MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 10

Pioniere della fede

L'Amapà è terra di fiumi e di foreste. Il Rio dello Amazzoni - che lo delimita maestoso a sud e che sfocia nell' Atlantico proprio nei pressi di Macapà - è lungo oltre seimila chilometri. Non è propriamente un fiume, bensì un complesso sistema di bracci (igarapé) e affluenti: l'Oyapoque, lo Jary, l'Araguary, il Cassiporé, l'Uaça, il Calçoene... Acque che scorrono - a volte pigramente, a volte impetuosamente - interrompendo qua e là il succedersi fitto e monotono della foresta equatoriale.

All'inizio degli anni Cinquanta il bacino amazzonico di per sé una delle regioni meno popolate della Terra - è un paesaggio in gran parte inesplorato. Le stesse autorità brasiliane non si danno gran pena di conoscerlo a fondo. La popolazione dell' Amapà è stimata complessivamente in circa 60 mila abitanti, ma il dato non tiene conto delle migliaia di indios che vivono allo stato naturale nella foresta. La maggioranza è costituita da caboclos (meticci), piccoli, dalla pelle olivastra, gli occhi a mandorla e i capelli nerissimi. Vivono lungo i corsi d'acqua, in primitive palafitte ricoperte di foglie di palma. Per sfamarsi coltivano la mandioca e pescano. La loro principale attività consiste nel ricavare dagli alberi della gomma il lattice, che poi viene affumicato, modellato in piccole palle e venduto negli empori. Non vivono a lungo, i caboclos: l'età media si aggira sui trentacinque anni, ma la maggioranza è già senza denti a dieci, quindici anni e le donne - che raggiungono il pieno sviluppo verso i quattordici anni - deperiscono intorno ai venti. L'invecchiamento e le morti precoci hanno cause molteplici: la malaria e malattie di ogni genere (dissenteria, verminosi, piaghe non curate), la scarsità di cibo, di igiene e di cure mediche, e infine il clima. Le stagioni si riducono praticamente a un lunghissimo inverno caldo e umido - il periodo che va da novembre ad agosto, con temporali brevi, ma frequenti e torrenziali - e a un' estate secca nei restanti tre mesi. La temperatura varia dai trenta ai cinquanta gradi, ma è l'umidità che, soprattutto durante l'inverno, raggiunge punte del 90-95% e "succhia" le energie psico-fisiche dei caboclos.

I padri del Pime sono colpiti dalla bontà d'animo e dal senso di ospitalità dei caboclos. Il loro carattere presenta però anche aspetti negativi, come l'eccessivo fatalismo, lo scarso impegno a migliorare le proprie condizioni di vita e la propensione a spendere quel poco di guadagno ricavato dalla vendita di lattice in solenni bevute di cachaça (alcol estratto dalla canna da zucchero), in occasione delle numerose feste di ogni genere.

L'episodio della chiesa di Macapà tratteggia efficacemente la strategia con la quale padre Aristide e i suoi penetrano a poco a poco nella mentalità della popolazione dell' Amapà. La gente - cristianizzata dagli antichi missionari - si professa cattolica e prega Dio in modo diretto, semplice e spontaneo. Ma i contatti troppo saltuari con i sacerdoti e la desuetudine ai sacramenti l'hanno allontanata dall'Eucarestia, anche se le Figlie di Maria ogni domenica, diligentemente, fanno il giro delle case per raccogliere i ragazzi e portarli a messa. La fede, basata in gran parte sull'Antico Testamento, si esprime unicamente nel battesimo e in qualche processione: la più importante è quella per la festa della Madonna del Carmine (16Iuglio) a Parintins, vissuta con estrema devozione. Assurde superstizioni portano a ritenere la confessione un rimedio contro la malattia. Manca completamente il senso della famiglia: gran parte dei nuclei vive in totale promiscuità sessuale, gli uomini abbandonano spesso le loro case, i genitori si disinteressano dei figli.

In questo contesto i missionari sono inizialmente visti con diffidenza: parlano di messa tutte le domeniche, di confessione e comunione almeno una volta all'anno, di matrimonio sacro e indissolubile... Ai più appare esagerato il loro proposito di imporre, accanto alla religione, obblighi morali di cui non si avverte il senso. L'azione dei padri del Pime è poi ostacolata dalla presenza di altre religioni, confessioni e sette. I protestanti sono molto organizzati; la massoneria è diffusa tra funzionari e intellettuali, che tendono a distinguersi dal volgo; gli spiritisti fanno leva sull'ignoranza del popolo per le loro pratiche superstiziose. Quando i Padri della Sacra Famiglia avevano cercato di imporre d'autorità la visione cristiana della vita, con precetti molto severi, avevano provocato nella popolazione una sorta di crisi di rigetto.

