PICCOLI GRANDI LIBRI  DALMAZIO MONGILLO
PER LO SPIRITO
IN CRISTO
AL PADRE

Meditazione sulla comunione con le Persone divine

EDIZIONI QIQAJON - 2003 - COMUNITÀ DI BOSE

TRINITÀ AMORE

LA COMUNIONE CON LE PERSONE DIVINE: VOCAZIONE DEL CRISTIANO NEL POPOLO IN CAMMINO VERSO IL REGNO DOCILI E OBBEDIENTI ALLO SPIRITO AMICI DI GESÙ TESTIMONI DELLA MISERICORDIA
DEL PADRE
1. Figli nel Figlio 1. Unica è l'esistenza terrena. 1. Cristo effonde lo Spirito 1. Non vi chiamo servi ma amici (Gv 15,15) 1. Immagini della gloria del Padre
2. Le vergini sagge (Mt 25,1-13), specchio di esistenza fedele Il tempo della crescita in Cristo La Pentecoste Gesù invita a volersi suoi amici La gioia di scoprirsi figli e figlie
3. La santità è vocazione e possibilità universale 2. "Invaghimento" dell'invisibile Nella chiesa lo Spirito prepara la Parusia Gli appuntamenti di Gesù amico Nella volontà del Padre è pace
Amarsi e amare nell'amore del Padre La docilità allo Spirito L'amicizia di Gesù stile e norma di vita La trepidazione di chi ama
Il riconoscimento di Dio fine ultimo 2. "Vieni, santo Spirito" 2. In Gesù, via alla verità e alla vita 2. Il Padre educa all'affidamento e alla responsabilità
Rendere ragione della speranza (1Pt 3,15) Le due mani del Padre Gesù remissione dei peccati e via al Padre La pace di sorgente
3. La dimensione escatologica della fede L'azione invisibile dello Spirito Gesù partecipa la conoscenza della verità del Padre Onnipotenza e "impotenza" del Padre
L'attesa della Parusia Lo Spirito rende capaci di amare Gesù vivifica nella sua eucaristia Il Padre conforma nella sua misericordia
Amare nella compassione di Gesù 3. Lo Spirito, la sequela di Gesù e la crescita della chiesa 3. Gesù dona alla chiesa Maria per madre 3. Il Padre è fedele al suo amore
La santità
In ascolto di Gesù
I doni per la crescita della chiesa
LE PRIMIZIE DELLA BEATITUDINE
O TRINITÀ BEATA

TESTIMONI DELLA MISERICORDIA DEL PADRE

I. Immagini della gloria del Padre

La gioia di scoprirsi figli e figlie

Una domenica mattina piena di sole, incontrai un amico che si recava a messa. Si accompagnava con l'ultimo dei suoi figli. Il piccolo, festoso nei suoi abitini nuovi, mi confermò la sua gioia di uscire con il papà. "Com' è il tuo papà?", gli chiesi. Egli di rimando: "E grande, è bello".

Mi venne in mente, per rapida associazione, l'inizio della professione di fede in Dio Padre onnipotente, creatore della bellezza visibile e invisibile.

Mi tornò alla memoria l'incontro della mattina di Pasqua tra Gesù e Maria, l'innamorata contemplativa che, riconosciuta, sussulta di gioia: "Rabbunì, Maestro mio", e accoglie il messaggio da cui è scaturita l'irradiazione della nostalgia per il Padre: "Va' dai miei fratelli e di' loro: salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (Gv 20,17). Per questa rivelazione la casa del Padre è meta delle aspirazioni e dei desideri, plasma la speranza del popolo che veicola nella storia la consapevolezza di avere Dio per Padre e la possibilità di poter dimorare in lui.

Ad alcune persone riesce più spontaneo dire che il Padre è buono più che bello. Ma bellezza e bontà vanno insieme (cf. 1Pt 2, 12). La perfezione, l'armonia della bontà è fondamento della bellezza, che della prima manifesta l'aspetto luminoso, glorioso. L'abbinamento delle due permette di superare il paradosso di una bontà senza splendore e di una bellezza formale che non irradia bontà.

Questa dissociazione nuoce insieme alla verità su Dio, sul suo popolo, anch' esso luce delle genti, sulla persona umana.

La bellezza del Padre non meno che la sua bontà rifulge nella creazione, che egli ha voluto per la gioia dell'umanità del suo Verbo, e soprattutto nella dolcezza e sensibilità di Gesù, il Figlio della sua predilezione. Per amore nostro il Padre ci ha permesso di godere in lui il preludio della visione, della gloria dei beati.

