PICCOLI GRANDI LIBRI  DALMAZIO MONGILLO
PER LO SPIRITO
IN CRISTO
AL PADRE

Meditazione sulla comunione con le Persone divine

EDIZIONI QIQAJON - 2003 - COMUNITÀ DI BOSE

TRINITÀ AMORE

LA COMUNIONE CON LE PERSONE DIVINE: VOCAZIONE DEL CRISTIANO NEL POPOLO IN CAMMINO VERSO IL REGNO DOCILI E OBBEDIENTI ALLO SPIRITO AMICI DI GESÙ TESTIMONI DELLA MISERICORDIA
DEL PADRE
1. Figli nel Figlio 1. Unica è l'esistenza terrena. 1. Cristo effonde lo Spirito 1. Non vi chiamo servi ma amici (Gv 15,15) 1. Immagini della gloria del Padre
2. Le vergini sagge (Mt 25,1-13), specchio di esistenza fedele Il tempo della crescita in Cristo La Pentecoste Gesù invita a volersi suoi amici La gioia di scoprirsi figli e figlie
3. La santità è vocazione e possibilità universale 2. "Invaghimento" dell'invisibile Nella chiesa lo Spirito prepara la Parusia Gli appuntamenti di Gesù amico Nella volontà del Padre è pace
Amarsi e amare nell'amore del Padre La docilità allo Spirito L'amicizia di Gesù stile e norma di vita La trepidazione di chi ama
Il riconoscimento di Dio fine ultimo 2. "Vieni, santo Spirito" 2. In Gesù, via alla verità e alla vita 2. Il Padre educa all'affidamento e alla responsabilità
Rendere ragione della speranza (1Pt 3,15) Le due mani del Padre Gesù remissione dei peccati e via al Padre La pace di sorgente
3. La dimensione escatologica della fede L'azione invisibile dello Spirito Gesù partecipa la conoscenza della verità del Padre Onnipotenza e "impotenza" del Padre
L'attesa della Parusia Lo Spirito rende capaci di amare Gesù vivifica nella sua eucaristia Il Padre conforma nella sua misericordia
Amare nella compassione di Gesù 3. Lo Spirito, la sequela di Gesù e la crescita della chiesa 3. Gesù dona alla chiesa Maria per madre 3. Il Padre è fedele al suo amore
La santità
In ascolto di Gesù
I doni per la crescita della chiesa
LE PRIMIZIE DELLA BEATITUDINE
O TRINITÀ BEATA

AMICI DI GESÙ

1. Non vi chiamo servi ma amici (Gv 15,15)

Gesù invita a volersi suoi amici

Da duemila anni questa rivelazione dell' atteggiamento di Gesù verso i suoi discepoli veicola l'invito a volersi suoi amici, alimenta la speranza di impegnarsi a custodirsi, coltivarsi e diventare se stessi nell' amicizia con lui, il vero amico per la vita, a realizzarsi nella comunione del suo amore.

L'amicizia nella quale l'umanità redenta è rivelata e vive è l'amore del Padre dal quale lo stesso Gesù è,amato e a cui corrisponde in tenerezza filiale. È amicizia di similitudine, generativa: "come il Padre ha amato me, io amo voi" (Gv 15,9). È amicizia centripeta: in Gesù ogni amicizia converge in quella trinitaria. Amato dal Padre nello Spirito, anche Gesù ama nello Spirito. Lo effonde e questi rende simili nella divina natura e attua la condizione per volersi soggetto nell' amore e nella missione che Gesù compie: far accedere l'umanità alla partecipazione della vita divina.

Il precetto" amatevi come io vi ho amati, nel mio amore" (Gv 13,34; 15,9 ss.), è chiave interpretativa della donazione culminata nell' eucaristia, il sacramento della presenza amica nella chiesa e nell'umanità, il pegno dell'amicizia tutta donata.

L'accostamento amicizia-carità ha permesso alla teologia di illustrare gli elementi costitutivi di questo rapporto. Il principale è stato individuato nella similitudine, fondamento della comunione e della messa in comune dei beni di cui vive e in cui cresce l'amicizia. L'amico è il simile, è l'altro da sé, è colui che condivide i beni, che fonda reciprocità di dono, solidarietà.

Dimorare da amici nell'amicizia di Gesù è dono, vocazione, missione; è sorgente di donazione. L'amore di amicizia, proteso alla comunione senza fine, è la via attraverso la quale crescono e si qualificano le persone eredi della speranza della gloria che anelano alla visione beata delle Persone divine.