Ai suoi compagni di missione padre Aristide concede carta bianca; lascia che ognuno possa esprimersi nelle attività in cui si sente più portato. Così, ad esempio, padre Cerqua e padre Basile escono ogni sera con una grande croce, la piantano da qualche parte, richiamano la gente al suono di una campanella e cominciano a predicare, a far pregare e a tenere lezioni di catechismo. Padre Galliani, invece, partendo da un campo di calcio, crea un vero e proprio oratorio, organizzando incontri, proiezioni di film e recite affollatissime. Nella pastorale giovanile - che non ha precedenti nell' Amapà - si distingue particolarmente padre Simonelli. Nella gente crescono il rispetto e la stima per quei missionari venuti da lontano.

Il 10 febbraio 1949 viene ufficialmente eretta la prelatura nullius (diocesi in formazione) di Macapà, affidata al vescovo di Santarem Pietrulla quale amministratore apostolico, ma nello stesso tempo autonoma da quella diocesi. È il riconoscimento del lavoro svolto in pochi mesi dai missionari del Pime per fondare parrocchie nelle località più importanti, come Amapà, Oyapoque e Mazagao: alloro arrivo avevano trovato solo chiesette cadenti o cappelle in legno fatiscenti.

Il progetto del Pime mira a una crescita umana integrale, nella quale la cura delle anime si affianca alla promozione e al progresso sociale. Nell'Amapà servono case in muratura, dispensari medici dove distribuire antibiotici e penicillina per la malaria e la tubercolosi, vitamine e ricostituenti per i bambini, sciroppi, pomate e polveri per le ferite. Padre Aristide fa valere le sue doti di organizzatore, la capacità di creare contatti con le persone" giuste", l'abilità nel procurare materiale. È lui a portare a Macapà le prime biciclette, acquistate a Belem: sono due, brutte e pesanti, di fabbricazione inglese. Riesce a ottenere dal governo federale terreni e finanziamenti per diverse opere sociali. Si adopera per fornire ai suoi confratelli - che vivono nella precarietà - case più dignitose e funzionali. Manca però la manodopera, dal momento che la gente dell'Amapà non ha esattamente il lavoro nel sangue. Non potendo dare il via alle costruzioni, si rischia di perdere le sovvenzioni ottenute dal governo, per le quali non si possono chiedere dilazioni. Pirovano si rivolge più volte al Superiore generale del Pime, padre Luigi Risso - subentrato a monsignor Balconi -, richiedendo l'invio di "fratelli cooperatori" (missionari laici consacrati), abili come muratori o falegnami. Ma dalle risposte che giungono dall'Italia padre Aristide ricava l'impressione che l'Istituto non avverta la gravità e la delicatezza della situazione. Così centinaia di migliaia di cruzeiros, ottenuti grazie a una faticosa azione diplomatica, vanno in fumo. Nelle missive che padre Aristide verga sulla poca carta a disposizione durante nottate insonni (l'unico momento libero dal lavoro), si leggono lo sconforto e la sensazione che la missione in Amazzonia sia trascurata, a vantaggio di altre missioni sparse per il mondo, che ricevono aiuti più facilmente. Pirovano esorta il Pime anche a organizzare una propria procura a Rio de Janeiro, vicino agli uffici del governo federale, per avere contatti più agevoli e frequenti; ma non ottiene nulla. Come se non bastassero il clima sfiancante, l'isolamento, la scarsità di cibo, la malaria sempre in agguato e la mancanza di aiuti, i missionari ricevono lettere provenienti da missioni dell' Asia, nelle quali gli stessi confratelli del Pime rinfacciano loro di operare in un paese cristiano e civilizzato, dove l'evangelizzazione non è necessaria. Non sempre l'ottimismo e il dinamismo che contraddistinguono padre Aristide riescono a lenire l'amarezza per un lavoro duro, sfibrante e per giunta incompreso.

