non è la felicità, è energia che permea e impasta i dinamismi e le tendenze umane, è indistruttibile, spinge a volere, ma la persona deve decidere l'altro da sé nella cui unione spera di essere anch' essa felice. Come la sete si appaga quando la persona beve, la felicità desiderata è fruita quando si consegue il bene a cui è collegata.

La densità del desiderio del bene, perseguito in intelligenza e fede, evidenzia la sua ricchezza e fa balenare la via alla pace del vivere. La Parola di Dio conferma ed eleva l'esperienza comune, la connette alla dimensione spirituale, immortale, della persona che, creata a immagine di Dio e per Dio solo, in lui, da lui, con lui trova la pienezza di sé.

In Gesù Cristo la storia e l'umanità sono state assunte da Dio, in lui il tempo è diventato dimensione di Dio che è l'eterno (cf. Gal 4,4-5). Egli lo ha sottratto non alla durata, allo sviluppo, ma alla vanità; lo ha reso santo e cioè da santificare, da rendere epifania e implorazione operosa della pienezza, vivificata dalla certezza che egli è, viene e verrà, attira e conduce al fine, accoglie nella comunione con sé.

In Gesù il tempo può essere santificato, vissuto in unione di fede e di intenti con coloro che formano la comunione dei santi, contesto unico, in cui la persona impara ad amministrare la sete di felicità, se ne fa carico, ne interpreta e orienta le esigenze, supera la tentazione di volersi costruire in autonomia anarchica.

Nell' alternarsi di successione e durata, la persona avanza verso l'hora mortis, l'epifania che determina il cambiamento più radicale nell'esistenza e schiude il passaggio all'eternità. Questa continuità segna l'importanza decisiva della fase terrestre dell'esistenza, denominata via, in relazione a quella definitiva, la patria. Vivere in Gesù vero Dio e vero uomo, il Risorto, la Parola suprema di Dio sulla storia, è vincere il limite del tempo: non farne astrazione, ma non esserne prigionieri. Ciò che saremo definitivamente si costruisce nella docilità al battesimo, tra l'inizio e la fine della nostra vita terrena, e ha i caratteri del mistero, affascina e atterrisce, è luminoso e tremendo.

Il Padre chiama a entrare nella dimora trinitaria coloro che anche nella morte desiderano essere in lui, sono incorporati in Cristo, animati dalla carità dello Spirito. Quest' accoglienza è dono e premio, perché le opere che la carità ispira e permea sono azione dello Spirito nel fedele e del fedele nello Spirito, incarnano il desiderio di comunione e di docilità al Padre che porta a compimento l'opera della sua misericordia. Essere docili è obbedire all'impulso dello Spirito che vivifica il processo di crescita nella santità accolta nella gratitudine; è vivere da bambini appena nati, desiderosi del latte che fa crescere nella nostalgia della salvezza (cf. 1Pt 2,2).

Questo rapporto d'amore, ineffabile, colma di meraviglia e di stupore. La persona coinvolta in esso non è sola, è immagine di Persone in relazione, creata nel Verbo per essere partecipe della vita trinitaria e abitata dalla consapevolezza che la carità della via è della stessa essenza di quella della patria.

Nei confronti del Padre ogni persona che ama è sempre e solo accoglienza e in essa diventa dono. La relazione con Dio, l'invisibile, suscita vigilanza, discernimento delle modalità attraverso cui l'unione con lui diventa habitat della pace con sé, della comunione amica e giusta con il prossimo, del saggio uso della creazione. Dimorare in Dio è coltivarsi nella fede amorosa in lui e nella carità verso la famiglia umana, è non separare mai Dio dall'umanità e dalla creazione e queste da Dio. Lo Spirito di sapienza abilita a vivere quest'equilibrio e ad assecondare le operazioni attraverso le quali le persone nella comunità cristiana perseverano nel retto cammino.

