MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 16

Al servizio dei lebbrosi

Nel 1977, ormai alla scadenza del suo incarico al Pime, padre Aristide riceve una richiesta dal suo amico Marcello Candia. Il dottore milanese ha affidato da due anni ai Camilliani la responsabilità dell' ospedale di Macapà e nel frattempo si è preso cura del lebbrosario di Marituba, sempre in Amazzonia, a circa venticinque chilometri da Belem, nello Stato del Parà. Adesso chiede aiuto al Pime.

Ma che cos'è Marituba? Candia l'ha scoperto nel 1967, durante uno dei suoi viaggi nella foresta. Mentre ancora è occupato nella costruzione dell' ospedale a Macapà, organizza con due medici alcuni sopralluoghi nei quartieri più poveri della città. Lì viene a sapere che diverse famiglie hanno trasferito i propri congiunti, malati di lebbra, a Marituba: una colonia creata dal governo fin dal 1942 per raccoglier-€ i lebbrosi in un unico centro, dal quale non possano più uscire. Allora si informa sulle loro condizioni e, con grande sorpresa, apprende che i famigliari non ne sanno più nulla perché - dopo averli mandati a Marituba non sono mai andati a visitarli.

Raccolti quindici nominativi di lebbrosi di Macapà, Candia si reca quindi a Marituba in compagnia del vescovo monsignor Maritano. Abbandonata la strada larga e asfaltata, ne imbocca una sterrata e polverosa e arriva all'ingresso del lebbrosario, delimitato da un muretto e circondato dalla foresta. Candia chiede al direttore, il dottor Chaves Rodrigues, di poter far visita ai ricoverati. Il direttore - stupito che un uomo, né parente, né amico, chieda notizie di quei disgraziati - nicchia un po', ma poi, convinto dall'insistenza di quello strano italiano, lo lascia entrare nel tragico mondo della lebbra.

Il morbo di Hansen (dal nome del medico norvegese Armauer Hansen, che nel 1873 ne scoprì il bacillo) si manifesta sotto diversi volti. La lebbra intermedia è quella meno violenta, ma se non viene curata in tempo evolve in forme più gravi. La lebbra tubercoloide colpisce l'epidermide, ma anche gli organi interni, e porta alla morte nel giro di venti-trent' anni. La lebbra lepromatosa è quella classica, che fa assumere al volto del malato le sembianze del muso di un leone. I micobatteri colpiscono dove la pelle è più fredda (naso, orecchie, mani, piedi) e affondano subdolamente nelle terminazioni nervose, rendendo insensibile la parte interessata, che a poco a poco si deturpa e si corrode, storpiando il malato. La morte giunge in breve tempo.

Oggi la lebbra interessa ancora circa dodici milioni di persone al mondo, concentrate soprattutto nelle zone tropicali dell' Asia, dell' Africa e del Sudamerica. Anche se non è ancora stato accertato con sicurezza come si diffonda, è curabile: il 95 % degli esseri umani ne è immune e l'Onu conta di sradicarla del tutto nel giro di pochi anni. Ma alla fine degli anni Sessanta la malattia era ancora circondata da paure ancestrali (anche la Bibbia, nel Levitico, la condanna come «impura») e dall'ignoranza, che impediva di credere alla possibilità di una cura, quando invece sarebbero bastate un'igiene rigorosa e un po' di solfone, il farmaco sperimentato dal medico americano Faget. Oltre al disfacimento fisico, la lebbra portava alla progressiva emarginazione dell' ammalato, allontanato dalla famiglia, disprezzato, destinato alla solitudine a vita e condannato all'umiliante segregazione del lebbrosario.

Marituba, nella lingua degli indios, ha un significato poetico: il posto dove ci sono tanti (tuba = molto) alberi di marì (una pianta di frutti piccoli e gialli). Ma la gente ha coniato un soprannome di tutt'altro impatto: «l'anticamera dell'inferno». Nella sua prima visita Candia - che pure è abituato a visioni di miseria e di desolazione - si imbatte in un vero e proprio lazzaretto. Case vecchie e malconce ai margini di strade in terra battuta disposte a raggiera intorno a una piazza -, dentro le quali circa settecentocinquanta uomini e donne aspettano che la morte fisica si aggiunga a quella sociale. Alcune coppie vivono in casette autonome; in qualche caso mogli e figli, non malati, hanno volontariamente deciso di ritirarsi nel lebbrosario con i loro congiunti. Ma la maggior parte dei lebbrosi, incurabili, sono ricoverati in padiglioni comuni, divisi per sesso: un corridoio centrale, luridi gabinetti e una ventina di stanze con assi di legno su cui sono adagiati poveri resti di esseri umani, storpi, ciechi, malati di mente. Alcuni camminano con 1'aiuto di stampelle, altri si dimenano su carrelli a rotelle, altri ancora non possono che strisciare per terra. Dappertutto polvere, sporcizia, scarafaggi e topi. Di notte accade che i piccoli roditori comincino a rosicchiare le ossa ormai insensibili di qualche lebbroso senza che questi se ne renda conto. Lugubri corvi neri sono pronti ad avventarsi per straziare le ferite. Alcuni malati arrivano ad amputarsi gli arti da soli, per far cessare il dolore.