Nel marzo del 1949, dopo ripetuti inviti, padre Risso decide di far visita alle missioni dell' Amazzonia. Finalmente il Superiore ha modo di constatare di persona le difficoltà, i sacrifici e le esigenze dei suoi missionari. Resta ammirato dalla loro abnegazione e dallo spirito con cui sopportano stenti e privazioni, ne loda la volontà e il coraggio. Non a caso, quando torna in Italia nel giugno successivo, disponendo le destinazioni dei nuovi missionari, assegna ben nove padri alle missioni del Brasile. Di lì a qualche mese anche padre Garrè, superiore regionale del Pime in Brasile, visita le missioni dell' Amazzonia, predicando gli esercizi spirituali ai padri; era tempo, perché in più di un' occasione Pirovano si era lamentato di essere stato "dimenticato" dal suo vecchio compagno di viaggio.

Tra le principali preoccupazioni pastorali di padre Aristide c'è anche la visita alle comunità disperse nel territorio dell' Amapà. L'estensione della prelazia supera quella del Territorio federale, in quanto comprende anche alcune isole alle foci del Rio delle Amazzoni che fanno parte dello Stato del Parà. Lo stesso Pirovano partecipa a uno dei primi viaggi nell'interno, insieme ai padri Bubani e Basile, addentrandosi in una realtà incontaminata e irta di pericoli, armato solo del coraggio che viene dalla fede. Le spedizioni durano giorni e giorni: si parte in moto o in bici per passare poi al cavallo, al bue, alla barca a remi o a vela e infine alle proprie gambe. Per risalire i fiumi i missionari si imbarcano su piccole e strette canoe scavate in tronchi d'albero. Viaggiano a pelo d'acqua, prestando attenzione alle secche, ai tronchi vaganti e ai rami sporgenti. Se alcuni corsi d'acqua sono navigabili senza troppi problemi, altri sono soggetti a correnti capricciose e imprevedibili. Il pericolo maggiore è rappresentato dalla pororoca, la marea dell' oceano che investe improvvisamente i fiumi dell'interno: l'acqua del mare che sale si scontra con l'acqua del fiume che scende, provocando un' ondata gigantesca che s'abbatte sulle rive e distrugge tutto quello che incontra. Ne fa esperienza padre Simonelli, sorpreso un giorno dalla pororoca mentre sta visitando alcune isole alle foci del Rio: il missionario si salva per miracolo, restando appeso per oltre un'ora al ramo di un albero, mentre l'acqua romba rabbiosa sotto di lui. Tornato alla base, Simonelli si rivolge così al suo "capo" Pirovano: «La prossima volta, da quelle parti, mandaci qualcun altro!». Un altro missionario resta invece per giorni in balìa delle correnti su un'imbarcazione a cui il vento ha distrutto l'albero maestro.

Anche quando si riesce a calcolare la durata e l'estensione delle maree, ogni traversata rimane comunque un'impresa. Si è costretti a costanti sforzi di equilibrio per impedire che la barca si rovesci, con conseguenze fatali: le acque sono infestate dai voracissimi piranhas e dai terribili Jacarè (una specie di coccodrillo). Ma è meglio evitare contatti anche con il puraqué ("pesce elettrico"), capace di assestare micidiali scosse paralizzanti.

Guadagnata la riva, i missionari proseguono a piedi avventurandosi sotto volte vegetali fatte di enormi palmeti, rampicanti, liane, felci, orchidee, piante medicinali e carnivore. La natura selvaggia dell' Amazzonia è sempre pronta a presentare il conto ai suoi visitatori. I padri devono guardarsi in primo luogo da piccole pulci che penetrano sotto la pelle per deporvi le uova, provocando irritazioni e infezioni. Ancora più infido è un altro parassita, il mucuim: quando si insedia sotto la cute, non si può fare altro che attenderne la morte o cercare di estrarlo praticando piccole e dolorose incisioni. Le zanzariere non bastano a fermare i maruim (insetti che attaccano a frotte), i mosconi e le zanzare della malaria. Le formiche sono diverse per dimensione e pericolosità: le "formiche di fuoco", ad esempio, provocano piaghe simili a ustioni che causano molte sofferenze, come ha modo di sperimentare in un' occasione padre Galliani. Ci sono i serpenti, alcuni dei quali arrivano a misurare anche sei-sette metri di lunghezza: lo stesso padre Aristide, in più di un' occasione, caccia con successo rettili giganteschi. La sera, poi, dopo una misera cena a base di pesce e di mandioca, i missionari in esplorazione si stendono per riposare sotto palme luccicanti di rugiada; ma prendere sonno è praticamente impossibile nel concerto assordante di pappagalli, macachi e rospi, interrotto ogni tanto dall'inquietante miagolìo del giaguaro.