Dio e gli altri da noi sono persone non oggetto di cattura: si invitano, attirano, non esercitano violenza. L'unione con le persone non è fusionale né fisica. E comunione in crescita, che si attua nei legami di conoscenza, di amore, di condivisione fraterna e sfocia nell'unione beata, intelligente e libera con Lui, unico supremo bene, pace di ogni cuore che lo ama.

2. "Invaghimento" dell'invisibile

Amarsi e amare nell'amore del Padre

Caterina da Siena si dichiarò "ansietata di grandissimo desiderio" all'alba del "dì di Maria", il giorno in cui il Signore la iniziò al "dialogo" (l), "Ansietata" deriva da sete, ne indica l'intensità come nel Salmo 42: "Quando vedrò il volto di Dio?". Anche lo Spirito con la sposa grida: "Vieni" (Ap 22,17).

La speranza della vita eterna, diversa per ogni persona, si nutre in tutte della convinzione che "Colui che ha iniziato l'opera bella la porta a compimento" (Fil 1,6) e cresce nella docilità allo Spirito che sana ed eleva l'innesto tra la verità conosciuta, amata, e la decisione elettiva di volersi bene nel Bene. Questa corrispondenza è il dono che la persona fa a se stessa quando, in reciprocità amica e giusta, si dona nell'umanità redentrice del Cristo al Padre e ne asseconda il disegno sulla storia.

Volere il Bene, volerlo con sincerità, nella convergenza delle proprie energie, volerlo con perseveranza, è dono nel quale la persona si ama, corrisponde all'amore nel quale Dio si è donato a lei, persevera nell'attuare le operazioni attraverso le quali si perfeziona mentre perfeziona la realtà. Sono denominate azioni immanenti e attraverso esse il Padre porta a compimento le singole persone e la storia nel corpo mistico del Cristo. Ciò legittima l'attenzione e la sollecitudine della comunità credente non solo nell'autenticarne le espressioni ma anche nell' esplicitarne il dinamismo.

La teologia, nella sua specifica attività di fede in cerca di intelligenza, nell' analisi dell' educazione all'agire consono alla vocazione in Cristo, centra tutta l'attenzione su Dio Trinità nella sua prerogativa di misericordioso che vuole che tutti siano salvi (1Tm 2,4), e sulla volontà, la facoltà della docilità intelligente alla verità che spira l'amore.

Dio Trinità attira a sé, indica la via per camminare nella sua volontà, sostiene nel cammino, compie l'opera della sua misericordia. Queste attività sono sintetizzate nel lemma "fine ultimo", bene supremo, universale e personale che cerca la persona umana, detta "fine prossimo", per il fatto che è dotata del potere di convergere nelle proprie potenzialità nel compiere ciò che piace al Padre (cf. Gv 8,29), di attirare il suo sguardo sulla sua vita, di consentire all' orientazione che lo Spirito imprime alla storia per renderla nuova in Cristo.

Questa preferenza accordata alla verità sul fine, ispirata dalla rivelazione e consona alle esigenze della ragione, è legittima: Dio Trinità è detto fine per il fatto che lungo tutto il tempo della storia, nella sua azione creatrice, trasformatrice, conversiva, suscita e dona compimento alla relazione differenziata nella quale attira e accoglie creazione e umanità, affinché perfezionino le tendenze nelle quali sono costituite, inverino la propria finitudine nella tensione alla propria pienezza e a quella dell'universo di cui fanno parte. La santa Trinità è principio e fine, alfa e omega, a lei appartengono il tempo e i secoli, a lei la gloria e il potere (cf. Liturgia). Essa provvede alla storia, tutto e tutti attira, nella partecipazione della sua beatitudine.

La rivelazione e le formule della professione di fede attribuiscono alla santa Trinità la determinazione dei fini ultimi di tutta la creazione, quelli che la tradizione denomina novissima. Questa, però, è una delle espressioni di questa prerogativa divina, non la esaurisce. Gli ambiti di essa si estendono a ogni relazione che l'umanità ha con Dio in corrispondenza alle iniziative del Padre in Cristo per lo Spirito.