Il consenso all' amicizia di Gesù non è un evento che si verifica, senza il coinvolgimento sincero della persona. E un sì che scaturisce dalla trasformazione dei dinamismi umani e dal loro convergere verso di lui, in tensione unificata e in un crescendo di intensità e di verità. Espressione di questo atteggiamento è la preghiera, l'ascolto e la meditazione della Parola, l'operare amico, la volontà di non sottrarsi all'incontro di Gesù che è venuto nella nostra umanità, che si è messo nelle nostre mani, che è vissuto tra noi come noi.

Il suo ministero pubblico costituisce una serie ininterrotta di incontri, di contatti, di chiamate, di risposte, di interventi. Ha interrogato, si è lasciato interrogare, ha vissuto in permanente annunzio e dialogo. Quando non parlava con il Padre, si tratteneva con i figli del Padre.

Andava di villaggio in villaggio, predicava la buona novella, operava guarigioni. Il suo peregrinare non passava inosservato. Anche quando chiedeva di non dire quello che operava, l'eco delle sue opere, delle sue parole, delle sue iniziative si spargeva ovunque. Anche Erode ne sentiva parlare e, fortemente perplesso, non sapeva che pensare; desiderava vederlo (cf. Lc 9,7-9).

Gesù cammina ancora sulle nostre strade, entra nelle nostre case, ci parla, nelle ore liete e in quelle tristi, ci interpella attraverso le creature del suo amore (cf. Mt 25,31-46). Incontrare Gesù non è evento fortuito. Perché l'incontro avvenga occorre volerlo, essere fedeli agli appuntamenti che egli dà, attenderlo ai crocicchi delle strade per le quali passa, essere disponibili a fare quello che chiede, a seguirlo.

Le molte letture della sua persona chiedono attenzione vigile, intelligente, per discernere tra le altre quella che ne svela il volto.

La letteratura, il cinema, le arti a tendenza umanista o genericamente religiosa lo presentano "a modo nostro, non a modo suo". Lo considerano consolatore della sofferenza; sostegno delle persone umiliate, oppresse dal peso della fatica, dalla povertà; contestatore dei regimi dispotici, degli ordinamenti che opprimono la dignità umana; terapeuta dell'angoscia esistenziale; taumaturgo che trasforma sfiducia, malattia, morte in confidenza, guarigione, vita. Anche se ricche, vere, queste letture non dovrebbero indurre a considerare Gesù un bene d'uso: "qualcuno che serve per" qualcosa, lo sponsor della propria realizzazione.

Altre, più specificamente religiose, ne parlano come di un martire della fratellanza universale, colui che ha dato se stesso in generosità e gratuità, che ha rivelato la grandezza e la dignità della persona, il maestro spirituale, carismatico difensore della pace, guida di moralità.

Questa elaborazione varia e multipla evidenzia i "contesti" esistenziali, l'orientamento di chi la compie, e manifesta l'influsso che esercita nell'inquietudine, nelle paure, nelle solitudini delle persone deluse come il giovane ricco (cf. Mt 19,16-22).

Quando la persona si vuole discepola, in sequela amica, Gesù è altro, è oltre. Il suo vero volto comincia ad apparire nell'identità rivelata dal Padre e nella missione per la quale egli è vissuto ed è morto.

Quando il cammino dell' esistenza diventa donato, si esce allo scoperto, la persona non si trincera più dietro i "si dice", "non so", "mi pare", e risponde in verità alle sue domande: "Che dici di me? chi sono per te? che rappresento nella tua vita? quello che dici di me, lo dici tu o ripeti quello che altri dicono? da chi ascolti quello che dici di me? mi ami? osservi i miei comandamenti?" .

L'amicizia con Gesù porta a discernere i luoghi nei quali, secondo la sua parola, lo si incontra, gli appuntamenti che dà. Essi sono ecclesiali e personali, e perciò anche temporali, ed esigono di volersi disponibili a incontrarlo nelle persone e nel popolo in cui si rende visibile e, in particolare, nell'accoglienza riservata a ogni persona creata a immagine del Padre e sfigurata per gli eventi dell' esistenza.

Gli appuntamenti di Gesù amico

Gesù si lascia incontrare nell' attenzione riservata alla chiesa, il suo corpo mistico. Essa trasmette la sua parola e chiede allo Spirito che ne doni l'intelligenza; sostiene nel camminare nella luce che viene da lui, nell' essere disposti a partecipare alla sua missione per le vie che egli percorre, le uniche adeguate a renderne credibile la presenza ai pellegrini del mistero. La dimensione crocifissa è propria del suo amore ed

è l'unica via alla resurrezione. Gesù non agisce al posto dei fedeli, anche se fa tutto perché in lui, con lui e per lui si vogliano lode di gloria del Padre, portino a compimento la missione della quale sono resi partecipi. Né Gesù senza la cooperazione umana né l'operare umano senza Gesù, ma egli nei suoi fedeli e questi in lui: è la via alla pienezza nell'unità.

