MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 15

Superiore saggio e accorto

Più di un padre del Pime riconosce ancora oggi come un dono della Provvidenza la guida ferma e sicura di monsignor Pirovano in un periodo tanto travagliato e, per l'Istituto, carico di potenziali occasioni di sbandamento. In anni di grandi rivolgimenti sociali, il Pime si pone con fiducia nelle mani di padre Aristide, che nel Capitolo del 1971 viene confermato Superiore generale per un altro mandato. Nel contempo l'Istituto pone anche le basi per il proprio aggiornamento post -conciliare.

Preparato per due anni con la collaborazione di tutti i membri del Pime, il Capitolo si inaugura il 29 maggio 1971 e prosègue per otto mesi, sino al 27 gennaio 1972. Vi partecipano cinquantatré delegati e superiori, con la stesura finale di un volume di oltre quattrocento pagine, nucleo portante di quelle "Costituzioni" che, dopo cinque anni di verifica applicativa, verranno approvate e pubblicate dall'assemblea generale del 1978.

Attraverso questi documenti il Pime ridefinisce la sua identità: una società di vita apostolica che accoglie quanti vogliono dedicarsi alle missioni senza per questo dover assumere lo stato religioso. Ecclesiastici e laici sono posti su un piano di assoluta parità quanto a diritti e doveri. I membri dell'Istituto si consacrano con una "promessa" definitiva all' attività missionaria per tutta la vita. Il Pime si pone alle dirette dipendenze della Sacra Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli (la nuova denominazione di Propaganda Fide), mettendosi al servizio della Chiesa in maniera stabile e definitiva, e riconoscendo quale fine prioritario l'evangelizzazione dei popoli e dei gruppi non ancora cristiani. Il carisma missionario non può essere vissuto isolatamente, ma in unione con gli altri: l'organizzazione comunitaria si presta a una maggiore efficacia dell' azione missionaria, ma la comunità, a sua volta, deve aiutare il singolo missionario a realizzare la propria vocazione nel miglior modo possibile. L'Istituto, infine, si apre alla collaborazione con quanti condividono gli stessi ideali missionari.

In questo identikit risalta il grande rispetto della tradizione del Pime, quella tradizione di cui monsignor Pirovano è convinto sostenitore. Le decisioni del Capitolo rivolgono però l'attenzione dell'Istituto anche verso direzioni nuove, con immediate conseguenze pratiche.

Viene ad esempio deliberata la cosiddetta "scelta asiatica", in linea con la storia del Pime che proprio in Asia ha aperto le sue prime missioni. È una scelta, però, che non guarda solo al passato, ma soprattutto al futuro: l'Asia è in assoluto il continente meno" cristiano" , lì c'è bisogno di fondare nuove Chiese locali e di sostenere nella crescita quelle nate da poco. Lo stesso Superiore si reca più volte nel continente. Si aprono missioni nelle Filippine (in particolare nell'isola di Mindanao), in Thailandia, in Papua Nuova Guinea, a Taiwan, mentre il Pime "cede" a vescovi locali diocesi sin lì affidate a propri prelati. È forse l'atto che crea maggiore soddisfazione in monsignor Pirovano: «Tutto diventa proprietà della diocesi e del vescovo locale che prende il nostro posto. I nostri padri rimangono per aiutare la diocesi. Il Pime cede tutto quello che ha costruito: chiese, scuole, ospedali...». Nel 1974 viene poi aperto l'Istituto Studi Asiatici, promotore di pubblicazioni, conferenze, corsi universitari e fautore del dialogo tra monasteri italiani e monasteri asiatici non cristiani. Il dialogo interreligioso è una nuova frontiera verso la quale si orienta l'impegno del Pime; una via aperta per il futuro dell'Istituto e per i giovani missionari.

