MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 1

Un ragazzino vivace

Gli stessi occhi furbi del padre, la stessa espressione decisa della madre. Osservando i ritratti dei genitori di monsignor Aristide Pirovano, è facile rintracciare le loro sembianze sotto la barba - dapprima nerissima, poi bicolore, infine sempre più bianca - del figlio.

Pietro Pirovano, il padre, ha occhi scuri e baffi imponenti. I suoi, originari di Viganò Brianza, possiedono una cava di pietra: una solida famiglia brianzola, che si può definire benestante. Maria Cazzaniga, la madre, è invece di Missaglia. Proviene da una famiglia di mugnai, lavoratori instancabili e molto religiosi: una sua sorella si fa suora. Abitudini e atteggiamenti sono molto diversi: i Pirovano sono soliti girare per il paese in calesse, mentre i Cazzaniga si dedicano a opere di beneficenza.

Le due famiglie sono legate da rapporti di parentela. Quando la giovane Maria decide di impratichirsi nel taglio e cucito, si rivolge alla futura suocera, bravissima sarta. Comincia così a frequentare sempre più spesso Pietro, e quella che in principio è solo una parentela si trasforma in amore. Dopo i primi propositi di matrimonio, Pietro Pirovano viene a Erba, alla bottega di un marmista. Ha seguito una scuola a Brera e vuole imparare il mestiere: si specializza in pietre tombali e composizioni funerarie per i cimiteri. Anche il fratello ha una ditta di marmi, a Casatenovo, ma deve fare i conti con la moglie, eccessivamente "prodiga".

Quando Pietro e Maria si sposano, nel 1911, si sistemano a Viganò. Poi lui decide di mettersi in proprio come "marmorino" e apre una piccola impresa a Erba, nei pressi della linea ferroviaria. I due sposini vanno ad abitare lì vicino, lungo la centralissima via Vittorio Emanuele, nella casa della Vinicola Frigerio che si affaccia su una grande corte. È qui che, il 22 febbraio 1915, nasce Aristide. È il secondogenito: tre anni prima è nata Paolina. Di lì a poco i Pirovano si trasferiscono sull' altro lato della strada, sopra l'osteria di "Ligio" CavalIeri, popolarissimo cacciatore. I due piccoli portano allegria in famiglia, ma sono anni difficili. Scoppia la guerra e Pietro deve partire per il fronte. Maria prende con sé i bambini e torna a Viganò, dai parenti.

Quando Aristide ha due anni, la sorella Paolina si ammala gravemente. È una brutta polmonite, ma i medici non se pe avvedono per tempo: pensano a una difterite e la piccola muore, a soli cinque anni. È il primo di una serie di lutti che colpiranno i Pirovano e che la famiglia saprà sempre sopportare con cristiana rassegnazione. Poco dopo anche Aristide si ammala. Stavolta è davvero difterite e la madre cura il bambino costringendolo a gridare a squarciagola per due giorni filati. Lo zio Giuseppe (padrino di Aristide al battesimo) ode quelle urla mentre si sta recando in visita dai parenti: pensa alla povera Paolina, teme che anche il fratellino sia moribondo e scappa spaventato. Quando Aristide si riprende, la madre considera la guarigione una grazia e ne attribuisce il merito a San Biagio.

Finisce la guerra e Pietro Pirovano torna finalmente a casa. La famiglia si ristabilisce a Erba e riprende una vita serena. Nel 1919 nasce un'altra bambina, che viene battezzata Paola in memoria della primogenita. Poi arriveranno Carla (1922) e Cesare (1928).

Aristide è un bambino curioso, vivace, a volte irrefrenabile. Ma è abilissimo a evitare le punizioni: solo una volta il padre lo raggiunge con una pedata. Le sue giornate iniziano con un impegno fisso: il rosario che la madre gli fa recitare prima di uscire di casa per andare a messa, nella vicina chiesetta romanica di Sant'Eufemia.

Poi comincia la scuola. La prima maestra di Aristide è la signora Agostoni: è severa, ma per lui prova molto affetto. Il giovedì è giorno di vacanza: al mercato le mamme incontrano le insegnanti, chiedono notizie dei figli e la maestra Agostoni ha sempre buone parole per la signora Pirovano. Aristide non è tipo da ammazzarsi sui libri, né prova interesse per qualche materia particolare; il suo passatempo preferito sembra quello di fare dispetti alle sorelle. Alla fine dell' anno, comunque, è sempre promosso. In quinta elementare arriva un nuovo insegnante, il maestro Caldara. Aristide mal sopporta la sua rigida disciplina e non" digerisce" , in particolare, l'abitudine del maestro di rispedire tutti in classe se qualcuno schiamazza all'uscita dalla scuola.

Durante l'estate Aristide dà una mano al padre in officina. Scolpiscono monumenti per i cimiteri. Lavorano duramente in mezzo alla polvere nel periodo più caldo dell'anno, in previsione del 2 novembre, giorno dei defunti. Intanto gli amici più fortunati partono per la villeggiatura. Un giorno Aristide se ne lamenta con la madre, ma la risposta è secca: «Hai sbagliato a nascere in una famiglia povera!». Di soldi, in effetti, ne circolano pochi, che vengono investiti nella nuova (e definitiva) casa che, a partire dal 1925 , i Pirovano costruiscono in via Mazzini. In quei giorni padre e figlio lavorano alla decorazione della chiesa parrocchiale di Pontelambro. È un' opera difficile, impegnativa, che dà soddisfazione e che promette anche buoni guadagni. Ma i pagamenti tardano e quando la casa sarà finalmente completata i Pirovano - anche a causa dei disastrosi effetti della "grande depressione" del 1929 - saranno costretti a ipotecarla.