Il rapporto amicale con Gesù è di autodono reciproco espresso nell"'Io in voi e voi in me". Le persone in Cristo non sono isolate, sono membra del suo corpo e per la grazia dello Spirito perseverano nell' ascolto, nella solidarietà nella realizzazione degli stessi progetti. In consenso e vigilanza contrastano le resistenze alla testimonianza della carità.

Il "cerimoniale" dell'amicizia, quando scaturisce dalla sorgente che ne vivifica le espressioni, la rende sincera, creati va, vigile.

Le persone a volte prendono coscienza di essere innamorate quando l'amore è già operante nella loro vita, nella quale si è annidato non con violenza o frode ma nel consenso ineffabile, che caratterizza la corrispondenza alle realtà che incarnano il proprio bene e che sono desiderate e accolte con pace. Il risveglio all'amicizia non è frutto di violenza, è espressione di desiderio pacificato, libero, spontaneo. I segni premonitori di quest'evento destano sorpresa, stupore, e le persone sensibili al proprio bene vigilano sul loro sviluppo e orientamento.

Le espressioni di questo processo sono descritte in alcuni testi della rivelazione neotestamentaria: l'inno alla carità di 1Cor 13, i frutti dello Spirito di Gal 5,22 opposti alle opere della carne, al non amore di Gal 5,19-21. Essi permettono di discernere quando l'amore mette radici nei cuori umani e coinvolge ogni espressione della propria esistenza, non è limitato dal tempo e dallo spazio, è durata, è passare la vita nel passare in Gesù.

La nascita all' amore-amicizia avviene nella conversione. Si comincia a coglierne i tratti quando si persevera nella condizione di "bambini appena nati" bramosi del latte dello Spirito di cui hanno imparato a gustare la dolcezza (cf. 1Pt 2,2-3).

Le persone interessate a trovarlo prestano attenzione alle sue richieste: "Chi vi ascolta mi ascolta" (Lc 10,16), "ascolta la mia parola" (Gv 5,24), "la mette in pratica" (Mt 7,24), "mangia la mia carne e beve il mio sangue" (Gv 6,55-56).

Gesù si lascia incontrare nell'accoglienza riservata alle persone, non alle loro qualità, motivata non dalla sicurezza di essere accolti, ma dalla fedeltà al bene umano. L'amicizia con lui si sviluppa nell'ascolto della Parola di Dio, nella prassi della comunità cristiana, nella contemplazione fedele, ma ha una particolare affinità con l'atteggiarsi verso le persone affamate, assetate, ammalate, prigioniere, straniere (cf. Mt 25,35-36), bambine (cf. Mc 9,36-37). L'altro può sottrarsi all'incontro, ma l'amico di Gesù non può desistere dal cercarlo se non vuole compromettere la relazione con il Signore, se non vuole cessare di avere fame e sete nella sua fame e nella sua sete (cf. Gv r9,28) che rivelano quelle universali del Padre.

La prerogativa di amici di Gesù è fonte di gioia per le persone condotte dalla Parola, ascoltata in docilità non parassita, nella chiesa che orienta al Padre: "sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre" (Gv r6,28).

La coerenza con la propria vocazione nell'umanità e nel mondo, vissuta con cuore sincero, nelle circostanze prospere e nelle avverse, a tempo e controtempo, è terreno di coltura della volontà di perseverare nella docilità al legame tra fede e giustizia vissuto nella via dei comandamenti e delle beatitudini, nella costruzione della pace e nella salvaguardia della creazione. Tutto l'umano è guarito in Cristo. La malattia mortifera dalla quale libera l'umanità è l'anoressia all' amore di sé, degli altri, di Dio.

Mandato dal Padre che lo ama e in lui ama l'umanità, Gesù è venuto per compiere la volontà redentrice delle Persone divine e immettere l'umanità nell' amore trinitario. La sua vita è tutta esemplare (cf. rPt 2,21). Egli soffre la morte di croce per sottrarre l'umanità al potere della morte e cioè all'incapacità di amare, frutto del peccato; risorto manda lo Spirito, l'amore del Padre e suo, per compiere la sua opera.

L'umanità, chiamata a far parte in Cristo della famiglia trinitaria, sa da Gesù che via unica è l'amore tutto donato e tutto accolto nella simultaneità dell'iniziativa di chi genera e di chi si accoglie liberamente generato. Questa verità, oggetto di illuminazione, diventa opaca all' esame dell'intelligenza raziocinante che privilegia solo processi legati al tempo più che al divenire dell'essere creatura rigenerata in Cristo e condotta dallo Spirito.

Abituati a pensare in prospettiva individuale o tutt'al più interpersonale, disattendiamo la dimensione cristico-ecclesiale-umana, il mondo visibile e invisibile, la comunione dei santi e la comunità peregrinante, in cui l'amicizia cresce e di cui fruisce senza interferenze e senza esclusioni.

