MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 14

Al timone del Pime

Il Pime ha "radici" lombarde. Trae origine, infatti, dal Seminario Lombardo per le Missioni Estere, fondato nel 1850 a Saronno da monsignor Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia e successivamente patriarca di Venezia. Fino ad allora, chi voleva partire per le missioni doveva necessariamente entrare in un ordine o in una congregazione religiosa. Attraverso questo istituto, invece, i vescovi 10mb ardi in base alle disposizioni di Propaganda Fide - inviano in missione sacerdoti delle loro diocesi, i quali vi rimangono comunque "incardinati". I vescovi non temono di perdere sacerdoti mandandoli lontano; anzi, in questo modo la Chiesa locale contribuisce all' ampliamento e alla diffusione della Chiesa universale. Nella seconda metà del secolo scorso i missionari lombardi aprono missioni in India, a Hong Kong, in Birmania e in Cina. È la cosiddetta prima "dispersione", finalizzata all' evangelizzazione, ma che impegna i padri anche nel lavoro manuale, nell' assistenza sociale, nello studio dei linguaggi, dei costumi e delle tradizioni. Nel 1912 viene aperto il primo seminario, a Monza.

Nel frattempo, nel 1874, per volontà di Pio IX, a Roma è stato creato il Pontificio Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere. Dalla fusione dei due Seminari - decisa da Pio XI nel 1926 - nasce il Pontificio Istituto Missioni Estere, con casa-madre a Milano e direzione generale a Roma. Nell'aggettivo "pontificio" c'è, da una parte, il particolare riguardo che il Papa riserva allo spirito missionario dell'Istituto e, dall' altra, l'assoluta sottomissione del Pime alla volontà del Santo Padre e alla giurisdizione della Santa Sede.

Nel 1936 il Pime fonda a Milano le Missionarie dell'Immacolata, che cooperano con i missionari in Italia e all' estero. Dopo la guerra, ecco la seconda grande" dispersione", con missionari che partono per l'Africa e per il Sudamerica (compreso padre Aristide). Il Pime crea una trentina di diocesi in India, Cina, Bangladesh, Hong Kong, Birmania (oggi con vescovi locali) e due prelazie in Brasile. All' epoca dell' elezione di monsignor Pirovano lavora in diocesi del Brasile, del Giappone, della Guinea Bissau e degli Stati Uniti. In Cina l'Istituto aveva quattro diocesi con proprio vescovo e circa centocinquanta missionari, tutti espulsi da Mao dopo il 1948.

Quando padre Aristide viene eletto Superiore generale, l'Istituto - che pure è stato definito dal compianto Giovanni XXIII «la creazione più insigne di carattere missionario sorta in terra d'Italia in quest'ultimo secolo» deve far fronte a numerosi problemi. Alcune missioni (a Hong Kong, in Giappone, in Pakistan, in Africa e in Brasile) sono in fase di espansione, ma attendono da tempo un rafforzamento del personale e un incremento di mezzi. Altre missioni (in India e in Birmania) sono invece chiuse da diversi anni all' arrivo di nuovi padri. Come tutti gli istituti missionari in genere, poi, il Pime registra un calo di vocazioni che ne ostacola lo sviluppo. Infine, c'è l'assoluta necessità di provvedere alla riorganizzazione delle strutture e delle finanze dell'Istituto.

Il nuovo Superiore, appena stabilitosi nell'ufficio della direzione generale di via Santa Teresa a Roma, non si nasconde queste difficoltà. Ne parla, a nome di settantasette padri conciliari, durante una delle ultime sessioni del Concilio: «Gli istituti missionari si trovano oggi in una situazione difficile... Fino a sei mesi fa ero prelato nullius in una delle zone più vaste dell' Amazzonia brasiliana e pensavo di essere in uno dei posti più difficili della Chiesa; ora invece ho constatato che essere Superiore di un istituto missionario è anche più difficile». Prosegue, poi, parlando delle vocazioni: «Fino a qualche anno addietro, i sacerdoti e i chierici diocesani che desideravano recarsi nelle terre di missione venivano spontaneamente agli istituti missionari di clero secolare... Oggi invece si fondano altri organismi, anche nelle nazioni e regioni dove già esistono questi istituti, organismi quasi in tutto simili agli istituti stessi... con la sola differenza che essi dipendono ancora dai vescovi fondatori, mentre gli istituti ne sono ormai, loro malgrado, staccati. E allora capita che gli istituti missionari si vedano venire a mancare quelle numerose vocazioni di sacerdoti e di chierici diocesani che fino a qualche anno fa erano la principale, se non l'unica fonte di vocazioni...». Tocca infine il problema finanziario: «In passato gli istituti missionari erano considerati un po' emanazione delle diocesi e quindi venivano aiutati spontaneamente nelle loro necessità. Oggi invece le diocesi tendono ad assumere propri impegni missionari e gli istituti di clero secolare attraversano momenti assai difficili. La loro miseria è spesso anche maggiore di quella delle missioni loro affidate...».

