DALLA COSTA D’AVORIO, P. GIOVANNI DE FRANCESCHI

MISSIONE AMICIZIA    Le ferite della guerra    DIARIO

Il breve rientro in Italia, nei mesi scorsi, di padre Giovanni De Franceschi,
in Costa d’Avorio dal 1975, ci ha permesso di incontrarlo.
E di parlare della sua missione.

P. GIOVANNI DE FRANCESCHI, Missionario in Costa d'Avorio.

Isabella Mastroleo
("Missionari del Pime", Gennaio 2008)

Padre Giovanni De Franceschi ha appena celebrato quarant’anni di sacerdozio. Dopo otto anni di servizio missionario in Italia, parte per la Costa d’Avorio nel 1975.

Quali sono stati gli inizi della sua missione?

Verso la metà degli anni Settanta, la diocesi di Gorizia aveva deciso di aprire, in collaborazione con il Pime, una missione in Costa d’Avorio e fui inviato io. Era la prima volta che il Pime arrivava in quel Paese africano. La prima missione è stata fondata a Kossou, a 40 km. da Yamoussoukro, che è la capitale politica e amministrativa del Paese (Abidjan è la capitale economica). In seguito il Pime ha aperto nuove parrocchie a est di Bouaké, nel cuore del Paese.
Per il primo anno sono rimasto solo, poi sono arrivati altri confratelli. Dal 1989 al 1999 sono stato impegnato nel centro di formazione catechisti, sempre nella diocesi di Bouaké. Un’esperienza bellissima, perché mi ha permesso anche di approfondire lo studio della lingua e soprattutto della cultura "baulé".

Al suo arrivo ha trovato un ambiente già cristianizzato?

I cristiani cattolici in Costa d’Avorio sono oggi circa il 15% della popolazione, mentre i protestanti arrivano al 30-35%; il resto degli ivoriani sono seguaci di religioni tradizionali africane o appartengono a minoranze musulmane. Quello che ho trovato al mio arrivo era, più che cristianizzato, un ambiente "di cristiani". Erano battezzati, ma non avevano realmente abbracciato il Vangelo. I preti locali, ad esempio, dicevano di avere "inculturato" la Messa perché avevano introdotto alcuni gesti tipicamente africani, i tamburi, la danza, ma questo non significa vivere Cristo in maniera africana. "Inculturare" il Vangelo significa mettere Cristo al centro, come Colui che può dare risposte alla propria ricerca.
Ancora adesso, purtroppo, molti ivoriani, quando non riescono a trovare una risposta adeguata e si sentono confusi, si rifugiano nelle "sette", perché queste ultime spesso offrono una risposta più africana, anche se più pagana.

Che cosa è successo dopo?

Nel ’99 ho trascorso un anno all’Università di Abidjan, anche per riordinare alcune ricerche che nel frattempo avevo compiuto sui simboli "Akan", una delle etnie più diffuse della Costa d’Avorio. Sono poi tornato al lavoro in parrocchia fino al 2002, quando è scoppiata la guerra. Per tre anni, fino al 2005, siamo rimasti come imprigionati, non si poteva fare nulla. Nel 2005 i Missionari del Pime hanno aperto una nuova parrocchia, a Vridi, zona portuale alla periferia di Abidjan. Un grosso impegno, perché non c’era proprio nulla. La Chiesa era un capannone molto basso sul quale correvano i fili dell’alta tensione. Il primo anno è stato impiegato nella costruzione della casa parrocchiale, che è un po’ anche Seminario, per la presenza di due seminaristi. Poi è iniziata l’edificazione della nuova Chiesa. A tutt’oggi i lavori non sono ancora terminati, ma abbiamo già iniziato a celebrare la Messa.

Nelle diverse zone del Paese in cui si trovano le missioni del Pime cambiano anche le etnie?

Sì. E le religioni. A Bouaké sono soprattutto "baulé", a Kani musulmani, mentre Abidjan è come una "Torre di Babele", un agglomerato di quartieri ricchi, medi e poveri, molto poveri. Quello in cui ci troviamo noi, Vridi, è un quartiere di "bidonville", nato quando si è costruito il canale del porto.
La nostra attività principale consiste nell’organizzare la catechesi. A livello sociale esiste poi la "Caritas", di cui si occupa
padre Alberto Sambusiti, e diverse organizzazioni femminili. La grande maggioranza della popolazione è, infatti, costituita da donne e queste organizzazioni, di cui fanno parte anche non cristiane (ad esempio, l’associazione "Bokayé", che significa "Aiutiamoci"), offrono una formazione alle ragazze, per esempio nella prevenzione dell’Aids, o nella gestione di cooperative che costituiscono una forma di sussistenza.

Quali sono attualmente i principali problemi della Costa d’Avorio?

La povertà, certamente, ma anche l’analfabetismo, la non scolarizzazione, i disordini politici. Anche se la guerra è ormai finita e il Paese unificato, la gente aspetta l’occasione per potersi vendicare. Veramente il perdono cristiano non è facile. Ho visto con i miei occhi case "depredate", dalle quali è stato portato via tutto, perfino gli interruttori, la "moquette"… Molte di quelle case le avevo viste sorgere a poco a poco, costruite con fatica dalla gente, e vederle ora ridotte in quello stato fa davvero pena. Noi invitiamo tutti a perdonare, ma è difficile. La guerra ha acuito troppo la differenza tra etnie perché sia possibile dimenticare e amare. C’è chi teme addirittura che si giunga alla stessa tragedia del Ruanda. E siccome una buona parte del nord è musulmana, mentre al sud la maggioranza è cattolica, si è finito per dire che la guerra è tra cattolici e musulmani.