L'amicizia di Gesù stile e norma di vita

Asserire che la persona può e deve voler crescere nell' amore-carità è chiedere di perseverare nel cammino del battesimo, di corrispondere alle iniziative di Dio che ama per primo (cf. 1Gv 4,10), è cooperare perché la persona si risvegli al dono di sé, si attui soggetto d'amore nella via che Gesù ha percorso, ami "come" egli ha amato.

Le esigenze dell' amore sono sintetizzate nel decalogo (Es 20,1 ss.; Dt 5,6 ss.) che, a sua volta, è riassunto dal precetto gemino dell' amore di Dio e del prossimo (cf. Mt 22,37-40; Mc 12,30-31; Lc 10,27). In una riduzione ancora più rigorosa, è compendiato in quello del prossimo amato come se stessi (cf. Rm 13,8-10). Chi non ama il prossimo che vede non può amare Dio che non vede (cf. 1Gv 4,20). Prossimo è ogni persona, soprattutto quando è nel bisogno (cf. Lc 10,29 ss.). Lo ama chi se ne prende cura e si fa carico, nella propria inventiva, del superamento dei mali che rischiano di bloccarne la crescita (cf. Mt 25,31 ss.).

Attuare le opere dell' amore per amore, in obbedienza non servile ma filiale, è contrastare gli alibi dietro cui si trincerano le mentalità ignave che inducono a ritenere che non si ha alcun potere in ordine all' amore divino: se esso non nasce non si può che attendere e se muore non si può che prenderne atto.

La visione di Dio è premio e ricompensa per ogni battezzato. Nel tempo del pellegrinaggio (cf. 1Pt 1,17), che è di non visione (cf. 2Cor 5,7; 1Pt 1,8), la similitudine iniziale, generata nel battesimo, cresce attraverso la carità. Essa ha per oggetto l'invisibile della persona divina e, in un certo senso, anche dell'umana, suppone la fede e la speranza e la si conosce attraverso le manifestazioni a cui dà vita. I frutti e le prerogative che ne manifestano la vitalità sono ben determinati (cf. Gal 5,19 ss.; 1Cor 13,1 ss.), maturano nelle persone che avanzano nella via indicata dal Padre in Gesù Cristo, il Figlio di cui si compiace e di cui approva l'operare. La perseveranza in essa è autenticata dai pastori in base al progresso nella carità: iniziale, di crescita, di unione. L'altro nome della carità è la misericordia!, che abilita a perseverare nell'implorazione e nella vigilanza operosa. In essa nessuno avanza al posto di altri e ciascuno progredisce in proporzione dell'intensità dell'affetto alla bontà trinitaria e della partecipazione alle sollecitudini del popolo di Dio.

2. In Gesù, via alla verità e alla vita

Gesù remissione dei peccati e via al Padre

Gesù è vite dai tralci fecondi potati dal Padre (Gv 15,4-5), è "Signore e Cristo" (At 2,36), salvatore universale (At 4,12), rivelatore del mistero trinitario e mediatore tra il Padre e l'umanità (1Tm 2,5-6), è corpo di cui siamo membra (ICor 12,12; Ef 4,12), è tempio dalle pietre vive (1Pt 2,4-5; Ef 2,20-22), nutre di sé e in sé ogni persona, opera da erede della gloria.

Dono del Padre all'umanità è Gesù, e dono dell'umanità al Padre sono le persone che amano in, con e per lui (cf. Mt 5.44-45; Lc 6,27-35) per effetto della novità di vita che egli nella sua morte e resurrezione ha meritato per l'umanità di tutti i tempi: la possibilità di accedere al Padre. Egli ha aperto la via nella quale le persone, liberate dal peccato, amano il Padre con amore filiale e percorrono in amore il cammino che porta a lui, nella solidarietà amica nel popolo che egli raduna. Gesù nella sua umanità è la sola via, attraverso lui il Padre si dona alle persone che converte nel suo amore e accoglie nella sua gloria quelle purificate nel sangue di lui.

La remissione dei peccati è contesto e condizione dell'incorporazione a Cristo nella quale la persona partecipa alla grazia di amministrare le potenzialità che lo Spirito attua nei cuori e li costruisce eredi della resurrezione quando Dio sarà "tutto in tutti" (1Cor 15,28).

In Cristo le persone diventano quali si realizzano. Salvate nella speranza (cf. Rm 8,24), non ancora sono quelle che saranno quando egli si rivelerà, ma già sono figlie di Dio (cf. 1Gv 3,1-2). Il mistero della filiazione divina non le sottrae alla tentazione, ma le abilita a non diventarne vittime, anzi a essere rafforzate nella speranza della beatitudine e nel compimento delle opere che dispongono ad accoglierla e a renderne conto (cf. 1Pt 3,15).