Dopo il Concilio, inoltre, si registra un certo fermento nelle diocesi italiane, che si rendono disponibili a stringere "gemellaggi" con le varie missioni, inviandovi sacerdoti e proprio personale. Il Capitolo del Pime riconosce la validità di queste forme di collaborazione e per concretizzarle monsignor Pirovano contatta numerosi vescovi, mettendo il Pime a loro disposizione. Si aprono nuove missioni in Africa e alcune diocesi italiane vengono coinvolte nella cooperazione: Treviso e Corno per il Camerun, Gorizia e Belluno per la Costa d'Avorio.

Altra linea di coniugazione del nuovo stile di missione del Pime è l'animazione missionaria. In primo luogo in Italia: nel 1973 , per iniziativa del direttore del Centro Pime di Milano padre Giacomo Girardi, nasce la veglia missionaria, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale; l'anno dopo è la volta della Scuola per animatori missionari. Ma l'animazione riguarda anche, e soprattutto, le giovani Chiese, le nuove comunità cristiane, come parte essenziale e specifica del carisma missionario realizzato "sul campo".

L'ultimo aspetto del rinnovamento nel Pime, secondo le decisioni del Capitolo, è costituito dall' attività di promozione umana anche nel contesto di ambienti socio-culturali problematici. Una difesa dell'uomo che si traduce in molti casi in un vero e proprio impegno "politico" dei missionari a tutela della giustizia sociale, sino a porsi in aperto contrasto con il potere costituito più o meno legittimamente. Quale esempio migliore di un Superiore che nei suoi anni giovanili ha sfidato anche il plotone di esecuzione dei nazisti? Per le sue gesta in tempo di guerra, oltre che per l'opera missionaria, nel 1971 - a trent'anni dalla sua ordinazione sacerdotale - Erba conferisce a monsignor Pirovano la solenne benemerenza civica. Ma in quello stesso anno accade in Brasile un episodio di cui padre Aristide deve occuparsi personalmente e che gli riporta alla mente i giorni della prigionia a San Vitto re.

Il Brasile è dominato dai militari, che hanno preso il potere con un golpe nel 1964. La Chiesa è all'opposizione e protesta vigorosamente contro il governo. Tra i missionari del Pime, alcuni sono contrari a un coinvolgimento nelle vicende politiche, altri sono più "interventisti", ma nel clima sociale molto teso capita che anche gesti e comportamenti di natura essenzialmente pastorale vengano interpretati secondo un' ottica politica. Il 25 gennaio 1971, nella parrocchia di Brooklin gestita dal Pime nel quartiere est di San Paolo, alcuni operai cattolici sono riuniti per un incontro della pastorale operaia. Improvvisamente la polizia fa irruzione nel locale e uccide uno dei presenti, il giovane Raimundo Eduardo da Silva. Il 27 gennaio uno dei missionari del Pime, padre Giulio Vicini (studente di psicologia all'Università Cattolica della città), si reca a casa di un altro missionario, padre Angelo Gianola, per ciclostilare alcune copie di una relazione sull' accaduto, nella quale si denunciano i crimini della dittatura militare che fanno rivivere «il terrore dei tempi del nazismo». La polizia - che sorveglia la parrocchia - piomba nella casa, sequestra la relazione (non ancora copiata) e arresta padre Vicini. Nel frattempo giunge l'assistente sociale Yara Spadini: perquisendo il suo ufficio, i militari trovano un ciclostilato della pastorale operaia, molto critico nei confronti del regime. Anche la donna viene portata via. Accusati di sovversione, i due sono immediatamente sottoposti a feroci torture da parte della sezione politica della polizia.

L'arcivescovo di San Paolo, monsignor Paolo Evaristo Arns (futuro cardinale), stila un violento comunicato in difesa dei due arrestati e contro i metodi intimidatori del regime. Il comunicato viene affisso alle porte delle chiese: il caso assume immediatamente rilievo nazionale e in tutto il mondo si registrano moti di protesta e di indignazione.

Monsignor Pirovano parte subito dall'Italia. Quando giunge a San Paolo sono ormai trascorsi i dieci giorni di isolamento dei prigionieri, disposti dalla legge per la sicurezza nazionale. Ottiene quindi di poter visitare più volte padre Vicini. Il giovane missionario è prostrato dalle torture (è stato anche sottoposto a scosse elettriche), ma il suo morale è buono. In cella con lui ci sono quattro Domenicani; ha potuto incontrarsi con la Spadini, anche lei sofferente per il "trattamento" ricevuto dalla polizia.