Ma padre Aristide non è tipo da indugiare dinanzi ai problemi. Nella prima di molte lettere inviate ai missionari del Pime indica subito con chiarezza quali, secondo lui, sono gli obiettivi a cui l'Istituto deve tendere. In primo luogo, una presenza più determinante "sul campo", vale a dire in terra di missione: la responsabilità dell' opera missionaria - scrive il Superiore - è del Pime, e non dei suoi missionari, che non possono essere abbandonati a loro stessi, ma che anzi devono essere sostenuti attraverso un cammino di formazione permanente.

Le ristrettezze economiche erano alla base degli screzi tra padre Aristide e i suoi superiori ai tempi di Macapà, quando lamentava la mancanza di aiuti e di assistenza. Ora che è Superiore, però, in un' altra lettera monsignor Pirovano ammette di sentirsi «cascare le braccia». Come è successo in Arnazzonia, anche nelle altre missioni il Pime non lavora per sé, ma per fondare e consolidare la Chiesa locale, e non rivendica proprietà su alcuna delle opere realizzate. Come risultato - scrive monsignor Pirovano - 1'Istituto si ritrova «con zero disponibilità materiali», proprio in un momento in cui sono richiesti «più uomini, più specializzazioni, più mezzi».

Per il mondo delle missioni, in effetti, è un periodo di grandi cambiamenti, alcuni dei quali conseguenza diretta del Concilio. Mentre un tempo il missionario - una volta partito - era destinato a non tornare più (se non per motivi di salute o comunque per ragioni indipendenti dalla sua volontà), e quindi troncava quasi ogni rapporto con la madrepatria per consacrarsi totalmente al suo impegno di evangelizzatore, con il Concilio la missione viene considerata uno strumento di comunione fra le Chiese locali. Per questo il missionario non si chiude le porte alle spalle, ma - anche attraverso ritorni in patria resi più frequenti - crea contatti e scambi di valori culturali e spirituali tra la Chiesa d'origine e quella di destinazione, tra il suo popolo d'appartenenza e quello di elezione.

La cooperazione fra le Chiese fa sì che, dopo il Vaticano II, agli istituti missionari venga chiesto di mettersi al servizio delle Chiese locali già fondate. Il Pime è quindi chiamato non più a fondare nuove diocesi e a evangelizzare territori "vergini" dalla fede, ma a collaborare con diocesi nate da poco. Fedele a questa impostazione, monsignor Pirovano manda i suoi padri a lavorare in nuove Chiese nelle Filippine, in Camerun, in Costa d'Avorio, in Thailandia, nel Mato Grosso e in tutto il Brasile. In quest'ultimo caso l'iniziativa è presa già nel 1965, grazie a un accordo con monsignor Pietrulla, il francescano che per primo, nel 1948, aveva parlato a Pirovano dell' Amapà, e che ora è vescovo di Tubarao, nello stato di Santa Caterina: i padri del Pime vanno a dirigere un seminario minore e a collaborare con la direzione spirituale del ginnasio e del liceo.