Gesù nell'umanità assunta è, oggi e sempre, umanità unita a noi e nella quale noi possiamo unirci a lui, diventare la sua chiesa peregrinante nella storia, vivificata dallo Spirito, unita nell'ordine sacerdotale. In essa conosciamo di essere immagine di Dio Trinità, amati da ciascuna Persona divina. Esse abilitano a essere testimonianza della loro misericordia per il mondo e a vivere in lode, ammirazione, sorpresa, contemplazione, azione di grazie.

La conoscenza della nostra origine divina, della vita in Cristo nel suo corpo mistico, della possibilità di vivere fin d'ora da figli di Dio e di vederlo un giorno come è (cf. 1Gv 3,2), è innestata per mezzo del battesimo nel nostro fragile corpo, immerso in un mondo dominato dalla paura di morte (cf. Eb 2,16), nel quale però è possibile vivere l'esperienza della speranza e della gioia indicibile e gloriosa (cf. 1Pt 1,6-9). A questa conoscenza si è ammessi, in essa non si dimora con atteggiamento anarchico, di appropriazione.

Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e coloro a cui il Padre lo rivela (cf. Mt 11,27) nell'umanità che egli ha assunto, quella in cui e per cui opera. Questa possibilità è di tutti e di ciascuno, è vita della chiesa nella quale ogni fedele nasce alla fede e in, con e per essa si apre alla rivelazione: gli occhi si educano a vedere l'invisibile (cf. Eb 11,27), le orecchie cominciano ad ascoltare la parola di vita, le labbra ne proclamano la bellezza, le mani toccano l'umanità in cui siamo umani e trasformano la realtà in veicolo di legame con l'invisibile.

Tutto è nostro, noi siamo di Cristo, Cristo è di Dio (cf. 1Cor 3,22-23). L'umanità e la creazione nuove sono l'habitat in cui ogni battezzato diventa se stesso e trova la via per pervenire a quella padronanza di sé che è premessa del dono di se stessi nella comunione dei credenti. Lì le aspirazioni diventano vissuto di esperienza.

Gesù partecipala conoscenza della verità del Padre

La misericordia di Gesù rifulge in coloro che operano misericordia, attraverso i fedeli che portano nel cuore le ferite da cui scaturisce la guarigione (cf. 1Pt 2,11 ss.).

Espressione luminosa di questa misericordia, la rivelazione della vita intima del Padre. Si fa conoscere dalle sue creature semplici e umili (cf. Mt 11,25), cerca l'umanità, l'ama, la rigenera nella resurrezione, l'ammette alla fruizione dell'eredità nel suo regno (cf. 1Pt 1,3 ss.).

La vigilia della sua passione sintetizza in modo mirabile la rivelazione del mistero della santa Trinità. Mistero da vivere riproposto nel momento in cui ai fedeli è possibile fissare lo sguardo della fede in esso per il dono dello Spirito che raduna chiesa.

Fa conoscere la vita nella quale il Padre conforma: le Persone che amano l'umanità, le relazioni reciproche che hanno tra loro, come si amano, in quale comunione ci accolgono e ci alleano, per quale via ci attirano nella loro relazione nella quale possiamo avere fissa la mente e il cuore. Questa verità è troppo sublime per essere accolta e penetrata in una sola volta. Egli manda lo Spirito perché guidi la sua chiesa nella penetrazione sempre più luminosa del mistero, costituisce in essa i pastori e i maestri che la insegnino e vigila perché non venga mai meno nel compimento della sua missione.

La rivelazione di Gesù cresce nei "bambini appena nati" (1Pt 2,2), dissuade dalla ricerca della sapienza della carne, della potenza proprie di un mondo competitivo nel quale l'autorealizzazione è ritenuta componente della serietà del vivere, riflesso di quella dell'Adamo che porta a desiderare di avere una sapienza propria. Dello stesso tenore il pregiudizio che porta a ritenere che l'amore di sé sia effettivo quando mette tra parentesi quello dell'umanità.

La mentalità secondo cui si diventa persone in relazione nell'unica e sola umanità, nella quale tutte le persone condividono la fruizione e la responsabilità per la creazione che è di Dio e che egli ha riconciliato in Cristo per tutti, non è di spontanea e immediata evidenza. Si coltiva e si qualifica nella città in cui si vive persone tra persone, là dove il bene di ciascuna armonizza con quello comune a tutti.