È in corso il processo. Padre Vicini è già stato interrogato due volte: ha dichiarato di essersi limitato a prendere nota degli avvenimenti, senza alcun risvolto ideologico, ma ha ammesso di non avere accertato con sicurezza se il giovane da Silva fosse stato assassinato dalla polizia. Ciò equivale - secondo la legge sulla sicurezza nazionale - alla divulgazione di notizie false e tendenziose, un reato punibile con due anni di reclusione.

Il verdetto è atteso a giorni e padre Aristide non nasconde il suo pessimismo. Tuttavia non si rassegna. Incontra il comandante militare di San Paolo, il ministro della Giustizia e quello dell'Educazione. A tutti ripete che padre Vicini non può essere considerato un sovversivo: frequenta l'università, in quell'ambiente i problemi sociali sono avvertiti con maggiore intensità e forte è la tentazione di ribellarsi alle ingiustizie. Monsignor Pirovano non sa fino a che punto possano valere queste attenuanti, ma in ogni caso sottolinea che le torture sono un sistema che disonora il Brasile. E lo ribadisce più volte, quando i suoi interlocutori provano a negare, oltre ogni evidenza, le sevizie inferte al missionario e all' assistente sociale. Il Superiore ha le prove che questo non è il primo caso in cui, in Brasile, vengono praticati certi "metodi". La tortura è in effetti molto diffusa, soprattutto tra i gradi più bassi della polizia. Padre Aristide lo denuncia e solidarizza con il coraggioso atteggiamento dei vescovi brasiliani.

Al suo rientro in Italia, alla fine di marzo, monsignor Pirovano rilascia una lunga intervista al quotidiano Avvenire. Nella sua valutazione del caso si leggono cautela e prudenza, quanto mai necessarie dal momento che padre Vicini e Yara Spadini sono in carcere e i militari potrebbero sfogare su di loro un eventuale risentimento per le parole del Superiore. Per questo padre Aristide condanna gli abusi dei militari, ma al tempo stesso censura con altrettanta severità «i metodi adottati dai gruppi estremisti, che non esitano a ricorrere all' assassinio come mezzo di lotta politica, esasperando gli animi in una spirale di violenza». Conscio di rischiare l'impopolarità, rileva «l'impressione che l!attuale governo militare abbia fatto per il Paese molto di più di quanto non abbiano fatto i molti ministeri democratici che l'hanno preceduto». Giudica l'esperienza della vecchia democrazia brasiliana «assai più deludente dell' attuale regime, perché, così come era realizzata, di vera democrazia aveva ben poco anche prima... Il sistema politico si riduceva alla contrapposizione di tanti feudi personali... E non badavano a mezzi pur di mantenere la loro situazione di privilegio, ignorando completamente il popolo e non disdegnando neppure l'assassinio politico».

Nelle parole di monsignor Pirovano si rilevano le coordinate che, secondo lui, devono orientare l'impegno della Chiesa in campo sociale. Con una premessa: «Di fronte alle masse di uomini che non contano nulla proprio sul piano umano - dice -, uomini cui è preclusa ogni speranza di lavoro dignitoso, vittime dell' analfabetismo, di malattie e denutrizione, la Chiesa non può non impegnarsi alla loro elevazione materiale e sociale, oltre che spirituale». Ma che significa azione sociale? «Fondare partiti politici? Agire per un mutamento violento delle strutture? La Chiesa non può scendere su questo terreno... Il suo obiettivo è lo sviluppo integrale dell'uomo».