Lo stacco tra bellezza-bontà prelude quello di entrambe dalla verità e dall' essere. Disunite, queste dimensioni sono valutate ciascuna con criteri propri che hanno finito con il dare più importanza agli aspetti funzionali anche nelle opere del culto, sfera privilegiata del bello.

Gesù, l'innamorato del Padre, l'ammiratore delle opere belle che piacciono a lui (cf. Gv 8,29), il collaboratore entusiasta dell' operare del Padre (cf. Gv 5,17), la via che conduce a lui (cf. Gv 14,4-6), ha dissipato gli equivoci che trattengono dal percorrerla. Nello Spirito, Gesù rende forte la speranza. Essa, nata dalla fede, è fonte di ammirazione, di verità, di ordine, nell'intelligenza e nel cuore delle persone protese alla casa dalle molte belle dimore (cf. Gv 14,2).

La relazione con il Padre è l'evento unificante la vita e la missione di Gesù. Tutto scaturisce in lui dal rapporto con il Padre da cui è mandato, tutto si relaziona al Padre e tutto e tutti vuole associare in questa sintonia di amore.

Il Padre, origine e perfezione di tutti e di tutto, ha voluto che umanità e creazione fossero immerse nella stessa bellezza, per riflettere quella del Cristo, in vista del quale tutto è stato fatto, e per attrarre a lui le persone che ne formano il corpo, che cresce ben ordinato "per essere tempio santo nel Signore ... dimora di Dio" (Ef 2,21-22).

Gesù nella sua preghiera (cf. Gv 17), rivelazione del suo amore, dirige al Padre desideri e inquietudini di uomini e donne che nel nunc del tempo immerso nell' eterno, tutti diversi e tutti immagine, diffondono la beata speranza di vederlo.

Fatti per te, solo in te è nostra pace. "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3).

Gli "stranieri e pellegrini" (1Pt 2,11) incamminati alla casa del Padre, quando incarnano l'amore del Cristo per ogni persona, in particolare per quelle perdute (cf. Lc 15,11-32), diventano la comunità luce delle genti (1).

Nella volontà del Padre è pace

L'interesse per la conoscenza e la fruizione dell'intimità del Padre maturano nel compimento del suo disegno e nella forza di perseverare in esso; scaturiscono dall'aver gustato quanto egli è buono (cf. 1Pt 2,3).

Più si è donati al desiderio di vedere il Padre, alla glorificazione del suo Nome, all'avvento del suo regno, più lo si conosce, più lo si contempla, più se ne sperimenta la bellezza. Il desiderio di vedere il Padre, di piacere a lui, di fare ciò che gli è gradito, di crescere nel suo amore, conferma che" da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti" (1Gv 5,2).

Il limite della condizione di creatura impedisce di fruire fin d'ora in pienezza la bellezza della professione di fede battesimale. Credo in Dio, e Dio sei tu Padre, sei tu Gesù Cristo, sei tu Spirito santo, sei tu Trinità, Vita eterna, Amen.

Per molte persone questo riferimento è fonte di pace, di consolazione. Per altre, per motivi diversi ma convergenti nel risultato, resta un miraggio. Questo fatto acuisce nel cuore credente l'ardore che induce alla preghiera, all'implorazione perché lo Spirito santo apra gli occhi della mente, purifichi la memoria, dia la pace nel consentire e credere nell' Amore.

La relazione con il Padre unifica la missione di Gesù che ne irradia la conoscenza, introduce in essa. Egli lo chiama "mio Padre" (Lc 2,49) e lo dichiara anche Padre nostro (cf. Gv 20,17). A lui si dirige il grido ineffabile che lo Spirito vivifica (cf. Rm 8,26-27).

Matteo aggiunge, ed è importante, che il Padre ci introduce nella conoscenza di sé e del suo mistero, si compiace di farsi conoscere dalle persone più piccole, attesta che tutta la conoscenza che ne abbiamo è partecipazione di quella nella quale le Persone divine si conoscono.

Aprirsi a Gesù è accogliere da lui questa conoscenza, ineffabile, intima, amorosa, è attingere alla fonte della consolazione (cf. Mt Il,25-30; Gv 1,18).

Quando Gesù parla del Padre, senza ulteriori aggiunte, questo termine riveste quel tono di tenerezza che, trasfuso nei fedeli docili alla mozione dello Spirito, diventa sorgente di pace. Il Padre: ci ama come ama Gesù (Gv 16,27; 17,23), come Gesù ci ama (Gv 15,9). In questo oceano di amore più si avanza, più si è accolti.