Padre Aristide naturalmente trova il tempo per tornare anche a Erba. 1'8 settembre 1965, giorno della patrona Santa Maria Nascente, il suo paese gli regala una grande festa, in occasione del decimo anniversario di consacrazione episcopale e nell'imminenza del venticinquesimo di ordinazione sacerdotale. Erba abbraccia ancora una volta «colui che dall' alto della sua dignità episcopale tanto amore e affetto continua ad avere per la sua chiesa e i suoi concittadini». Numerosi i messaggi di saluto e di augurio che accompagnano monsignor Pirovano in questa circostanza. «Al benemerito presule», Paolo VI, tramite il cardinale Cicognani, invoca «copiose grazie celesti per i ricchi frutti di santificazione e apostolato». L'arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Colombo, «con sentimenti di stima e considerazione» ricorda «l'ardore giovanile del suo impegno missionario». Scrive anche l'onorevole Luigi Meda, compagno di prigionia a San Vitto re nel 1943 : «Mi sento orgoglioso di essere unito coi vincoli di un' amicizia veramente fraterna» a un uomo «esempio mirabile per coraggio, per fede, per bontà. Quella bontà che, accomunata a un magnifico e veramente cristiano senso di amore e di carità, lo ha condotto all' apostolato missionario nelle lontane e inospitali terre brasiliane». E poi, le simpatiche parole del sindaco di Erba, l'ingegner Carlo Bartesaghi, suo vecchio amico: «Ti si potrebbe definire il "vescovo volante"! Ieri in America, poi in Africa... domani 1'Asia ti attende: e così via, di continente in continente, per prendere più intimo contatto con ogni tuo missionario, per rincuorarlo, per portare a tutti il conforto tangibile della tua paterna presenza, del tuo appoggio morale... Sappi che in tutto questo peregrinare per perfezionare sempre più la tua opera luminosa il cuore di Erba ti accompagna: con la preghiera, con un particolare augurio di bene e con un deferente pensiero per la tua cara mamma, che spesso devi lasciare...».

Mamma Maria da qualche tempo è sofferente: un tumore ai polmoni le mozza il respiro. Negli ultimi tempi, quando il figlio «che l'è semper via» arriva a farle visita, si fa forza per sopportare i dolori. Un giorno monsignor Pirovano capita a casa con un altro missionario, molto più grande e grosso di lui. La madre comincia ad agitarsi, perché teme che quel colosso sia venuto a portarle via il suo figliolo. Padre Aristide fatica parecchio per calmarla: «Decido io dove andare e dove stare, non mi faccio guidare da nessuno. E adesso stai tranquilla, perché non c'è vescovo che tenga, resto qui con te...». Il suo calvario dura fino al settembre del 1966: stremata da una paralisi che la costringe a letto, mamma Maria muore a ottant'anni. Ma per padre Aristide continuerà a vivere nel ricordo e nell' esempio di fede fatta di profonda spiritualità e devota preghiera.

Il «vescovo volante» - che è anche presidente della Fondazione Mani Tese, creata dal Pime nel 1964 - è un Superiore a cui non piace restare chiuso in ufficio. Viaggia in tutto il mondo, gira per le missioni nei vari continenti, fa visita ai suoi padri, vuol verificare di persona idee, progetti, problemi. Appoggia e incoraggia le iniziative personali quando sono meritevoli, non risparmia osservazioni e critiche quando sono necessarie, ma sempre con assoluto rispetto e sincera fraternità. Torna anche a Macapà, dove gli è subentrato monsignor Maritano - suo compagno di viaggio nella lontana traversata atlantica del 1946 - e da dove tocca ora a Marcello Candia scrivere in Italia per informare di tutti gli sviluppi. Nel primo periodo il «dottor Macapà» - nominato direttore amministrativo dell' ospedale in costruzione - deve combattere contro la diffidenza delle autorità brasiliane, che non credono alla buona fede con la quale un uomo ricco intende donare tutto ciò che ha a favore di chi non ha nulla. Sospettano un secondo fine, mire di guadagni occulti, e lo controllano, creandogli innumerevoli ostacoli. Ma alla fine la sua tenacia li convince. I primi padiglioni incominciano a lavorare nel 1967; l'inaugurazione ufficiale del complesso avverrà il 7 febbraio 1969, ma il funzionamento a pieno regime partirà solo all'inizio dell' anno successivo: 92 mila metri quadrati - comprendenti la casa delle Suore di Maria Bambina, la casa e il seminario dei Camilliani (ai quali Candia nel 1975 cederà la proprietà, la direzione e l'amministrazione dell' ospedale), la residenza dei medici e altri edifici -, oltre un centinaio di letti, più di duecento dipendenti.