Il fine ultimo è uno, è Dio unitrino, è onnicomprensivo, ammanta ogni azione, è luce che illumina di immenso tutto l'agire e rifulge nelle persone che nel relazionarsi con lui acquistano pienezza di bontà.

Le Persone divine sono fine, sorgente e termine di tutte le loro iniziative. Questa prerogativa è partecipata nell'umanità del Verbo e in quella che lo Spirito vivifica, e cioè nella persona umana distinta da tutte le realtà del cosmo, perché solo essa è dotata del potere di amare in libertà il Bene nel quale diventano appagate le proprie aspirazioni.

Dio fine ultimo include e trascende le iniziative e le operazioni che vivifica, volerlo fine è dimorare e operare nella sua volontà. Volersi in, con e per lui in Cristo e nello Spirito lode della sua gloria (cf. Ef 1,12.14), è volersi e volere a modo suo: sono tuo e tuo voglio essere.

Gesù nel rivelare il Padre ha rivelato anche l'umanità a se stessa. In tal senso questa verità è anche antropologica, e nel campo etico fonda il criterio per l' orientazione ed educazione all' agire amico.

Dio rende retto l'agire delle persone che consentono alla sua attrazione e assume il loro operare nel disegno della sua provvidenza. Volere il fine non è imporre a Dio il proprio, è consentire che egli compia, in, con e per le persone del suo amore, la sua opera.

E più facile immaginare che descrivere i dinamismi della mente che consente a Dio. Sono affini a quelli a cui allude il Profeta: "mi hai sedotto e mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto forza e hai prevalso" (Ger 20,7), o a quelli insinuati dalle specifiche forme di relazione denominate invaghimento (2), innamoramento, o ancor più profondamente a quello implicito nel celebre "non sono più io che vivo, Cristo vive in me" (Gal 2,20).

Fine è "l'altro dal desiderio" che attira la persona nella sua orbita, la conforma a sé, la rende capace di volersi anch'essa desiderio, dono di sé.

Fine è prerogativa di persone che suscitano attrazione, fascino, attirano. Dio è fine ultimo perché attira (cf. Gv 6,44; 12,32), accoglie in sé, nella sua vita la creatura che, frutto del suo desiderio, corrisponde alla sua iniziativa di amore attraverso le mediazioni che suscita.

L'appellativo "fine" qualifica, perciò, il modo di influire del Padre. Egli non violenta le sue creature e queste non avrebbero ragione di amarlo se egli non fosse il loro bene, se nella ricerca della pienezza del bene nel quale sono strutturate e dal quale sono portate, non fossero attratte da lui. Egli non si impadronisce del volere, sta alla porta, bussa (Ap 3,20). Anche a Maria il Padre chiede accoglienza per dare al suo Verbo l'umanità (cf. Lc 1,26 ss.). Egli agisce attraverso le prerogative di cui dota le sue creature, se ne prende cura, le potenzia, le eleva, le allea nell'umanità del suo Verbo.

L'influsso del fine è essenziale nella genesi del desiderio di volerlo e perciò di mettersi in cammino; il fine è guida, "pastore", indica la rotta, ne autentica le fasi, orienta il rapporto amicale.

Ogni persona umana è creata da Dio per se stessa ed è chiamata a essere unita con Dio attraverso le operazioni che derivano dalla sua libertà, la quale è mossa e si muove nell' orizzonte del bene che l'affascina, ed è costituita volente dal fine che l'attira.

Poiché Dio opera nella storia attraverso le creature del suo amore, coinvolge nell'attrazione al bene che da lui scaturisce l'umanità e la creazione, diventate nuove in Cristo.

Anche la corrispondenza della volontà all'amore trinitario si innesta nell'orientamento al Padre che lo Spirito suscita nell'umanità nella quale è effuso.