Il 15 febbraio 1950 padre Aristide viene nominato amministratore apostolico della prelatura nullius di Macapà. Il30 marzo ha luogo l'investitura ufficiale, per mano dell'arcivescovo di Belem Villas Boas. A maggio Pirovano torna in Italia per fare il punto con i suoi superiori e per tessere quella rete di rapporti con quanti possano aiutare lo sviluppo della missione.

A Milano padre Aristide incontra nuovamente il dottor Candia. A causa della recente morte del padre l'industriale è subentrato in prima persona nella conduzione dell' azienda, ma questo non gli impedisce di proseguire nelle sue innumerevoli opere caritative, per dedicarsi alle quali ha deciso di non sposarsi. Si impegna soprattutto per creare e finanziare iniziative di carattere missionario: l'Associazione Laici in Aiuto alle Missioni, la rivista La Missione, i corsi universitari di medicina per missionari...

Candia manifesta a Pirovano il desiderio di far costruire una chiesa a Macapà: per questo ha già fatto preparare un progetto dall' architetto Caccia Dominioni e vuole che all'interno sia ospitata una statua di Cristo opera dello scultore Messina. Padre Aristide rimane nuovamente colpito dalla profonda spiritualità di Candia e dalla sua capacità di donarsi sino ai limiti estremi. Da lui riceve un

contributo finanziario, ma l'industriale non si accontenta più di aiutare le missioni: vuole diventare lui stesso missionario, da volontario laico, «in forza del battesimo». Allora Pirovano gli racconta dell' Amapà, delle sue avventure, dei sacrifici dei missionari. Gli regala una sua foto, a cavallo di una moto, che Candia conserverà per tutta la vita. Nel dottore comincia a formarsi una convinzione: se il suo sogno missionario si avvererà, lo sarà attraverso il Pime, in quella sperduta regione amazzonica, e grazie a padre Aristide.

C'è un altro aspetto che lega i due: come Pirovano è stato suggestionato dalle vicende di padre Damiano(il missionario olandese del lebbrosario di Molokai), così anche Candia ha maturato la sua vocazione verso gli "ultimi" della terra contemplando l'immagine di fra' Daniele da Samarate - morto in Brasile, lebbroso tra i lebbrosi -, appesa nella "mensa dei poveri" dei Cappuccini di Milano.

Durante il soggiorno italiano, Pirovano e Candia si incontrano più volte, cenano insieme, viaggiano in coppia. Di solito guida Candia, che però non ci sa fare molto con il volante e le marce; così padre Aristide chiede e ottiene di guidare lui. A settembre si recano insieme a Roma, al congresso missionario internazionale. Tra i due si stabilisce una sintonia perfetta, assoluta. Al momento del commiato Pirovano invita Candia a raggiungerlo, quando potrà, nell' Amapà.

In Italia padre Aristide incontra anche madre Angiolina Reali, Superiora delle Suore di Maria Bambina, che conosce dai tempi della guerra. Le chiede aiuto.

«Madre, a Macapà avremmo tanto bisogno di suore...». «Molti vescovi ci chiedono suore e dobbiamo dire di no a tutti... Ma con lei non posso!».

Quando padre Aristide torna in Brasile, con lui ci sono quattro laici che vogliono aiutarlo a Macapà. Si realizza così uno dei primi esempi di volontariato laico missionario. Padre Aristide ha la convinzione che anche i laici possano essere utili, attraverso la testimonianza di fede, il contributo pratico e la competenza specifica. Tra i quattro volontari c'è un muratore bergamasco, un autentico colosso, abilissimo con la cazzuola. La missione ha finalmente l'uomo giusto per cominciare a edificare case a due piani e nuove chiese. In effetti il rendimento del muratore è eccezionale. Purtroppo, però, la sua indole è litigiosa, e il clima soffocante, unito all'incapacità degli improvvisati aiutanti, contribuisce a esasperare l'operaio. Pirovano - che già assiste il muratore per tradurre le sue indicazioni dal bergamasco stretto all'italiano e poi al portoghese - deve intervenire più volte per evitare che la squadra di carpentieri dilettanti venga alle mani con il capomastro. Ma i sette mesi durante i quali il muratore rimane a Macapà sono un' autentica scuola di edilizia per i missionari e gli abitanti.