Candia parla con i lebbrosi e scopre che le uniche visite che ricevono sono quelle, sporadiche, di un sacerdote. Le famiglie di origine li hanno respinti, dimenticati. Una donna, ormai centenaria, è ricoverata da quasi sessant'anni. Alcuni ragazzi, guariti dalla lebbra e usciti dal lebbrosario, hanno dovuto farvi ritorno, perché a casa non li volevano più. Un uomo ha fatto pervenire alla figlia, tramite una suora, una sua fotografia: non si sono mai visti di persona. All'inizio qualcuno attende una visita, spera, si illude; poi, quando subentra la rassegnazione, alcuni si aggrappano all' alcol, altri a una fede miracolosamente intatta. Per tutti Marituba è l'unico porto a cui ancorarsi: fuori, sarebbe ancora peggio.

La colonia è gestita dal governo, che passa agli internati vitto, alloggio, luce, acqua, medicinali e una piccola pensione. Ma è veramente poco. N asce immediatamente in Candia l'idea di alleviare in qualche modo quelle sofferenze. Inizia con qualche contributo personale e con visite periodiche, in modo molto discreto per non urtare la suscettibilità del governo. Poi, nel 1969, dà il via alla costruzione del Centro sociale Città di Milano, con attività educative e di artigianato (dattilografia e taglio e cucito) e una palestra di fisioterapia: il Centro viene inaugurato nel 1972. In quel periodo alcune Suore di Maria Bambina e alcune Missionarie dell'Immacolata cominciano a far visita ai lebbrosi. N el197 4 arriva il primo cappellano, don Mario Gerlin, sacerdote trevigiano (ex sindaco di Pieve di Soligo). Candia chiede allora alle autorità il permesso di insediare nel lebbrosario una comunità religiosa stabile. Ottenuta l'autorizzazione dal governatore del Parà, nel 1975 comincia la costruzione della Casa di Preghiera Nostra Signora della Pace per l'assistenza religiosa e infermieristico-sociale ai lebbrosi, ultimata e aperta nel marzo del 1977 . È un complesso composto da due corpi - uno per i padri, 1'altro per le suore -, collegati tra loro da una veranda. Al centro c'è una suggestiva cappellina, con il Cristo dei lebbrosi: un tronco senza braccia e senza gambe, circondato da fiori e piante. Nello stesso anno don Gerlin viene sostituito da padre Enrico Dossi. Candia si è ormai stabilito a Marituba, in una piccola stanza della Casa di Preghiera; ma l'attività si è fatta molto pesante per un uomo che ha già alle spalle alcuni infarti e che porta in corpo tre by-pass. Per questo il dottore chiede "rinforzi" al Pime per le attività pastorali di Marituba.

Nel 1977 monsignor Pirovano termina il suo secondo mandato di Superiore generale. Al vertice dell'Istituto gli subentra padre Fedele Giannini. I dodici anni trascorsi alla guida del Pime hanno contribuito a far guadagnare a padre Aristide la fiducia e la stima incondizionata della Santa Sede. In molti lo ritengono la persona più adatta per assumere un ruolo di governo dell'azione missionaria della Chiesa universale. Nel caso specifico, un incarico di primo piano all'interno della Sacra Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, che potrebbe comportare l'elevazione al cardinalato. Viene perciò sondata la disponibilità di monsignor Pirovano, ma la sua risposta è inequivocabile: «Sono rimasto fermo anche troppo a lungo. Voglio tornare in missione!». Padre Aristide sente parlare spesso di aiuto ai poveri, di attenzione al terzo mondo; ma vede anche che ben pochi sono disposti a dar seguito alle parole con i fatti, abbandonando tutto per andare a vivere accanto ai più derelitti. A sessantadue anni, e con non pochi travagli fisici, desidera impiegare il tempo che gli resta - poco o tanto che sia - tornando alla sua antica vocazione: il semplice missionario.

