MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 11

Il vescovo della foresta

I risultati dell'opera dei missionari nei primi anni di attività nella prelazia di Macapà sono riassunti in una relazione stilata da padre Aristide nella primavera del 195 5. Innanzitutto la situazione delle quattro parrocchie. Macapà conta ormai quasi 40 mila abitanti e due chiese: la vecchia "cattedrale" e la nuova chiesa del Trem, inaugurata nel maggio del 1954. Mazagao ha 16 mila abitanti, quasi tutti nell'interno; ad Amapà vivono lO mila persone (di cui solo un migliaio in città) e sono in costruzione due nuove chiese; Oyapoque, infine, raccoglie poco più di tremila abitanti, per i quali è appena stata inaugurata una chiesa e se ne sta costruendo un'altra. Le cappelle, complessivamente, sono una quarantina. I missionari sono quindici, aiutati da due "fratelli cooperatori" laici e da sei suore di Maria Bambina.

Sui risultati ottenuti Pirovano tiene costantemente aggiornati i suoi superiori. Non manca di dare notizie anche a Marcello Candia, in un epistolario sempre più frequente, cordiale, fraterno. Candia ha ormai maturato l'idea di cessare la sua attività imprenditoriale e di impegnarsi direttamente in Amazzonia, da missionario laico. Anche grazie ai consigli che riceve dal nuovo arcivescovo di Milano, monsignor Giovanni Battista Montini, progetta di realizzare a Macapà un grande ospedale che vuole intitolare a San Camillo e a San Luigi: sono i nomi dei suoi genitori, ma ricordano anche, rispettivamente, il santo protettore dei malati e il santo morto curando gli appestati. È questa l'opera in cui profonde tutte le sue risorse e tutte le sue energie, nell'attesa di predisporsi al grande viaggio oltreoceano.

Nel maggio 1955 il nuovo superiore del Pime in Brasile, padre Giovanni Airaghi, visita la prelazia e ne ricava un' ottima impressione, elogiando soprattutto il clima di unione e di cooperazione che regna tra i padri: «L'Istituto può essere orgoglioso di voi...». Grazie ai progressi compiuti a Macapà, per l'amministratore apostolico Pirovano si comincia a parlare di una possibile consacrazione episcopale. Sul suo nome i superiori (sia a Roma che a San Paolo) consultano i vari missionari, ricevendone assensi e giudizi lusinghieri. L'unico inconveniente è la salute cagionevole, che secondo alcuni finirà ben presto per minare la resistenza di padre Aristide.

Quanto all'interessato, è conscio di quanto sta accadendo, ma non ci bada. Rimane sordo anche alle ripetute insistenze del nunzio apostolico. Non si ritiene adatto a fare il vescovo e a reggere tutte le preoccupazioni che comporta il "governo" di una diocesi; inoltre considera quell'investitura più consona a persone abili a parlare, a scrivere, a tenere discorsi... Questo almeno fino al congresso eucaristico internazionale di Rio de Janeiro, nel 1955, quando incontra e rimane a parlare con un vescovo brasiliano, che lo sconcerta per l'assoluta insipienza delle sue argomentazioni: «Se è vescovo lui, posso ben diventarlo anch'io!», ragiona tra sé.

Così, proprio tra i frutti di quel congresso eucaristico, c'è la decisione della Santa Sede di innalzare Pirovano alla dignità episcopale, nominandolo vescovo titolare di Adriani, con la responsabilità della prelazia di Macapà. La consacrazione solenne è fissata in novembre, a Erba, nella stessa chiesa prepositurale dove padre Aristide ha celebrato la sua prima messa da sacerdote e dove ha reso grazie al Signore per la liberazione dal carcere, durante la guerra.

Occorre pensare dunque allo stemma episcopale. Pirovano lo affida a un giovane pittore erbese, Giovanni Brambilla, amico di famiglia. Insieme studiano un' allegorìa che riassuma l'opera missionaria: una nave sulle cui vele, gonfiate dal vento, spicca l'immagine della croce; a guidarla, una particolarissima "stella polare" rappresentata da una M (iniziale di Maria), testimonianza della devozione filiale alla Madonna; le ruotano attorno altre dodici stelle (gli apostoli). E poi il motto, tratto dal Vangelo: «Ut vitam habeant» («Affinché abbiano la vita»).