L'arduità di questa esperienza si coglie quando si sperimenta sulla propria pelle quanto la condizione umana nel mondo è intrisa di dolore e di tristezza, di guerre, violenze, manipolata da fame, malattie, miseria, degrado, abuso, sfruttamento, egoismi, poteri egemoni, manie libertarie e capitaliste. Quando popoli e persone hanno fame e chi ha il pane è dominato da istinti e desideri insaziabili, diventa impresa che sfiora il martirio obbedire a Gesù che chiede di non mandare via la turba in cerca di nutrimento ma di provvedere ad essa in qualche modo (cf. Mt 14,13-21). Questa situazione è tanto dura da non essere immune da frustrazioni, sensi di colpa, impotenza. La preghiera di Mosè (cf. Nm 11,10-15) emerge spontanea, quando la stanchezza rischia di paralizzare anche il profeta.

Gesù vivifica nella sua eucaristia

L'agire umano è tanto più della persona quanto più questa è tralcio nella vite e nutre la speranza di una giustizia superiore (cf. Mt 5,20), di una solidarietà nella quale i forti portano i pesi dei deboli e tutti insieme sono nutriti e fortificati dallo stesso corpo e dallo stesso sangue e indossano la veste nuziale (cf. Mt 22,11) che il Signore chiede ai mendicanti ammessi al banchetto di nozze dell' Agnello.

Egli non chiede cose impossibili, non alimenta manie né di onnipotenza né di impotenza, non garantisce il successo e la vittoria alle attività generose, offre di fare quanto è possibile, di implorare quando non si riesce a operare, di continuare a sperare in solidarietà.

È croce credere in Cristo e sperimentare la fame e la, sete per la mancanza di giustizia nel mondo. E croce avere la trasparenza del cuore che si fida di lui e voler trarre da lui la forza di operare la pace. È croce rinunziare alla pretesa di potere o dovere fare tutto da soli e non incorrere nella disperazione che impedisce di ritenere che resta ancora,tutto da fare quando non si può più fare nulla. E croce e fonte di conflitti credere nella liberazione dal peccato e sperimentare la difficoltà di operare il bene, credere che la persona battezzata di fronte a Dio esiste in quanto redenta e continuare a vivere l'esperienza del peccato che divide, isola, emargina. Eppure non si ha altro modo di operare rettamente che contrastare queste resistenze e camminare nella sola via che è Gesù, nel cui sangue le miserie quotidiane vengono purificate e potenziano l'implorazione della perseveranza.

L'implorazione del perdono dei peccati vivifica la chiesa peregrinante che è una con la comunione dei santi e nel suo cammino si purifica al di là della coscienza che ne ha e rifulge nel dinamismo della famiglia dei peccatori perdonati, anche se non liberati dalle inclinazioni al male, che perseverano nell' apprendistato del ben vivere in conversione permanente all'identità filiale nella quale il Padre rigenera.

Il rito e l'esperienza del mistero. Il popolo di Dio sa che non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e cardine la partecipazione amica alla celebrazione dell' eucaristia. In essa l'attenzione alle parole e ai gesti e alla loro successione si abbina al consenso con la chiesa e più radicalmente all'unione con lo Spirito di Gesù nell' amore misericordioso, che rende viva e vivificante ogni celebrazione, dono per antonomasia nel quale tutto è donato a noi e noi ci doniamo a tutti per essere un solo corpo e un solo spirito in Cristo a gloria del Padre.

La presenza sacramentale di Gesù, dono del Padre che nello Spirito santifica la chiesa, la rende corpo di Cristo. In essa ogni fedele partecipa all' esperienza dell' amore al limite, è accolto nella possibilità di perpetuarlo, di portare a compimento la missione del Cristo totale, corpo e membra insieme, nello Spirito. Il legame che unisce il popolo di Dio fonda, anche per le persone più semplici, la possibilità della condivisione della conoscenza del mistero di Cristo, della concelebrazione di esso nei sacramenti, della solidarietà nella vita quotidiana, della partecipazione alla preghiera in cui Cristo prega, è pregato ed esaudisce le preghiere.

La pedagogia inculcata nella Costituzione sulla Liturgia, scaturita dalla tradizione dei Padri, confermata dal magistero della chiesa, garantisce che "qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità" (2) e la spinta missionaria di essa, deve prendere le mosse dall'eucaristia. L'esperienza del mistero passa attraverso il rito. Celebrato degnamente, edifica la chiesa, ne potenzia l'azione missionaria (3). Culmine della vita cristiana, l'eucaristia si innesta nella grazia del battesimo, ne irradia le potenzialità, fa diventare la chiesa un solo corpo e un solo spirito che cresce e converge nell'implorare e attendere la vita del mondo che verrà. "O sacro convito nel quale il Cristo è ricevuto, si fa memoria della sua passione, la mente diventa colma di grazia e viene donato un pegno della vita futura" (Liturgia).

L'esperienza di questa trasformazione è vissuta dalle persone che, docili allo Spirito, cominciano a gustare la celebrazione del mistero che è comunione e missione.