La trepidazione di chi ama

Il Simbolo della fede abbina l'appellativo "Padre" a quello di "onnipotente". Queste verità sono fonte di affidamento, di fiducia, ma anche di timore. Partecipano del fascinoso e del tremendo, proprio del rapporto con il mistero. Quando si dissipano dubbi e diffidenze, nasce la pace, l'affidamento, la contemplazione, il ringraziamento e l'implorazione.

Il riconoscimento del Padre si carica di creatività quando è vissuto nella chiesa che crede in ogni credente e ne purifica gli atteggiamenti nella sua fede. In questa fede amorosa essa ammira, canta la sapienza misericordiosa del Padre, ne loda la bellezza, ne adora il mistero che rifulge nell'incomprensibilità delle sue vie. Tutto da lui, in forza di lui, per lui; a lui la gloria in eterno (cf. Rm 11,33 ss.).

Nel popolo fedele credere in Dio Padre è crescere nella derivazione da lui e nell'orientazione a lui nelle vie della sua provvidenza. Nulla può essere sottratto alla sua provvidenza che "vuole che tutti siano salvi e pervengano alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). Il consenso effettivo a questa volontà avviene solo nella comunità credente sostenuta dalla comunione dei santi e delle sante. Nell'oceano della bontà, anche le gocce d'acqua delle azioni umane ne partecipano la potenza. L'umanità, l'orizzonte del visibile e dell'invisibile, assunta nel Verbo fatto carne e vivificante in lui, diventa la bellezza nella quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo (cf. 1Pt 1,12).

Credere nel Padre creatore è credere che ogni persona è derivata da lui, vive in lui, è attratta e orientata a lui; è consentire che il cosmo e le persone in esso sussistano per il suo volere, è cooperare perché convergano nella sua gloria (2), è accogliersi e volersi derivati, voler orientare il proprio dinamismo nella tensione a lui.

Egli ha creato l'umanità: l'ha voluta per se stessa, per la partecipazione alla sua bontà, alla sua beatitudine. L'attira e orienta a sé con provvidenza speciale e l'abilita a cooperare perché in ogni persona il pieno sviluppo delle potenzialità coincida nel volersi dimora di Dio in mezzo all'umanità.

La meditazione del mistero di sé e del Padre, la luce che la paternità di Dio riflette attraverso Cristo, illuminano di immenso la condizione di ciascuna persona. Gesù è unigenito Figlio del Padre e in lui ogni persona è figlia. Proprio del figlio è accogliersi nella sostanza del Padre nella quale è se stesso, veramente derivato e veramente persona, dotata del potere di donare se stessa alla propria origine, di comunicare con essa come propria sorgente.

Il figlio è sempre in relazione a coloro da cui deriva, ai quale si unisce quale propria origine. E perfezione per il figlio essere con coloro in cui e da cui partecipa la stessa vita. Essere figlio è essere in coloro che chiama papà e mamma, riconoscersi partecipe della medesima prerogativa intrasmissibile.

La conoscenza del genitore passa attraverso quella di se stessi, conoscerlo è in qualche modo conoscersi nell'intimo di se stessi. Ciò si verifica in modo eminente nella prerogativa in forza della quale ciascuna persona può dire in Cristo: "Padre" .

2. Il Padre educa all'affidamento e alla responsabilità

La pace di sorgente

Fonte di pace in chi crede, la relazione al Padre è radice di inquietudine rabbiosa nelle persone che, ferite dal dolore e dal male, si chiudono nel mutismo e nell'incredulità.

La croce di Gesù, il Figlio amato, è la sofferenza delle persone dilaniate nella loro umanità, che si sentono frodate e deluse nelle proprie attese, e spesso rifiutano accoglienza e presenza, alimentano la protesta diffidente: "Se fosse Padre" .

È un grido che chiede di essere interpretato, che implora soccorso, non rigetto.

Le persone disposte ad accompagnarsi in verità a quelle che soffrono, maturano amica intelligenza del dolore del mondo e delle ingiustizie che, nella maggioranza dei casi, ne sono la causa.

Molte persone, solo quando sono ferite nella propria carne, si accorgono della lacerazione che il male infligge, della solitudine e della tristezza che causa insensibilità al dolore del mondo.

Molte situazioni colpiscono a livello solo emotivo, per il breve spazio di tempo in cui i mezzi di comunicazione sociale le mettono in rilievo. Proprio queste situazioni permettono di valutare sia la qualità della fedeltà al Signore, sia la sincerità della disponibilità a farsi in qualche modo carico dei mali personali e sociali. Spesso il Signore è amato e cercato più per i doni che dovrebbe elargire che per se stesso e la sua bontà.