Padre Aristide fa ritorno in Italia nell' autunno del1955. Abituato a far fruttare il suo tempo, trascorre l'attesa della consacrazione rinnovando i suoi contatti, ordinando e procurando materiali utili per la missione e facendo nuove esperienze. L'amico Carlo Valsecchi, titolare di un garage a Erba, ad esempio, gli mette a disposizione una fuoristrada prodotta dall' Alfa Romeo: è molto valida, anche se il mercato, dominato dalle jeep americane, non lascia molto spazio ad altri modelli. Un giorno, in compagnia di un collaudatore, decide di provarla. Si recano in una cava di sabbia, poco distante da Milano, e cominciano a salire e scendere dalle varie montagnette. All'inizio al volante è il collaudatore, poi ci si mette padre Aristide. L'altro lo guarda perplesso e con non poca diffidenza, ma bastano poche manovre a fargli cambiare idea. Il collaudatore è sbalordito dalla perizia di quello strano missionario; più ancora lo rimane quando, al ritorno a Erba, padre Aristide decide di fare una deviazione su e giù dagli argini del Lambro e, per finire, una piccola "arrampicata" sulla ripida scalinata del monumento ai Caduti. Doveva essere un collaudo di poche ore e invece i due restano in ballo tutto il giorno. Alla fine l'Alfa convince Pirovano (ne invierà alcune in Brasile) e Pirovano "conquista" letteralmente lo scettico collaudatore.

Il 23 ottobre, alzandosi al mattino, padre Aristide apprende dal radio giornale delle 7 che, a Milano, una potente esplosione di gas ha distrutto la ditta Candia. Prende l'auto e si precipita nel capoluogo, trovando la fabbrica - uno stabilimento nuovo, inaugurato appena un mese prima - completamente devastata. Lo scoppio ha causato due morti. Tra le macerie scorge Marcello Candia, che si aggira tra i pompieri al lavoro, i dipendenti e gli immancabili curiosi. Un lungo, commosso abbraccio, poi Candia gli dice: «Il Signore mi ha dato, il Signore mi ha tolto, sia benedetto il suo santo nome! Il mio sogno di partire subito con lei non si può avverare. Adesso devo pensare a ricostruire e a dare lavoro a tutti. Partirò quando il Signore vorrà. Ma lei mi aspetti!». È rimasto praticamente senza un soldo, deve rinviare il suo progetto di partire per l'Amazzonia, ma riesce ugualmente a pensare ai poveri e alla missione. Nelle sue espressioni di serenità e di rassegnazione - inverosimili se si pensa a quanto è accaduto Pirovano ravvisa le tracce inconfondibili della "santità" propria di Marcello Candia.

Arriva finalmente il giorno della consacrazione episcopale, il 13 novembre 1955. Il prevosto Casati ha organizzato le cose alla grande: la prepositura è parata a festa e per accogliere più gente possibile sono state allestite alcune tribunette. A presiedere la solenne celebrazione è monsignor Montini. In prima fila, attente e commosse, la madre e le sorelle vedono padre Aristide - ormai" eccellenza" - prostrarsi davanti all' arcivescovo per giurargli obbedienza e riceverne la mitria, l'anello e il pastorale, omaggio particolare della cittadinanza.

«È un grande giorno per questa terra - dice Montini nella sua omelia -, che vede uno dei suoi figli sublimato a questo ministero e curvato sotto questa croce. Sembra che un riconoscimento venga alla fede, alla virtù di questo paese e che in lui siano riconosciuti tutti i sentimenti e tutte le virtù che questo popolo cristiano ama, pratica e professa».

Al termine della celebrazione, l'abbraccio festoso della gente a "monsignor" Pirovano. Il nuovo vescovo è accompagnato dall' auspicio «per un ministero pastorale largamente confortevole e fecondo di bene», rivolto gli nel messaggio inviato dal cardinale Dell' Acqua, sostituto della Segreteria di Stato vaticana, in rappresentanza di Pio XII. E poi il saluto dello stesso Montini: «Lieti che il nostro ministero lo renda a noi fratello nell'Episcopato, pregando Cristo Signore di colmare per lui le nostre mani dei suoi doni migliori, come l'arduo lavoro missionario del primo Prelato Nullius di Macapà e Vescovo titolare di Adriani, delle più ricche conquiste al regno di Dio». E, ancora, l'augurio del suo Superiore generale, padre Risso: «Stringiamoci tutti intorno al Novello Vescovo per augurargli ancora lunghi anni di fecondo apostolato in quell' estremo lembo dell'immenso Brasile e per chiedere a Dio di concedergli presto la grande consolazione di poter vedere tutti quelli che la Chiesa gli ha affidato diventati veri Figli di Dio. Questa sarà la sua più grande gioia perché per questo ha offerto a Dio la sua vita». Una vita che attende nuovamente padre Aristide al di là dell' oceano.