Nel consenso al fascino che il Bene esercita, la persona diventa accoglienza e, unita nell'affetto, si vuole protesa alla consecuzione dell'unione effettiva.

Ogni fase del cammino è retta quando si snoda nel fiat a Dio Trinità, nella volontà non rinnegata di crescere fino alla misura di pienezza, nell'obbedienza al sì del battesimo. Volersi per il fine è volersi in, con e per il Padre, è sperare nella piena e universale epifania della sua gloria. La forza di questa verità si esprime nella tensione che disincanta e svuota pretese solipsiste e indifferenze massificanti, e orienta nel superare gli ostacoli che rendono faticosa la via all'unione piena. Consapevole della propria fragilità e delle insidie della strada, chi ama persevera nell'implorazione e nella vigilanza, si vuole simile, implora perché l'amato continui a invitarsi, a volersi accolto, difenda dalla stanchezza che insidia quando l'amato non si vede, tace.

L'attrazione che il Bene-fine esercita ne partecipa l'universalità e nello stesso tempo è personale. Ognuno è attratto dallo stesso Padre e si coglie chiamato per nome da lui, che conosce tutti i suoi figli e riconosce ognuno che corrisponde al suo amore.

La carità del Padre ha l'universalità della paternità di Dio e fonda la relazione di ciascuna persona, che nel consenso a lui diventa "bambina" nella sua famiglia, la quale come Maria accoglie e conserva nel cuore tutto ciò che matura nei cuori umani, lo rigenera nel suo amore e ne fa offerta di lode al Padre in Cristo.

Gli atti di carità, puntiformi nella loro singolarità, sono di persone membra del popolo di Dio radunato nello Spirito. Solo il peccato, l'opera del maligno, del nemico dei fratelli, divide, separa, isola.

Lo Spirito effuso nel cuore apre gli occhi della mente e conferisce la dolcezza di consentire e credere nell' Amore che ama per primo. Frutto dell'iniziativa trinitaria, l'amore accolto rende cittadini del Regno (cf. Ef 2,19). È veramente tutto del Padre e tutto di chi ama nell'umanità del Verbo. "Dammi qualcuno che ama e comprenderà quello che dico: ama e fa' quello che l'amore ti ispira, ti fa volere" (Agostino).

Il riconoscimento di Dio fine ultimo

Non ogni persona conosce la verità su Dio fine ultimo in modo immediato: molte pervengono ad essa solo dopo lungo cammino. Talvolta si ha l'impressione che questo riconoscimento cominci nell'ora del vespro della vita, quando il pensiero si concentra sulle realtà indicate come fini ultimi. Quando ciò avviene, risulta difficile separare la riflessione sul fine da quella della morte e della paura di essa, e si costata anche che, nel resto della vita, queste persone, anche se teoricamente hanno affermato la verità sulla vita eterna, non sempre ne riconoscono le esigenze, né sempre realizzano con coerenza e perseveranza le condizioni perché essa vivifichi intenzioni e opere.

La rivelazione perfeziona ed eleva la conoscenza di questa verità, che ispira le persone nel fare dono di sé nella comunione interumana in Dio, in conformità all' esistenza svelata in Cristo.

L'unione amata e desiderata varia da quella già goduta in pienezza. Già l'unione affettiva è in qualche modo fonte di quella pace che nella vita presente il Padre fa fruire a coloro lo amano senza vederlo, nella speranza illuminata dalla conoscenza di amore (cf. 1Pt 1,8). Solo, però, quella effettiva, irreversibile, è pienezza di beatitudine. L'unione di presenza della persona amata segna la fine della ricerca, non della gioia, e quando la comunione è totale si irradia in tutta la sua forza. Il Padre è il primo amato, ma l'unione con Lui si consegue in pienezza solo nella patria beata.