Per alcuni mesi si reca negli Stati Uniti per studiare l'inglese. Considera l'apprendimento della lingua un "aggiornamento" ormai indispensabile per il bagaglio di un missionario. Mentre fatica sui libri, accarezza l'idea di partire per le Filippine. Dopotutto, le missioni laggiù le ha aperte lui, visitandole poi più volte. Da giovane missionario ha nutrito il desiderio di partire per l'Oriente e questo sarebbe anche il modo migliore per testimoniare la validità della "scelta asiatica" che il Pime, con lui Superiore, si è posto quale obiettivo primario per il futuro. Il progetto, però, si rivela di difficile attuazione e monsignor Pirovano deve rinunciarvi.

A padre Aristide torna allora alla mente la richiesta di Marcello Candia, il suo bisogno di aiuto. Gli scrive, chiedendogli di poterlo raggiungere a Marituba per assistere i lebbrosi. La risposta non tarda ad arrivare ed è naturalmente positiva. Quel sodalizio che, per una serie di circostanze, non si era potuto concretizzare a Macapà - con Candia collaboratore del vescovo - si realizza ora a Marituba, a ruoli invertiti.

Il 10 ottobre 1978 al lebbrosario brasiliano - dove già operano quattro Missionarie dell'Immacolata - arrivano il nuovo cappellano, padre Valentino Rusconi (del Pime, già missionario in Birmania), e il suo" assistente", monsignor Aristide Pirovano. Tornando in missione, infatti, padre Aristide si "spoglia" della dignità episcopale e ricomincia dal gradino più basso della gerarchia. Con sé porta una gran voglia di fare e la sua infinita rete di amicizie e conoscenze che ora vuole impiegare in favore di Marituba.

L'abbraccio con Candia è lungo, cordiale, fraterno, a testimonianza della felicità che entrambi provano nel poter finalmente lavorare insieme. Ma c'è un' altra persona che monsignor Pirovano incontra a Marituba: si chiama Adalucio Calado ed è il leader della comunità dei lebbrosi. Non ha più le mani, non ha più i piedi, si muove grazie a un trespolo a tre ruote, sceso dal quale non è più alto di mezzo metro: è a Marituba da quarant' anni. Anche la moglie, Noemia, è lebbrosa: al posto delle gambe ha due stampelle. Mutilato, storpiato, reso deforme da una malattia che ha attentato alla sua dignità di essere umano, Adalucio ha imparato a scrivere a macchina servendosi di guanti con stecche di legno. In qualità di presidente del Centro sociale, si prende cura degli altri hanseniani. Nonostante tutto, ha conservato la fede. Anzi, ha conosciuto Dio proprio attraverso la malattia. Considera il desiderio di riavere un naso una vanità, non gli interessa sapere perché quel destino è capitato proprio a lui, gli basta credere. Adalucio rivela l'animo dei lebbrosi a Pirovano, che arriva a considerarlo una sorta di consigliere spirituale.

Padre Aristide entra subito nel "cuore" di Marituba. Gli bastano pochi gesti, durante la messa. Parole semplici e dirette durante l'omelia in portoghese, per farsi capire anche dai più disperati, e soprattutto il segno della pace: non si limita a una semplice stretta di mano, ma scende dall' altare per coinvolgere tutti i fedeli in veri e propri abbracci.

All' arrivo di monsignor Pirovano a Marituba, nel lebbrosario ci sono circa 1200 persone. La prima opera alla quale padre Aristide e Candia si dedicano è la sistemazione dei vecchi padiglioni del lebbrosario, marci e fatiscenti a causa dell'umidità: riparazione di tetti e pavimenti, rifacimento degli intonaci, imbiancatura delle pareti. Nei confronti dei lebbrosi avviano una vasta opera di assistenza umana e spirituale. Tengono incontri individuali e di gruppo, ma a volte è sufficiente un saluto, una battuta, la dimostrazione di un interessamento sincero per risvegliare una persona dal suo torpore, per strapparla al suo isolamento, per farla sentire a tutti gli effetti "come gli altri". Mangiando insieme ai lebbrosi o sedendosi accanto a loro, offrono un grande contributo alla loro ricostruzione psicologica.