Le verità concernenti l'eucaristia sono verità comunione rese operanti nell'epiclesi della comunità credente che spera e ama la relazione filiale con il Padre, il quale nello Spirito santifica la chiesa e la fa diventare in Cristo corpo donato e sangue versato.

Le orazioni, i prefazi, le anafore eucaristiche coltivano, ciascuna nel suo stile, la vitalità della comunità credente e la orientano nell' orizzonte dell' oggi del popolo di Dio proteso al Regno che viene. Esse esigono che ciò che proclama la bocca sia creduto dalla mente, sia amato con cuore sincero e diventi norma di vita. I sentimenti profondi che qualificano la mentalità di fede sono tutti inculcati e vivificati nella celebrazione eucaristica che è la più alta espressione della contemplazione della chiesa, il vertice delle sue aspirazioni.

L'unico Salvatore dell'umanità opera nella sua Sposa. Egli ha promesso di non abbandonarla mai (cf. Mt 16,18; 28,20) e l'ha resa indefettibile ed essa, governata dal successore di Pietro e vivificata dallo Spirito, opera perché il tutto cresca e armonizzi nell'unico corpo del Cristo totale (4) .

Vivere in conversione permanente nel popolo di Dio e implorare la conversione di coloro che si sottraggono ad esso, è dimensione costitutiva della comunità credente. La celebrazione del perdono dei peccati e l'implorazione personale e comunitaria di esso dispone all'incontro amoroso con il Signore, all' ascolto docile della Parola, alla rettificazione delle operazioni. Affrettare il compimento del desiderio di Gesù (cf. Lc 22,15) è implorare nell'epiclesi della chiesa: "Padre, santifica questi doni mediante l'effusione dello Spirito, perché diventino corpo e sangue di Gesù Cristo nostro Signore" (Liturgia), che è corpo donato e sangue versato per la salvezza del mondo.

La chiesa, madre e maestra di amore, attesta che Gesù, che nutre di sé il suo corpo, nella preghiera fonda e corrobora l'implorazione al Padre che dà lo Spirito a coloro che glielo chiedono (cf. Lc II,13). Nell'eucaristia Gesù trasforma in sé il suo corpo mistico (sant' Agostino), lo allea nello stesso infinito amore nella sua preghiera: insegna a pregare, prega nei fedeli, ne esaudisce la supplica. Celebrazione del mistero e vita di preghiera sono i due polmoni di coloro che vivono in Cristo. "Che lo sappiamo o no, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui (Deus sitit nos ipsum sitire)" (5). Il Padre ha sete che tutta l'umanità ami nell' amore del suo Cristo; lo dona in modo che in lui che vive nel suo popolo si diventi assetati di ri-unione, di ri-conciliazione, di raccordo, di pace senza fine.

Nel dinamismo dell'amore di carità effuso dallo Spirito nei fedeli di Cristo si radica il nesso inscindibile tra preghiera e azione, lavoro e impetrazione. Le operazioni rette e buone scaturiscono dall' amore effettivo e culminano nell'impetrazione sincera. "Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto. Ogni nostra attività abbia da te il suo inizio, e in te il suo compimento. Te lo chiediamo in Cristo nostro Signore" (Liturgia).

Purtroppo la "concupiscenza degli occhi" impedisce di fissare lo sguardo nell' orizzonte del vivere umano e di sperimentare il disincanto che fa emergere, al di là delle operazioni puntiformi, dissociate, autonome, il clima di vita e di verità che le rende dono d'amore e che è potenziato dalla preghiera al Padre che Gesù ha insegnato, la sintesi di tutto il suo Vangelo, il dono che plasma gli affetti, fa chiedere ciò che è degno di essere desiderato, nell' ordine in cui è bene desiderare, e fa dimorare nella contemplazione della bellezza del Padre che impregna di bellezza il cuore dei figli (6).

3. Gesù dona alla chiesa Maria per madre

L'atteggiamento di Gesù verso Maria e quello di lei nei confronti di Gesù svelano le molteplici espressioni dell'influsso dell'amore che lo Spirito vivifica nel cuore umano: obbedisce, crede, ammira, loda, intercede, compatisce.

In Maria si conosce l'umanità dell'origine, la nuova umanità, quella della gloria finale. Guardare lei è conoscere l'umanità, non quale è per la disobbedienza umana, ma quale le Persone divine l'hanno voluta in Cristo e quale ora l'attirano a diventare.

Maria ha creduto in Gesù prima che prendesse carne in lei, lo ha amato, lo ha seguito per tutta la vita, ora regna con lui nella gloria. E per questa fede che è maestra e modello del popolo fedele e di ogni membro di esso.