Il 10 maggio 1950 viene posata e benedetta la prima pietra della seconda chiesa di Macapà, nel quartiere Trem, su un terreno ottenuto gratuitamente da padre Limonta. Lo stesso missionario realizza anche il progetto, poi ritoccato da padre Cocco e padre Corridori: l'edificio comprende anche il campanile, novità assoluta per l'Amapà. Per finanziare la costruzione viene organizzata una festa, che ha grande successo e permette di raccogliere 18 mila cruzeiros. Nell'eccitazione del momento, però, gruppi di sbandati ubriachi approfittano della confusione per aggredire e usare violenza ad alcune ragazze.

Il grave episodio provoca una duplice reazione: da una parte si decide di non organizzare più feste e di affidare il finanziamento della chiesa a contributi volontari; dall' altra padre Aristide prende fermamente posizione contro il ballo. Non è infatti la prima volta che, in occasione di feste religiose, molte persone si lasciano andare a danze frenetiche, che si concludono spesso con liti, pestaggi, accoltellamenti e violenze di ogni genere. Pirovano scrive allora una lettera pastorale molto dura, minacciando scomuniche a chi - dopo le feste - perseveri nel ballo, considerato un sintomo di degrado morale. La reazione popolare è ostile e diversi missionari rischiano di andarci fisicamente di mezzo. Lo stesso governatore dell' Amapà Janarì cerca di intercedere presso padre Bubani: «Questa gente non ha niente, il ballo è l'unico sfogo...». Ma il missionario è inflessibile e anche Pirovano non fa sconti al governatore: «o la messa o le danze!». Così, l'anno successivo, in occasione della sua rielezione, Janarì chiede una messa solenne, rinunciando a feste danzanti e anzi ordinando alla polizia di aiutare i padri a far rispettare il divieto del ballo.

La missione cresce, insieme alla coscienza religiosa della popolazione. Nel dicembre 1952 i Cappuccini di Belem girano per le parrocchie di Macapà e delle altre località per predicare le missioni cittadine: accorre una gran quantità di folla. Nel luglio 1953 Macapà ospita il congresso eucaristico diocesano, in preparazione a quello nazionale, in programma a Belem l'anno successivo. Per l'occasione il governo fa allestire nella piazza più grande un gigantesco altare sormontato da un arco: le processioni radunano un gran numero di persone e durante le messe si arriva a distribuire fino a settemila comunioni.

Nel frattempo continuano le spedizioni nella foresta. Grazie alle loro esplorazioni i missionari si fanno un'idea più precisa circa gli indios. Inizialmente convinti che costituissero una popolazione vera e propria, gradualmente si rendono conto che si tratta di gruppi di qualche decina di persone sparsi in centinaia di chilometri quadrati. Manca totalmente il senso della comunità, al punto che se qualche indio muore e nessuno degli altri se ne accorge, il cadavere finisce preda di uccellacci rapaci, gli urubùs. La prima preoccupazione dei padri è quindi quella di creare piccoli agglomerati e di far maturare negli indios il senso di appartenenza a un certo territorio. Poi cominciano le costruzioni: il dispensario medico, la scuola, la cappella, la cooperativa dove vendere i propri prodotti e acquistarne altri. Infine tocca all' educazione religiosa, tesa a formare buoni cristiani e a confermare nella fede chi l'ha già incontrata. Ogni missionario compie in un anno sette, otto desobrigas, spedizioni che durano anche settimane per toccare diversi villaggi. Nei padri i nativi non trovano solo dei fratelli nella fede, ma degli amici pronti a stringere le mani che uomini, donne, vecchi e bambini tendono per vedere alleviate le loro sofferenze.

È un' opera immane che prosciuga le energie. Minati nel fisico dalla malaria, dai reumatismi, dall'indebolimento organico, nel giro di pochi anni parecchi dei "pionieri" del Pime sono costretti a tornare in Italia o a ritirarsi a riposare nel sud del Brasile. Anche padre Aristide soffre di continui mal di testa ed è preda di dolori lancinanti allo stomaco, che lo piegano letteralmente in due. Ma non si lascia mai andare in presenza di altri, anzi si fa forza per mostrarsi sempre sorridente e in buona forma. Talvolta riescono a convincerlo ad andare a San Paolo per farsi visitare, ma appena può rientra alla missione. Nell'autunno del 1954 deve però rassegnarsi all'intervento, a San Paolo. È una triplice ulcera perforante e i medici gli devono asportare gran parte dello stomaco. Ma nel giro di due settimane padre Aristide riprende il suo posto a Macapà.