Il problema maggiore, comunque, rimane l'assoluta miseria: l'esigua pensione che il governo rilascia ai ricoverati non è certo sufficiente ad arginarla. Monsignor Pirovano stimola i lebbrosi ad avere fiducia in loro stessi, a lavorare per rendersi autonomi. Cominciano così a disboscare la foresta e - con i fondi di Candia e le offerte che arrivano dall'Italia - acquistano attrezzi, concime, sementi. Padre Aristide si mette al volante di un vecchio pullmino Volkswagen e con quello, insieme all' amico Marcello, comincia a fare la spola con Belem, dove bussa alle porte di tutte le autorità - sfidando quella che lui chiama «burrrroccccrazzzzia» - per avere autorizzazioni, licenze, sovvenzioni. Nasce una cooperativa per coltivare frutta e verdura e per allevare galline; poi una falegnameria, una scuola di taglio e cucito, scuole di igiene.

A poco a poco Marituba cambia volto. Si progettano case, scuole, asili, servizi sociali, dispensari. Il Centro sociale, presieduto da Adalucio, organizza incontri, manifestazioni, iniziative ricreative, spettacoli, giochi. Si tengono elezioni per nominare i responsabili dei vari gruppi. Accanto alla chiesa sorge il "club dei giovani", un locale dove la sera i ragazzi si ritrovano per giocare e divertirsi.

Ma che fare per gli egressos, gli "usciti" dalla malattia, gli ex lebbrosi? Sono guariti, ma per loro il ritorno a casa, in famiglia, è vietato. Finiscono quindi per tornare a Marituba, dove si insediano nei pressi del lebbrosario, in piccole capanne di legno. È sorto così, per aggregazione spontanea, il villaggio di Pedreirinha, dove agli egressos si aggiunge un numero sempre maggiore di persone sane, ma povere, provenienti dalla foresta e dall'interno. Anche qui, sotto l'impulso di monsignor Pirovano e di Candia, nasce un centro sociale e ricreativo, allo scopo di costituire tra persone di diversa origine una comunità basata su relazioni solidali.

Nel 1980 Papa Giovanni Paolo II programma un viaggio apostolico in Brasile. Tra i desideri del Santo Padre c'è quello di visitare un lebbrosario; per un Pontefice sarebbe la prima volta. La scelta cade proprio su Marituba. La notizia scatena la gioia, mista a incredulità, da parte dei lebbrosi. Padre Aristide teme però che la visita del Papa si trasformi in una sorta di "passerella" per le autorità locali, sempre pronte a mettersi in mostra in cerca di pubblicità. Comunica quindi, a mezzo stampa, a chiunque fino ad allora non si è mai fatto vedere al lebbrosario, di non venire neppure quel giorno, perché il Papa vuole incontrare i lebbrosi e nessun altro. Nei giorni della vigilia, a Marituba si respira un'atmosfera di grande eccitazione. Televisione e giornali hanno dato molto risalto alle adunate di folla che hanno accolto il Pontefice nelle precedenti tappe del suo viaggio, e c'è ancora chi fatica a credere che quell'uomo vestito di bianco possa venire proprio lì, in mezzo agli ultimi della terra.

L'8 luglio a Marituba fa molto caldo. Quando il Papa polacco arriva, si crea una gran ressa di autorità, giornalisti e fotografi, che nascondono alla vista del Pontefice i lebbrosi sulle carrozzine e sulle lettighe. A monsignor Pirovano che lo riceve Giovanni Paolo II chiede incuriosito: «Ma i lebbrosi, dove sono?». Improvvisamente, in mezzo alla muraglia umana sbuca un moncherino di braccio. È una lebbrosa adagiata su un carretto ad averlo steso. Karol Wojtyla ha un moto istintivo di ripulsa, ma è solo un attimo: si china, stringe quella "mano" e quel "braccio" e arriva finalmente dalla lebbrosa. È il primo di una lunga serie di gesti di affetto e di tenerezza. In molti non riescono a trattenere le lacrime.

