VITA DI MISSIONE

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Dall’India alla Papua Nuova Guinea, passando per la Brianza:
la lunga e "sfaccettata" missione di
Padre Giorgio Bonazzoli.

P. GIORGIO BONAZZOLI, Missionario in India e in Papua!

Chiara Zappa
("Missionari del Pime", Aprile 2008)

«Non c’è bisogno di diventare l’altro, per essere accettati. Ciò che è essenziale, nella missione, è metterci in una relazione sincera con le persone e la loro cultura: il resto viene da sé». È ciò che Padre Giorgio Bonazzoli ha imparato nel corso della sua lunga e "sfaccettata" missione. Ordinato nel 1958, Padre Bonazzoli ha insegnato nel "Seminario" di Monza fino al 1964, frequentando contemporaneamente l’"Università Cattolica", fino alla laurea nel 1967. Destinato in India, è poi rimasto nel grande Paese asiatico ininterrottamente - tranne alcune "parentesi" di pochi anni - fino all’89. Tornato in Italia, ha insegnato per un periodo all’"Università Cattolica" finché, nel Dicembre del ’92, è partito per la Papua, dove è tuttora in missione.

Esiste un "filo conduttore" nelle sue diverse esperienze missionarie?

Un "filo conduttore" c’è, anche se non l’ho progettato io. Sono partito per l’India poco prima del "Concilio", ma mi sono trovato a realizzare molte di quelle che sarebbero state le "istanze conciliari". È quello che poi è stato definito "dialogo" e che noi allora chiamavamo "vie nuove": un modo di essere più che di predicare, di "assimilare" i valori degli altri più che proporre con insistenza i propri. Non perché le nostre proposte fossero inferiori, ma per un senso di "attenzione" nei confronti degli altri. In questo periodo, pensavo che noi cristiani dovessimo "diventare" l’altro, per poi aiutarlo a trasformarsi secondo la volontà di Dio, attraverso il suo modo di essere, la sua cultura. Mi dicevo che nel dialogo non si può parlare tutti e due contemporaneamente. E dato che noi cristiani avevamo sempre parlato senza sosta, ora, se volevamo ascoltare l’altro, dovevamo tacere. Quindi la prima cosa da fare era "assimilare", conoscere ciò che gli altri avevano da offrire.

"Assimilare" però è rischioso...

Già, ero così affascinato dall’induismo che ci sono stati momenti, nel periodo della mia missione in India, in cui mi sono chiesto: "Ma chi è per me Gesù Cristo?". Partendo, avevo detto ai miei "Superiori": "Vado a fare un’esperienza, da solo su una barca. Se l’esperienza riuscirà, il ‘Pime’ ne avrà gloria, altrimenti annegherò da solo". È quello che ho provato in quel momento, chiedendomi: "Chi è per me Gesù Cristo?". Ero in crisi e sono tornato in Italia, nella "culla" della mia formazione, per far chiarezza nelle mie idee. Quindi sono ripartito per l’India e ho passato due anni tra i "bramini". Piano piano, la mia situazione si è chiarita. Allora è stato come se i vari pezzi di un "intarsio" fossero andati al loro posto. E mi sono trovato bene sia nel tempio, sia in Chiesa. Attraverso il tempio, ho scoperto alcune dimensioni del Cristo.

Poi è venuta la Papua e ha di nuovo rimescolato le "carte".

In Papua, dove insegno "teologia dogmatica" in un "Seminario maggiore", cerco di preparare sacerdoti che siano in grado di non sentirsi gli unici possessori della verità: il mio tentativo è quello di trasmettere sempre un atteggiamento di rispetto. Eppure, lo "scontro" che a volte si crea tra le verità di fede che insegno e le convinzioni legate alla tradizione locale, mi ha portato a fare un passo ulteriore nella mia riflessione sul rapporto tra fede e cultura. I miei seminaristi, infatti, hanno già accettato le verità cristiane: si sono fatti battezzare, vanno alla Messa, credono allo Spirito Santo. Poi, però, per loro lo "spirito" è anche quello dei morti, delle piante, della pietra, dell’acqua…

Come è possibile, allora, risolvere questa "contraddizione"?

Il primo anno, uno dei seminaristi, già studente di teologia, è venuto a dirmi: «Io credo negli "spiriti". Posso diventare prete?». «Non è che io sappia molto degli "spiriti" - gli ho detto - , però ti faccio due domande. Primo: credi in Gesù Cristo?». «Certo che ci credo», mi ha risposto. «Bene. La seconda domanda è: hai paura degli "spiriti", o credi che Cristo li possa dominare?». E la sua risposta è stata: «Anche se qualche "spirito" mi fa paura, penso che Cristo sia più potente». Alla fine gli ho detto: «Per me, puoi diventare prete, quello degli "spiriti" è affare tuo. In fondo, tu credi allo "sciamano", io credo al medico».

Come capire, allora, se bisogna "salvare" una cultura oppure no?

Che cosa è venuto a fare Gesù? A farci diventare più italiani o più papuani, oppure a salvarci e a portarci al Padre? Naturalmente è per il secondo motivo. Ognuno deve essere fiero della propria cultura, ma deve anche dare per scontato che possa contenere alcuni elementi che vanno "purificati". Allora, non basta dire: mi comporto così perché questa è la mia cultura. Questa è una tentazione pericolosa. Dobbiamo invece chiederci: la mia cultura è in sintonia con l’opera di Gesù Cristo, che mi salva per portarmi al Padre? Se lo è, allora posso tenerla. Nel rapporto con gli altri dobbiamo avere una prospettiva "trinitaria": il Padre è infinitamente distinto dal Figlio, il quale è infinitamente distinto dallo Spirito Santo, eppure sono un Dio solo. Similmente, i papuani, gli indiani, gli italiani sono diversi ma parte della stessa umanità. Il problema della nostra società è che l’altro, il diverso, ci fa paura, forse perché ci sentiamo giudicati. Invece dobbiamo metterci in ascolto reciproco, ma allo stesso tempo ognuno di noi deve cercare di restare ciò che è, perché siamo umani. E non possiamo andare al Padre se non accettiamo di diventare totalmente umani.