Le persone meno vulnerabili al dolore umano, meno compassionevoli, sono quelle che si lamentano di più quando lo subiscono nella loro persona e quando pensano che l'indifferenza altrui nei loro confronti sia grave. Accade anche che alcune delle persone che contestano le situazioni di emergenza, nel momento in cui sono evidenziate dai mezzi di comunicazione, sono le stesse che meno operano per alleviarle e che più facilmente le dimenticano.

L'atteggiamento verso il dolore umano si converte quando la persona medita sulla paternità di Dio pensata a modo suo e non a modo umano. Dio si rivela per associare alla conoscenza che egli ha dell'umanità e degli eventi della storia, non per essere sottoposto al tribunale dei giudizi umani. Il dolore del Padre, adorato in unione con Gesù nell'agonia (cf. Lc 22,44), nel consenso a bere il calice (cf. Gv 18,11), nell'affidamento adorante, trasforma la sofferenza umana, la libera dagli idoli che ne fanno contesto di falsificazione della relazione con lui.

Ci sono persone a una sola dimensione, che puntano solo sulla realizzazione delle proprie aspirazioni, e sono invulnerabili alla richiesta di aiuto che viene dalla miseria umana. Ce ne sono altre che vogliono tutto tenere sotto controllo e dominare la realtà, non tollerano che essa non armonizzi con le proprie vedute e attese, ritengono intollerabili le situazioni che ostacolano il loro cammino e osteggiano qualsiasi potere non a loro servizio.

Nei confronti dell'onnipotenza creatrice e amorosa del Padre non si può restare né neutrali né indifferenti. Il riconoscimento di essa è il test della sanità razionale e credente. Se il sublime di questa verità finisce di sorprendere, si finisce col sentirsene schiacciati.

Quando la persona prende coscienza della connessione tra dire e pensare il Padre e dire e pensare se stessa e del fatto che la paternità del Padre è abbinata alla sua identità come persona creata a immagine e somiglianza di lui, cambia il proprio modo di situarsi nella storia e l'atteggiamento nei confronti della vita. Questa conversione ha riflessi profondi.

Quando la persona abdica alla "potenza" nella quale è costituita, oscilla tra manie di onnipotenza e frustrazioni da impotenza, non distingue le cose possibili dalle impossibili, più si ostina a perseguire le seconde, meno si impegna nella realizzazione delle prime.

La persona è potente per evitare di giudicare quello che ignora, non per costringere altri ad assecondare i propri progetti; per decidere di non deflettere dal cammino quando è giusto, per non violentare gli eventi e non comportarsi in modo dispotico nei confronti delle persone e della stessa realtà delle cose.

La persona nei confronti del Padre o lo riconosce origine e fine di tutti e di tutto o ritiene, almeno di fatto, che è lei misura suprema di sé e della realtà.

Solo i cuori miti, umili, bambini, sono in Gesù e come lui nella gioia e nella pace (cf. Mt 11,25-30).

Onnipotenza e "impotenza" del Padre

Il Padre "impotente" nella passione del Figlio, è lo stesso che vuole che nel "nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi" (Fil 2,10), che ne ha operato la resurrezione e la glorificazione. Colui che sembra lo lasci solo nella prova, è lo stesso che fa concorrere tutto a lui, al bene della chiesa suo corpo.

Dio è Padre non di un'umanità inetta o fatalista. Vuole che ogni persona abbia il potere di pensare rettamente di sé, del mondo; impari a comportarsi e a parlare in modo umano, a essere solidale con altre persone umane, sempre, in ogni circostanza, nelle prospere e nelle avverse; non si lasci bloccare nel cammino del bene, ma implori e operi.

Dio invisibile non è assente; è presente, nelle donne e negli uomini coerenti con la loro verità e dignità filiale, ne ha cura (cf. 1Pt 5,7), ma non favorisce abulia e disinteresse. La sua è onnipotenza generatrice di misericordia, di perdono; non umilia, non schiaccia le persone, le vivifica, interviene e sostiene nel corrispondere alla vocazione di ciascuna. Fa scaturire dall'iniziativa umana l'amicizia che diventa fonte di attrazione a partecipare al compimento del suo disegno, che si attua nella storia attraverso le persone che la costruiscono.

Secondo le nostre attese miopi, ignave, cieche, Dio dovrebbe intervenire non per impedire di agire contro il suo volere, ma per impedire il danno che ne deriva per noi. Dovrebbe operare quello che noi rifiutiamo di fare, deviare il corso degli eventi che ci rifiutiamo di prendere in mano, lenire le nostre malefatte.