Inizia la messa attorno alla piccola chiesa di Nostra Signora di Nazareth. Nella piazza sono radunate migliaia di persone. Monsignor Pirovano concelebra con il Papa; Candia è giù, in mezzo alla folla, a guidare la carrozzina di Adalucio e a fargli aria con un ventaglio. Adalucio è molto emozionato: deve porgere a Giovanni Paolo II il saluto di benvenuto dei lebbrosi. Dice al Papa che la sua visita è la «felicità delle felicità», una «ulteriore benedizione, perché le benedizioni che abbiamo ricevuto dal nostro Dio e Signore sono numerose». In un luogo «dove esistono il dolore e la sofferenza, ma anche albergano la fede, l'amore e la gioia», Adalucio arriva a dire: «Siamo dei privilegiati, perché la Chiesa è presente in mezzo a noi con la sua azione evangelizzatrice, catechistica, direttiva, di conforto, occupandosi dell' anima, ma anche delle questioni materiali». A Giovanni Paolo II Adalucio chiede di pregare perché i malati abbiano «il balsamo dell' accettazione della sofferenza»: un' accettazione non passiva, ma che spinga a «lottare per un miglioramento fisico e sociale», «senza rancore e senza odio». Poi, un molteplice appello: agli scienziati, «perché facciano onestamente delle ricerche affinché sia scoperto il rimedio per questo male millenario»; alle famiglie e alla società, «perché accettino i malati»; e infine ai governi, «perché siano assicurate a tutti condizioni di vita degna, onesta, giusta, poiché siamo esseri umani, abbiamo anima e cuore, siamo figli di Dio, capaci di amare ed essere amati. Meritiamo rispetto per la nostra dignità di esseri umani». Adalucio saluta il Papa chiamandolo «diletto padre, prezioso amico, carissimo fratello Giovanni Paolo Il» e affida alle sue mani una piccola offerta, «frutto del nostro dono d'amore a favore di un seminarista povero che sceglierete a vostro piacere».

Le parole del piccolo lebbroso commuovono profondamente il Pontefice, che rivolge all' assemblea un discorso molto affettuoso. Definisce l'incontro «una grazia».

«Venendo qui a Marituba - dice - è come se visitassi tutte le colonie di lebbrosi del Brasile». «Per me - continua - siete persone umane, ricche di una dignità immensa che la condizione di persona vi dà, ricchi ciascuno della fisionomia personale, unica e irripetibile, con cui Dio lo ha fatto». Con una semplice frase fa fremere tutti i presenti: «Siete ora e lo sarete da qui in avanti per sempre miei amici, amici molto cari». Le parole di Giovanni Paolo II sono innanzitutto «di conforto e di speranza». «La malattia è veramente una croce, una prova che Dio permette nella vita di una persona», ma non va vista «come una cieca fatalità» e neppure come «una punizione»; al contrario, «diventa sorgente di salvezza, di vita o di risurrezione per il malato stesso e per gli altri, per l'umanità intera». Anche il Papa poi fa un appello: «Non isolatevi per causa della vostra infermità», perché «nulla è meglio del sentirvi inseriti profondamente nella comunità degli altri fratelli e non tagliati fuori da essa»; a questa comunità «voi potete offrire, sul piano umano, il contributo dei valori che avete ricevuto da Dio», un capitale che «sarebbe una grande pena disperdere». Di conseguenza, «fate della vostra condizione di ammalati un gesto missionario di immensa portata». Karol Wojtyla conclude con un invito alla fiducia: «Il Papa, assieme a tutta la Chiesa, vi stima e vi ama. Egli assume davanti a voi e con voi l'impegno di fare tutto quanto sarà in suo potere per voi e in vostro favore». A rappresentare questo impegno, rimangono i medici, gli infermieri, gli assistenti, i religiosi e «il caro fratello monsignor Aristide Pirovano, vostro grande amico». Il quale, al fianco del Pontefice, medita sulle parole del Santo Padre e capisce che, dopo questa giornata, la vita a Marituba non potrà più essere la stessa.

Prosegue la messa. La temperatura supera abbondantemente i quaranta gradi e il Papa suda a profusione: la visita in Brasile, per lui, è già stata ricca di giornate faticose e padre Aristide teme fortemente il rischio di un'insolazione. Ma Giovanni Paolo II non si sottrae all' abbraccio festoso dei lebbrosi, che cantano: «Uba, uba, uba, viva o Papa de Marituba!». Allora prende il microfono e risponde: «Ol, Ol,Ol, Marituba muito sol!». E continua a cantare e gridare fino alla fine della messa, un po' in italiano e un po' in portoghese, con il vescovo che gli fa da suggeritore.

Al termine di quella memorabile giornata, padre Aristide presenta al Pontefice Marcello Candia, raggiante; il Papa lo bacia in fronte e gli dice: «Ho tanto sentito parlare di lei!». Al momento del commiato, poi, Giovanni Paolo II si avvicina a monsignor Pirovano e gli confida: «Caro padre Aristide, sappia che io la invidio!».