Monsignor Pirovano gioisce per la crescita di Macapà e non manca di incontrare Candia quando questi rientra periodicamente in Italia. Talvolta i due chiedono udienza a Paolo VI, che li riceve sempre con grande cordialità. A padre Aristide, anzi, il Papa rinfaccia di non andarlo a trovare più spesso. Solitamente monsignor Pirovano si schermisce («Santità, con tutti i suoi impegni...») e una volta si lascia anche andare a una battuta («Ma lei, poverocristo, non ha neppure il tempo di respirare...»), che strappa un sorriso al Pontefice. Ma c'è un altro motivo per cui padre Aristide tende a «non farsi vedere» in Vaticano (come scrive lui stesso in una lettera ai missionari del Pime): già una volta lo stesso Paolo VI gli ha chiesto la disponibilità di alcuni missionari da inviare in Corea e dunque ora il Superiore non vuole essere «"incastrato" - sono sempre parole di monsignor Pirovano - con richieste e suppliche alle quali non posso rispondere».

Richieste di missionari gli vengono avanzate più volte da vescovi e nunzi, dal Burkina Faso al Congo, dalle Filippine a Formosa, dal Madagascar al Kenya. Ma le vocazioni continuano a scarseggiare. Monsignor Pirovano è convinto che ciascun missionario debba impegnarsi in prima persona per un'inversione di tendenza, ma spesso si imbatte in padri impegnati in Italia in incarichi di piccolo cabotaggio. Una delusione per lui, che vorrebbe invece missionari refrattari ai ritmi lenti e pronti a "buttarsi" con coraggio, anche di fronte alle incertezze. Considera il missionario come «una fiaccola che accende altre fiaccole, un pescatore di anime disposte a seguire il Signore; un seminatore che si preoccupa sopra ogni cosa di avviare operai nella vigna del Signore; un padre che vuol lasciare dietro di sé figli spirituali che prendano il suo posto...».

Ma su tutta la società comincia a soffiare un vento impetuoso: è quello del 1968, la "contestazione". Un periodo di entusiasmo e confusione, di nuove esperienze e di incertezze, dal quale non rimane estranea la Chiesa, già alle prese con il rinnovamento post-conciliare. Padre Aristide non valuta del tutto negativamente la "contestazione". Insofferente della burocrazia, delle pastoie amministrative e della rigidità di gestione, non può che apprezzare alcuni passi avanti in termini di agilità, efficienza, apertura, de-clericalizzazione. È un convinto assertore del metodo del dialogo nel governo della Chiesa (in sintonia con la prima enciclica di Paolo VI, Ecclesiam Suam, del 1963), tanto che - diversamente dai suoi predecessori

incoraggia il sistema della decisione collegiale nella conduzione del Pime e cerca, per quanto possibile, di far combaciare le esigenze dell'Istituto coni desideri dei missionari, quando si tratta di stabilire le destinazioni di ciascuno. Tratta tutti con franchezza e sincerità, pretendendo però lo stesso atteggiamento dai suoi interlocutori. Anche nel campo dell'istruzione e dell'educazione si mostra aperto a nuove metodologie.

Su alcuni punti, però, non transige assolutamente. Uno di questi è la totale disponibilità dell'Istituto alla volontà del Papa. Da Superiore, comprende le difficoltà del Pontefice nell'immane compito di governare la Chiesa e, anche in virtù dell' affetto filiale che prova per Paolo VI, non tollera le polemiche contro di lui, diffuse anche tra i giovani preti e i seminaristi soprattutto dopo la pubblicazione dell'enciclica Humanae Vitae (1968). Giudica la critica «corrosiva e negativa» e ritiene necessaria un' obbedienza

senza riserbo, «totale e devota, sincera e fattiva». Ai preti e ai seminanristi "contestatori" non risparmia rimproveri anche severi: «Cercate di dare il giusto peso a tutte le cose e di prestare anche alle parole del Papa o di Sant' Agostino l'attenzione che meritano». Monsignor Pirovano apprezza lo spirito innovatore, ma solo se basato sulla fede e sulla vocazione missionaria. Non concepisce, ad esempio, la definizione di «cristiani per il socialismo». Tutto il Vangelo - pensa - è un moto all'azione sociale; non è necessario andare alla ricerca di altri stimoli e ispirazioni in ambiti distanti e a volte opposti alla fede cristiana. Una delle sue espressioni più ricorrenti è: «Noi siamo cristiani per il Vangelo, non per il socialismo».