Credere nel Padre è non attribuire a lui i disordini umani, sottrarsi all'insolenza e ai giudizi falsi nei suoi confronti. La fede in lui si centra sull' effusione del suo Spirito e sulla partecipazione della sua vita in Cristo.

Giovanni rivela la suprema espressione della tentazione che il Maligno, lo spaccatore, alimenta in noi: essa induce a "frantumare", a "dissolvere" Gesù Cristo (1GV 4,3 secondo la Vulgata), a vivere un'umanità senza creatore, a dire parole senza spirito, a fare gesti senza amore, e così via. Quando il riconoscimento del Creatore è vero, fonda la tensione a lui, e l'esistenza diventa saggia, buona, vera, bella, armonica.

In ogni persona la grazia è dono del Padre. In essa ognuno può riconoscersi e volersi in lui (cf. Gv 17,11.21.22), può operare, implorare, dimorare in lui, volersi persona, solidale nella realizzazione della propria perfezione finale e nel portare a compimento quella dell'umanità.

Il Padre conforma nella sua misericordia

L'altro nome dell'amore del Padre è la misericordia. Essa rifulge quando si coglie il contrasto che oppone ad essa un disordine oscuro nelle cause, universalmente sofferto negli effetti, che opera nell'affettività e, attraverso essa, nell'intelligenza, nelle opere, e che si esprime come violenza, diffidenza, paura, resistenza a riconoscersi nella propria verità.

Il Padre, il creatore fedele a se stesso (cf. 2Tm 2,13), non abbandona alla deriva l'umanità del suo amore. I tratti di questa sua bontà rifulgono nell' obbedienza di Gesù "fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8), nella docilità di lui alla sua volontà (cf. Eb 10,9) salvifica universale. Ora questi lineamenti emergono nelle opere delle persone che patiscono nella carne la piena liberazione dagli effetti del peccato.

Nel corso della sua esistenza Gesù rivela che l'onnipotenza del Padre si manifesta soprattutto nel perdono, nella "longanimità che temporeggia, pazienta" (1Pt 3,20), converte, raduna, guarisce, affretta la liberazione della creazione (cf. Rm 8,18 ss.), la piena rivelazione della sua gloria (cf. 1Gv 3,1-2; 1Pt 1,13).

Venuto perché mandato dal Padre, Gesù insegna che le opere di misericordia sono quelle che gli piacciono (cf. Gv 8,29), di cui si compiace (cf. Mt 3,17; 12,18; 17,5); attesta che è glorificato dal frutto dei tralci della vite, che è lui (cf. Gv 15,8). Tutta l'opera di Gesù è un dono del Padre a lui e di lui al Padre. L'Abba della sua agonia (cf. Mc 14,36) è quello dei figli di adozione (cf. Rm 8,15; Gal 4,6).

Ad Abba chiede di allontanare il calice, ma lo beve perché questa ne è la volontà (cf. Mt 26,39 e par.). Questa docilità vive nei figli adottati in lui, i cristi del Padre (cf. Gal 3,26; 4,7). Nel suo amore misericordioso il Padre scardina le resistenze dei cuori induriti, li rende contesto di ravvedimento, di conversione, di decisione, di dimora nella dinamica dell' amore che implora la redenzione di chi vive nel peccato (cf. 1Pt 2,11 ss.).

Gesù sottolinea la continuità tra la sua missione e quella che egli affida ai discepoli: "come il Padre ha mandato me, io mando voi" (Gv 20,21). Gesù li manda perché portino frutto nella vigna che il Padre pianta e pota (cf. Gv 15,1 ss.). E la più sublime rivelazione dello stile della misericordia paterna.

Chi serba nel cuore, come Maria (cf. Lc 2,19 e 51), tutto quello che del Padre ha detto Gesù e che lo Spirito ricorda nella memoria della chiesa (cf. Gv 14,26), si coltiva nel volersi in lui con cuore mite e umile e nel mettere in atto iniziative di misericordia e di pace.

L'obbedienza di Gesù rivela non solo la volontà salvifica universale del Padre (cf. ITm 2,4), ma anche come egli vuole che avvenga la redenzione del mondo: la via per la quale i discepoli seguono il Maestro è quella dell' amore misericordioso, del farsi carico del peso degli altri, dell'implorazione orante del perdono.

Il rapporto di Gesù al Padre è il vangelo a cui i fedeli credono, è verità che, creduta, è alimento di speranza e di amore, di carità, che rende cristico, filiale, l'agire alimentato dalla vita che egli è, che deriva da lui e si fruisce in lui. Essa è energia che fa operare opere anche più grandi di quelle che egli compie (cf. Gv 14,12). E la perla preziosa, la notizia bella che fa della storia umana la storia di Dio in noi e di noi in Dio.