La chiesa la ama quale madre che la introduce e l'accoglie nella celebrazione e contemplazione del mistero di Gesù, e riconosce che il modo in cui la persona si coltiva nei confronti di lei permette di verificare quello che ogni persona ha nei confronti di se stessa quando si comporta in verità e libertà. Riconoscere Maria è vigilare su di sé, abilitarsi a lasciarsi accogliere, a dimorare nella storia, in fedeltà sincera, in consenso operoso, in affidamento implorante.

Questo stile di vita è in qualche modo riflesso della trasformazione che la persona sperimenta quando si vuole illuminata nell'immenso che è la fede. Contemplare Maria in verità è cogliere chi si diventa, in unione con lei, nel mondo di mistero in cui ella è. Conoscere Maria è conoscere se stessi.

Quando la famiglia di Cristo prega Maria, in docilità e obbedienza, si sperimenta immersa nel mistero, coinvolta da esso, non di fronte ad esso, presente nel disegno del Padre. Guarda e ama Gesù in noi e noi in lui, ma dal di dentro.

Con la madre non si sente smarrita, non ha paura. Madre di Gesù, glorificata con lui, Maria è anche madre della chiesa, dell'umanità.

In casa con la madre si sperimenta sicurezza, protezione, sostegno, stimolo, conforto, tutto. Senza questa presenza si diventa uccellini implumi, incapaci di volare (Dante).

In Maria conosciamo ciascuna delle Persone divine le quali, amate, la amano, la rendono madre di Colui nella cui umanità glorificata l'umanità può contemplare il Padre nell' amore dello Spirito. Questa relazione non finisce mai di sorprendere, è sorgente inesauribile, del cantico di lode che rende gioiosa la storia. E fonte di consolazione.

La fede amorosa di Maria per le Persone divine è contesto e sorgente di contemplazione, di ammirazione obbediente e gioiosa del disegno di Dio e delle vie della sua provvidenza. Ammiratrice ispira ammirazione, fecondata feconda: Maria la madre è accoglienza, scrigno, sorgente dell' acqua che zampilla per la vita eterna.

Il Padre l'ha resa piena di grazia, lo Spirito l'ha fatta madre di Gesù Cristo, questi l'ha associata alla sua obbedienza al disegno del Padre e l'ha voluta e donata madre dell'umanità nella creazione nuova, presente con lui nella gloria.

L'annunzio: "Colui che nascerà da te sarà chiamato grande, sarà il Figlio dell' Altissimo", è sorgente del suo affidamento: "Sono la tua serva, avvenga di me secondo la tua parola". Entrambi rivelano l'intensità e la qualità della contemplazione docile e amorosa nella quale è immersa. Questa misteriosa relazione d'amore tra Dio e la sua creatura è la sorgente di tutti i fiat che sono detti nel suo. Ogni sì ha per oggetto l'adempimento dello stesso disegno che fa di ogni persona un membro della famiglia trinitaria in Gesù che è nato da lei.

Espressione permanente di questa ammirazione il Magnificat. In esso popoli, comunità, persone cantano in coro: "Esulta l'anima mia e magnifica il Signore. Egli ha fatto in me grandi cose, abbatte i potenti e innalza gli umili, sazia la mia fame, essicca le mie avidità. Lo lodo, lo ringrazio".

Degna di essere ammirata per questa sua unione, Maria associa nella sua ammirazione coloro che la venerano e nutre in essi il desiderio di vivere con lei nella lode del Padre, dello Spirito, in Gesù. E madre di ammirazione.

Mediatrice di grazia, conforma i nati da Dio nel suo fiat docile, fedele, obbediente, al Padre in Gesù per lo Spirito. Madre della chiesa, ispira in essa vita retta e fedele, rende sensibili alla miseria che intristisce i cuori umani e concentra lo sguardo su Colui che attende che gli si dica: "Avvenga di me come tu hai detto"

Desiderosa che tutte le creature obbediscano a Gesù, a ogni persona ordina: "Fate tutto quello che lui vi dirà", e chiede di annunziarne la bellezza non solo con le parole, ma con la vita.

Coloro che seguono il suo esempio fanno l'esperienza della vita nuova: gli occhi si aprono all'ammirazione dell'invisibile ed ella li concentra sullo Spirito che affretta la piena manifestazione della gloria dei figli di Dio.

Previene sempre il domandare, ma non impone il consenso a quanto impetra, nutre e veglia sulla crescita e la qualità del cooperare con Gesù in sincera conformità al suo fiat, soprattutto nell' hora mortis.

NOTE

[1] Cf. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia 5,7.
[2] Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis 6.
[3] Cf. Messale Romano, ed. 1983, p. VIII, n. 5.
[4] Cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium 8.
[5] Catechismo della chiesa cattolica 2560.
[6] Cf. Catechismo della chiesa cattolica 2759-2856.