Questo non vuol dire rinunciare ai propri giudizi, o alle denunce nei casi di violazione dei diritti umani fondamentali. «Ma ciò è compito di tutta la Chiesa - prosegue monsignor Pirovano -, riunita attorno ai vescovi, e non del singolo sacerdote o di un piccolo gruppo di clero. È la gerarchia a dover portare avanti unitariamente il discorso con il governo e a esercitare una pressione morale». Anche padre Aristide si adoperava nella Resistenza senza un "mandato" diretto da parte dei suoi superiori del Pime; ma la sua azione era tesa essenzialmente a salvare vite, da una parte e dall' altra. Così mostra comprensione per i sacerdoti «scossi e turbati» davanti alla povertà e all'ingiustizia, «insofferenti in un Paese che della democrazia non ha che le apparenze», ma non approva che vogliano «bruciare i tempi» e sognino «un rovesciamento del sistema, pensando che questa sia l'unica premessa per un avvenire migliore». Come Superiore, monsignor Pirovano avverte il dovere «di mettere in guardia i missionari contro l'illusione che tocchi alla Chiesa muovere le masse, promuovere rivoluzioni, mentre il suo compito è formare l'uomo». Il che non significa restare in silenzio: «La Chiesa ha il dovere di parlare, di gridare con forza, senza paura, ciò che è giusto e ciò che non lo è, a costo di essere offesa, imprigionata, calpestata. Ma importante è vedere come farlo, per essere veramente efficace». Monsignor Pirovano fa un paragone: «Nei Paesi dell'Est europeo, per esempio, la Chiesa si è mai sentita in dovere di tentare di rovesciare i regimi? O piuttosto non cerca la strada per imporre, con tenace pazienza, gradino su gradino, l'abolizione degli aspetti più negativi del sistema? Questa è la strada che deve seguire anche in Brasile...».

Un richiamo forte, rivolto proprio al Paese nel quale il teologo Leonardo Boff (poi sospeso a divinis) sta per pubblicare Gesù liberatore, manifesto della cosiddetta "teologia della liberazione", e dove un numero sempre più cospicuo di sacerdoti e religiosi si sentono chiamati a un impegno politico diretto, anche al prezzo di smettere la veste: monsignor Pirovano si preoccupa di difendere la linea conciliare da pericolose devianze ideologiche. Incriminati per «attività sovversive aventi lo scopo di indisporre la popolazione nei confronti dell' autorità», padre Vicini e la Spadini verranno dapprima condannati a sei mesi di carcere; poi, accertato che il contenuto della relazione contestata era veritiero, saranno assolti.

Negli ultimi anni del suo impegno come Superiore, monsignor Pirovano deve far fronte più volte a problemi di questo tipo. Accade a Hong Kong, in Guinea-Bissau, nelle Filippine, dove i missionari del Pime si battono a favore della popolazione vessata dalla dittatura di Marcos e per questo vengono accusati di svolgere attività sovversive. E sempre, in questi casi, padre Aristide difende i padri dalle accuse mosse nei loro confronti, ma non risparmia rimproveri per eventuali eccessi nell' azione socio-politica.

Nel 1976 monsignor Pirovano riassume in un articolo per Mondo e Missione i moniti che è solito rivolgere ai padri impegnati in Asia, ma che valgono per qualsiasi missionario: «Tutti vorrebbero missionari santi e di preghiera, di fede e di carità: nessuno rifiuta un missionario veramente animato dallo Spirito, ma non sanno ,che farsene di missionari animati da altre passioni politiche o sociologiche o ideologiche». Continua: «Il prete che viene dall'Europa ben nutrito di studi e con un' esagerata fiducia in se stesso e in quel che ha imparato nelle università europee (anche romane) non ha più l'umiltà di mettersi veramente in ascolto delle realtà locali e della Chiesa locale, e finisce che diventa di ostacolo e non di aiuto». E conclude: «Le Chiese locali sentono di aver bisogno di noi, perché avvertono l'estrema urgenza dell' evangelizzazione... però sono timorose che noi andiamo a creare più problemi di quanti ne aiutiamo a risolvere! Per cui ci vogliono oggi tanti missionari... disposti realmente a convertirsi, a spogliarsi dalla loro cultura e mentalità, per incarnarsi in un mondo tanto diverso dal nostro…».