Il Padre stesso rinvia l'umanità a Gesù ed esorta ad ascoltarlo: "Questi è il mio Figlio, ascoltate lui" (cf. Mt 17,5 e par.). "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio", ribadisce 2Cor 5,2I.

Obbedire al Padre in Cristo è obbedire al "fate tutto quello che egli vi dirà" (Gv 2,5) di Maria, volersi innestati nel sitio della croce (cf. Gv 19,28), eliminare gli ostacoli che impediscono la docilità al disegno in cui l'esistenza umana è costruita e rigenerata, volersi e comportarsi quali eredi della vita trinitaria nella storia.

La via di cui sperimentano la bellezza le persone che vivono in grazia e che, in sincerità di cuore, pregano "Padre nostro", non è astratta, non è impercorribile, non è meta irraggiungibile. Questa bellezza diventa coinvolgente man mano che cresce il legame alle Persone divine e umane nella vita quotidiana vissuta con lo sguardo fisso in Gesù che prende su di sé e perdona il peccato del mondo.

L'obbedienza al Padre cresce come il seme caduto nel terreno (cf. Mc 4,26 ss.), potenzia la connaturalità al bene che si manifesta nella trasformazione del sentire e del consentire, che non è più di servi ma di amici (cf. Gv 15,15). Questo cammino si nutre nella celebrazione della comunità credente ~ si esprime nel duro e silenzioso quotidiano. E novità di vita che scaturisce dalla docilità allo Spirito, non da sforzi volontaristici: è più frutto che risultato di decisione condivisa.

Lo confermano le persone semplici che in grazia di Dio portano a compimento la passione del Signore e sperimentano quanto il legame tra Gesù e loro sia più forte di quello che le unisce a lui. Il "sia fatta la volontà del Padre" si coglie nelle opere più che sulle labbra, e conferma che nessuna situazione le separa da lui e anche che nessuna minaccia induce quelle che non si amano a operare bene.

E quanto rifulge nella sollecitudine perché la chiesa diventi sempre più madre nella fede, luce delle genti, contesto di esperienza del Signore, impegnata nel farsi carico della conversione delle strutture di peccato che impediscono a popoli e persone di cogliersi e volersi nati dal Padre, operatori di pace nella giustizia.

In questo cammino l'immagine del Padre si purifica dalle associazioni false, idolatre, dalle tendenze isolazioniste, individualiste e necrofore, che insidiano l'appartenenza alla comunità che ascolta la Parola, celebra il mistero, attua la condotta bella della preghiera, del perdono implorato e condiviso. I cristi del Padre nell'inventiva dell'intelligenza d'amore, nella perseveranza solidale operano la pace, irradiano la conoscenza del Padre che è amore che si effonde in generazione di vita e trasforma la sofferenza in misericordia.

3. Il Padre è fedele al suo amore

La fedeltà del Padre è la fonte della gioia e della speranza della sua famiglia, sostiene nel devitalizzare le situazioni che incrinano l'abbandono a lui, e cioè l'indifferenza, l'apatia, l'abulia, l'ignavia, la resistenza a fare bene il bene, la tendenza a lasciarsi orientare dalle proprie velleità anziché dal bene che, se non è fatto bene, a regola d'arte, falsa la realtà e nuoce a chi lo opera. Le persone che operano solo in prospettiva di utile sono calcolatrici, non giuste; non si affidano alle istituzioni a cui aderiscono, ma pretendono solo di essere sponsorizzate in quanto si propongono. Questi atteggiamenti sono potenziati dalle insinuazioni adulatrici, dai convinci menti surrettizi che si nutrono dell'idolatria che esse stesse generano, dai dati non verificati, dai luoghi comuni, e dalle opinioni alla moda omologate ai manipolatori occulti che alimentano pretese insaziabili e rendono disposti a sacrificare ad esse ogni aspirazione.

Questo modo di vivere compromette la comunione e la missione della comunità radunata in Cristo e ne mette in crisi non un aspetto o l'altro ma la condizione di immagine di Dio, capace di relazionarsi con lui, di verificare e perfezionare la qualità delle relazioni che ne strutturano il dinamismo.

Contrastare queste condizioni è volere che lo stile di vita non sia pensato e programmato in base al proprio punto di vista, ma nella coerenza alla grazia del battesimo.

