MISSIONE BANGLADESH

MISSIONE AMICIZIA     Quattro periodi, una sola vita     MISSIONE BANGLADESH

In missione da cinquant’anni, quasi tutti trascorsi in Bangladesh,
Padre Enzo Corba è pronto ad aprire un nuovo "capitolo" nella sua intensa vita.

P. ENZO CORBA, Missionario in Bangladesh.

Isabella Mastroleo
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre 2008)

«Oggi è qui Padre Enzo Corba», mi comunica una mattina il Direttore. «Arriva dal Bangladesh e bisognerebbe intervistarlo…». Padre Enzo Corba? Sì, lo conosco, se ne è parlato ai tempi del "Ciclone Sidr" he ha devastato il Sud del Bangladesh: lui era presente e l’ha vissuto in prima persona. Ma poi?
Corro affannata in biblioteca e in archivio a cercare qualche notizia sulla sua vita e sulla sua missione per prepararmi all’incontro. Non voglio correre il rischio di porre domande superficiali o affrettate!
Leggo, leggo… e resto affascinata dalla storia di questo Missionario: nato a Montefiascone (Viterbo) nel 1931, arriva in Bangladesh nel 1958 e vi resta fino al 1990. Nel 1974 finisce in un’isoletta sperduta tra musulmani e "indù", a fare il contadino… Il contadino?! Dal ’90 al ’95 viene mandato nelle Filippine. Quindi torna in Bangladesh, dove inizia il "Centro di formazione" a Singra, nel Nord del Paese.
Le mie paure di non trovare le domande giuste svaniscono appena acceso il registratore. Padre Enzo ha le idee ben chiare su che cosa dire e si capisce subito che a condurre l’intervista sarà lui.
«Sono arrivato a dividere i miei cinquant’anni in Bangladesh in tre periodi. Il primo periodo è quello vissuto a Dinajpur, nel Nord del Paese, dove sono rimasto sedici anni. È stato uno "scoprire" la missione, distaccandomi gradatamente dall’ideale giovanile della missione vista come "proselitismo". Ho trovato la strada aperta dai "pionieri" del
"Pime" e ho iniziato sulla loro scia, visitando i "villaggi tribali" dove avevano già fondato piccole comunità di cristiani. A livello di strutture, però, non c’era nulla. Con i miei confratelli abbiamo avviato uno sviluppo che sta ancora andando avanti, con la costruzione di scuole, dispensari medici, "cooperative" di credito.
Ciononostante, mi sentivo insoddisfatto. Volevo fare il vero "Missionario", mettermi a servizio dei "non cristiani". In quegli anni era maturato in me un nuovo concetto di missione, vista come stabilire la giustizia, combattere la povertà, riconoscersi fratelli, dialogare con le altre religioni…
Ha inizio così il secondo periodo della mia vita missionaria. Sono finito a Sud, nella diocesi di Chittagong, chiamato dal Vescovo locale Joachim Rozario, in un’isoletta del "delta", Rajapur. Sono arrivato da solo, per scelta, e ci sono rimasto 17 anni, convinto di voler servire l’uomo in quanto tale - buddhista, cristiano o musulmano - per testimoniare l’amore  di Dio».
Per questo era necessario fare il contadino?
«In un certo senso sì. Rajapur è un’isola di 6.500 abitanti per 50 kmq.: gli abitanti sono per metà musulmani, il resto sono "indù" e una minoranza di cristiani (cattolici, battisti, anglicani, avventisti, eccetera). Come dicevo, ero lì per condividere la vita della gente, testimoniare la mia fede e affrontare con loro i problemi. Anche se questo significava imparare a fare il contadino. Il primo problema si è presentato nel 1974 - ero lì da pochi mesi - ed è stata la grande "fame" del Bangladesh dopo l’indipendenza. In quell’occasione convocai i rappresentanti di tutte le comunità (cristiani, musulmani, "indù") e insieme decidemmo di fondare un "comitato" che avrebbe gestito un "fondo di emergenza" comunitario, costituito con una parte del raccolto che tutti avrebbero dovuto offrire. L’esperienza ha funzionato, tanto che nel 2004 sono stato invitato a festeggiare i trent’anni di vita di quel "comitato"! È nato così un dialogo di vita con musulmani e "indù" che abbiamo portato avanti anche con momenti di preghiera insieme.
Posso tranquillamente dire che quella di Rajapur è stata l’esperienza più bella della mia vita! Si è conclusa perché il "Pime" mi ha inviato nelle
Filippine a iniziare l’"Euntes" (1990-’95). Al mio ritorno a Dhaka, in Bangladesh, ha avuto inizio il terzo periodo. Il Vescovo di Dinajpur mi chiese di organizzare un percorso formativo per i "prayer leaders" ("responsabili della preghiera") dei 600 villaggi convertiti nella diocesi. Così è nato il "Centro di Spiritualità" di Singra, un "ashram" della "Parola": otto casette, immerse nel silenzio, dove ogni anno vengono tutti i "laici" della diocesi (più di 600 persone) e vi restano per cinque giorni, dalla Domenica pomeriggio fino al Sabato mattina; si studia, si medita il Vangelo e si riflette insieme. È un’iniziativa che dura da 12 anni.
Quest’anno ho voluto prendermi un "anno sabbatico" per "costringere" il Vescovo ad affidare l’amministrazione del "Centro" a un sacerdote locale. Al mio ritorno cercherò di prendere contatto con gruppi di altre religioni per coinvolgerli nella nostra proposta di spiritualità. In tal caso, la riflessione non sarà più condotta solo sulle "Scritture cristiane", ma anche sul "Corano" per i musulmani e sulla "Gita" per gli "indù". Un’esperienza unica nel suo genere in Bangladesh!».
Ed ecco che, forse senza rendersene conto, Padre Corba ha già impostato l’"attacco" del suo quarto periodo...