A dodici anni, finita la sesta elementare, Aristide comincia a lavorare stabilmente con il padre. È molto faticoso: la giornata dura anche dieci ore, a tagliare, incidere e levigare marmi e pietre. A volte si prosegue persino di notte. Aristide, che è un ragazzo sveglio, si accorge che il padre, gran lavoratore e galantuomo, non ha però molto senso degli affari: troppo buono con i suoi clienti, non esita a concedere credito se qualcuno non può pagare. Quanto al figlio, per il momento non nutre idee precise per il futuro. Immagina, però, di rilevare un giorno la ditta e di ampliarla. Si sente attratto dai grandi progetti.

In officina Aristide, solerte e sottomesso al padre, presta la massima attenzione per non incorrere nei suoi rimproveri. Solo una volta si distrae, mentre sta sollevando una lastra di marmo: il peso lo vince e la lastra lo travolge. Quando il padre e altri riescono a liberarlo, sgattaiola fuori incolume, preoccupato più della rampogna paterna che del rischio appena corso. L'incuranza dei pericoli - che non è però incoscienza - è un altro segno distintivo della personalità di Aristide.

Ogni tanto il padre esce per recarsi dai clienti o per qualche consegna. Allora il ragazzo tira fuori da sotto il bancone libri e giornali e si immerge nella lettura. Ha una predilezione per i romanzi di avventura e i polizieschi. I suoi personaggi preferiti sono quelli nati dalla fantasia di

Jules Verne e di Emilio Salgari: il capitano Nemo, Sandokan, il Corsaro Nero... Ma si appassiona anche alle storie di Joe Petrosino, il poliziotto italo-americano che combatte la mafia. Lo interessano tutte le vicende che si svolgono in paesi lontani e sconosciuti, che lui, sicuramente, non potrà mai visitare...

Non ci sono solo le letture però, anche se i passatempi dei ragazzi erbesi, a quei tempi, sono limitati. Ad Aristide, ad esempio, piace andare a nuotare nel lago di Alserio. Prova a pescare, ma quando vede i pesci presi all' amo boccheggiare, ne prova pena e li ributta in acqua. Un suo amico, Italo Mambretti, possiede una bella bicicletta, un lusso che pochi possono permettersi. Tra quei pochi non c'è sicuramente Aristide (la "mancia" che gli passa la madre è di dieci centesimi), che si accontenterebbe di farci un giro: un giorno regala a Italo un dolcetto e in cambio ottiene in prestito l'agognata due-ruote.

È assiduo alle messe, sull'esempio della madre, profondamente credente, animata da una fede viva e operosa: anche il padre è praticante, ma è meno convinto. La vita di paese non offre molte occasioni di ritrovo, eccezion fatta per le funzioni religiose e per l'attività dell'oratorio di Santa Maria Nascente, la chiesa prepositurale. Aristide frequenta le riunioni serali e le prime feste con l' orchestrina e si distingue nelle recite domenicali. Partecipa anche a tutte le processioni. Un giorno, però, capita in mezzo ad alcuni ragazzi che fanno chiasso. Un prete si arrabbia e tra gli altri riprende duramente anche lui. Offeso, Aristide decide di abbandonare l'oratorio e, di nascosto dai suoi, smette anche di andare a messa. La domenica mattina gironzola con gli amici e prima di tornare a casa va alla ricerca di informazioni: chi ha celebrato la messa, quale brano del Vangelo è stato letto, i passi salienti dell'omelia... In questo modo, almeno qualche volta, riesce a sfuggire ai rimbrotti della madre.

Ormai adolescente, Aristide è inserito tra i "balilla". Il Fascio di Erba è molto ben organizzato ed è uno tra i più influenti della provincia di Como. Al locale poligono si organizzano gare di tiro con il moschetto. L'età minima per partecipare è di diciassette anni; Aristide è più piccolo, ma si è esercitato spesso ed è molto abile. Così riesce a iscriversi. La gara si svolge nell' arco di cinque domeniche. Si spara da tre posizioni: in piedi, in ginocchio, proni. Aristide salta le messe, spara e alla fine vince. Lo premiano con una medaglia, un diploma e cinquanta lire. Al problema dell' età nessuno fa caso.

In quel periodo arriva all' oratorio di Erba un nuovo coadiutore, don Alberto Bartesaghi. Ha partecipato alla prima guerra mondiale, è un sacerdote già maturo, ha una personalità decisa. Al tempo stesso, però, sa essere paziente e comprensivo e i suoi modi fanno presa sui ragazzi, Aristide compreso. Un giorno lo avvicina e gli chiede: «Ma perché non vieni in oratorio? Sai, potresti farti molti amici e i tuoi genitori non ti sgriderebbero più». Il tono di don Alberto è convincente: Aristide torna sui suoi passi, riprende a frequentare l'oratorio ed entra anche a far parte della compagnia filodrammatica.

Siamo nel 1930. Un giorno capita in visita all'oratorio u!) certo ingegner Testori, propagandista dell' Azione Cattolica, Viene da Milano. Mentre l'ospite entra nel salone a parlare con i ragazzi, Aristide - che ha quindici anni - si avvicina alla sua macchina. È in genere interessato a tutti i mezzi di locomozione, ma è attratto in particolare dalle auto. Si mette al volante, avvia il motore e comincia a girare per il paese, con l'amico Carlo Porta sul predellino. Al ritorno, il proprietario non si accorge di nulla. Molti anni dopo, già missionario, padre Aristide incontrerà di nuovo l'ingegner Testori, a Milano, nella basilica di San Fedele. Lo confessa, lo assolve e poi, con un sorriso ammiccante, gli dice: «Adesso tocca a me confessarmi...». E gli confida di quel "giretto" in macchina, a Erba, di tanti anni prima.