E la sola via per diventare meno faccendieri e più adoratori, per crescere nella verità, e far sì che i cristiani siano presenti nei luoghi in cui si decide il futuro dell'umanità senza disattendere i dettami della coscienza credente.

La cura di questi mali esige diagnosi consone alla rivelazione e alla luce che da essa deriva per camminare nella via della vera vita.

È più facile che si convertano le persone disposte a pagare il prezzo per assecondare le aspirazioni giuste, che non quelle indifferenti a ogni proposta che non rientra nell' ambito delle proprie aspirazioni e che reagiscono ad essa con un distaccato: "no, grazie, non mi serve". La persona convertita alle Persone divine e alloro disegno, alla domanda: "Chi cerchi?" risponde come Maria all' alba della resurrezione: "Rabbunì", "Maestro mio", e opera nella corrispondenza all' amore in cui è amata da Dio. La vita fedele non è un hobby da fine settimana. Essa esige perseveranza nell' operare in carità inseparabile da quello per le persone negate nei loro diritti, violentate nelle loro aspirazioni.

E falso l'amore che si riduce solo alle espressioni esterne e quello vissuto da persone ignave che abusano di sé e delle altre, che considerano le altre non nella loro realtà ma solo alla luce delle fantasie e delle immaginazioni in cui se le rappresentano. Di tutt'altra qualità è l'amore delle persone fedeli alla bontà nella quale sono rigenerate e che implorano di essere accolte nella misericordia che vivifica la perseveranza.

Amare nell'amore di Gesù è preferire i piccoli del Regno, le vittime delle strutture di peccato, accoglierle con amore di misericordia in verità e libertà. "Fatti capacità e io mi farò torrente", diceva il Signore alla beata Angela da Foligno.

Talvolta nella comunità cristiana si ha l'impressione che proporre questo stile di vita sia dire cose ovvie, scontate, che si sanno, eppure è sempre negativo separare la via dalla meta o questa dalla via; senza la carità nulla giova, e la carità ha prerogative sue proprie (cf. 1Cor 13,1-13; cf. anche Gal 5,22 sui frutti dello Spirito).

Il Decalogo scaturisce dalla carità e culmina in essa, e questa convergenza se non diventa esplicita finisce anche di essere presupposta. Ogni membro nel corpo di Cristo è tralcio di vite, ne partecipa la linfa, ne porta il frutto (Gv 15,1 ss.). In questo habitat ogni espressione della vita prospera, come in un oceano ogni goccia d'acqua.

Il desiderio operoso del bene di tutta la persona in ogni persona induce a fare economia di molte cose, non di contemplazione, soprattutto quando la lotta contro il peccato e l'ingiustizia diventa cruenta.

La volontà retta cresce e matura non per automatismi emotivi, ma nel prendere in mano la gestione della propria vita nella comunità di fede che educa a riconoscere le potenzialità nelle quali lo Spirito la costituisce.

Il volere è reso buono dalla convergenza tra il dono del volente, le opere e le persone umane e divine con cui si relaziona nelle diverse circostanze del vivere. La volontà che fa affidamento solo su di sé o che presume di accordarsi con Dio prescindendo dalle mediazioni umane e dalle responsabilità storiche, diventa solitaria, si priva delle energie che scaturiscono dalle articolazioni del "tutto è vostro, voi siete di Cristo, Cristo è di Dio" (1Cor 3,22-23).

La penitenza interiore, la conversione, disintossicano, rendono puro il desiderio di liberazione dal peccato e di rigenerazione nell' amore di carità che l'eucaristia nutre.

La vita cristiana è un cammino nella gioia che nasce dal cuore, che per amore vigila perché il peccato non si annidi nella volontà e non ne depisti l'orientamento. Perseverano in esso le persone che lottano contro la civiltà della morte e, docili allo Spirito, si lasciano "potare" (cf. Gv 15,2) nella via di incarnazione, passione, morte e resurrezione percorsa da Cristo nel suo corpo mistico.

L'intreccio delle operazioni ispirate da temperanza, fortezza, giustizia orientate dalla prudenza potenzia la comunione teologale che i doni dello Spirito fanno convergere nell' obbedienza e nella sequela dello Spirito stesso che fa amare nell' amore in cui Cristo ama. La gestione dei propri talenti nella coerenza alle esigenze della presenza nel cosmo, nella sintonia con i segni dei tempi, nella fedeltà alla coscienza, è forza che sostiene nel contrastare le lusinghe delle concezioni individualiste, anarchiche.

La vita eterna, la vita del secolo che viene, conclude la professione di articoli del Credo e illumina la meta a cui il Padre nell' economia della sua provvidenza conduce tutta la sua creazione.