La stanchezza, il silenzio, l'indifferenza nei confronti della vocazione a vivere eternamente in Dio diventano omissione di partecipazione al gemito della creazione (cf. Rm 8,22); se non sono contrastate, rischiano di paralizzare i dinamismi del vivere in grazia.

Queste situazioni derivano dalla condizione di peccato che fa oscillare tra la presunzione di volersi protagonisti, arbitri autonomi dell' orientamento del proprio cammino, e la pretesa di sottrarsi alla chiamata a cooperare in modo intelligente e libero con il Signore che tutto compie attraverso le persone che il suo Spirito vivifica.

La persona battezzata in Cristo cresce nell'impegno e nella gratitudine: si accoglie derivata sempre e in tutto dal Padre, chiamata a portare avanti la missione del Verbo, grata. Il grazie è atteggiamento permanente del fedele che consente al proprio essere rigenerato, cammina nella Via che è Cristo, impetra con gratitudine la misericordia del Padre di cui spera di vedere il volto.

Rendere ragione della speranza (1 Pt 3, I5)

l) Gesù Cristo nella sua chiesa potenzia e purifica ogni desiderio e lo assume in quello in cui, vivificata dallo Spirito, grida: "Vieni". Il grido è delle persone, ma queste sono nella famiglia. In essa il desiderio di tutti è quello di ogni persona. Figli del Padre si è per generazione e la condizione filiale qualifica ogni fase della crescita. Lo Spirito di Dio nulla trascura perché questa disponibilità si purifichi nella gratuità della libertà e nell'intelligenza di amore, sorretta dall' esempio e dalla comunione con i santi che affrettano il compimento della speranza.

Dio fine è Padre, Figlio e Spirito, è Persone, e la relazione con lui non è la proiezione del bisogno umano, è espressione della grazia che eleva l'inclinazione inscritta nella persona.

L'esperienza che si fruisce nell'amore di amicizia conferma che aborre la fine, è oggetto di sorpresa e cresce nella condivisione delle sollecitudini e delle speranze.

L'intesa sul bene amato è fondamentale per favorire la sintonia delle persone protese al bene e inquiete finché non lo raggiungono.

Quando la concordia sulla verità non permea la mentalità e il vissuto della comunità credente, anche coloro che aderiscono ad essa faticano a pensarla in modo organico e ordinato. Meditiamo con difficoltà le verità di cui l'esperienza generale non offre adeguati elementi di verifica. La visione cristiana del fine ultimo e delle realtà finali diventa eloquente nelle comunità in cui è norma di vita e alimenta l'impegno nel chiarirsi le radici delle difficoltà che ne contrastano l'irradiazione. La vittoria su di esse si accompagna alla conversione dalla mentalità del mondo (cf. Rm 12,2) alla fede in Dio e al superamento delle resistenze che la persona sperimenta nell'aderire con sincerità all'Invisibile.

Credere non è atteggiamento selettivo, è dimorare in Cristo, pensare e consentire a quanto rivela e assumerlo come norma di vita, non soccombere alle lacerazioni che l'adesione al Cristo determina. Presumere che basti la sola ragione per fondare le convinzioni operative, o presumere che la verità di fede diventi pensata senza che la ragione consenta ad essa, è dimenticare che solo la verità trasforma i cuori, e l'adesione alla verità del Cristo ha le sue logiche le quali si chiariscono nel sangue suo versato per la salvezza del mondo.

2) Rappresentarsi questa visione della vita solo attraverso processi di natura razionale è privarsi di elementi adeguati per proporla come orientamento di vita a livello universale.

Solo nella rivelazione la ragione si apre a Dio in se stesso, nella via che egli ha donato per tendere a lui, nelle concrete dimensioni ed espressioni del protendersi alla comunione con lui.

Solo Dio è l'ultimo di ciascuna persona e dell'umanità, e perciò una è la suprema aspirazione della speranza personale e cosmica.