Nell'Istituto si registrano anche parecchi casi di missionari che lasciano il sacerdozio o di "fratelli" laici che abbandonano la loro particolare consacrazione. In una lettera del 1970 il Superiore accenna ai quindici missionari che, a partire dal 1965 , hanno chiesto la riduzione allo stato laicale. In queste circostanze il Superiore è sempre combattuto: da una parte prova comprensione per quelli che talvolta sono autentici drammi personali e, pur manifestando il proprio dispiacere, si presta anche ad aiutare l'interessato a condurre fino in fondo la sua decisione; dall' altra, si sente in dovere di indurre il missionario o il "fratello" a rimandare, a ripensarci, a riflettere. Non accetta, comunque, che queste "emorragie" siano imputate alle strutture ecclesiastiche, agli atteggiamenti della gerarchia, alle condizioni imposte dalla vita sacerdotale (soprattutto il celibato). Le attribuisce, piuttosto, all' abbandono della vita di preghiera, alla contestazione per partito preso, all'insofferenza e all'indisciplina. E anche a un eccessivo riguardo per la propria personalità e libertà: «In missione dobbiamo portare Cristo, non noi stessi; andiamo a portare il Vangelo, non la nostra civiltà; andiamo a servire, non a farci servire», sono concetti che ripete più volte.

È sempre pronto a perdonare, ma è altrettanto fermo su posizioni che ritiene inderogabili. È capace anche di decisioni dure, impopolari, come quando dispone la chiusura del seminario teologico a Milano, dove il partito dei "contestatori" ha preso il sopravvento. Vede i seminaristi perdere troppo tempo in chiacchiere. Così li ammonisce: «Un sacerdote, un missionario, non deve pensare a sé, ma agli altri. Vivere il Vangelo non significa fare i propri comodi. Quindi, per adesso, ve ne andate tutti a casa. Poi, con il tempo, se qualcuno ci ripensa e cambia idea, le porte sono sempre aperte. Altrimenti, beh, vorrà dire che questa non era la strada giusta per voi...».

Può anche infuriarsi, ma la sua inclinazione di fondo è la serenità. Per distendersi, dimenticare i problemi e le preoccupazioni si mette al volante, rinnovando il suo antico feeling con i motori: spesso gli capita di rientrare in auto da Roma a Milano, tutto solo e senza soste.

Sotto il suo impulso, la situazione organizzativa del Pime migliora: nel 1968 le Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue cedono all'Istituto - a condizioni estremamente convenienti -la loro sede di via Guerrazzi a Roma, che può così ospitare la direzione generale del Pime; il terreno sul quale sorgeva la vecchia sede (in via Santa Teresa), viene affittato e i proventi vanno a costituire la fonte di sostentamento della stessa direzione.

Ribadendo poi il principio secondo cui è il Pime tutto che deve farsi carico dei suoi padri in missione, il Superiore si prodiga per favorire una presenza più efficace dell'Istituto: nascono il Centro missionario di Napoli, si amplia quello di Milano, sorgono nuove sedi a Sotto il Monte, Belluno, Chioggia, Firenze e Catania. Nelle missioni si aprono invece le case regionali, utili a far da "ponte" ai giovani missionari in arrivo oppure ai vecchi in partenza.

Si dà nuovo slancio all' animazione missionaria. Vengono lanciate numerose "campagne" di opinione pubblica, che coinvolgono i grandi mezzi di comunicazione della carta stampata, della radio e della televisione. Molta risonanza ha la "campagna" dedicata alla guerra nel Vietnam, nel 196 7 l' 68, che porta in Italia la voce della Chiesa e dei buddhisti vietnamiti e la loro azione non-violenta. Nel 1968 la rivista del Pime Le Missioni Cattoliche si trasforma in Mondo e Missione e diventa l'organo ufficiale della Pontificia Unione Missionaria del Clero e delle Religiose.