Il Canone romano svela un tratto di questa patria beata alla quale l'angelo santo fin d'ora associa le offerte dei fedeli. Essi tutte le volte che comunicano al corpo e al sangue di Cristo implorano di essere ammessi nella gloria di cui l'eucaristia è pegno, insieme con Maria e le persone giuste che in ogni tempo sono gradite al Padre.

La partecipazione alla vita del corpo del Cristo, tempio dello Spirito, popolo del Padre, è dono di misericordia che fruttifica nel mettere in atto le esigenze della comunione di cui già fruiscono i santi e le sante di Dio i quali ci accolgono nella loro vita, e questa in noi è sana quanto più la irradiamo con intelligenza e libertà.

La crescita di sé, nelle relazioni in cui la persona è costituita, svela sintonie profonde che fanno già ora pregustare la pace della comunione con Dio.

Le antinomie frequentemente declamate, ad esempio contemplazione o azione, amore di sé o amore dell' altro, Dio o uomo, trascendenza o incarnazione, tempo o eterno, altruismo o egoismo, soggettivismo o oggettivismo, autonomia o eteronomia, eccetera, sono caduche. I cuori nuovi nell' oggi di Dio pensano e operano per impedire che diventino pietra di scandalo sul cammino delle persone deboli o che esse siano indotte a sottrarsi alla contemplazione della Trinità santa, quasi fosse impossibile nel mondo contemporaneo.

La realtà appare altra quando si valuta l'economia che il Signore svela allorché benedice il Padre che si compiace di rivelare ai piccoli i misteri del Regno (cf. Mt 11,25). Sarebbe sorprendente non che le persone semplici, docili allo Spirito, contemplassero, ma che qualcuno potesse crescere nella carità senza contemplare la bellezza divina. Una carità ecclesiale senza innamoramento è fredda, e un innamoramento partecipato nel popolo che ama, senza ammirazione, lode, gioia di contemplazione, è falso.

La responsabilità per sé nell'umanità e nella creazione, la volontà di crescere accordati nell'umanità diventata corpo di Cristo, oltre ad essere via maestra della relazione con Dio, potenzia la qualità dell'impegno umano, non ne rallenta lo sviluppo. Fare bene il bene, in volontà di continuità e universalità, è camminare nella via al Padre, che il lavoro quotidiano fatto male contrasta e depista.

La Parola di Dio ascoltata, custodita e meditata nel cuore (cf. Lc 2,19.51) alimenta il consenso fedele, illumina il fine personale e quello di tutta la famiglia umana e della creazione, allarga gli orizzonti della speranza e concentra lo sguardo del cuore e della mente sul disegno divino sulla storia protesa allo splendore di Dio tutto in tutti (cf. lCor 15,28).

I fedeli, pacificati nell'intelligenza e nel cuore attraverso la partecipazione alla liturgia, crescono in questa beata speranza, che è conforto e luce anche nelle situazioni difficili, e sono accompagnati nel perseverare in questa scuola universale della contemplazione. Essa, per il suo stesso dinamismo, unisce al Cristo che nello Spirito fa dell'umanità e della creazione offerta viva al Padre della misericordia.

L'esperienza di fede conferma a quale livello la partecipazione fedele alla liturgia e la condivisione delle sollecitudini della chiesa incidano nella formazione della coscienza dei fedeli. Conferma quanto docile la renda il sì all' epiclesi al Padre che nello Spirito santifica i doni, li fa diventare corpo e sangue del Cristo nel quale tutti diventano un solo corpo e un solo spirito, protesi al compimento della beata speranza nell' avvento di Gesù Salvatore.

I cuori samaritani non osservano con indifferenza le sofferenze umane, recano il loro piccolo o grande contributo per guarire i mali che rendono conflittuale e contrastata la crescita comune e offuscano l'attenzione a Dio che già ora, anche se in modo iniziale e non perfetto, è beatitudine delle sue creature.

Il risveglio all' ammirazione, alla sorpresa, al fascino della bellezza del Padre di ogni paternità, della sapienza di Gesù che rifulge in ogni sapere, dello Spirito Amore che palpita in ogni amore, sono prerogative vive, non statiche. Prosperano in un crescendo di vigilanza, di affidamento, di autodono sincero che caratterizza l'inventiva degli amici e delle amiche di Gesù che non avallano i progetti anomali, discernono e correggono le forme di vita parassita e ignava che intralciano il cammino della giustizia amica.

NOTE

[l] Cf. Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente 49.
[2] Cf. Catechismo della chiesa cattolica 279ss.