L'ultimo corrisponde al primo. La via al fine è orientata dal desiderio della meta vivo nell'affetto e nella tensione. Diventa completo quando arriva Colui che mette fine all'attesa.

Oggetto del volere non è il volere, è la realtà voluta, ed essa, quando è persona, determina il volere e il cammino proteso ad essa.

La consecuzione dell'ultimo non consiste nella sola attesa. Solo bevendo la sete si placa. L'epifania di Colui che è il bene sommo determina il compimento, la fine dell'attesa. L'appagamento del desiderio non è frutto della decisione del desiderante, avviene quando Dio nella sua iniziativa determina la fine dello stato di via.

L'ultimo è causa come il primo, questi dell'esistere, quello della pienezza. Nessuna realtà esiste se non è chiamata all' essere da Colui che è, nessuna si muove alla pienezza se non è affascinata dal Bene supremo, nessuna persevera nella via, in tutte le fasi del cammino, se non perdura il consenso al fascino, nessuna consegue la pienezza se il Signore con il suo avvento non mette fine all'attesa. L'arrivo avviene nell'accoglienza alimentata dall' attesa, suscitata dalla promessa a cui la persona consente.

3) Le aporie che depistano e falsano la retta impostazione dell'operare sono di ogni genere, ma sostanzialmente differiscono in rapporto a come la persona si percepisce: o derivata da Dio e orientata a lui, o protagonista solitaria del proprio destino.

La mentalità della persona che si coglie fondata da Dio nel suo esistere e orientata da lui nel suo dinamismo, differisce da quella di coloro che pensano che la persona si dà il fine e che essa dà consistenza alla realtà a cui riconosce il potere di assecondare e quietare le proprie aspirazioni. In realtà nessuna persona è origine di se stessa. Ognuna, in quanto umana, nasce in un universo che non deriva da se stesso e che è destinato alla pienezza di sé nella relazione con Dio. La verità di Dio fonda nella verità la persona che se lo propone e consente a lui perché è, non è perché lo pensa.

Aiutare la persona a pensarsi nella necessità di darsi un fine ultimo, di dirsi in che cosa consiste, di perseverare nella retta volizione di esso, è spesso impresa molto ardua. Vincere la pretesa di dominare il proprio esistere pensato come preda da catturare, bene da possedere, realtà da gestire a piacimento, quasi un bambolotto con cui giocare ad arbitrio, esige una inondazione di misericordia che solo nella condivisione della compassione di Cristo trae luce e orientamento. Agire per Dio fine ultimo è condizione che trascende di molto le convinzioni solo intellettuali: esige la capacità di pensare e illuminare le ragioni del cuore e la delicatezza dell' attrazione di Dio, che sono frutto della sapienza e della misericordia dello Spirito.

Non meno dura la vittoria sul pensare Dio rimedio delle necessità umane, notaio che registra e recepisce le decisioni, parete a cui attaccare i poster delle nostre iniziative.

La resistenza a queste mentalità matura nella pace che si accompagna all'esperienza del volersi persone viventi in Cristo, sostenute nel cammino della storia dalla provvidenza del Padre nello Spirito, e di questa pace fruiscono solo coloro che irradiano la tenerezza della compassione di Gesù.

3. La dimensione escatologica della fede

L'attesa della Parusia

Osservando la realtà che emerge dalle rilevazioni sociologiche non si può non convenire con la Conferenza episcopale italiana che in Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia costata che "è offuscato se non addirittura scomparso nella nostra cultura l'orizzonte escatologico, l'idea che la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa. Tale eclissi si manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime e della vita eterna" (nr. 2).

Cooperare al superamento di questa mentalità è vincere la tentazione di centrare l'attenzione solo sul qui e ora che porta a sottrarre spazio e valore sia al passato, alla tradizione, sia alla memoria del non ancora, e nello stesso tempo educarsi a vivere il presente come tempo dell'impegno nell' attesa del compimento della beata speranza.

Questa conversione si opera in coloro che, nel consenso alla rivelazione e alla fede, pensano le realtà ultime nella loro luce vera, e cioè non solo nella loro fattualità, ma come opera che il Padre realizza in, con e per l'umanità di Gesù Cristo e delle persone che per la grazia sono state incorporate in essa e sperano di essere in essa pienamente se stesse. Separare gli eventi dalle persone in essi coinvolte è precludersi la possibilità di godere nel credere che "l'ultimo del tempo personale" è l'incontro nel quale il Padre accoglie i suoi figli di adozione nella visione della sua gloria, e "l'ultimo di tutta la storia" è il Cristo che consegna il Regno al Padre (cf. 1Cor r5,24) che in lui glorifica tutti coloro che sono in lui. La suprema rivelazione del Padre si attua quando egli sarà tutto in tutti, quando tutti saranno tutto se stessi in lui (cf. 1Cor 15,28).

Nella comunità credente e nella famiglia umana siamo compagni "nel meraviglioso e misterioso viaggio che è la vita... Per cui nulla si perde nella storia e ogni cosa può essere riscattata e acquisire un senso" (3) nella coscienza del popolo di Dio orientata all'avvento del Regno. Gesù è colui che viene. In lui la nostra storia si snoda tra il giorno della resurrezione e quello della sua venuta, si sviluppa nell' attesa del compimento, della vittoria del Padre su tutti i nemici del suo Cristo e dell'umanità raccolta in lui.

Nell'incarnazione e resurrezione è iniziata la ricapitolazione in Cristo, e la santificazione del tempo caratterizza quest'ultima ora, il tempo della chiesa, che durerà fino alla Parusia (4).

"Dove quest'attesa viene meno, c'è da chiedersi quanto la fede sia viva, la carità possibile, la speranza fondata" (5). L'oblio della meta a cui Dio conduce la storia universale e in essa quella personale, è oblio di Dio e di noi, è riconoscerlo a modo nostro e non a modo suo, è credere in un Dio che non è quello di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo.

Illoglio e il grano crescono nel mondo di Dio (cf. Mt 13,24 ss.). Il Padrone del campo veglia perché il primo non rechi danno al secondo. Più cresce nelle chiese e nelle persone la consapevolezza della propria identità e missione, più intensa diventa la sollecitudine per la conversione di coloro che si sottraggono alla speranza e alla tensione comune. La storia diventa amica in ogni esistenza sollecita di risolvere le difficoltà che polarizzano gli interessi, suscitano i conflitti, potenziano le guerre, legittimano la disattenzione alla celebrazione sacramentale che rigenera le espressioni della sollecitudine per il Regno nella continuità tra lode di Dio e gestione della creazione.

Amare nella compassione di Gesù

Ogni "cristo del Padre" per il battesimo è sacerdote, profeta e re. È abilitato a darsi e dirsi la profezia che orienta le sue iniziative nel popolo che il Padre raduna e a volere che essa sia condivisione della compassione di Gesù (cf. Mt 9,36; 14,14; Mc 1,41; Lc 7,12-13) da cui scaturisce l'inventiva del contrastare il potere della morte che rende le persone schiave per tutta la vita (cf. Eb 2,15). Questa misericordia innestata nel dinamismo centripeto che lo Spirito di Cristo glorificato imprime alla storia, diventa lode di gloria trinitaria.

La "bella condotta" (1Pt 2,11-12) dei fedeli esprime questa volontà di "rimanere nell'intimo di Dio" e di raccordare pensieri, parole, opere, di rigenerare in permanenza la volontà di perseverare e di liberarsi dalle pastoie che ne irretiscono la crescita.

I fedeli non sono impeccabili, riconoscono il proprio peccato, ne implorano il perdono, si aiutano e si lasciano aiutare nel ravvedersi. Componente della loro rettitudine è 1'amore di carità, ma esso è autentico quando non disattende la dimensione di eternità della comunione con il Padre. Il desiderio, la speranza di dimorare in eterno con l'eterno, è espressione della verità dell' amore per lui.

La tensione alla pienezza non si vive fuori della storia e perciò non distrae dalle esigenze di essa, si purifica nella tenacia nel contrastare le situazioni che ne ritardano la liberazione e nell'implorare il Padre della misericordia perché affretti l'ora della manifestazione del suo amore.

La personalità dei figli e delle figlie del Padre è di appartenenza al solo corpo del Cristo e fruttifica in esso (cf. Gv 15,1 ss.); non è anarchica, isolata; si qualifica e si purifica nella celebrazione della Pasqua, nella quale tutti e tutte sono rigenerati (cf. 1Pt 1,5).

Vivere in Cristo è crescere nel desiderio di operare in lui, di conoscere nella sua conoscenza, di amare nel suo amore, di avere sete di salvezza nella sete che egli mutua da quella del Padre, di restare attenti alle epifanie che tengono viva la fede nel suo ritorno e !'implorazione del compimento della speranza della sua venuta (Liturgia eucaristica).

Questa condizione è talento da trafficare, non è un'insegna nobiliare da ostentare in qualche solennità, non è privilegio che fonda discriminazioni, non abilita a fare la conta di quelli che l'hanno e di coloro che ne sono privi, è decisione di operare per l'avvento del Regno. E implorazione di essere accolti per sempre nella dimora del Padre.

Questo stile di presenza si chiarisce e diventa particolarmente trasparente nelle persone che non sono conniventi con le resistenze e le negligenze che trattengono dall' ascolto della Parola di Dio e vivono nel desiderio che tutte le persone fruiscano delle condizioni che favoriscono l'affidamento alla Verità che salva (cf. 2Tm 2,13). La misericordia che porta ad abbracciare "visceralmente" le situazioni dei poveri e degli oppressi, a soffrire "la fame e la sete" per lo svuotamento del potere delle strutture di peccato è particolarmente autentica quando occorre superare le difficoltà che insidiano i deboli nella fede e li rendono vittime di manipolazioni e soprusi.

Il desiderio di vivere ora e sempre al cospetto del Padre è inseparabile da questa misericordia, così come matura e si qualifica nell' osservanza dei comandamenti e nella perseveranza nel fare quello che piace al Padre. Esso avrà la piena realizzazione nella vita eterna, ma fluisce dalla fede che ama e che nell'oggi si coltiva nel desiderio di vedere Dio. Non può presumere di volerlo vedere in eterno chi trascura di desiderarlo oggi e di coltivarsi nelle condizioni che ne potenziano la crescita.

A una riflessione superficiale può sembrare che il desiderio sia o facile o inefficace. Chi pensa così omette di considerare che in realtà è l'Altro dal desiderio che lo suscita nella persona che consente a corrispondere al desiderio che il Padre ha di lei. La persona si apre nello Spirito all'amore nel quale il Padre la ama.

La persona può anche illudersi di desiderare quando nel cuore è lontana dal Padre, ma in realtà solo quando è accolta da lui e trasformata nel suo compiacimento essa è se stessa. Dio che la persona spera di vedere non è un' astrazione, non è frutto delle rappresentazioni della persona: è il Padre che nello Spirito ci accoglie e ci vivifica nel corpo del Figlio suo.

"O luce di sapienza, rivelaci il mistero del Dio trino e unico, fonte di eterno amore " (6), concedici di credere nel Padre, di seguire il Piglio e di amare te, Spirito di entrambi, ora nella speranza, un giorno nella luce piena.

NOTE

[1] Caterina da Siena, Dialogo, Proemio.
[2] Cf. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte 33.
[3] Conferenza episcopale italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia 2.
[4] Cf. Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente 10.
[5] Conferenza episcopale italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia 29.
[6] Liturgia delle ore, Inno di terza.